La
morte tocca, soprattutto quando quel mazzolino di fiori a bordo della
strada, quell'articolo triste sul giornale locale, ci ricorda che a
venir meno è stato qualcuno della nostra età. Facevo i primi anni
di liceo quando una mia coetanea, Carla, fu trovata senza vita nella sua
stanza. Non la conoscevo, ma ricordo un sabato mattina passato in
classe a parlare di lei, e di come la sua scomparsa ci facesse
sentire. Tredici, prodotta da Selena Gomez e tratta dal
best-seller di Jay Asher, è una serie importante. Non il solito teen
drama vuoto, alla moda, a cui una CW ci ha abituato. Ha come spunto
una morte tra i banchi, e dalla tragedia non prende le distanze.
Racconta in disordine la storia di Hannah, una diciassettenne che un
giorno l'ha fatta finita. La sua lettera d'addio, la sua vendetta,
supera i confini della carta e dell'aldilà. La verità di una
ragazza morta troppo presto, nell'indifferenza, si diffonde
negli auricolari di Clay: un compagno innamorato, che elabora la
perdita e cerca indizi. Coloro che nel frattempo hanno già ricevuto le cassette, accusati
di averla trascinata a fondo, hanno paura che il più candido tra
loro li smascheri. I cattivi hanno punti di rottura, sprazzi di
umanità. I buoni, non così immacolati, hanno scatti isterici che ti
mettono sul chi va là. I personaggi, più che approfonditi, sono
scavati. Possiedono case e famiglie modeste, spesso. Un'aria comune,
familiare, non da fotoromanzo patinato – Katherine Langord è
bellissima proprio in virtù di qualche curva in più, Dylan Minette
è uno di quegli adorabili sfigatelli alla Seth Cohen che faranno
strage di cuori. Ci sono tredici episodi per tredici nastri. Una
playlist da ascoltare e riascoltare, un cast di esordienti piuttosto
in parte, ritmi dilatati. Nel decantato Tredici, purtroppo, ne succedono
così tante, ma così tante, che a un certo punto ho smesso di
crederci. Più che l'emozione, allora, affiora il fastidio. Verso un
dramma così esagerato da risultare inverisimile. Verso una scrittura
a tavolino, che vorrebbe compiare gli adulti – guardate che età
difficile, guardate il liceo che mondo selvaggio che è – più che
raccontare gli adolescenti. Alcol e droghe. Stupro. Guida in stato di
ebbrezza. Bullismo. Troppi temi che rimestano a fin di bene nella
cronaca nera. Molte minoranze rappresentate in nome del politicamente
corretto, fino a sfiorare il parossismo (una coprotagonista cinese,
omosessuale, adottata da una coppia di papà gay). Tredici non
pecca di superficialità, ma di un un po' di pietismo sì. Di un
certo pressappochismo, ma sempre a fin di bene. Fa la voce grossa, dice
le parolacce. In realtà, nonostante le
arie indie, è un prodotto ben più furbo di quanto sembri. Di quelli
così accomodanti e impegnati, però, che criticarlo fuori dai denti
significherebbe peccare di insensibilità. Di quelli paraculi,
chiamiamoli col loro nome, che ti imboccano con il cucchiaino fino
alla fine. Voce fuori dal coro, dico che ne ho capito le intenzioni
ma che non mi ha scosso. Allena l'empatia, questo sì. Ci ricorda che
ognuno ha i suoi fardelli e i suoi fantasmi. Che essere gentili con
qualcuno – che magari, in testa, sta combattendo una guerra segreta
– è questione di un attimo. Purché vivere l'adolescenza non diventi camminare
sul filo, sulle uova, per paura di mettere un piede in fallo e
sbagliare costantemente. (6)
Visto
quando capitava ai tempi del debutto televisivo e rivalutato anni
dopo, New Girl è
la sitcom giusta al momento giusto. Merito di una squadra
affiatatissima, di una casa a Brooklyn in cui ogni cosa scoppia in
risata, che sopravvive alle coppie scoppiate, ai cali di ritmo, a
cambiamenti belli e brutti. Cosa combina, quest'anno, la
frizzantissima coinquilina dai vestiti pastello? Come reagisce Jessica Day alle novità?
