Quale
uomo non spererebbe di impugnare la propria vita così come
abitualmente fa col proprio pene? Il mio quarto Philip Roth è il più
divertente e autobiografico dei suoi romanzi finora letti. Bisogna
avere una spiccata autoironia, d'altronde, per lavare i panni sporchi
in pubblico. E mettere nero su bianco, senza peli sulla lingua né
falsi pudori, feticismi, nevrosi e fantasmi. Il protagonista ha un
altro nome, Alexander Portnoy, ma ha gli stessi tratti distintivi del
giovane Roth: è nato a cavallo fra le due guerre, è sopravvissuto a
un'epidemia di poliomielite, ha un naso adunco e una spugna abrasiva
per chioma, è incontrovertibilmente ebreo. Come un novello Zeno
Cosini, benché preferisca definirsi il «Raskolnikov delle
pugnette», Portnoy si sfoga sul lettino rosso dell'analista.
Dottore,
di cosa dovrei sbarazzarmi, mi dica, dell'odio... o dell'amore?
Queste
duecento pagine sono la trascrizione delle sue sedute. Il risultato è
un monologo fiume, una barzelletta sporca, il ritratto di un
trentenne troppo poco ebreo in famiglia e troppo poco americano in
società. Figlio di un assicuratore imbelle, nonché gravemente
costipato, e di una madre castrante dotata del dono dell'ubiquità,
il protagonista vuole affrancarsi; diventare tutto ciò che i
genitori, angoscianti e un po' razzisti, non sono. Scapolo a
Manhattan, colleziona viaggi esotici e donne virtuose. Lasciate ogni
pudore, o voi ch'entrate. Misogino, vanaglorioso, volgare,
l'alter-ego dell'autore non fa mistero di avventure sessuali e
perversioni. C'è un intero capitolo dedicato alle gioie della
masturbazione e, come in una scena cult di American Pie, non
sono al sicuro nemmeno gli alimenti: basta un torsolo di mela,
infatti, a infiammare le fantasie! Ma ci sono anche i ricordi color
seppia delle vacanze insieme, le partite di softball, i primi lavori
accanto al cognato comunista, il candore delle fantasticherie
adolescenziali. Bastano i Levis e un paio di mocassini a cancellare
il senso di colpa per la Shoah? Cosa direbbe Freud delle occhiate
alle gambe di mamma o dell'invidia verso il pene di papà? Così
sincero da fare tenerezza, questo Roth leggerissimo oscilla tra “id”
e “yid” con l'intramontabile romanzo di formazione su un ragazzo
e il suo sogno: scoparsi, e così conquistare, l'America.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: AC/DC – You Shook Me All Night Long
|Fedeltà, di Marco Missiroli. Einaudi, € 12, pp. 232 |
Lo
avevo in libreria dai tempi dello Strega, incastonato fra gli
altri Supercoralli dello scaffale. Amato da alcuni, odiato da altri,
Fedeltà divideva come soltanto i romanzi sulla bocca di tutti
sanno fare. L'ho recuperato anni dopo, con l'adattamento televisivo appena sbarcato su Netflix. Mi figuravo un Missiroli dissacrante, sfrontato,
provocatorio – il suo romanzo precedente aveva pur sempre un culo
in copertina, no? Sottile e stratificato al tempo stesso, talmente
elegante da risultare un po' freddo, il romanzo racconta molto
più e molto meno di un tradimento coniugale. Costellato di bugie e
non detti, di atti mancati trasformati in rimpianti dall'incidere del
tempo, analizza la diffusione di un contagio di proporzioni
collettive: il sospetto. La
coppia non è un fragile nido, bensì un microcosmo scosso da un
sisma: i protagonisti lo chiamano il malinteso. Carlo –
trentacinque anni ben portati, professore di scrittura creativa,
impiegato presso una piccola casa editrice: nessun romanzo all'attivo
– viene visto nei bagni dell'università in atteggiamenti
compromettenti. Perché stringeva tra le braccia Sofia, una
studentessa romagnola coperta di deliziose lentiggini e dalla cappa
angosciante della tragedia? Travolta dai dubbi, Margherita
– moglie di Carlo, agente immobiliare – si rilassa più del
dovuto sotto le mani del nuovo massaggiatore. Ma quali pulsioni
nasconde Andrea, che una volta abbandonato il centro di fisioterapia
si immerge in un controverso sottobosco di violenza per sfuggire a
sé stesso?
Che
parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento.
