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martedì 23 luglio 2024

Recensione: Lamento di Portnoy, di Philip Roth

| Lamento di Portnoy, di Philip Roth. Einaudi, € 13, pp. 220 |

Quale uomo non spererebbe di impugnare la propria vita così come abitualmente fa col proprio pene? Il mio quarto Philip Roth è il più divertente e autobiografico dei suoi romanzi finora letti. Bisogna avere una spiccata autoironia, d'altronde, per lavare i panni sporchi in pubblico. E mettere nero su bianco, senza peli sulla lingua né falsi pudori, feticismi, nevrosi e fantasmi. Il protagonista ha un altro nome, Alexander Portnoy, ma ha gli stessi tratti distintivi del giovane Roth: è nato a cavallo fra le due guerre, è sopravvissuto a un'epidemia di poliomielite, ha un naso adunco e una spugna abrasiva per chioma, è incontrovertibilmente ebreo. Come un novello Zeno Cosini, benché preferisca definirsi il «Raskolnikov delle pugnette», Portnoy si sfoga sul lettino rosso dell'analista.

Dottore, di cosa dovrei sbarazzarmi, mi dica, dell'odio... o dell'amore?

Queste duecento pagine sono la trascrizione delle sue sedute. Il risultato è un monologo fiume, una barzelletta sporca, il ritratto di un trentenne troppo poco ebreo in famiglia e troppo poco americano in società. Figlio di un assicuratore imbelle, nonché gravemente costipato, e di una madre castrante dotata del dono dell'ubiquità, il protagonista vuole affrancarsi; diventare tutto ciò che i genitori, angoscianti e un po' razzisti, non sono. Scapolo a Manhattan, colleziona viaggi esotici e donne virtuose. Lasciate ogni pudore, o voi ch'entrate. Misogino, vanaglorioso, volgare, l'alter-ego dell'autore non fa mistero di avventure sessuali e perversioni. C'è un intero capitolo dedicato alle gioie della masturbazione e, come in una scena cult di American Pie, non sono al sicuro nemmeno gli alimenti: basta un torsolo di mela, infatti, a infiammare le fantasie! Ma ci sono anche i ricordi color seppia delle vacanze insieme, le partite di softball, i primi lavori accanto al cognato comunista, il candore delle fantasticherie adolescenziali. Bastano i Levis e un paio di mocassini a cancellare il senso di colpa per la Shoah? Cosa direbbe Freud delle occhiate alle gambe di mamma o dell'invidia verso il pene di papà? Così sincero da fare tenerezza, questo Roth leggerissimo oscilla tra “id” e “yid” con l'intramontabile romanzo di formazione su un ragazzo e il suo sogno: scoparsi, e così conquistare, l'America.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: AC/DC – You Shook Me All Night Long

giovedì 24 marzo 2022

Recensione: Fedeltà, di Marco Missiroli

| Fedeltà, di Marco Missiroli. Einaudi, € 12, pp. 232 |

Lo avevo in libreria dai tempi dello Strega, incastonato fra gli altri Supercoralli dello scaffale. Amato da alcuni, odiato da altri, Fedeltà divideva come soltanto i romanzi sulla bocca di tutti sanno fare. L'ho recuperato anni dopo, con l'adattamento televisivo appena sbarcato su Netflix. Mi figuravo un Missiroli dissacrante, sfrontato, provocatorio – il suo romanzo precedente aveva pur sempre un culo in copertina, no? Sottile e stratificato al tempo stesso, talmente elegante da risultare un po' freddo, il romanzo racconta molto più e molto meno di un tradimento coniugale. Costellato di bugie e non detti, di atti mancati trasformati in rimpianti dall'incidere del tempo, analizza la diffusione di un contagio di proporzioni collettive: il sospetto. La coppia non è un fragile nido, bensì un microcosmo scosso da un sisma: i protagonisti lo chiamano il malinteso. Carlo – trentacinque anni ben portati, professore di scrittura creativa, impiegato presso una piccola casa editrice: nessun romanzo all'attivo – viene visto nei bagni dell'università in atteggiamenti compromettenti. Perché stringeva tra le braccia Sofia, una studentessa romagnola coperta di deliziose lentiggini e dalla cappa angosciante della tragedia? Travolta dai dubbi, Margherita – moglie di Carlo, agente immobiliare – si rilassa più del dovuto sotto le mani del nuovo massaggiatore. Ma quali pulsioni nasconde Andrea, che una volta abbandonato il centro di fisioterapia si immerge in un controverso sottobosco di violenza per sfuggire a sé stesso?

Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento.

