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sabato 31 ottobre 2015

Mr. Ciak - Speciale Halloween²: The Green Inferno, Spring, Knock Knock, True Story, Coherence

Io e mio fratello – in particolare lui, appassionato di quel Cannibal Holocaust che conosco bene grazie a digressioni attente delle sue – lo attendevamo da due anni. Quando i siti a noi cari l'hanno annunciato, i trailer hanno voluto mostrarcene un pezzo, ma rimandi e controversie varie hanno fatto sì che, per problemi di distribuzione, restasse inedito fino a quest'autunno. Quando, censuratissimo e anticipato dal solito tran tran, in contemporanea mondiale, ha fatto il suo debutto nel Paese che ha dato i natali al Ruggero Deodato che Eli Roth – canaglia a cui vogliamo bene dai dei fasti sanguinosi di Cabin Fever – ha voluto ricordare a modo suo. La trama la conoscete: un gruppo di giovani volontari, in volo sulla foresta dopo una missione umanitaria, precipita nel campo di una tribù locale, dedita alla protezione dell'ecosistema e al cannibalismo. Sapete perciò quel che c'è da aspettarsi: litri di sangue, tensione, le urla dei prigionieri in gabbia. Tuttavia, nonostante il divieto ai minori di diciotto anni e voci di fantomatici svenimenti in sala, il sangue scorre in maniera moderata – si aspettano quaranta minuti per la prima uccisione, la più dettagliata, e poi abbondano fuori campo furbastri – e il dramma, la crudeltà aspettata, sono stemperati in siparietti assurdi che fanno scordare, strada facendo, perfino i pochi lati positivi. The Green Inferno parte piano e tardi, dando spunti interessanti che poi riprenderà solo nell'epilogo, per me un po' stucchevole: manca la denuncia dell'originale e i personaggi mediocri, che lo spettatore desidera veder morire dal primo all'ultimo, fatta eccezione per una Lorenza Izzo dagli occhi spiritati e ammaliatori, non sono capaci di reggere la baracca. Perché Roth, che piace perché terra terra, all'inizio si agghinda di ingiustificata serietà. Okay, uno dice, ci si abitua; ma, dopo uno scorcio di dramma che ha del realistico, eccoli lì. Terribili e involontari siparietti comici, tra attacchi di diarrea e fame chimica, tentativi di masturbazione e fuga, che fanno pensare più all'ultima, lercia commedia di Neri Parenti – lo conoscete Vacanze di Natale in Amazzonia? - che a un atto di ossequio verso una pietra miliare. Queste tribù fuori dalla civiltà, perciò, ha maggiore buon gusto di un Roth volgarissimo e paradossalmente timoroso. A volte, l'omaggio sembra avere i tratti dell'oltraggio; e quanto dispiace. (5)