Sullo
sfondo, contrapposta nella seconda parte a una Rimini felliniana, c'è
una Milano prismatica, multiculturale e pulsante, destinata spesso a
rubare la scena ai protagonisti stessi. Il pensiero di acquistare un
appartamento diventa per Carlo e Margherita
un'illusoria distrazione: lì saranno finalmente felici? Anna, la
mamma della protagonista, lo domanda perfino a una cartomante: paga
per conoscere il futuro dei propri cari, ma è il presente, intanto,
a essere un'incognita. All'apparenza povero di avvenimenti eclatanti,
il romanzo mi ha ricordato Sally Rooney. I protagonisti fanno cose e
vedono gente; pensano troppo. Perfino il sesso, descritto raramente –
anche se ricorderò con intensità un incontro intimo con il film Una
giornata in particolare in sottofondo –, riguarda più le teste
che i corpi: è cerebrale, immaginato, addomesticato. La fedeltà
secondo Missiroli è un concetto ampio, che a differenza del banale
adattamento televisivo va oltre le corna e le fantasie peccaminose.
Riguarda, infatti, anche quei comprimari appartenenti a generazioni
differenti: ognuno con le proprie eredità (Sofia alle prese con
l'attività del padre, Andrea con l'edicola di famiglia), ognuno con
i propri segreti (Anna, vedova, sa che il marito ha amato un'altra
donna), ognuno con un legame peculiare con la coppia protagonista
(una corrispondenza a colpi di libri bellissimi, una corsa in
ospedale con una mano insanguinata, un fumetto di Tex sul
comodino).
Non
era “ancora”. Avrebbe potuto essere qualsiasi cosa. Sui pedali,
alzandosi come a pochi metri dal traguardo, si era sentito invadere
dalla gioia dietro lo sterno. Aveva percorso la discesa con la
certezza che quello fosse il culmine e l’addio di una stagione, e
che sarebbe entrato di lì a poco nella sua nuova vita da uomo. Si
addormento’ con la stessa malinconia, o forse avrebbe potuto dire
che era contentezza.
La
seconda parte, ambientata nove anni dopo, spariglia le carte in
tavola: lascia spazio a personaggi mutati, a cambiamenti
imprevedibili e ospita un ulteriore terzo incomodo – il karma.
Carlo e Margherita hanno prurito, ma non si grattano. Hanno tanto da, ma non dicono. Hanno occasioni per concedersi, ma non si
concedono. Contenutissimo, sofisticato, mai esplicito, Fedeltà è
l'esatto opposto del fuoco della passione. Dimenticate
i vestiti che cadono sul pavimento, le porte chiuse a chiave,
i letti che cigolano. È Closer,
non The Affair. I
protagonisti sono legati secondo il principio dei vasi comunicanti
e, mostrati nudi e in controluce, confessano al lettore – non ai
rispettivi partner – la tentazione irrinunciabile di essere altro
da sé. Si può elaborare ciò che è stato. Come relazionarsi,
invece, con ciò che non è stato mai? Si può perdonare un'avventura
extraconiugale – o, venuta meno la fiducia, in alternativa, si può
porre fine alla relazione. Ma come perdonare a noi stessi, invece, la
negazione di un ultimo slancio vitale prima di diventare adulti?
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Arisa – Verosimile
Marnie
pensa al sesso. In continuazione. A occhi aperti e chiusi, immagina
di vedere attorno a sé ventri, capezzoli, sederi; incesti, amplessi,
ammucchiate anti-Covid. È una sex addicted come Michael Fassbender
in Shame? È etero,
omo, o forse bisessuale? Quelli che la tormentano sono le classiche
paturnie di un disturbo ossessivo-compulsivo? Venticinquenne,
protagonista di una logorante lotta contro sé stessa, la giovane
sbriga lavori saltuari, alza troppo il gomito, vive a scrocco a casa
di un'amica londinese. Inquieta e fuori posto, con i frequenti
sguardi in camera del primo episodio e la sua bellezza tutta
contemporanea, ricorda perfino un po' l'iconica Fleabag.