Sullo sfondo, contrapposta nella seconda parte a una Rimini felliniana, c'è una Milano prismatica, multiculturale e pulsante, destinata spesso a rubare la scena ai protagonisti stessi. Il pensiero di acquistare un appartamento diventa per Carlo e Margherita un'illusoria distrazione: lì saranno finalmente felici? Anna, la mamma della protagonista, lo domanda perfino a una cartomante: paga per conoscere il futuro dei propri cari, ma è il presente, intanto, a essere un'incognita. All'apparenza povero di avvenimenti eclatanti, il romanzo mi ha ricordato Sally Rooney. I protagonisti fanno cose e vedono gente; pensano troppo. Perfino il sesso, descritto raramente – anche se ricorderò con intensità un incontro intimo con il film Una giornata in particolare in sottofondo –, riguarda più le teste che i corpi: è cerebrale, immaginato, addomesticato. La fedeltà secondo Missiroli è un concetto ampio, che a differenza del banale adattamento televisivo va oltre le corna e le fantasie peccaminose. Riguarda, infatti, anche quei comprimari appartenenti a generazioni differenti: ognuno con le proprie eredità (Sofia alle prese con l'attività del padre, Andrea con l'edicola di famiglia), ognuno con i propri segreti (Anna, vedova, sa che il marito ha amato un'altra donna), ognuno con un legame peculiare con la coppia protagonista (una corrispondenza a colpi di libri bellissimi, una corsa in ospedale con una mano insanguinata, un fumetto di Tex sul comodino).

Non era “ancora”. Avrebbe potuto essere qualsiasi cosa. Sui pedali, alzandosi come a pochi metri dal traguardo, si era sentito invadere dalla gioia dietro lo sterno. Aveva percorso la discesa con la certezza che quello fosse il culmine e l’addio di una stagione, e che sarebbe entrato di lì a poco nella sua nuova vita da uomo. Si addormento’ con la stessa malinconia, o forse avrebbe potuto dire che era contentezza.

La seconda parte, ambientata nove anni dopo, spariglia le carte in tavola: lascia spazio a personaggi mutati, a cambiamenti imprevedibili e ospita un ulteriore terzo incomodo – il karma. Carlo e Margherita hanno prurito, ma non si grattano. Hanno tanto da, ma non dicono. Hanno occasioni per concedersi, ma non si concedono. Contenutissimo, sofisticato, mai esplicito, Fedeltà è l'esatto opposto del fuoco della passione. Dimenticate i vestiti che cadono sul pavimento, le porte chiuse a chiave, i letti che cigolano. È Closer, non The Affair. I protagonisti sono legati secondo il principio dei vasi comunicanti e, mostrati nudi e in controluce, confessano al lettore – non ai rispettivi partner – la tentazione irrinunciabile di essere altro da sé. Si può elaborare ciò che è stato. Come relazionarsi, invece, con ciò che non è stato mai? Si può perdonare un'avventura extraconiugale – o, venuta meno la fiducia, in alternativa, si può porre fine alla relazione. Ma come perdonare a noi stessi, invece, la negazione di un ultimo slancio vitale prima di diventare adulti?

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Arisa – Verosimile

venerdì 5 febbraio 2021

Let's talk about sex: Pure | Bonding S02 | Big Mouth S04

Marnie pensa al sesso. In continuazione. A occhi aperti e chiusi, immagina di vedere attorno a sé ventri, capezzoli, sederi; incesti, amplessi, ammucchiate anti-Covid. È una sex addicted come Michael Fassbender in Shame? È etero, omo, o forse bisessuale? Quelli che la tormentano sono le classiche paturnie di un disturbo ossessivo-compulsivo? Venticinquenne, protagonista di una logorante lotta contro sé stessa, la giovane sbriga lavori saltuari, alza troppo il gomito, vive a scrocco a casa di un'amica londinese. Inquieta e fuori posto, con i frequenti sguardi in camera del primo episodio e la sua bellezza tutta contemporanea, ricorda perfino un po' l'iconica Fleabag. Possibile mai che una serie così fresca, così pionieristica, sia stata subito cancellata in patria? Possibile che dovessimo affidarci a RaiPlay – solitamente molto pudico – per goderci il romanzo di formazione di una presunta pornomane? A dispetto dell'originalità dell'incipit, Pure esaurisce presto le sue carte vincenti. All'inizio prontissimo a farvi scoprire una chicca nascosta, di episodio in episodio ho iniziato purtroppo ad avvertire una certa insofferenza verso i comprimari – l'amico dongiovanni in astinenza, la collega lesbica, il coinquilino sexy –, inseriti soltanto per ampliare il minutaggio. Episodi più brevi avrebbero giovato, insieme ai riflettori puntati solamente sul talento comico di Charly Clive: Pure funziona a meraviglia quando c'è lei in scena, ma si perde poi nei mari di sbadigli delle sottotrame superflue. Insomma, lungi da me piangerne la prematura cancellazione: ben venga però un prodotto così, per rassicurare tutti gli spettatori in crisi per via della loro sessualità. Ci qualificano le nostre azioni; non i nostri pensieri – peccaminosi. (6,5)

