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domenica 5 febbraio 2017

Recensione: Nel buio della mente, di Paul Tremblay

Ieri mi sono svegliata e, anche se non so perché, conoscevo questa storia, come se fosse qualcosa che avevo sempre avuto in testa. Le storie sono così, a volte. Anche quelle vere.

Titolo: Nel buio della mente
Autore: Paul Tremblay
Editore: Nord
Numero di pagine: 360
Prezzo: € 16,90
Sinossi: John Barrett è un uomo concreto, di quelli che credono solo a ciò che si può vedere e toccare con mano. Ma, da quando Marjorie, la figlia quattordicenne, ha mostrato i primi sintomi di un grave disturbo mentale, John è disposto a credere a qualsiasi cosa pur di aiutarla a guarire. E, siccome finora nessuna terapia si è rivelata efficace, a John non resta che affidarsi a padre Wanderly, il quale è convinto che la ragazza non sia affatto malata, bensì posseduta e che perciò debba essere sottoposta a esorcismo. Inoltre padre Walderly ha preso contatto con un'emittente televisiva che vorrebbe filmare la famiglia Barrett e coprirebbe tutte le spese, comprese le parcelle mediche che John non può permettersi di saldare. John accetta… Sono passati quindici anni da allora, eppure tutti ricordano ancora l'ultimo episodio della Possessione, il controverso reality show che si era concluso con tre morti e un'unica sopravvissuta: Merry Barrett, che all'epoca aveva appena otto anni. Tutti lo ricordano, eppure nessuno sa cosa sia successo davvero quella notte. Per alcuni, è stata tutta in messa in scena. Altri pensano che il vero folle fosse John Barrett e che sia lui il colpevole della strage. Per fare luce sulla vicenda, la giornalista Rachel Nevil decide di intervistare Merry Barrett. Però, più Merry va avanti nel suo racconto, più Rachel si rende conto che riscostruire quella tragedia è come inoltrarsi lungo un cammino costellato di inganni, segreti e tradimenti. Un cammino in cui a ogni passo si rischia di perdersi negli oscuri recessi della mente umana…
                                                La recensione
Una famiglia come tante, i Barrett. Una casa nel New England, con il classico fazzoletto di terra. Due adulti che litigano, di tanto in tanto. Due figlie a cui pensare. E i pensieri diventano tanti, troppi, se il padre perde il posto fisso e la figlia maggiore, Marjorie, si ammala. Turpiloquio, pesanti recriminatorie, gesti avventati. Per qualcuno, avvisaglie di squilibri mentali: schizofrenia. Per altri, ad esempio quel genitore che si è rifugiato nella fede, si tratta invece di possessione. Se credi in Dio, non puoi negare il suo opposto. Se hai cresciuto un'adolescente perfetta, non puoi che giustificare a modo tuo questa sua improvvisa ferocia. Le cure psichiatriche stentano a dare speranze, i soldi scarseggiano e, per disperazione, si cede alla tentazione del piccolo schermo. Si aprono le porte a una troupe televisiva che, tra ricostruzioni con un cast di professionisti e interviste, ricercherà le radici della stranezza di Marjorie e immortalerà l'odissea dei Barrett. Non finirà bene. A raccontare la storia che gli spettatori americani hanno visto in Possessione, fittizio reality show, l'unica sopravvissuta: la piccola Merry, ormai donna. C'è una giornalista che, vent'anni dopo, vuole capire cosa sia successo dopo i titoli di coda. Perché il capofamiglia ha commesso una carneficina? La quattordicenne era vittima di un demone, o soltanto dei fantasmi che aveva in testa? 
Nel buio della mente mi è arrivato tra le mani con la speranza di colmare una mia mancanza. Sono cresciuto senza avere nessuna paura dei film horror. Ho letto Stephen King prestissimo e ho visto L'esorcista, qui apertamente citato, quando non avevo ancora l'età. Parlando di romanzi, esclusi un paio di grandi classici della letteratura gotica e tutto ciò che il Re ha firmato, ho invece qualche lacuna. In libreria ho thriller, gialli all'inglese, polizieschi, ma poche storie da brivido. Soprattutto come queste, sospese tra psicologia e paranormale: capaci, di per sé, di profonda suggestione. Il primo romanzo giunto in Italia dell'acclamato Paul Tremblay, già vincitore del premio Bram Stoker, ha uno spunto risaputo e una struttura particolare. Accanto alla confessione della sopravvissuta, troviamo i post di un blog dedicato alla cultura pop, in cui si analizzano nel dettaglio orrori veri e inventati. Chiodo fisso della admin, quel reality che destabilizzò e divise il pubblico. Merry, che in prima persona rievoca la sua infanzia, ha i tratti della narratrice inaffidabile. Come tutte le bambine di otto anni di questo mondo, d'altronde. Si sente messa in un angolo. Si sente trascurata, perché Marjorie e le sue storie truci monopolizzano l'attenzione. Glissa, così, sui dettagli compromettenti; ritocca a fantasia. A lei va imputata la fretta di alcuni punti e la lentezza di altri, in cui emergono gli hobby innocenti e le prime crepe. Marjorie entra di nascosto nella sua stanza mentre dorme. 
La tormenta con racconti infantili e inquietanti, di città annegate nella melassa e case stritolate dall'edera. Di quella famiglia non così perfetta hanno parlato tutti e ovunque. Cosa ricorda davvero la narratrice? Cos'ha invece visto, letto o ascoltato, per poi confondere verità e finzione? Nel buio della mente è violento, coinvolgente, ambiguo. Sospeso fra generi e intenzioni. In bilico, ma raramente in pericolo. Non rispetta le regole, i patti narrativi. Lascia a te il compito di metterlo a fuoco, di interpretare i segni e colmare le falle. Ti abbandona con varie chiavi di lettura, e potrebbero essere tutte giuste così come tutte sbagliate. Paul Tremblay è abilissimo nel gestire un punto di vista femminile e l'alta tensione. Il suo libro, una chicca da consigliare ai cinefili, contiene segreti da rivelare e palesi omaggi al genere – temperature in picchiata, vomito a fiotti, masturbazione, linguaggio scurrile. I suoi debiti maggiori sono verso il capolavoro di William Peter Blatty, scomparso proprio il mese scorso, e le telecamere instabili del found footage. Penso, soprattutto, all'ultima stagione di American Horror Story: un finto alternarsi di sopravvissuti e figuranti, sui luoghi della misteriosa Roanoke. Ma, tra le righe, il romanzo e il suo autore riflettono su come i mass media enfatizzino il dolore e falsifichino a lungo andare i ricordi. Descrivono la tragedia annunciata della famiglia borghese tipo. Se il non detto affascina fino alla fine, però, sulla carta tanto quanto al cinema, i cenni e i richiami dichiarati costituiscono un pro e un contro insieme. A rischio, l'originalità. Ma Nel buio della mente spaventa, soprattutto se studiare ti costringe a leggerlo prima di andare a dormire, e l'inquietudine è un pregio che ha la meglio sugli spettri di Regan e altri difetti.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pixies – Where is my mind?