Possibile mai che una serie così fresca, così pionieristica, sia stata
subito cancellata in patria? Possibile che dovessimo affidarci a
RaiPlay – solitamente molto pudico – per goderci il romanzo di
formazione di una presunta pornomane? A dispetto dell'originalità
dell'incipit, Pure
esaurisce presto le sue carte vincenti. All'inizio prontissimo a farvi scoprire una
chicca nascosta, di episodio in episodio ho iniziato purtroppo ad
avvertire una certa insofferenza verso i comprimari – l'amico dongiovanni in
astinenza, la collega lesbica, il coinquilino sexy –, inseriti
soltanto per ampliare il minutaggio. Episodi più brevi avrebbero
giovato, insieme ai riflettori puntati solamente sul talento comico di
Charly Clive: Pure
funziona a meraviglia quando c'è lei in scena, ma si perde poi nei
mari di sbadigli delle sottotrame superflue. Insomma, lungi da me
piangerne la prematura cancellazione: ben venga però un prodotto
così, per rassicurare tutti gli spettatori in crisi per via della
loro sessualità. Ci qualificano le nostre azioni; non i nostri
pensieri – peccaminosi. (6,5)
Ci
avevano aperto le porte del mondo del BDSM con sfrontatezza,
autoironia e piglio inguaribilmente indie. Sebbene in sordina, i
protagonisti di Bonding
– piccola serie che ai tempi avevo consigliato in lungo e in largo,
sulla scia dell'entusiasmo per The End of the Fucking World
– sono tornati in una seconda stagione tutt'altro che attesa dal
pubblico degli abbonati Netflix. Con il senno di poi, dopo averla
vista e dimenticata nell'arco di due serate, posso dire a malincuore
che nessuno ne avrebbe sentito realmente la mancanza. La mistress Tiff e
l'amico Pete, allievo aspirante, vanno a scuola di sadomaso dopo
essersi inimicati gran parte della comunità fetish. Prigionieri di
una doppia vita, tentano come possono di conciliare professione e vita
sentimentale: lei, che fa fatica a impegnarsi, si scopre innamorata persa del ragazzo di turno, nonostante il ritorno di una vecchia fiamma;
lui, invece presissimo da un nerd occhialuto, a Capodanno si rende conto che
il fidanzato non ha ancora fatto coming out in famiglia. La
principale storia d'amore-odio, però, resta proprio quella tra i
protagonisti: due migliori amici con un passato irrisolto, che vivono un
rapporto tanto simbiotico quanto tossico. Tiff si sente al sicuro
accanto a Pete. Pete, invece, si percepisce spericolato e ribelle in
compagnia di Tiff. Sorpresi a un bivio, alle prese con progetti e
priorità diverse, popolano otto episodi fitti di monologhi e
dialoghi ben strutturati: per questo, purtroppo, il tutto risulta
meno spontaneo che nell'esordio. Più patinata, più televisiva,
Bonding si allinea ai
temi della prima stagione, ma sono lontanissime le atmosfere delle
belle commedie festivaliere. Peccato. È rapida e indolore, lì dove
avrebbe dovuto impartirci qualche rumorosa scudisciata di più. (6)
La
boccaccia di Big Mouth,
longeva serie animata Netflix per molti già oggetto di culto, torna a
spalancarsi nella quarta stagione. Riversando al solito ora oscenità inenarrabili,
ora perle di saggezza. Questa volta si parla di masturbazione
maschile e piacere femminile; del ciclo mestruale, sdoganato perfino
nelle pubblicità italiane; di transessualità, coinvolgendo nel
doppiaggio italiano anche la nostra Vittoria Schisano; di depressione
e ansia sociale, personificate rispettivamente da un languido gattone e da una zanzara insopportabile. Sbucati da un capitolo di American Pie –
la saga cinematografica per eccellenza che
segnò gli anni pruriginosi delle mie scuole medie –, gli episodi iniziali ci
portano in campeggio con i protagonisti: sono i più spassosi del ciclo. Finita
l'estate, con il ritorno sui banchi di scuola, la monotonia è dietro l'angolo
tra coming out, colpi di fulmine e riflessioni sull'identità culturale. Scollegati e
caotici, gli episodi della quarta stagione compongono una polifonia
nonsense – puntate futuristiche, sprazzi horror, confraternite
infernali e fantasmi: chi ne ha più ne metta –, dove la natura demenziale della
produzione prevale infine sulla qualità. Questione di punti di vista: per
molti è la stagione migliore delle quattro; per me di gran lunga la
peggiore. L'anno prossimo tornerò a trovare Nick, Andrew, Jessie e
gli altri? Mi risintonizzerò, a colloquio coi miei Mostri degli
ormoni? Scontento, per un'educazione sessuale e sentimentale come si
deve, aspetterò con il batticuore il ritorno di Sex Education.
(5,5)
Se
fosse stato pubblicato oggi, avrebbe suscitato
più di qualche polemica. È infatti il racconto della relazione
sessuale tra un professore sessantaduenne e un’universitaria di
ventiquattro anni, sua allieva. Il cinico protagonista, per di più,
non è nuovo ad avventure di queste ed è solito vantarsene con un
collega. Quanto sfrutta la sua posizione accademica per circuire le
amanti? Come giudicheremmo la sua concezione del corteggiamento –
un dispendioso convenevole che punta dritto alla camera da letto –,
se non squallida e maschilista? Nato nel 1930, David Kepesh è
figlio dei suoi tempi. Ha
vissuto il primo matrimonio alla stregua di una fase di passaggio
inevitabile. Ha tagliato i ponti con l’unico figlio, che a tratti
giudica e a tratti invidia i suoi modi da viveur. Ha
abbracciato la rivoluzione sessuale negli anni Sessanta: ne ha colto
i frutti e ne ha goduto fino all’alba del nuovo millennio.