Ci avevano aperto le porte del mondo del BDSM con sfrontatezza, autoironia e piglio inguaribilmente indie. Sebbene in sordina, i protagonisti di Bonding – piccola serie che ai tempi avevo consigliato in lungo e in largo, sulla scia dell'entusiasmo per The End of the Fucking World – sono tornati in una seconda stagione tutt'altro che attesa dal pubblico degli abbonati Netflix. Con il senno di poi, dopo averla vista e dimenticata nell'arco di due serate, posso dire a malincuore che nessuno ne avrebbe sentito realmente la mancanza. La mistress Tiff e l'amico Pete, allievo aspirante, vanno a scuola di sadomaso dopo essersi inimicati gran parte della comunità fetish. Prigionieri di una doppia vita, tentano come possono di conciliare professione e vita sentimentale: lei, che fa fatica a impegnarsi, si scopre innamorata persa del ragazzo di turno, nonostante il ritorno di una vecchia fiamma; lui, invece presissimo da un nerd occhialuto, a Capodanno si rende conto che il fidanzato non ha ancora fatto coming out in famiglia. La principale storia d'amore-odio, però, resta proprio quella tra i protagonisti: due migliori amici con un passato irrisolto, che vivono un rapporto tanto simbiotico quanto tossico. Tiff si sente al sicuro accanto a Pete. Pete, invece, si percepisce spericolato e ribelle in compagnia di Tiff. Sorpresi a un bivio, alle prese con progetti e priorità diverse, popolano otto episodi fitti di monologhi e dialoghi ben strutturati: per questo, purtroppo, il tutto risulta meno spontaneo che nell'esordio. Più patinata, più televisiva, Bonding si allinea ai temi della prima stagione, ma sono lontanissime le atmosfere delle belle commedie festivaliere. Peccato. È rapida e indolore, lì dove avrebbe dovuto impartirci qualche rumorosa scudisciata di più. (6)

La boccaccia di Big Mouth, longeva serie animata Netflix per molti già oggetto di culto, torna a spalancarsi nella quarta stagione. Riversando al solito ora oscenità inenarrabili, ora perle di saggezza. Questa volta si parla di masturbazione maschile e piacere femminile; del ciclo mestruale, sdoganato perfino nelle pubblicità italiane; di transessualità, coinvolgendo nel doppiaggio italiano anche la nostra Vittoria Schisano; di depressione e ansia sociale, personificate rispettivamente da un languido gattone e da una zanzara insopportabile. Sbucati da un capitolo di American Pie – la saga cinematografica per eccellenza che segnò gli anni pruriginosi delle mie scuole medie –, gli episodi iniziali ci portano in campeggio con i protagonisti: sono i più spassosi del ciclo. Finita l'estate, con il ritorno sui banchi di scuola, la monotonia è dietro l'angolo tra coming out, colpi di fulmine e riflessioni sull'identità culturale. Scollegati e caotici, gli episodi della quarta stagione compongono una polifonia nonsense – puntate futuristiche, sprazzi horror, confraternite infernali e fantasmi: chi ne ha più ne metta –, dove la natura demenziale della produzione prevale infine sulla qualità. Questione di punti di vista: per molti è la stagione migliore delle quattro; per me di gran lunga la peggiore. L'anno prossimo tornerò a trovare Nick, Andrew, Jessie e gli altri? Mi risintonizzerò, a colloquio coi miei Mostri degli ormoni? Scontento, per un'educazione sessuale e sentimentale come si deve, aspetterò con il batticuore il ritorno di Sex Education. (5,5)

