lunedì 19 agosto 2019

Recensione: La vita davanti a sé, di Romain Gary

| La vita davanti a sé, di Romain Gary. Neri Pozza, € 11,50, pp. 214 |

Arrivati a Belleville, Parigi, chiediamo indicazioni per giungere alla meta. Un passante di buona volontà, uno straniero come noi, ci indica un casermone fatiscente e, all’apparenza, inospitale. Siamo quasi arrivati. Lì, al sesto piano, vivono Momò e gli altri. Tocca sudare sette camicie, arrampicarsi lungo scale ripide e accidentate come sentieri montuosi: purtroppo non c’è l’ascensore. Il protagonista, un berretto con la visiera storta e un cappotto lungo fino ai piedi, ci apre la porta dopo un attimo di titubanza. Che ci abbiano mandati gli assistenti sociali? L’appartamento ha ospitato in passato fino a sette bambini. Il disordine e i colori, allora, sono quelli di un’aula scolastica. La padrona di casa, che per questioni di salute non riesce più a stare dietro a tutto, è l’indimenticabile Madame Rosa: prostituta ebrea in pensione, sopravvissuta all’Olocausto, ha raggiunto col fiato corto il traguardo dei sessantacinque anni. Quasi paralizzata dai chili di troppo, costretta in cima a un condominio impraticabile, ha paura del cancro, delle retate notturne – il trillo del campanello la mette sul chi vive, facendola subito pensare alle incursioni tedesche – e di recente, oltre alla padronanza del corpo, sta perdendo anche la testa. Maschera il decadimento fisico e mentale con lunghissime sessioni di trucco, kimono orientali e parrucche variopinte, ma la sua lucidità ha le ore contate. Cosa sarà dell’amato Momò all’indomani dell’agonia della donna, tutrice di generazioni e generazioni di figli di puttana?

Gli incubi sono i sogni di quando uno invecchia.

Se lo domanda il lettore, forse chiamato proprio a decretare; a tirare le somme di un’infanzia atipica ma felice, fatta dell’amore di una famiglia alternativa e di bislacchi rapporti di buon vicinato. Conosciamo così Lola, corpulenta transessuale senegalese con un passato da boxeur; il signor Hamil, venditore di tappeti che trae insegnamenti dal Corano e dai capolavori intramontabili di Hugo; il Dottor Katz, unica voce della ragione, chiamato spesso a districarsi nella folla di tossicodipendenti, papponi, fuochisti e sciamani che fan da infermieri al capezzale della degente. Può capitare un’iniezione sbagliata: una dose d’eroina scambiata per un calmante da un drogato di buon cuore. Può succedere, ancora, che certi padri tornino all’ovile con la coda fra le gambe e si scoprano vittima di esilaranti qui pro quo. Acclamato alla stregua di un classico, successo postumo di Romain Gary – famoso tombeur de femmes morto suicida nella sua vestaglia porpora, in seguito al giallo sulla scomparsa dell’attrice Jean Seberg: musa della Nouvelle Vague e sua amante –, La vita davanti a sé mi è stato consigliato da molti amici negli anni. La prima volta, probabilmente, il titolo era saltato fuori all’indomani dell’entusiasmo per Stanza, letto, armadio, specchio: dopo Jack, mi assicuravano, avrei trovato un altro piccolo grande narratore nel monello di Gary. Nel frattempo, però, mi sono scoperto purtroppo insofferente verso i romanzi ad altezza bambino. A esercizi di stile non sempre altrettanto riusciti, troppo artificiosi per simulare la meraviglia dell’infanzia. Anche a costo di disattendere le attese di chi lo ha tanto amato e difeso, dico che con Momò è mancato il colpo di fulmine – la sua vicenda, tutta aneddoti e figuranti sopra le righe, è l’ennesima senza un filo conduttore in cui ho la sfortuna di imbattermi in quest'estate votata ai recuperi –, ma stavolta non per ragioni stilistiche.

«Sei un ragazzo molto intelligente, molto sensibile, addirittura troppo. Spesso ho detto a Madame Rosa che tu non sarai mai come gli altri. Certe volte vengono fuori dei grandi poeti, degli scrittori, e certe altre…»
Ha sospirato.
«… e certe altre, dei ribelli. Ma tranquillizzati, questo non significa affatto che non sarai normale».