Monologo-confessione rivolto a un interlocutore indefinito, a metà
tra colto divertissement e autobiografia fittizia, L’animale
morente è il terzo Philip Roth che leggo: il più celebrato del trio, ma quello che meno ho
preferito. Affezionato al ricordo dei suoi eroi freschi e tormentati,
sempre alle prese con i dogmi e il senso di colpa della loro
educazione, ho fatto una certa fatica – per colpa della distanza
anagrafica e, soprattutto, delle digressioni di troppo – a
simpatizzare con questo personaggio dagli echi dannunziani e con le
innumerevoli parentesi che apre.
La
corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice
frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta
sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Sì, anche il sesso ha un
potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale
potere è più grande?
Magistrale pur nella ripetitività, il romanzo finisce però per ammaliare tutte le volte
in cui entra in scena Consuela Castillo: originaria di una ricca
famiglia cubana, giunonica ma sinuosa, arrendevole ma volitiva, la
studentessa zelante ha capelli lucenti e camicette peccaminose.
Malato di desiderio, David è eccezionalmente colto in contropiede:
lo impensieriscono la gelosia, l’ossessione e la brama di possesso finora inedite; lo infastidiscono i cenni ai fidanzati precedenti, al
punto che eccellere nell’arte amatoria diventa una questione di
vita o di morte. Nonostante conoscessi in anticipo gli esiti
drammatici della loro frequentazione – dodici anni fa ho visto il
film tratto dal romanzo, Lezioni d’amore, con una Penelope
Cruz forse al suo meglio –, la lettura mi ha riservato le emozioni
più forti nel momento dei loro incontri. Spregiudicati, perversi,
struggenti, fanno della contemplazione della bellezza femminile
un’opera d’arte. E il corpo statuario di Consuela, cristallizzato
nel fulgore degli anni verdi, diventa poesia e monumento: Roth
versifica la carne tremula di lei, allora, ed erige monumenti
straordinari ricalcando la forma dei suoi seni pesanti.
Cosa
crede, la gente, che basta innamorarsi per sentirsi completi? La
platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che
tu sia completo prima di cominciare. È l’amore che ti spezza. Tu
sei intero e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo
introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato
per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai
espulso.
Al
pari delle muse di Modigliani, anche Consuela punta
all’eternità. Quanti anni ha oggi? È viva? Il tempo è stato
clemente con le sue ambizioni e con la sua avvenenza? In queste
pagine – in definitiva, una conturbante danza dei sette veli –
avrà vent’anni per sempre. E cosa ne sarà stato di David, ancora:
è riuscito a fermare il decadimento fisico e morale grazie alla ricerca del piacere?
Ricordo che
poco prima che la mia nonna paterna morisse, la colse un’energia
impensata: si sollevò dalla sedia senza il deambulatore e, lei che
era sempre tenuta a stecchetto dai medici, andò a rubare per
capriccio un dolcetto dal pensile della cucina. Mio padre parlò di
quello slancio vitale con amarezza. In dialetto lo definì: una
miglioria della morte; nonna mancò il giorno dopo. L’animale
morente è la cronaca di un impeto simile, di un ultimo
“friccico”. Il ritratto di una donna indimenticabile e di un uomo
terrorizzato dall’oblio, sulle debolezze della carne e su quelle,
ben peggiori, del cuore.
Prendete
il regista di The End of the F***king World. Aggiungete
la vena soprannaturale e le infinite playlist di Stranger Things.
Setacciate la bibliografia di Stephen King: un tocco di Carrie
– con una ragazza che fugge insanguinata dalla presunta notte del
ballo – e come se non bastasse, all’appello, ecco due dei volti
più apprezzati dell’ultima trasposizione di It.
Immergete in abbondante olio di palma. Lo spettatore medio non si
lamenterà: fritto piace tutto, compresa l’aria. È questa la
ricetta segreta che hanno seguito gli sceneggiatori di I Am Not Okay with
This: la serie adolescenziale che tutti attendevano e di cui
tutti parlavano, che nel mio caso si è rivelata essere, però, la
prima delusione dell’anno. La sempre graziosa Sophia Ellis,
destinata qui a farsi amare meno del simpaticissimo vicino di casa Wyatt Oleff, è una diciassettenne problematica che
sfoga l’ansia sociale in fenomeni paranormali incontrollabili.