Schmidt e Cece, convolati a nozze nella stagione precedente, vanno a
vivere insieme. Winston e la sua collega poliziotta, usciti allo
scoperto, seguono le orme dell'altra coppia: radunate le brutte camicie a fantasia e il mitico
gatto Ferguson, un'altra parte del quartetto è perciò pronta a spiccare il
volo. Nick Miller, alias la mia anima gemella, ha pubblicato il suo
primo romanzo e vive una relazione complicata con una certa Megan
Fox. Il loft, piano piano, si svuota. Jess ha paura di rimanere sola,
e noi assieme a lei. Sarà che nessuno, sotto sotto, ha smesso di
fare il tifo per lei e per il burbero Nick, distratto dalle grazie della
bella di Transformers.
Come si scopriranno cambiati alla fine di questi traslochi, di
inevitabili viavai che hanno il sentore triste degli addii? Lo
scopriamo al ventiduesimo episodio. Forse, l'ultimo di sempre. La Fox
non si esprime sul rinnovo e l'epilogo, perfetto, è un cerchio che
si chiude. Di perfetto, purtroppo, c'è quello e poco altro. Un finale che
giunge inatteso, annunciato senza il necessario preavviso, che
emoziona ma non troppo. A chiosa di un ciclo di episodi piuttosto
piatto, sprovvisto della classica verve, a cui onestamente non ho
prestato grande attenzione. Non sapevo di assistere all'ultima
stagione – sempre, appunto, che di un'ultima stagione si tratti.
L'ho guardata in maniera distratta, a tempo perso, alla fine di
giornate lunghissime. Non avevo gli occhi dell'amore, insomma. Lo
sguardo da pesce lesso che mette tutto in prospettiva. Se dovessimo
fermarci qui, mi dispiacerebbe. Né io né questo New Girl – brodo allungato in cerca di
un'occasione per riscattarsi – eravamo
al nostro meglio. Ma, come vecchi amici, ci siamo fatti compagnia sul
divano. Senza sentire il bisogno di giudicarci. (6)

In
una sessione invernale che mi aveva messo a dura prova, avevo
scoperto per la prima volta How to get away with murder e
una Shonda Rhimes che, a lungo andare, ti dà i guilty pleasure
perfetti e una totale assuefazione. Dopo un'accattivante stagione
introduttiva, il legal thriller con qualcosa in più aveva rischiato di perdermi con un secondo appuntamento
in cui la protagonista spadroneggiava un po' troppo. In autunno,
mi sono puntualmente presentato a lezione da Annalise. Ai primi
banchi, i suoi pupilli. Nei flashback, un incendio e un cadavere
carbonizzato in cantina. Ci sarà un morto, giusto per il midseason
finale. Chi sarà? How to get away with murder,
per il terzo anno, ripropone la tipica struttura a incastro e sembra
avere imparato dagli errori di percorso. I coprotagonisti
hanno spazio per una vita sentimentale al di fuori del salotto
esclusivo della loro insegnante. Si formano strane coppie e quelle
più affiatate scoppiano per poi rinsaldarsi – bandita l'ambiguità
dei primi tempi, quanto sono sono diventati noiosi Connor e Oliver?
Il sicario Frank è in fuga e il preferito di Annalise, Wes, fa i
conti con le sue origini e un omicidio a cui ha
assisitito un finale di stagione fa. Quest'anno il mistero c'è e, a
metà, il colpo di scena non manca. Sul tavolo autoptico giace un
personaggio chiave, che ha portato con sé i dubbi di una
protagonista incriminata. Un incendio doloso, i personaggi in lutto,
la verità che salta fuori, e l'opportunismo, in un epilogo
calmo ma amarissimo, prende il sopravvento. How
to get away with murder,
imperfetto ma intrigante, ha al solito qualche sottotrama che
funziona e qualche sottotrama che avremmo volentieri evitato;
personaggi numerosi, che trovano compattezza attorno a un cadavere
caldo; una protagonista rara, che scende a
patti e scambia il giusto con l'utile. Insuperati professionisti
nell'arte dell'elusione, gli indisciplinati e disorganici membri
della classe della Keating la sfangano anche quest'anno. Li
mette in riga la Davis, fresca di Oscar, che ha forse bisogno di loro più
del solito. Per salvarsi la pelle in carcere. Per distrarsi dal
posto vuoto a lezione. (6,5)