martedì 30 giugno 2020

Recensione: L'animale morente, di Philip Roth

 | L’animale morente, di Philip Roth. Einaudi, € 10, pp. 113 |

Se fosse stato pubblicato oggi, avrebbe suscitato più di qualche polemica. È infatti il racconto della relazione sessuale tra un professore sessantaduenne e un’universitaria di ventiquattro anni, sua allieva. Il cinico protagonista, per di più, non è nuovo ad avventure di queste ed è solito vantarsene con un collega. Quanto sfrutta la sua posizione accademica per circuire le amanti? Come giudicheremmo la sua concezione del corteggiamento – un dispendioso convenevole che punta dritto alla camera da letto –, se non squallida e maschilista? Nato nel 1930, David Kepesh  è figlio dei suoi tempi. Ha vissuto il primo matrimonio alla stregua di una fase di passaggio inevitabile. Ha tagliato i ponti con l’unico figlio, che a tratti giudica e a tratti invidia i suoi modi da viveur. Ha abbracciato la rivoluzione sessuale negli anni Sessanta: ne ha colto i frutti e ne ha goduto fino all’alba del nuovo millennio. Monologo-confessione rivolto a un interlocutore indefinito, a metà tra colto divertissement e autobiografia fittizia, L’animale morente è il terzo Philip Roth che leggo: il più celebrato del trio, ma quello che meno ho preferito. Affezionato al ricordo dei suoi eroi freschi e tormentati, sempre alle prese con i dogmi e il senso di colpa della loro educazione, ho fatto una certa fatica – per colpa della distanza anagrafica e, soprattutto, delle digressioni di troppo – a simpatizzare con questo personaggio dagli echi dannunziani e con le innumerevoli parentesi che apre.

La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?
Magistrale pur nella ripetitività, il romanzo finisce però per ammaliare tutte le volte in cui entra in scena Consuela Castillo: originaria di una ricca famiglia cubana, giunonica ma sinuosa, arrendevole ma volitiva, la studentessa zelante ha capelli lucenti e camicette peccaminose. Malato di desiderio, David è eccezionalmente colto in contropiede: lo impensieriscono la gelosia, l’ossessione e la brama di possesso finora inedite; lo infastidiscono i cenni ai fidanzati precedenti, al punto che eccellere nell’arte amatoria diventa una questione di vita o di morte. Nonostante conoscessi in anticipo gli esiti drammatici della loro frequentazione – dodici anni fa ho visto il film tratto dal romanzo, Lezioni d’amore, con una Penelope Cruz forse al suo meglio –, la lettura mi ha riservato le emozioni più forti nel momento dei loro incontri. Spregiudicati, perversi, struggenti, fanno della contemplazione della bellezza femminile un’opera d’arte. E il corpo statuario di Consuela, cristallizzato nel fulgore degli anni verdi, diventa poesia e monumento: Roth versifica la carne tremula di lei, allora, ed erige monumenti straordinari ricalcando la forma dei suoi seni pesanti.

Cosa crede, la gente, che basta innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. È l’amore che ti spezza. Tu sei intero e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso.
Al pari delle muse di Modigliani, anche Consuela punta all’eternità. Quanti anni ha oggi? È viva? Il tempo è stato clemente con le sue ambizioni e con la sua avvenenza? In queste pagine – in definitiva, una conturbante danza dei sette veli – avrà vent’anni per sempre. E cosa ne sarà stato di David, ancora: è riuscito a fermare il decadimento fisico e morale grazie alla ricerca del piacere? 
Ricordo che poco prima che la mia nonna paterna morisse, la colse un’energia impensata: si sollevò dalla sedia senza il deambulatore e, lei che era sempre tenuta a stecchetto dai medici, andò a rubare per capriccio un dolcetto dal pensile della cucina. Mio padre parlò di quello slancio vitale con amarezza. In dialetto lo definì: una miglioria della morte; nonna mancò il giorno dopo. L’animale morente  è la cronaca di un impeto simile, di un ultimo “friccico”. Il ritratto di una donna indimenticabile e di un uomo terrorizzato dall’oblio, sulle debolezze della carne e su quelle, ben peggiori, del cuore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Minuetto

lunedì 2 marzo 2020

Teen Netflix: I Am Not Okay with This | Sex Education S02

Prendete il regista di The End of the F***king World. Aggiungete la vena soprannaturale e le infinite playlist di Stranger Things. Setacciate la bibliografia di Stephen King: un tocco di Carrie – con una ragazza che fugge insanguinata dalla presunta notte del ballo – e come se non bastasse, all’appello, ecco due dei volti più apprezzati dell’ultima trasposizione di It. Immergete in abbondante olio di palma. Lo spettatore medio non si lamenterà: fritto piace tutto, compresa l’aria. È questa la ricetta segreta che hanno seguito gli sceneggiatori di I Am Not Okay with This: la serie adolescenziale che tutti attendevano e di cui tutti parlavano, che nel mio caso si è rivelata essere, però, la prima delusione dell’anno. La sempre graziosa Sophia Ellis, destinata qui a farsi amare meno del simpaticissimo vicino di casa Wyatt Oleff, è una diciassettenne problematica che sfoga l’ansia sociale in fenomeni paranormali incontrollabili. Eroina o super-cattiva? Sperando di non risultare autocelebrativo, chiedevo lo stesso del protagonista del mio primo romanzo: un racconto di formazione a tinte violente in cui paranormale e disagio giovanile andavano a braccetto, con tanto di narrazione in forma di diario. Il problema della serie è il suo non sviluppo. Presa com’è a rubacchiare qui e lì, finisce dopo soli sette episodi: prima di rivendicare la sua autonomia, la sua originalità. Darò un’altra occasione a un’eventuale seconda stagione, ma il fastidio resta. Verso l’occasione sprecata senza un briciolo di buona volontà. Verso una protagonista che gioca facile, tra omosessualità, padre suicida ed emarginazione. Verso l’ennesimo omaggio al cult Breakfast Club, già proposto il mese scorso in Sex Education. Verso i soliti look hipster, le solite atmosfere alla moda, la solita colonna sonora – quale adolescente, oggi, ballerebbe sulle note di una canzone di Rick Springfield? Cari anni Ottanta, anche basta. Questo effetto nostalgia a ogni costo può andare a farsi f***ere. (5)