Eroina o super-cattiva? Sperando di non risultare autocelebrativo,
chiedevo lo stesso del protagonista del mio primo romanzo: un
racconto di formazione a tinte violente in cui paranormale e disagio
giovanile andavano a braccetto, con tanto di narrazione in forma di
diario. Il problema della serie è il suo non sviluppo. Presa
com’è a rubacchiare qui e lì, finisce dopo soli sette episodi:
prima di rivendicare la sua autonomia, la sua originalità. Darò
un’altra occasione a un’eventuale seconda stagione, ma il
fastidio resta. Verso l’occasione sprecata senza un briciolo di
buona volontà. Verso una protagonista che gioca facile, tra
omosessualità, padre suicida ed emarginazione. Verso l’ennesimo
omaggio al cult Breakfast Club, già proposto il mese scorso
in Sex Education. Verso i soliti look hipster, le solite
atmosfere alla moda, la solita colonna sonora – quale adolescente,
oggi, ballerebbe sulle note di una canzone di Rick Springfield? Cari
anni Ottanta, anche basta. Questo effetto nostalgia a ogni costo può
andare a farsi f***ere. (5)
Non
si smette mai d’imparare. Soprattutto in fatto di sesso.
Soprattutto in fatto di sessi. Strappando consensi generali, a
gennaio è tornata la serie Netflix che parla di uomini e donne con
una genuinità che conquista. A lezione da Sex
Education torniamo tutti sui banchi del liceo; diventiamo tutti
più giovani, nonché studenti modello. Come nella prima stagione, si
parla fuori dai denti di sesso – e spesso lo si mostra – senza
tabù. Di masturbazione, prime volte, omosessualità, asessualità,
amori acerbi e amori maturi. Questa volta è stata introdotta anche
la tematica tanto scomodata quanto attuale delle molestie: all’inizio
liquidata con menefreghismo dalla vittima, in realtà lascia
strascichi durante tutte le puntate. E chiama a battagliare un
femminismo necessario e per nulla stucchevole, il
migliore, che mostra come l’unione faccia la forza;
anche su un autobus trasformato, dopo un gesto viscido, in uno
scenario da incubo. Nonostante personaggi femminili sempre più
autonomi e centrali, non scordiamoci di Otis: il sessuologo in erba
con turbe evidenti, diviso tra la scontrosa Maeve e la
solare Ola. A proposito di triangoli, poi, come tralasciare mamma
Gillian Anderson indecisa tra il focoso idraulico e l'ex che torna a cadenza fissa? O ancora Eric, l’amico che ha il
corteggiatore perfetto ma nel frattempo scalpita segretamente per il
bullo Adam? C’è qualche evitabile cliché da commedia per ragazzi,
ad esempio le dichiarazioni plateali nei momenti di
aggregazione scolastica. C’è qualche personale rimostranza,
soprattutto se serie più impegnate – vedasi Euphoria o
Cercando Alaska – non godono purtroppo della stessa
visibilità. Ma son quisquiglie, in un prodotto che cresce assieme ai
suoi personaggi; in una stagione ancora più simpatica, emotiva e
coinvolgente della precedente. In cui tutti lo fanno, tutti ne
chiacchierano in lungo e in largo, ma senza volgarità. Garbati,
pulitissimi fino all'ultimo. Chi ha detto che parlare di sesso è parlare sporco? (7,5)
La
routine di un ragazzo fuori dall'ordinario. Il lavoro, gli amici,
l'amore. Cos'è successo: il ritorno di Atypical
è forse giunto in anticipo? La domanda sarebbe lecita davanti a una
produzione, originale soltanto in teoria, che ricorda un po' la
comedy sulla sindrome di Asperger, un po' Please Like Me.
Qui, però, si parla di un altro disturbo: il protagonista ha una
paralisi cerebrale sin dalla nascita. Qui, soprattutto, si parla
senza filtri di troppo: il protagonista, realmente disabile, è
eccezionalmente anche l'autore del tutto. Otto episodi brevissimi
nell'arco dei quali Ryan O'Connell trova il coraggio di intenerirci e
infastidirci, fra momenti di debolezza e gesti di egoismo. Ventotto
anni, senza un impiego, convive con una mamma single che si è
annullata in nome del troppo affetto e con un dramma niente affatto
trascurabile: benché dichiaratamente omosessuale, spigliato e carino
com'è, Ryan non è mai stato a letto con nessuno. Dall'avvio di uno
stage presso una testata online alla perdita della verginità,
galeotti i consigli di una strabordante migliore amica, non passerà
molto. Il protagonista, in barba al politicamente corretto, minimizza
sulla propria condizione: la zoppia di cui al lavoro tutti
chiacchierano, colpa di un fantomatico incidente stradale. Si affida
all'esperienza di un gigolò che, in una sequenza esplicita ma
dolcissima, gli svela i segreti del contatto fisico infischiandosene
dell'arrivo del principe azzurro. Ha la schiettezza di mostrarsi
odioso, bisognoso, nel rapporto di co-dipendenza con la bravissima
Karen Hayes, combattuta fra il ruolo di mamma a tempo pieno e i
bisogni di cinquantenne ancora libera e piacente. Storia dal
taglio classico e dai temi quanto mai consolidati, la serie Netflix
mostra i lati amabili e quelli più spigolosi di un ragazzo
egocentrico e autosufficiente soltanto in teoria. Forse osa poco, se
non in quella prima volta sotto lauto compenso, ma il tocco di
O'Connell – che con il beneplacito dei produttori sceneggia e
interpreta, raccontando senza ipocrisie quel che ruota attorno alla
disabilità -, appare speciale come da titolo. (7)
Lui
è un aspirante comico gay, con scarsa esperienza tanto in materia di
palcoscenici quanto di uomini. Lei è una studentessa di psicologia
che a lezione non dà grandi confidenze ai compagni ma, sotto il
cappotto, nasconde stivali al ginocchio, bustini e gatti a nove code.