Il protagonista è di quelli adorabili e riusciti in ogni sfumatura. Incerto a proposito della sua reale data di nascita, venuto al mondo forse in Algeria o forse in Marocco, ha la strada come maestra di vita e una voce squillante dove si mescolano innocenza e crudeltà; eventi e drammi dilatati a piacimento; strafalcioni grammaticali e passaggi volutamente ridondanti, accanto alle perle di saggezza di chi crescendo vorrebbe diventare o un poliziotto o un terrorista. A capo della marmaglia, all’occorrenza anche ladruncolo, Momò ha imparato a sfruttare il suo bel faccino con gli adulti e a sfuggire alle droghe, false portatrici di felicità.  Vuole i suoi genitori. Desidera un cane. Va per i dieci, ma raggiunge i quattordici – strano ma vero, lo scoprirete leggendo – in un giorno soltanto. A volte responsabile, altre avventato, vorrebbe farsi adottare con mezzi leciti e non. Dotato di una fervida immaginazione e di lingua sciolta, artificioso soltanto nei passaggi più filosofeggianti, ha un ombrello chiamato Victor per migliore amico e s’incanta al cospetto della settima arte, capace di mandare l’esistenza al contrario in un continuo rewind. Come potrebbe Madame Rosa rinunciare al suo affetto, non preservarne intatte le origini musulmane e la diversità, benché il vaglia per mantenerlo abbia smesso un giorno di arrivare? Gary, scrittore dalla fama da divo, regala a sorpresa una carrellata di novelli Miserabili: orfani dickensiani e drag queen degne di una commedia di Almodovar, per riflettere sul significato della parola famiglia e sull’irragionevolezza dell’accanimento terapeutico. 

Io all’eroina ci sputo sopra. I ragazzi che si bucano diventano tutti abituati alla felicità e questa è una cosa che non perdona, dato che la felicità è nota per la sua scarsità. Per bucarsi, bisogna veramente cercare di essere felici e solo i re dei cretini possono avere delle idee simili. […] Ma io non ci tengo a essere felice, preferisco ancora la vita.

Il risultato, su carta, è un racconto con il respiro dei classici. Uno spaccato densissimo, umano e multiculturale, che ispira leggerezza e filantropia. Avrebbe potuto essere più lungo. Avrebbe potuto essere più breve. Come Abbiamo sempre vissuto nel castello, invece, si colloca a un crocevia apprezzato a metà: da un lato una scrittura perfetta, al passo con un narratore da incorniciare; dall’altro poche idee, allungate per più di duecento pagine, e la sensazione che questo stesso quartiere, questo stesso protagonista, meritassero uno spazio diverso o comunque un’avventura con tutti i crismi. Ma questa riunione di condominio a Belleville fa senz’altro bene al cuore. In  tempi di integrazione (negata) e immigrazione – già soggetto per un film premiato agli Oscar nel 1977, per altro, il romanzo avrà una  trasposizione italiana con Sofia Loren – la lettura appare attuale come non mai. Ma per chi come me si aspettava, in fondo, la storia di una vita, meglio ridimensionare un po’ le aspettative. In cima ai gradini, al sesto piano senza ascensore, c’è un’ordinaria storia di gente fuori dall’ordinario. E nei giorni giusti, quando la sfacchinata non pesa e le gambe accompagnano, macinando ad ampie falcate le rampe di scale, potrebbe rinfrancarci la semplice presenza di Momò. Che ci dice: sedetevi dove capita, non badate al disordine. Alla mia casa schifa, alla mia storia a soqquadro, ci sono affezionato. Voi, dal canto vostro, fate quello che vi pare.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: The Chainsmokers & Coldplay -  Something Just Like This

8 commenti:

  1. insomma ti ha convinto a metà :-D
    quando lo ascoltai (eh sì, audiolibro, letto da marco d'amore), provai molta tenerezza per momò e madame rosa, e mi piacque molto la scrittura di gary, la sua leggera ironia. sarei curiosa di vederne la trasposizione cinematografica ;)

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    1. Ascoltarlo dev'essere stato più bello ancora. :)

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  2. A questo punto me ne sto ad aspettare l'arrivo del film con la Loren e vediamo se è una storia che può fare per me o no...

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    1. Nonostante il cambio di scenario, o forse proprio per quello, la versione nostrana potrebbe essere interessante. Ci si sposta da Parigi alla Puglia, con un Momò di colore.

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  3. Ne ho sentito parlare parecchio bene, ma data la tua valutazione non ti nascondo che sono un pó dubbiosa.... Però negli ultimi tempi niente più mi spaventa, e forse sarebbe una bella sfida leggerlo 🤗🤗

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    1. È così breve e scorrevole, alla fine, che il gioco vale la candela. :)

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  4. Purtroppo dalla tua recensione si capisce che non ti ha proprio... ispirato. Peccato. Per me resta uno dei romanzi della vita, ma ti perdono lo stesso dai: mica puoi essere sempre perfetto :P

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    1. Ahahahah, grazie mille, sempre magnanima! ❤️

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