Visualizzazione post con etichetta Benedetta Bonfiglioli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Benedetta Bonfiglioli. Mostra tutti i post

venerdì 7 febbraio 2014

Recensione: My Bass Guitar, di Benedetta Bonfiglioli

Che ritmo ha un'emozione che nasce?
Un fiore che sboccia è altrettanto cauto?

Titolo: My Bass Guitar
Autrice: Benedetta Bonfiglioli
Editore: San Paolo Edizioni
Numero di pagine: 200
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Noah, 17 anni, non ha mai incontrato suo padre e, da sei mesi, da quando sua madre Sara ha smesso di riconoscerlo e vive in una residenza per malati di Alzheimer, vive da solo. La sorella minore di Sara, Zia Mare, vive sullo stesso pianerottolo, l'ha preso in affido e si occupa di lui con pazienza. Noah infatti è scostante e scorbutico, a scuola si è lasciato bocciare e fatica a mantenere le relazioni con gli amici, l'unica passione che ancora lo tiene vivo è la musica: pianista talentuoso come i genitori, Noah suona il basso in una band, i Black Hole, insieme al suo amico di sempre Cristiano; con lui sta per partecipare alla selezione per il Music Village e sta componendo il pezzo inedito che dovranno eseguire davanti alla giuria. Un giorno nella classe di Noah arriva una ragazza nuova, Lisa, che immediatamente attira l'attenzione di Cristiano; Noah e Lisa invece si scontrano subito, ma poi, a due settimane dall'audizione, i Black Hole organizzano i provini per trovare una nuova voce femminile, dato che Greta, la sorella maggiore di Cristiano, è partita per l'università. Durante la seconda giornata di prove Noah è costretto a suonare la tastiera poiché il tastierista Giorgio è caduto in motorino; Lisa è venuta solo per assistere ma - senza volerlo - si ritrova a cantare con Noah... 
                                                  La recensione
Ognuno dovrebbe portarsi le sue tristezze sulle spalle senza costringere gli altri a vederle, indossare un mantello magico che rende invisibile il male e le ferite e la fatica di aprire gli occhi la mattina.” Qualche giorno fa, su Facebook, ho preso parte, più o meno volontariamente, a una piccola discussione sulla qualità dei romanzi italiani. Parlavano soprattutto lettori giovanissimi e, dicendo giustamente la loro, sottolineavano come, a loro giudizio, i libri dei nostri connazionali mancassero di freschezza, originalità, e cose simili. Li reputavano tutti impegnativi, tutti anonimi, tutti pallosi. Avevano letto, forse, qualche pagina appena dei classici intoccabili che, generazione dopo generazione, anno dopo anno, i prof di ogni dove assegnano a forza a studenti che non hanno poi tanta voglia di leggerli o, in generale, di leggere. Avevano patito, magari, i lunghi sproloqui di Umberto Eco e cercato di tradurre, come dal greco antico, le parole non sempre chiare dei Malavoglia. Ma, in libreria, accanto a Verga e Pirandello, a D'Annunzio e a un Montale, c'è anche altro. Basta guardarsi intorno: è questo il punto, quello che c'è da capire. Perché accanto allo studio c'è anche il divertimento, accanto alla malinconia c'è anche la gioia, accanto agli sbadigli c'è anche la musica. My Bass Guitar, ora come ora, è il libro che farebbe al caso loro. Lo young adult, breve e velocissimo, infatti, che consiglierei a coloro che sono facilmente annoiabili e che, persi tra tanti volumi importati dall'estero, si mantengono sulla prima parola, reputando ciò che è nato sotto il tricolore una lagna, punto e basta. Capirebbero, allora, di essere in errore. Di essersi sbagliati per tutto il tempo. Questo è un romanzo che racconta poco, ma che racconta tanto. Il titolo e la copertina, forse, strizzano l'occhio all'America: riflettori soffusi, una sagoma scura in una posa da rock star, tre parole incolonnate ordinatamente e iniettate di una bellissima luce blu. Ricorda la commedia musicale statunitense, il Bandslam che adoro, lo School of Rock che venero. E invece no. Tutto si accorda con il tema portante. Musicalmente. In perfetta