Ieri
mi sono svegliata e, anche se non so perché, conoscevo questa
storia, come se fosse qualcosa che avevo sempre avuto in testa. Le
storie sono così, a volte. Anche quelle vere.
Titolo:
Nel buio della mente
Autore:
Paul Tremblay
Editore:
Nord
Numero
di pagine: 360
Prezzo:
€ 16,90
Sinossi:
John
Barrett è un uomo concreto, di quelli che credono solo a ciò che si
può vedere e toccare con mano. Ma, da quando Marjorie, la figlia
quattordicenne, ha mostrato i primi sintomi di un grave disturbo
mentale, John è disposto a credere a qualsiasi cosa pur di aiutarla
a guarire. E, siccome finora nessuna terapia si è rivelata efficace,
a John non resta che affidarsi a padre Wanderly, il quale è convinto
che la ragazza non sia affatto malata, bensì posseduta e che perciò
debba essere sottoposta a esorcismo. Inoltre padre Walderly ha preso
contatto con un'emittente televisiva che vorrebbe filmare la famiglia
Barrett e coprirebbe tutte le spese, comprese le parcelle mediche che
John non può permettersi di saldare. John accetta… Sono passati
quindici anni da allora, eppure tutti ricordano ancora l'ultimo
episodio della Possessione, il controverso reality show che si era
concluso con tre morti e un'unica sopravvissuta: Merry Barrett, che
all'epoca aveva appena otto anni. Tutti lo ricordano, eppure nessuno
sa cosa sia successo davvero quella notte. Per alcuni, è stata tutta
in messa in scena. Altri pensano che il vero folle fosse John Barrett
e che sia lui il colpevole della strage. Per fare luce sulla vicenda,
la giornalista Rachel Nevil decide di intervistare Merry Barrett.
Però, più Merry va avanti nel suo racconto, più Rachel si rende
conto che riscostruire quella tragedia è come inoltrarsi lungo un
cammino costellato di inganni, segreti e tradimenti. Un cammino in
cui a ogni passo si rischia di perdersi negli oscuri recessi della
mente umana…
La recensione
Una
famiglia come tante, i Barrett. Una casa nel New England, con il
classico fazzoletto di terra. Due adulti che litigano, di tanto in
tanto. Due figlie a cui pensare. E i pensieri diventano tanti,
troppi, se il padre perde il posto fisso e la figlia maggiore,
Marjorie, si ammala. Turpiloquio, pesanti recriminatorie, gesti
avventati. Per qualcuno, avvisaglie di squilibri mentali:
schizofrenia. Per altri, ad esempio quel genitore che si è rifugiato
nella fede, si tratta invece di possessione. Se credi in Dio, non
puoi negare il suo opposto. Se hai cresciuto un'adolescente perfetta,
non puoi che giustificare a modo tuo questa sua improvvisa ferocia.
Le cure psichiatriche stentano a dare speranze, i soldi scarseggiano
e, per disperazione, si cede alla tentazione del piccolo schermo. Si
aprono le porte a una troupe televisiva che, tra ricostruzioni con un
cast di professionisti e interviste, ricercherà le radici della
stranezza di Marjorie e immortalerà l'odissea dei Barrett.
Non finirà bene. A raccontare la storia che gli spettatori americani
hanno visto in Possessione, fittizio reality show, l'unica
sopravvissuta: la piccola Merry, ormai donna. C'è una giornalista
che, vent'anni dopo, vuole capire cosa sia successo dopo i titoli di
coda. Perché il capofamiglia ha commesso una carneficina? La
quattordicenne era vittima di un demone, o soltanto dei fantasmi che
aveva in testa?
Nel buio della mente mi è arrivato tra le
mani con la speranza di colmare una mia mancanza. Sono cresciuto
senza avere nessuna paura dei film horror. Ho letto Stephen King
prestissimo e ho visto L'esorcista, qui apertamente citato,
quando non avevo ancora l'età. Parlando di romanzi, esclusi un paio di grandi classici della letteratura gotica e tutto ciò che il Re ha
firmato, ho invece qualche lacuna. In libreria ho thriller, gialli
all'inglese, polizieschi, ma poche storie da brivido. Soprattutto
come queste, sospese tra psicologia e paranormale: capaci, di per sé,
di profonda suggestione. Il primo romanzo giunto in Italia
dell'acclamato Paul Tremblay, già vincitore del premio Bram Stoker,
ha uno spunto risaputo e una struttura particolare. Accanto alla
confessione della sopravvissuta, troviamo i post di un blog dedicato
alla cultura pop, in cui si analizzano nel dettaglio orrori veri e
inventati. Chiodo fisso della admin, quel reality che destabilizzò e
divise il pubblico. Merry, che in prima persona rievoca la sua
infanzia, ha i tratti della narratrice inaffidabile. Come tutte le
bambine di otto anni di questo mondo, d'altronde. Si sente messa in
un angolo. Si sente trascurata, perché
Marjorie e le sue storie truci monopolizzano l'attenzione. Glissa,
così, sui dettagli compromettenti; ritocca a
fantasia. A lei va imputata la fretta di alcuni punti e la lentezza
di altri, in cui emergono gli hobby innocenti e le prime crepe.
Marjorie entra di nascosto nella sua stanza mentre dorme.
La tormenta
con racconti infantili e inquietanti, di città annegate nella
melassa e case stritolate dall'edera. Di quella famiglia non così
perfetta hanno parlato tutti e ovunque. Cosa ricorda davvero la
narratrice? Cos'ha invece visto, letto o ascoltato, per poi
confondere verità e finzione? Nel buio della mente è
violento, coinvolgente, ambiguo. Sospeso fra generi e intenzioni. In
bilico, ma raramente in pericolo. Non rispetta le regole, i patti
narrativi. Lascia a te il compito di metterlo a fuoco, di
interpretare i segni e colmare le falle. Ti abbandona con varie
chiavi di lettura, e potrebbero essere tutte giuste così come tutte
sbagliate. Paul Tremblay è abilissimo nel gestire un punto di
vista femminile e l'alta tensione. Il suo libro, una chicca da
consigliare ai cinefili, contiene segreti da rivelare e palesi omaggi
al genere – temperature in picchiata, vomito a fiotti,
masturbazione, linguaggio scurrile. I suoi debiti maggiori sono verso
il capolavoro di William Peter Blatty, scomparso proprio il mese
scorso, e le telecamere instabili del found footage. Penso,
soprattutto, all'ultima stagione di American Horror Story:
un finto alternarsi di sopravvissuti e figuranti, sui luoghi della
misteriosa Roanoke. Ma, tra le righe, il romanzo e il suo
autore riflettono su come i mass media enfatizzino il dolore e
falsifichino a lungo andare i ricordi. Descrivono la tragedia
annunciata della famiglia borghese tipo. Se il non detto affascina
fino alla fine, però, sulla carta tanto quanto al cinema, i cenni e
i richiami dichiarati costituiscono un pro e un contro insieme. A
rischio, l'originalità. Ma Nel buio della
mente spaventa, soprattutto se
studiare ti costringe a leggerlo prima di andare a dormire, e
l'inquietudine è un pregio che ha la meglio sugli spettri di Regan e
altri difetti.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Pixies – Where is my mind?