Non si smette mai d’imparare. Soprattutto in fatto di sesso. Soprattutto in fatto di sessi. Strappando consensi generali, a gennaio è tornata la serie Netflix che parla di uomini e donne con una genuinità che conquista. A lezione da Sex Education torniamo tutti sui banchi del liceo; diventiamo tutti più giovani, nonché studenti modello. Come nella prima stagione, si parla fuori dai denti di sesso – e spesso lo si mostra – senza tabù. Di masturbazione, prime volte, omosessualità, asessualità, amori acerbi e amori maturi. Questa volta è stata introdotta anche la tematica tanto scomodata quanto attuale delle molestie: all’inizio liquidata con menefreghismo dalla vittima, in realtà lascia strascichi durante tutte le puntate. E chiama a battagliare un femminismo necessario e per nulla stucchevole, il migliore, che mostra come l’unione faccia la forza; anche su un autobus trasformato, dopo un gesto viscido, in uno scenario da incubo. Nonostante personaggi femminili sempre più autonomi e centrali, non scordiamoci di Otis: il sessuologo in erba con turbe evidenti, diviso tra la scontrosa Maeve e la solare Ola. A proposito di triangoli, poi, come tralasciare mamma Gillian Anderson indecisa tra il focoso idraulico e l'ex che torna a cadenza fissa? O ancora Eric, l’amico che ha il corteggiatore perfetto ma nel frattempo scalpita segretamente per il bullo Adam? C’è qualche evitabile cliché da commedia per ragazzi, ad esempio le dichiarazioni plateali nei momenti di aggregazione scolastica. C’è qualche personale rimostranza, soprattutto se serie più impegnate – vedasi Euphoria o Cercando Alaska – non godono purtroppo della stessa visibilità. Ma son quisquiglie, in un prodotto che cresce assieme ai suoi personaggi; in una stagione ancora più simpatica, emotiva e coinvolgente della precedente. In cui tutti lo fanno, tutti ne chiacchierano in lungo e in largo, ma senza volgarità. Garbati, pulitissimi fino all'ultimo. Chi ha detto che parlare di sesso è parlare sporco? (7,5)

mercoledì 1 maggio 2019

I ♥ Telefilm: Special | Bonding | This is us S03 | Santa Clarita Diet S03

La routine di un ragazzo fuori dall'ordinario. Il lavoro, gli amici, l'amore. Cos'è successo: il ritorno di Atypical è forse giunto in anticipo? La domanda sarebbe lecita davanti a una produzione, originale soltanto in teoria, che ricorda un po' la comedy sulla sindrome di Asperger, un po' Please Like Me. Qui, però, si parla di un altro disturbo: il protagonista ha una paralisi cerebrale sin dalla nascita. Qui, soprattutto, si parla senza filtri di troppo: il protagonista, realmente disabile, è eccezionalmente anche l'autore del tutto. Otto episodi brevissimi nell'arco dei quali Ryan O'Connell trova il coraggio di intenerirci e infastidirci, fra momenti di debolezza e gesti di egoismo. Ventotto anni, senza un impiego, convive con una mamma single che si è annullata in nome del troppo affetto e con un dramma niente affatto trascurabile: benché dichiaratamente omosessuale, spigliato e carino com'è, Ryan non è mai stato a letto con nessuno. Dall'avvio di uno stage presso una testata online alla perdita della verginità, galeotti i consigli di una strabordante migliore amica, non passerà molto. Il protagonista, in barba al politicamente corretto, minimizza sulla propria condizione: la zoppia di cui al lavoro tutti chiacchierano, colpa di un fantomatico incidente stradale. Si affida all'esperienza di un gigolò che, in una sequenza esplicita ma dolcissima, gli svela i segreti del contatto fisico infischiandosene dell'arrivo del principe azzurro. Ha la schiettezza di mostrarsi odioso, bisognoso, nel rapporto di co-dipendenza con la bravissima Karen Hayes, combattuta fra il ruolo di mamma a tempo pieno e i bisogni di cinquantenne ancora libera e piacente. Storia dal taglio classico e dai temi quanto mai consolidati, la serie Netflix mostra i lati amabili e quelli più spigolosi di un ragazzo egocentrico e autosufficiente soltanto in teoria. Forse osa poco, se non in quella prima volta sotto lauto compenso, ma il tocco di O'Connell – che con il beneplacito dei produttori sceneggia e interpreta, raccontando senza ipocrisie quel che ruota attorno alla disabilità -, appare speciale come da titolo. (7)