Migliori amici ai tempi del liceo, quando costituivano ben più che
un'elettiva coppia di perdenti, si ritrovano non senza imbarazzo, non
senza secondi fini, dopo essersi salutati di fretta durante la notte
del ballo. Se la fatale Zoe Levin è una dominatrice con una fitta
schiera di clienti sulla busta paga, lo spiantato Brendan Scannell
gli fa da assistente improvvisato pur di sbarcare il lunario. Il
sesso paga: soprattutto se lo si ama strano. Il sesso ha spettatori
affezionati: soprattutto se lo manda in onda Netflix, in episodi di
quindici minuti a cui è impossibile resistere. Nel solco di Sex Education, educazione
sentimentale da bollino rosso, arriva così anche Bonding:
la commedia nera contro il tabù, che promette di fustigare e
scandalizzare gli spettatori, senza mai dimenticare una generosa dose
di cuore. Goderecci eppure raramente volgari, espliciti ma senza
scene di nudo, gli episodi godono di una scrittura degna delle
produzioni britanniche: a tratti siamo nei territori di The End of the fucking world, ma è
l'America odierna quella che si staglia oltre le stanze rosse della
Levin. Pelle lucida, legacci, catene. Fiotti d'urina, fantasie di
percosse e rapimenti, giochi di ruolo. Il coinquilino falsamente
macho è attratto dall'idea della stimolazione prostatica, una coppia
borghese cerca consulenti d'urgenza – il capofamiglia, infatti, si
eccita soltanto con il solletico –, qualcuno considera
pornografiche le marce dei pinguini. Come da copione, non mancano le
richieste assurde, i clienti sopra le righe e i dialoghi sboccati, ma
neanche approfondimenti psicologici degni d'attenzione: i
protagonisti, infatti, aiutano gli altri a sentirsi liberi, ma sono i
primi a vivere nell'anonimato di una doppia vita; a nascondersi nel
non detto. Vicenda di solitudini siderali, di gente che ferisce per
non essere ferita, Bonding è
una terapia per combattere la prigionia delle inibizioni. Come
gestire un'identità alternativa con il rischio che le strade della
studentessa e quelle della dominatrice si incrocino? Come operare nel
settore del sesso quando il contatto umano terrorizza? Gettato il
frustino, bisogna imparare a farsi dominare. Per costruirsi un amore
su misura. Per mantenere salda un'amicizia decennale. (7+)
Ogni
famiglia, perfino la più unita, conosce momenti di crisi. È
successo anche a quella di This is us.
Se la seconda stagione era riuscita a sorpresa a difendersi – il
rischio: quello di non replicare le emozioni della precedente –, la
terza non ha ripetuto il piccolo miracolo. Non potendo più contare
né sullo svelamento della tragica dipartita di Milo Ventimiglia né
sull'elaborazione di una Mandy Moore inspiegabilmente tagliata fuori
dalla stagione dei premi, i nuovi episodi si trascinano un po' –
nonostante gli approfondimenti e gli ingressi dell'ultimo minuto, per
fortuna, non manchino. Degni di nota, in particolare, i flashback
ambientati in Vietnam: quando Jack, il capofamiglia, aveva un
misterioso fratello al fronte interpretato da un ottimo Michael
Angarano. Mentre Kevin indaga sulla scomparsa dello zio, i fratelli
Randall e Kate si danno il cambio alternando gioie e dolori. Il
primo, improvvisatosi politico, rischia di mandare all'aria il
matrimonio con la fedele Beth. L'altra, invece, si è resa
protagonista di una gravidanza a rischio. Jack e Rebecca, al centro
di linee narrative che ormai cominciano a incastrarsi a fatica con le
storie delle generazioni successive, regalano qualche sospiro
garantito (ma scontato) con vecchi appuntamenti, parole non dette,
acciacchi della terza età. Il ritmo, poco incalzante, ne risente.