Evan, californiano, abbandona gli Stati Uniti per l'Italia. Alle spalle, lascia un lutto e qualche debito: è povero in canna, vive giorno per giorno e, una volta atterrato, sceglie la Puglia. Louise, di origini italiane ma con un inglese perfetto, è bella e riservata: ha un occhio verde e l'altro castano, non torna tardi la sera, ha paura di innamorarsi. Nella sua città, muoiono misteriosamente numerosi randagi e, ogni primavera, approdano i turisti stranieri. I due protagonisti si conoscono, passeggiano, si piacciono. Ma lei ha un segreto da proteggere, lui soltanto una settimana per amarla. In uno speciale dedicato ad Halloween, cosa ci farà mai un melodramma indie di quelli che tanto amo, con i lunghi piani sequenza, le confidenze intime, il sentore dell'addio sin dalla prima sequenza; l'inizio che, al solito, suona come un lui incontra una lei? Spring è la trilogia di Linklater – essendo naturale, realistico, romantico – secondo Lovercraft. Una variante horror di Prima dell'alba, in cui il paranormale, in unione a un'originale mitologia, dà un brivido in più e la nostra bella Polignano a Mare – già al cinema, in questo periodo, con Io che amo solo te – offre scorci affascinanti, ma mai stucchevoli: vuoi la fotografia imprecisa, vuoi quelle ombre antiche che tingono di profondo rosso il sentimento tra due che si appartengono, ma non potrebbero. Si sa: io apprezzo gli amori fatti di tante parole e pochi fatti e indagare il soprannaturale. E i giovani Justin Benson e Aaron Moorhead, registi e autori di questa piccola rivelazione,sembrano avere confezionato per me una specie di ibrido ideale – un gradito regalo - con i ritmi lenti e le battute ironiche, i protagonisti convincenti e gli amori che, a ogni plenilunio, cambiano squame. Guidati da loro, neanche i quasi esordienti Lou Taylor Pucci e Nadia Hilker – tedesca, nonostante le forme mediterranee – appaiono senza timone. E dopo Twilight, preso in giro ma a capo di un nuovo filone tra il romantico e il paranormale, era estremamente difficile parlare della storia tra un umano e un'immortale, stando attenti a mode che uniformano, vuoi o non vuoi, e a miscugli che suscitano ilarità. In Spring, fieramente indipendente, si è così volentorosi da prendere a riferimento altri modelli, anche se inconsueti, e così sagaci da rendere credibile il magico. Prima offrirsi un gelato come una coppia qualsiasi, poi discutere dei difetti di un'esistenza secolare e dei pregi dell'invecchiare restando fermi. Spring è molte cose, ma soprattutto il boy meets girl più originale dell'anno. Allora il torto più grande che possa farti, in un'ultima notte tra le rovine di Pompei, non è farti dormire con la luce accesa, spaventarti. Ma spezzarti il cuore. (7,5)

A anni di distanza dal secondo Hostel, dopo numerosi film scritti e prodotti e una serie televisiva – l'affascinante Hemlock Grove – da lanciare, il buon Eli Roth torna, nello stesso anno, nello stesso post, non con uno, ma con due nuovi lungometraggi. Se The Green Inferno, con le aspettative elevate e gli alti rimandi, appare una delusione su ogni fronte – fuori luogo, poco brillante – questo Knock Knock, invece, visto appena il giorno successivo, sa fare leggermente dimenticare l'indicibile pochezza della riproposizione di Deodato e esempi di grottesca comicità involontaria. E, paradossale ma vero, con una trama all'apparenza più pruriginosa e uno svolgimento che poteva prestarsi alla cara, gratuita mattanza, qui Roth – sempre modesto: inutile specificarlo – sa però mostrare i piccoli segni di una maturazione giunta in ritardo e una scrittura che diverte senza grosse esagerazioni. Scelta curiosa. Perché Knock Knock – storia del perfetto padre di famiglia che, una notte, decide di darsi al sesso a tre con le ragazze sbagliate – ha un incipit da commedia sexy e lo svolgimento, procedendo con la visione, di un home invasion in cui i cattivi indossano la gonna corta e la vittima, comprensibilmente incapace di resistere a un corpo stuatuario, è un uomo per bene, sedotto e tormentato. Il cast è di bellissimi che, a onore del vero, se la cavano – accanto alle ninfette assassine Izzo e De Armas, il Keanu Reeves senza età. Ma, e con Roth ci sarebbe da aspettarsi l'esatto contrario, le torture raramente sono corporali: Knock Knock è un divertente thriller psicologico, una commedia nera; un onestissimo B movie che, nella sua ora e quaranta, si regge a dovere, con una dose di malizia che – questa volta – sopperisce alla mancanza di gore. A tratti, sembra un Hard Candy che va meno per il sottile – credete al fatto che queste due conturbanti diavolesse siano ancora minorenni? - o comunque un Funny Games da poco: patinato, ben musicato, ma anche dozzinale e rapido come piace a noi. Per tutti coloro che, sbagliando, pensano che un Eli Roth senza sangue e viscere sia come un cielo senza stelle. (6,5)