Lui è un aspirante comico gay, con scarsa esperienza tanto in materia di palcoscenici quanto di uomini. Lei è una studentessa di psicologia che a lezione non dà grandi confidenze ai compagni ma, sotto il cappotto, nasconde stivali al ginocchio, bustini e gatti a nove code. Migliori amici ai tempi del liceo, quando costituivano ben più che un'elettiva coppia di perdenti, si ritrovano non senza imbarazzo, non senza secondi fini, dopo essersi salutati di fretta durante la notte del ballo. Se la fatale Zoe Levin è una dominatrice con una fitta schiera di clienti sulla busta paga, lo spiantato Brendan Scannell gli fa da assistente improvvisato pur di sbarcare il lunario. Il sesso paga: soprattutto se lo si ama strano. Il sesso ha spettatori affezionati: soprattutto se lo manda in onda Netflix, in episodi di quindici minuti a cui è impossibile resistere. Nel solco di Sex Education, educazione sentimentale da bollino rosso, arriva così anche Bonding: la commedia nera contro il tabù, che promette di fustigare e scandalizzare gli spettatori, senza mai dimenticare una generosa dose di cuore. Goderecci eppure raramente volgari, espliciti ma senza scene di nudo, gli episodi godono di una scrittura degna delle produzioni britanniche: a tratti siamo nei territori di The End of the fucking world, ma è l'America odierna quella che si staglia oltre le stanze rosse della Levin. Pelle lucida, legacci, catene. Fiotti d'urina, fantasie di percosse e rapimenti, giochi di ruolo. Il coinquilino falsamente macho è attratto dall'idea della stimolazione prostatica, una coppia borghese cerca consulenti d'urgenza – il capofamiglia, infatti, si eccita soltanto con il solletico –, qualcuno considera pornografiche le marce dei pinguini. Come da copione, non mancano le richieste assurde, i clienti sopra le righe e i dialoghi sboccati, ma neanche approfondimenti psicologici degni d'attenzione: i protagonisti, infatti, aiutano gli altri a sentirsi liberi, ma sono i primi a vivere nell'anonimato di una doppia vita; a nascondersi nel non detto. Vicenda di solitudini siderali, di gente che ferisce per non essere ferita, Bonding è una terapia per combattere la prigionia delle inibizioni. Come gestire un'identità alternativa con il rischio che le strade della studentessa e quelle della dominatrice si incrocino? Come operare nel settore del sesso quando il contatto umano terrorizza? Gettato il frustino, bisogna imparare a farsi dominare. Per costruirsi un amore su misura. Per mantenere salda un'amicizia decennale. (7+)

Ogni famiglia, perfino la più unita, conosce momenti di crisi. È successo anche a quella di This is us. Se la seconda stagione era riuscita a sorpresa a difendersi – il rischio: quello di non replicare le emozioni della precedente –, la terza non ha ripetuto il piccolo miracolo. Non potendo più contare né sullo svelamento della tragica dipartita di Milo Ventimiglia né sull'elaborazione di una Mandy Moore inspiegabilmente tagliata fuori dalla stagione dei premi, i nuovi episodi si trascinano un po' – nonostante gli approfondimenti e gli ingressi dell'ultimo minuto, per fortuna, non manchino. Degni di nota, in particolare, i flashback ambientati in Vietnam: quando Jack, il capofamiglia, aveva un misterioso fratello al fronte interpretato da un ottimo Michael Angarano. Mentre Kevin indaga sulla scomparsa dello zio, i fratelli Randall e Kate si danno il cambio alternando gioie e dolori. Il primo, improvvisatosi politico, rischia di mandare all'aria il matrimonio con la fedele Beth. L'altra, invece, si è resa protagonista di una gravidanza a rischio. Jack e Rebecca, al centro di linee narrative che ormai cominciano a incastrarsi a fatica con le storie delle generazioni successive, regalano qualche sospiro garantito (ma scontato) con vecchi appuntamenti, parole non dette, acciacchi della terza età. Il ritmo, poco incalzante, ne risente. Gli episodi, per la prima volta da quando la serie va in onda, si sono accumulati in una cartella del mio portatile. Da quando l'appuntamento con This is us non è più un'urgenza? Da quando inizia a girare in tondo, attorno al cuore di una questione già bella che sbrogliata. Da quando questa famiglia americana si è fatta più conflittuale e incostante, più vicina alla mia nel bene e nel male, privandomi del sogno impossibile di farne parte. La crisi è giunta prima del settimo anno. Finirà, magari grazie a sceneggiatori meno adagiati sugli allori e ai benefici della terapia? (6,5)