sincronia. Eppure sanno farlo ancora meglio le parole della talentuosa Benedetta Bonfiglioli. L'aspetto grafico è calzante, ma allo stesso tempo non lo è. Il romanzo è uno young adult, ma allo stesso tempo non lo è. Come si sarebbe dovuta chiamare, infatti, la storia di un ragazzo atipico che mangia latte e biscotti sul tetto di casa e di una ragazza altrettanto atipica che tiene le gomme per cancellare accuratamente protette nella loro custodia di carta, come se indossassero sempre un cappottino contro il gelo e lo sporco del suo zaino? My Bass Guitar è un romanzo per ragazzi e sui ragazzi. Diciamolo in italiano. Una storia fatta di belle frasi, belle persone, belle canzoni, bei sentimenti, e popolata, almeno un po', dagli stessi diciassettenni che sono in guerra contro la lingua che parlano. Cantano esclusivamente canzoni straniere, hanno una band dal nome straniero e invidiano tutti il nome straniero che ha Noah, il protagonista. A lui, invece, non piace. Vorrebbe chiamarsi come Cristiano, essere bello e sicuro come lui, avere il suo sguardo amichevole e la sua casa accogliente. Abbiamo tanto in comune, io e Noah. Misuriamo il tragito casa-scuola a suon di canzoni: appena quattro pezzi e siamo arrivati a destinazione. Adoriamo il familiare percorso che ci separa dai banchi e dai prof, ma adoriamo i prof e i banchi molto meno, decisamente. Lui va in tram, io in circolare: con gli auricolari nelle orecchie, guardiamo la gente, e pensiamo a dove andrà, a quale direzione prenderà, a se e quando rincontreremo quel volto visto in quella traballante folla vagante. Frughiamo senza chiedere il permesso tra le gomme, le penne e le matite appuntite delle nostre compagne di banco. Mangeremmo pizza anche a colazione. 
Ci piace stare da soli. E alla fine arriva Lisa, spuntata dal nulla, con i suoi capelli cortissimi, il piercing in bella vista, il fisico acerbo da ragazzino. Un diapason che vibra contro le costole. Si scrivono cose sui quaderni a quadri per non farsi beccare dal prof nuovo. Si scarabocchiano importanti verità su un pentagramma, pieno di note musicali, pause, sogni in pausa. Si confidano che la mamma di Lisa, dopo il divorzio, ha dimenticato di preparare colazioni, pranzi, cene; perfino di mangiare. Quella di Noah, invece, si è dimenticata propria di Noah. Del suo stesso figlio. E ha iniziato a lasciare le scarpe col tacco in frigo, a perdere le chiavi della macchina e la memoria, a chiudere – come una scatola inutile – il coperchio del suo pianoforte a coda bianco. Avevo scoperto l'autrice con il commovente Pink Lady, l'avevo ritrovata con il simpatico Tutto il cielo possibile. Per il terzo anno di fila – evviva la continuità – eccola qui, ancora, a farmi parlare di qualcosa di suo. Con ombre talora scure e risvolti sorprendente emozionanti, il suo terzo libro è una simmetrica via di mezzo tra i precedenti. La scorrevolezza e la semplicità del secondo, la verità deliziosamente piacevole da leggere del primo. Una storia lieve, comune, ma che è un trionfo di normalità, suonato – come una marcia coinvolgente – sullo sfondo di Pink, dei Muse e dei Fun ad alto volume. La cosa più bella è lo stile di Benedetta, che si accorda magicamente con i pensieri ballerini e le mani d'angelo del suo fragile Noah. La Bonfiglioli compone pensieri lunghissimi e connessi tra loro da lunghissime file di virgole. Costruisce colonnati di parole, disegna ampi spazi bianchi, mescola poesia e prosa, canzoni e sensazioni, inglese ed italiano. Il pregiudizio sugli autori italiani deriva dal pesante bagaglio culturale che, a volta, questi ultimi si tirano faticosamente dietro. La nostra cultura, tuttavia, è libertà; la tradizione è libera ispirazione, non una regola standard. Ci sono modi e modi per raccontare una storia. Be', questo è quello giusto. “Stavolta c'è un posto dove vorrei essere, un altrove per cui varrebbe la pena alzarsi e camminare e, una volta arrivati, fermarsi e guardarsi dentro e magari non avere fretta di andare via.”