Gli episodi, per la prima volta da quando la serie va in onda, si
sono accumulati in una cartella del mio portatile. Da quando
l'appuntamento con This is us
non è più un'urgenza? Da quando inizia a girare in tondo, attorno
al cuore di una questione già bella che sbrogliata. Da quando questa
famiglia americana si è fatta più conflittuale e incostante, più
vicina alla mia nel bene e nel male, privandomi del sogno impossibile
di farne parte. La crisi è giunta prima del settimo anno. Finirà,
magari grazie a sceneggiatori meno adagiati sugli allori e ai
benefici della terapia? (6,5)
A
proposito di famiglie in crisi. A proposito di serie al centro di
piccole grandi battute d'arresto. Come dimenticare le tragicomiche
degli Hammond? Lui umano, lei non-morta. Ufficialmente: agenti
immobiliari in quel di Santa Clarita. Un ridente sobborgo in cui
niente è come sembra e i vicini, a dispetto delle apparenze, nei
momenti giusti sanno voltarsi dall'altra parte. Abbastanza da credere
alle bugie dei protagonisti, di glissare sulle loro stranezze.
Abbastanza da non accorgersi che Drew Barrymore è assetata di
sangue, mentre il servile Timothy Olyphant le fa da braccio destro
giacché innamoratissimo. Anche in questo caso, dopo un prosieguo di
buon livello, la commedia splatter targata Netflix ha rischiato di
annoiarmi. Di trascinarsi con svolte poco convincenti, in una terza
stagione copia-incolla delle precedenti. Spiace dirlo, ma l'arrivo di
dieci episodi aggiuntivi non regala nuovi spunti. Spiace dirlo ma,
benché appunto dispiaccia, la cancellazione non mi ha stupito. Santa
Clarita Diet non scade, non
peggiora, non delude. Resta sempre lo stesso, e purtroppo non è un
pregio, come quella zombie che mangiando esseri umani si mette in
salvo dalla decomposizione. La figlia si rende utile, ma l'FBI la
torchia e il migliore amico trema per l'ansia da prestazione. Il
marito tenta di proteggerla entrando a pieno diritto nella schiera
dei Cavalieri di Serbia. E lei, al solito, semina in giro corpi
smembrati e guai: ben propensa a trasformare gli altri, si
immusonisce davanti ai tentennamenti di Joel, un Olyphant pur sempre
irresistibile. Chi non vorrebbe essere immortale? A che prezzo, però,
se tocca darsi al massacro – anche se di alcuni loschi neonazisti –
per mantenersi giovani per sempre? Sempre macabro e scoppiettante, il
mix di generi non può contare più sull'effetto sorpresa delle prime
volte né sull'alchimia indiscutibile fra i due padroni di casa. La
sceneggiatura, a proposito di autori pigri, non fa passi avanti.
Quanto poteva durare restando sempre sopra le righe, sempre la
fotocopia di un successo sì meritato ma mai bissato? Davanti a quel
finale spiazzante, eppure, la curiosità c'era. Resterà sempre il
dispiacere per l'avvenire degli Hammond, che probabilmente non
conosceremo. Le colpe, questa volta, non sono imputabili soltanto ai
tagli di Netflix. Ma a una commedia cannibale che ha il pane – temi
originalissimi, grandi mattatori, ironia e sangue in quantità – e non i denti. (6)
Dicono
sia il mestiere più antico, in questo mondo in cui gli uomini
smaniano per la brama di possesso e le donne, loro malgrado, hanno
imparato presto a fare di necessità virtù. Sarà la storia più
antica del mondo, di conseguenza, quella di cui si legge nell'ultimo
romanzo dell'apprezzato Cristiano Cavina: lì dove esiste una donna
di tutti e di nessuno, infatti, c'è un uomo alle corde pazzamente
innamorato di lei. Basti pensare al cinema, magari alle commedie
romantiche, piene zeppe di prostitute dal cuore d'oro sulla via della
salvezza. Julia Roberts trasformata in gran signora da Richard Gere,
Melanie Griffith tentata dalla vita di provincia per il bene del
figlio di Ed Harris, Monica Bellucci riscatta da un mite impiegato
dal gangster Depardieu. Accanto a loro, da oggi, mettete Sammi. Che
forse una scelta alternativa l'aveva, a ben vedere, ma che in nome di
un orgoglio tutto femminile ha decretato di unire il dovere al
piacere, messa alle strette dalle incombenze. Se a letto è
disinibita, libertina, generosissima, perché non farsi pagare? Se
troppo formosa per diventare in gioventù una ballerina
professionista, perché non sfruttare quelle curve a gomito a proprio
vantaggio?
Siete
mai stati innamorati di una puttana? Non una facile, come intendono i
maschi frustrati: voglio dire, siete mai stati innamorati di una che
va con gli uomini per soldi? Una normalissima ragazza italiana con i
capelli neri e le fossette in fondo alla schiena, che riceve fra un
turno di lavoro e l'altro in un monolocale che sa di umido e
dell'odore morente di un falso gelsomino? Io sì. Che Dio mi
maledica, io sì. Ed è stata la storia più pura e innocente di
tutta la mia fasulla vita di merda.