A proposito di famiglie in crisi. A proposito di serie al centro di piccole grandi battute d'arresto. Come dimenticare le tragicomiche degli Hammond? Lui umano, lei non-morta. Ufficialmente: agenti immobiliari in quel di Santa Clarita. Un ridente sobborgo in cui niente è come sembra e i vicini, a dispetto delle apparenze, nei momenti giusti sanno voltarsi dall'altra parte. Abbastanza da credere alle bugie dei protagonisti, di glissare sulle loro stranezze. Abbastanza da non accorgersi che Drew Barrymore è assetata di sangue, mentre il servile Timothy Olyphant le fa da braccio destro giacché innamoratissimo. Anche in questo caso, dopo un prosieguo di buon livello, la commedia splatter targata Netflix ha rischiato di annoiarmi. Di trascinarsi con svolte poco convincenti, in una terza stagione copia-incolla delle precedenti. Spiace dirlo, ma l'arrivo di dieci episodi aggiuntivi non regala nuovi spunti. Spiace dirlo ma, benché appunto dispiaccia, la cancellazione non mi ha stupito. Santa Clarita Diet non scade, non peggiora, non delude. Resta sempre lo stesso, e purtroppo non è un pregio, come quella zombie che mangiando esseri umani si mette in salvo dalla decomposizione. La figlia si rende utile, ma l'FBI la torchia e il migliore amico trema per l'ansia da prestazione. Il marito tenta di proteggerla entrando a pieno diritto nella schiera dei Cavalieri di Serbia. E lei, al solito, semina in giro corpi smembrati e guai: ben propensa a trasformare gli altri, si immusonisce davanti ai tentennamenti di Joel, un Olyphant pur sempre irresistibile. Chi non vorrebbe essere immortale? A che prezzo, però, se tocca darsi al massacro – anche se di alcuni loschi neonazisti – per mantenersi giovani per sempre? Sempre macabro e scoppiettante, il mix di generi non può contare più sull'effetto sorpresa delle prime volte né sull'alchimia indiscutibile fra i due padroni di casa. La sceneggiatura, a proposito di autori pigri, non fa passi avanti. Quanto poteva durare restando sempre sopra le righe, sempre la fotocopia di un successo sì meritato ma mai bissato? Davanti a quel finale spiazzante, eppure, la curiosità c'era. Resterà sempre il dispiacere per l'avvenire degli Hammond, che probabilmente non conosceremo. Le colpe, questa volta, non sono imputabili soltanto ai tagli di Netflix. Ma a una commedia cannibale che ha il pane – temi originalissimi, grandi mattatori, ironia e sangue in quantità – e non i denti. (6)

mercoledì 20 febbraio 2019

Recensione: Ottanta rose mezz'ora, di Cristiano Cavina

| Ottanta rose mezz'ora, di Cristiano Cavina. Marcos y Marcos, € 17, pp. 197 |

Dicono sia il mestiere più antico, in questo mondo in cui gli uomini smaniano per la brama di possesso e le donne, loro malgrado, hanno imparato presto a fare di necessità virtù. Sarà la storia più antica del mondo, di conseguenza, quella di cui si legge nell'ultimo romanzo dell'apprezzato Cristiano Cavina: lì dove esiste una donna di tutti e di nessuno, infatti, c'è un uomo alle corde pazzamente innamorato di lei. Basti pensare al cinema, magari alle commedie romantiche, piene zeppe di prostitute dal cuore d'oro sulla via della salvezza. Julia Roberts trasformata in gran signora da Richard Gere, Melanie Griffith tentata dalla vita di provincia per il bene del figlio di Ed Harris, Monica Bellucci riscatta da un mite impiegato dal gangster Depardieu. Accanto a loro, da oggi, mettete Sammi. Che forse una scelta alternativa l'aveva, a ben vedere, ma che in nome di un orgoglio tutto femminile ha decretato di unire il dovere al piacere, messa alle strette dalle incombenze. Se a letto è disinibita, libertina, generosissima, perché non farsi pagare? Se troppo formosa per diventare in gioventù una ballerina professionista, perché non sfruttare quelle curve a gomito a proprio vantaggio?

Siete mai stati innamorati di una puttana? Non una facile, come intendono i maschi frustrati: voglio dire, siete mai stati innamorati di una che va con gli uomini per soldi? Una normalissima ragazza italiana con i capelli neri e le fossette in fondo alla schiena, che riceve fra un turno di lavoro e l'altro in un monolocale che sa di umido e dell'odore morente di un falso gelsomino? Io sì. Che Dio mi maledica, io sì. Ed è stata la storia più pura e innocente di tutta la mia fasulla vita di merda.