Il mio voto: ★★★ 
Il mio consiglio musicale: Fun: Carry On


giovedì 7 novembre 2013

Recensione: Tutta questa vita, di Raffaella Romagnolo

Ciao a tutti, amici miei! Un'altra settimana di università finita, almeno per me. Ieri – finalmente – ho trovato Il richiamo del cuculo, quindi – per il weekend – non ci sarò per nessuno nessuno. Solo per zia Rowling. Oggi, intanto, vi propongo la recensione di un romanzo velocissimo, che ho letto velocissimamente e a cui mi sono legato altrettanto velocissimamente. Ringraziando Lucia e Arianna per avermi dato modo di leggerlo, lo consiglio a tutti i lettori che hanno amato i romanzi di Sara Rattaro e Benedetta Bonfiglioli. A presto e buona lettura, M.
Sono con lui, e non ho scampo. Quando tocco le sue lacrime, capisco che Antonio è la passaporta, il passaggio segreto, e noi siamo già altrove, nel mondo che vorrei.

Titolo: Tutta questa vita
Autrice: Raffaella Romagnolo
Editore: Piemme
Numero di pagine: 219
Prezzo: € 15,00
Sinossi: A sedici anni tutto è da scoprire, la vita è ancora intera, possibile, e il futuro un'opportunità. Così anche per Paoletta, che di avere "tutta la vita davanti", però, non è entusiasta. Forse perché odia le frasi fatte o semplicemente perché è diversa dalle altre ragazze: detesta Facebook, legge Anna Karenina, filosofeggia su Harry Potter, invece delle sit-com guarda vecchi film, si ingozza di dolci infischiandosene della bilancia e allo shopping con le amiche preferisce di gran lunga le passeggiate silenziose con il fratello minore, Richi. O forse è proprio lui a renderla diversa: Richi ha dodici anni, le gambe così fragili che possono reggere solo pochi passi strascicati, un braccio difficile da controllare e una vita tanto più complicata davanti. Non parla molto, e quando lo fa, non sempre gli altri lo capiscono. Ma Paoletta sì; brevi frasi che hanno, per lei, il sapore della sincerità che manca nella villa di famiglia. Un'autentica prigione. Una tortura di menzogne, cose non dette, segreti pericolosi, da cui la ragazza scappa ogni volta che può. E insieme a Richi attraversa il confine, immaginario eppure così reale, che divide lo splendido giardino di casa loro dalle Margherite, il quartiere popolare, dove gli appartamenti sono modesti, le giostrine arrugginite e i padri non sono imprenditori di successo ma cassintegrati in difficoltà. E dove c'è Antonio, anche lui, a modo suo, diverso. L'unico, a parte Richi, che sa leggerle dentro e che l'aiuterà...