Con la coda di cavallo dondolante, le punte dei piedi all'infuori e due irresistibili
fossette sul sedere, la donna – insegnante di danza classica che
paga il mutuo a volte improvvisandosi barista, altre commessa in un centro
commerciale – attira disastri e sguardi lussuriosi a bordo della sua
Vespa sgangherata. La nota così anche il protagonista, un anonimo
scrittore con l'agenda stipata di presentazioni e la tendenza a
dividere la vita in rigorosi compartimenti stagni: ha chiuso lì
l'adorata figlia Gaia, gli schiamazzi di una separazione ancora
fresca e le pratiche atipiche che gradisce a letto. L'irruenta Sammi
– all'anagrafe, Chantal – se ne infischia dei paletti, e vive la
loro relazione con la stessa voracità con cui negli alberghi di
lusso si avventa sui buffet. I personaggi, adulti e consenzienti, si
rimpinzano di messaggi romantici, foto esplicite, post-it buffi,
avvinghiandosi in luoghi pubblici – il letto, in mezzo a tante
trasgressioni a fantasia, li tenterà di rado – e aprendo la porta
anche a qualche ménage à trois: il protagonista non
parteciperà. Un po' voyeur, affatto geloso, ama guardare l'amore e
la bellezza anche a distanza di sicurezza. Quanto è difficile
parlare di sesso al giorno d'oggi? Colpa delle Cinquanta
sfumature, che hanno trasformato l'eccitazione in ridarella.
Colpa del politicamente corretto, che davanti a una storia come
quella di Cavina scomoderebbe forse la mercificazione, il femminismo
battagliero e altri temi caldi. Ottanta rose mezz'ora,eppure, riesce a essere
spudorato senza mai diventare volgare; provocatorio e leggerissimo
insieme. Il trucco: raccontare una strana coppia, e la loro ben più
strana deriva, in cerca della normalità e mai del dettaglio
scabroso.
Credo
che sia la meraviglia a tenerci attaccati a certi esseri umani, più
di qualsiasi altro sentimento. Più della protezione, più della
dolcezza, infinitamente più della bellezza. Piccoli sospiri di
meraviglia, casuali e improvvise escursioni fuori dalle rotte
prestabilite.
L'autore
riesce nell'impresa di conciliare le mille facce della coppia e di
tenerle a bada. Sfacciato, potrebbe forse arrossire qualcuno,
solleticare qualcun altro, non ispirare critiche negative. Sammi ha
il corpo caldo e i piedi freddi, non vuole dormire abbracciata,
ispira confidenze senza pretenderle, non ha amiche o familiari. Ha
avuto un fidanzato per quattro anni e l'ha mollato. È finita
a intrattenersi, così, con un'anima a lei affine per perversioni e
disperazione: un uomo di mezza età che ha storie per tutto, mentre
sulla sua glissa a regola d'arte, e nella buona sorte la vizia
regalandole orgasmi sonori, ciuffi d'oleandro, Coca-Cola non in
sconto. Nella cattiva, invece, la asseconda quando s'improvvisa
escort per non farsi mantenere da anima viva: da autore di narrativa
a cercatore di clienti – ci sono forum, parole cifrate, annunci e
scatti piccanti da immortalare –, il passo è breve.
La
felicità, come il sesso, funziona a dovere solo se c'è qualcun
altro. Masturbarsi non è affatto male, ma a cose serve la meraviglia
se si è completamente soli?
La
teiera in cucina straripa di banconote. In corridoio sfilano borghesi
vanagloriosi, timidi cronici, pensionati arzilli. Ma a dormire con
Sammi, in fondo, di notte resta un solo uomo. Può bastargli? Su
uno sfondo di bambine in calzamaglia e fondali dipinti, mentre in
scena va Il lago dei cigni,
Ottanta rose mezz'ora mischia
con spigliatezza la fiaba e il tabù. Rivelandosi una lettura
particolare ma talmente conciliante nello stile da sospendere, per
duecento pagine e oltre, qualsiasi giudizio morale; una storia
d'amore struggente in cui la principessa batte, il principe è un
codardo e il mago cattivo, con le sue sentenze da sputare, è in
agguato. Si può fare il mestiere più antico del mondo, infatti, senza
sentirsi sporchi. Senza far sentire il proprio compagno tradito. Poi
basta una parola indiscreta, una macchia scura sulle calze, e quel
corpo statuario usato, sporcato, contorto e cullato diventa infine un
inavvicinabile nodo di dolore. Il sesso non ci sta, no, in un
compartimento stagno: complica tutto. Complica tutto il cuore,
l'unico organo che ci fotta davvero.