Con la coda di cavallo dondolante, le punte dei piedi all'infuori e due irresistibili fossette sul sedere, la donna – insegnante di danza classica che paga il mutuo a volte improvvisandosi barista, altre commessa in un centro commerciale – attira disastri e sguardi lussuriosi a bordo della sua Vespa sgangherata. La nota così anche il protagonista, un anonimo scrittore con l'agenda stipata di presentazioni e la tendenza a dividere la vita in rigorosi compartimenti stagni: ha chiuso lì l'adorata figlia Gaia, gli schiamazzi di una separazione ancora fresca e le pratiche atipiche che gradisce a letto. L'irruenta Sammi – all'anagrafe, Chantal – se ne infischia dei paletti, e vive la loro relazione con la stessa voracità con cui negli alberghi di lusso si avventa sui buffet. I personaggi, adulti e consenzienti, si rimpinzano di messaggi romantici, foto esplicite, post-it buffi, avvinghiandosi in luoghi pubblici – il letto, in mezzo a tante trasgressioni a fantasia, li tenterà di rado – e aprendo la porta anche a qualche ménage à trois: il protagonista non parteciperà. Un po' voyeur, affatto geloso, ama guardare l'amore e la bellezza anche a distanza di sicurezza. Quanto è difficile parlare di sesso al giorno d'oggi? Colpa delle Cinquanta sfumature, che hanno trasformato l'eccitazione in ridarella. Colpa del politicamente corretto, che davanti a una storia come quella di Cavina scomoderebbe forse la mercificazione, il femminismo battagliero e altri temi caldi. Ottanta rose mezz'ora, eppure, riesce a essere spudorato senza mai diventare volgare; provocatorio e leggerissimo insieme. Il trucco: raccontare una strana coppia, e la loro ben più strana deriva, in cerca della normalità e mai del dettaglio scabroso.

Credo che sia la meraviglia a tenerci attaccati a certi esseri umani, più di qualsiasi altro sentimento. Più della protezione, più della dolcezza, infinitamente più della bellezza. Piccoli sospiri di meraviglia, casuali e improvvise escursioni fuori dalle rotte prestabilite.

L'autore riesce nell'impresa di conciliare le mille facce della coppia e di tenerle a bada. Sfacciato, potrebbe forse arrossire qualcuno, solleticare qualcun altro, non ispirare critiche negative. Sammi ha il corpo caldo e i piedi freddi, non vuole dormire abbracciata, ispira confidenze senza pretenderle, non ha amiche o familiari. Ha avuto un fidanzato per quattro anni e l'ha mollato. È finita a intrattenersi, così, con un'anima a lei affine per perversioni e disperazione: un uomo di mezza età che ha storie per tutto, mentre sulla sua glissa a regola d'arte, e nella buona sorte la vizia regalandole orgasmi sonori, ciuffi d'oleandro, Coca-Cola non in sconto. Nella cattiva, invece, la asseconda quando s'improvvisa escort per non farsi mantenere da anima viva: da autore di narrativa a cercatore di clienti – ci sono forum, parole cifrate, annunci e scatti piccanti da immortalare –, il passo è breve.

La felicità, come il sesso, funziona a dovere solo se c'è qualcun altro. Masturbarsi non è affatto male, ma a cose serve la meraviglia se si è completamente soli?

La teiera in cucina straripa di banconote. In corridoio sfilano borghesi vanagloriosi, timidi cronici, pensionati arzilli. Ma a dormire con Sammi, in fondo, di notte resta un solo uomo. Può bastargli? Su uno sfondo di bambine in calzamaglia e fondali dipinti, mentre in scena va Il lago dei cigni, Ottanta rose mezz'ora mischia con spigliatezza la fiaba e il tabù. Rivelandosi una lettura particolare ma talmente conciliante nello stile da sospendere, per duecento pagine e oltre, qualsiasi giudizio morale; una storia d'amore struggente in cui la principessa batte, il principe è un codardo e il mago cattivo, con le sue sentenze da sputare, è in agguato. Si può fare il mestiere più antico del mondo, infatti, senza sentirsi sporchi. Senza far sentire il proprio compagno tradito. Poi basta una parola indiscreta, una macchia scura sulle calze, e quel corpo statuario usato, sporcato, contorto e cullato diventa infine un inavvicinabile nodo di dolore. Il sesso non ci sta, no, in un compartimento stagno: complica tutto. Complica tutto il cuore, l'unico organo che ci fotta davvero.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ghemon – Rose viola