                                                    La recensione
Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, e il nostro modo è il silenzio.” Il nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo è tra quei libri che ti ispirano una gran simpatia sin dal primo sguardo, come a volte – anche se a me raramente - capita con quelle persone che speriamo possano diventare le più importanti: i nostri migliori amici, magari. Suggerisce allegria, dipinge cieli azzurri da solcare a braccia spalancate, simili a tante navi umane con il caschetto biondo e il trench rosso. L'ho iniziato cercando uno di quei libri freschi e leggeri che, in questo periodo di stress e cambiamenti, su di me hanno l'effetto benefico della medicina più efficace; uno di quei libri di cui non ho mai abbastanza. L'ho letto, per la gran parte del tempo, con la sensazione che fosse sempre la solita storia, solo scritta con più carattere e fegato: tutto nella norma, quindi; tutto quello che volevo. L'ho terminato, l'altra mattina, che ero un po' distrutto per via della potenza esplosiva nascosta tra le pagine, in mezzo alle parole sparse di Paoletta, sotto i nostri stessi piedi di passanti e lettori inconsapevoli. Parla poco, la protagonista. Per paura di risultare troppo saputella o troppo sciocca. Per paura di dare troppo nell'occhio. La sua vecchia psicologa userebbe un termine che le piace tanto, laconica. Paola è, in gran segreto, una regista all'avanguardia di lunghi film mentali, e Tutta questa vita è il suo primo film. Il migliore. La bilancia, ogni mattina, le urla – e lo fa letteralmente: ecco le cattive conseguenze delle tecnologie troppo avanzate! – che è grassa e brutta. Che è a un passo dall'obesità. Ma i chili di troppo non sono il suo unico difetto: lei è snob, decisamente snob. Guarda tutto con gli occhi dei nuovi ricchi, anche se le piace reputarsi migliore di loro. Anche se sentirsi semplicemente diversa – più brutta, più grassa, più alternativa – la fa sentire, strano ma vero, migliore. Non gira per le vie del centro, affrontando il corso della sua città come fa un nuotatore provetto con una vasca da guinness dei primati. Se ne va dove tutto è sporco, grigio; dove sorgono le industrie e gli arcobaleni più improvvisi. Dove non ci sono specchi, al contrario che in casa, che riflettano la sua persona, mostrandole che la sua vita – anche se ha appena sedici anni – è già un mezzo fallimento così. 
Si rivolge, ogni tanto, a un'amica immaginaria che ha chiamato Carmen, in ricordo di una gelataia piena di buon gusto e poteri fatati; si perde dietro a voli pindarici dell'ultimo minuto e a digressioni che farebbero un baffo a quelle del buon vecchio Manzoni; vive in una villa splendida e piena di specchi, abitata da un uomo troppo assente e pieno di colpe indicibili e da una donna più vanitosa e bella della regina cattiva di Biancaneve. Sua madre. Nella casa da cui non si allontana mai troppo, standosene distesa a bordo piscina con la sua introvabile copia di Anna Karenina tra le mani, vede susseguirsi le stagioni, ruotare la terra in un girotondo inavvertibile, esplodere quella vita che – per pigrizia, o forse paura? - non ha il coraggio di guardare in faccia. Tutti vivono, mentre lei si limita a guardare, formulando giudizi e crogiolandosi in precoci rimpianti: sua nonna – che nella mia mente ha il sorriso contagioso e la classe della fantastica Loretta Goggi – rivive una seconda giovinezza con il suo amore perduto di gioventù, un giardiniere romantico e burbero come il fedele Florentino Ariza di quel capolavoro che è L'amore ai tempi del colora; Nina, la domestica rumena sottopagata eppure sempre dannatamente ottimista, che riesce, in maniera sorprendente, a tenere testa alla padrona di casa e a regalare, nel suo italiano stentato, le perle di saggezza più preziose; la sua amica Marta, con un cognome altisonante, le fette di prosciutto sugli occhi e discorsi pieni di numeri esagerati e lettere maiuscole; e poi c'è Richi, il fratellino minore di Paola. Che guarda Billy Elliot con gli occhi lucidi, consapevole che con le sue gambe fragili e il suo braccino difettoso non potrà mai saltare, ballare, correre e divertirsi come, invece, fa quell'adorabile monellaccio londinese che stima e invidia tantissimo; che è chiamato Sfi come Sfigato dalla sorella maggiore e che, a sua volta, senza offendersi troppo, l'ha ribattezzata allo stesso modo, con la sua vocina flebile flebile da bambino piccolo piccolo; Richi che, infagottato come E.T nella scena più toccante del film di Spielberg, viene portato sulla sua sedie a rotelle, nel bel mezzo della notte, nel cuore velenoso di un segreto che giace sepolto dove i genitori hanno sempre proibito loro di andare a curiosare. E alla fine arriva lui, Antonio. Il suo Aragorn in incognito, il suo gigante buono. Antonio, che abita nelle case popolari di proprietà della famiglia di Paoletta, con la madre e il fratellino. Lui è bello, lei è brutta. Lui è povero, lei è ricca. Antonio è alto. Allora un pensiero... Possono essere alti insieme. Perché lei – che, alle sue spalle, chiamano tutti quanti cavallona – diventa un coniglietto impaurito quando lui le accarezza i capelli, bagnati da una pioggia fitta che nemmeno il cappellino targato Prada può contrastare. S'incontrano, con la presenza costante di Richi tra i piedi, in un parchetto pieno di animali di plastica mutilati e sbiaditi, presso il quartiere di lui, che – tempo prima – i nonni di Paola hanno chiamato le Margherite. Un nome poetico, che ricorda la dolcezze e il calore dell'estate. Ma l'estate è il mese più crudele e, paradossalmente, alle Margherite non ci sono fiori: mai cresciuti...
Finché Paola, come Jim Carrey in The Truman Show, non si renderà conto che, appena dietro la sua porta chiusa, c'è uno mondo che fa schifo e che persone molto vicine a lei hanno contribuito a rendere tale. La protagonista di questo piccolo young adult ha tanta maturità nella voce. L'autrice è una persona adulta, Paoletta è una sedicenne che si finge tale. Il gioco funziona, e il risultato è realistico e decisamente credibile. Sostanzialmente, quella della narratrice che impariamo, pagina dopo pagina, a conoscere è un'adolescenza come tante, solo più triste e più materiale. Nonostante questo, le memorie dei suoi quasi sedici anni hanno ritmo, leggerezza, brio, sound da vendere. Hanno un'originalità tutta loro e Paoletta, che ha la vocina acuta e i modi di fare dell'adorabile Lisa Simpson e che ha fatto di Harry Potter la sua personale filosofia di vita, sarebbe, secondo me, la protagonista perfetta di una di quelle sit-com televisive che lei sembra odiare profondamente. La immagino, davanti a una web-cam, raccontare le sue giornate, nello stile piacevole e originale di Super Fun Night e Una mamma imperfetta. La brava Raffaella Romagnolo, senza risparmiarci brividi e rabbia, ci descrive l'Italia di Acciaio e di Il rumore dei tuoi passi guardandola dall'altra parte dell'inferriata, in un gioco prospettico di sensazioni e colori che, nell'epilogo, diventa inaspettatamente un'indagine vera e propria; una gara disputata contro i sensi di colpa di persone da buttare via. Tutta questa vita è un romanzo sfizioso, a tratti comico e a tratti brutale. Deliziosamente vero. Assordante, stonato, potente. Come una canzone. Come un grido che domanda Perché non ti lasci trovare?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Cixi - Non sono l'unica

mercoledì 17 luglio 2013

Recensione: Tutto il cielo possibile, di Luigi Ballerini e Benedetta Bonfiglioli

Ciao a tutti! In questi giorni, sto sfornando recensioni a gogò. Mi meraviglio di me stesso! Oggi, vi parlerò di Tutto il cielo possibile, un libro per ragazzi approdato a giugno nelle nostre librerie. Ringraziando Benedetta e la gentile Giulia dell'ufficio stampa Piemme per avermi dato modo di leggerlo, vi abbraccio e vi auguro buona lettura (:
Cosa credi? Che lasciarsi voler bene sia sempre facile?

Titolo: Tutto il cielo possibile
Autori: Luigi Ballerini e Benedetta Bonfiglioli
Editore: Piemme “Freeway”
Numero di pagine: 204
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Adele e Lorenzo si conoscono per caso un giorno d'estate, quando un acquazzone li costringe a rifugiarsi all'asciutto in un bar. Vogliono iscriversi entrambi a un corso di teatro, ma non potrebbero essere più diversi. Adele è riflessiva, le piace leggere e starsene per i fatti suoi, mentre Lorenzo è il classico bel ragazzo tutto muscoli che una come lei nemmeno la guarda. O almeno questo è quello che pensa Adele... E mentre a poco a poco imparano a conoscersi, ad aprirsi l'uno all'altra, a innamorarsi, capita la cosa più strana della loro vita. Perché quel bar è tutt'altro che normale: quel bar con i mobili anni Cinquanta e la musica fuori moda apre una porta verso il passato. Un varco che costringerà Adele a fare i conti con il mistero che avvolge suo padre, che non ha mai conosciuto ma che non ha nemmeno mai dimenticato.
                              La recensione
Non avevo mai detto ti voglio bene a qualcuno prima di oggi pomeriggio. Tranne quelle scritte in pennarello glitter sul diario di scuola, un nome e un TVB che avrebbe potuto essere anche senza nome perché alla fine è solo una gran voglia di amare quello che hai dentro. Mai avuto un fidanzato vero, mai avuto un padre vero, mai amato mia madre per davvero. Ora so cosa è amare. Strano il destino. Imprevedibile e armonioso. Mi stupirò sempre dinanzi alle trame intricate e alle svolte imprevedibili con cui, almeno una volta nella vita, ci condurrà nel luogo giusto al momento giusto. Nel luglio dell'anno scorso, complice lo sciabordare melodico del mare, leggevo il romanzo d'esordio di Benedetta Bonfiglioli. Pink Lady era stata la quarantatreesima lettura del 2012. Esattamente un anno dopo, nelle librerie, è arrivato il suo secondo romanzo, scritto a quattro mani con il collega e amico Luigi Ballerini. Un titolo che nomina il cielo e che trasmette un senso di libertà senza confini. Una copertina che raffigura un bacio sul fondo del mare. Amore e freschezza. Questo è Tutto il cielo possibile. Il quarantatreesimo romanzo del mio 2013. Ma non esistono coincidenze... o forse sì? Se lo domandano anche i giovani protagonisti di questo young adult tutto italiano, mentre, bagnati fradici e un po' timidi, in un pomeriggio di pioggia improvvisa, trovano rifugio in una latteria d'altri tempi. Un signore rugoso e sorridente alla cassa, una radio che trasmette pezzi nuovi e vecchi, il cappuccino più buono della città. A fare la telecronaca di quel pomeriggio nuvoloso e bagnato è la sedicenne Adele. I responsabili del suo corso di teatro sembrano aver dato forfait alle prime spruzzate di pioggia, la sua casa è accogliente come il calderone di una strega dedita alle arti oscure, il ragazzo belloccio seduto accanto a lei – Lorenzo – sembra avere una voglia matta di fare quattro chiacchiere, quando lei vorrebbe soltanto godersi i miracoli del silenzio giusto una manciata d'ore. Scomparire e basta, magari. Nella Bibbia dell'adolescente medio c'è scritto che i genitori non possono sbagliare. E' una verità sacrosanta. Lei sì, ha solo sedici anni. E un tatuaggio, un piercing al sopracciglio, un motorino con cui sfreccia per la città, sfidando il gelo o la calura estiva. Tutto, in lei, grida ribellione. E' una ragazza matura e posata, che ama la lettura, la buona musica e la scuola, ma come ogni sua coetanea adora il brivido della sfida. Essere disobbediente. Risponde male, ha sempre una parola poco felice per il prossimo, ha modi bruschi e poco femminili, odia sua madre. Un copione destinato a ripetersi in ogni famiglia, in ogni regno d'adolescente con le scatole girate e il mondo contro. Se suo padre è morto, è colpa di sua madre. Se è nervosa, è perché ci sono lei, le sue unghia smaltate di bianco e il suo nuovo compagno nelle vicinanze. Se è felice, è perché lei e le sue pretese d'adulta non sono nei paraggi. E' la sua miglior nemica
Senza di lei non ci sarebbe confronto. Senza confronto – e senza una mamma – non ci sarebbe vita. Lorenzo, invece, è il ragazzo perfetto e dall'esistenza apparentemente perfetta. Ad Adele sembra uscito dalla famiglia felice del Mulino Bianco. E' bello, affabile, ha modi gentili e le spalle larghe. Ha muscoli, cervello, un sorriso che manda in tilt i sistemi della scontrosa protagonista. Vorrebbe picchiarlo, a volte. Altre, non lasciarlo andare, nemmeno per un momento, via dalla sua vita. Il cielo, visto con lui, è più bello. Il mondo è un'avventura. Adele non è un'appassionata di fantascienza, ma Lorenzo, sempre loquace e preparatissimo, ha due illustri criteri di paragone per delineare la serie di strani viaggi che li vogliono come protagonisti assoluti: Matrix e Ritorno al futuro. Il pittoresco locale che è diventato il loro rifugio improvvisato spalanca una porta sul passato; loro possono viaggiare indietro nel tempo. Nel 2000 usciva il primo capitolo della trilogia con Keanu Reeves e Carrie-Anne Moss. Nel 1996 le radio passavano Ramazzotti e la sua Più bella cosa. Nel 1989 i jeans erano a vita alta, i capelli cotonati, i fianchi ancora stretti e i sogni ancora vivi. A legare tante epoche diverse sono i lacci sfilacciati di Coverse sempre uguali – anche se adesso, come mi ripete spesso papà, le paghiamo a peso d'oro – e la presenza di due persone che Adele conosce o ha conosciuto molto bene. Una ragazza con l'ambizione di sfondare nel mondo della moda e un giovane dottore dai capelli rossi e con la predilezione per le sciarpe più particolari. I suoi genitori. Quando erano entrambi giovani, quando la sua nascita non ancora li aveva uniti, quando non c'erano segreti nella famiglia De Vecchi. Tutto il cielo possibile è una lettura perfetta per i ragazzi e perfetta per rilassarsi: spigliato, malinconico, dinamico, piccolo e in parte universale. Gli autori – con dodici anni a differenziarli – sono di due generazioni diverse e sanno parlarne a illimitate: nonni e nipoti, insegnanti e studenti, genitori e figli. Vecchio e nuovo si annodano turbinando nel vortice di spuma e latte di un cappuccino servito in un bar speciale. 
Un cappuccino pagato sfilando un pugno di lire dal portafoglio, bevuto sulle note di hit indimenticabili, girato e rigirato riflettendo cautamente sulla malattia, la diversità, la forza della vita. La prosa semplice, giovanile e talora vibrante di Luigi e Benedetta regala momenti di pura spensieratezza, ma mai vuoti. Si ha l'impressione di crogiolarsi in una delicata apnea da bacio; mai di aver sprecato tempo prezioso. Pink Lady – forse più memorabile: inevitabile il confronto – mi aveva scosso l'anima, portando me e la protagonista a dare un calcio poderoso al dolore. A uscire più forte da quel dramma violento e toccante. Questo, invece, anche se, a mio dire, meno travolgente del precedente, ha calato su di me una cortina azzurro cielo di sogni lievi e rilassanti. Le duecento pagine che compongo il volume volano nell'aria calda di Luglio, sfogliate dal vento e da dita che vogliono conoscere rapidamente l'epilogo di questo grazioso romanzo di formazione, e io mi sono sentito soddisfatto, sereno, riposato, saggio. Giusto un po' vecchio. Tutto cambia, ed in fretta. I cantanti e le boy band scompaiono come meteore, ogni anno ha il suo colore e le sue mode, ogni generazione ha i suoi miti. Io ricordo quasi tutti quelli citati nel corso del romanzo, pur avendo solo due anni in più di Lorenzo e Adele. Unica critica, se posso, il prezzo eccessivamente alto, se rapportato al numero di pagine. Leggermente eccessivo e frenante, pur se in relazione a un edizione carinissima e senza imperfezioni. Dovrebbe essere un libro da portare al mare per avvicinare un adolescente pigro alla bellezza della lettura. Da sottolineare, sporcare, vivere con l'intensità dei quattordici-sedici anni. Tutto il cielo possibile invita i più giovani ad aprirsi agli altri e al mondo intero. Ad abbattere barriere fisiche, spaziali e temporali. A spalancare le porte del cuore su un posto chiamato casa. Adele, senza Lorenzo e una mamma non ancora stanca di amare, sarebbe una mela acerba sul ramo di un albero solitario. Una Pink Lady senza riscatto alcuno. Ma l'io, senza il tu, non esiste.
Un mondo complicato in cui essere felici è complicato, ma possibile; in cui volersi bene è complicato, ma indispensabile; in cui non si può non scegliere, non volere, ignorare, starsene ai margini, sul bordo. Devi entrare e sbucciarti le ginocchia quando cadi e avere freddo quando resti troppo a lungo nell'ombra del non amore.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Jovanotti – Ti porto via con me