Due valigie ripescate nelle acque dell'Oregon. All'interno, il cadavere di una donna e di una bambina. La storia dell'omicida Chris Longo arriva alle orecchie di Mike Finkel, valido giornalista del Times dalla reputazione in caduta libera. True Story – annunciata storia vera sulle intime confidenze tra un autore fallito e un assassino che ha tutto da perdere – è un nevoso crime da Sundance, realista e teso. Cosa ci fanno in un faccia a faccia pieno di ritmo Jonah Hill e James Franco? A sorpresa, una gran bella figura. La strana coppia non perde mai credibilità e, in un trasfert freudiano che ha regole sue, si intrufolano l'uno nella vita dell'altro. La loro amicizia pericolosa, nata in interrogatori diventati corsi di scrittura creativa, è così intricata ed intrigante da sembrare finzione; ma, a volte, la realtà supera la fantasia, e in un mondo in cui i pozzi della cronaca nera offrono il petrolio più denso, l'esordiente Rupert Goold ci mette i volti giusti e tanto impegno. Il difetto che è che da True Story - il romanzo, targato Piemme, sarà in libreria a breve - alla fine ci si aspetterebbe un colpo di scena che non arriva. Con il rischio di risultare inconcludente, ma con l'abilità di saperti portare, dopo i momenti da cinema, coi piedi per terra. Ci si ricorda che è verità quando il coup de theatre non arriva e quando si realizza che quel criminale – qui interpretato dal Franco più in parte degli ultimi tempi, eccellente – è di vera carne. Dall'altra parte del vetro blindato, un Hill ineditamente serio e misurato e una dolcissima Felicity Jones. Ma il titolo, in fondo, annunciava una storia vera. Con tutte le incongruenze del caso. Con tutto ciò che non sapremo mai. (6,5)

Viaggi nel tempo e paradossi logici: ingredienti base dello sci-fi misterioso di cui non posso fare a meno. Coherence – girato con pochi spicci a casa di amici, ma messo in pratica dopo dieci anni di meditazione - aveva congetture stuzzicanti e recensioni positive. Cosa ci fa un altro te, in una o cento case fotocopie della tua? L'esordio di Byrkit non può certamente vantare interpreti di prima scelta, ma ha dalla sua teorie inquietanti e suggestive. Nella prima ora, perfetta, ho visto il grande potenziale; nel tempo rimanente, invece, il mistero si fa fine a sé stesso – stupisce, ma sfugge il senso della situazione – e, come dirlo senza svelare troppo?, si eleva a protagonista la bella Emily Baldoni e la forza della sua scelta, in una sorta di cupo Sliding Doors in cui puoi decidere tu quale porta aprire e quale vita lasciarti alle spalle. E mi sarebbe andata anche giù, la cosa, se solo avessi avuto più familiarità con il personaggio; se solo le figure che popolano le case tutte uguali di Coherence avessero avuto modo di raccontarsi allo spettatore. Ognuno ha i suoi ritmi, e Coherence ha dalla sua un ritmo forsennato, ma l'autore ha riposto troppa fiducia nell'effetto sorpresa, scarsa cura nella coerenza di relazioni e rapporti. I personaggi, così facendo, risultano figurine stilizzate, sprovviste della terza dimensione. Problema di una certa importanza, per me, se si decide di girare in interni limitati e con un cast ristretto. A un certo punto, nel film, si spiega il paradosso del gatto di Schrodinger: c'è un gatto, in una scatola, con un veleno mortale accanto. Il gatto è vivo o morto? Il gatto è vivo e morto, o così ho capito, più o meno, finché non apri la scatola e lo scopri da te. Ecco, Coherence mi piaceva di più nell'incipit, a scatola chiusa. (6)

giovedì 27 febbraio 2014

Recensione: Utopia. Multiversum, di Leonardo Patrignani

Ciao a tutti, amici? Allora, come state? Finalmente, sono libero: ieri, ufficialmente, si è conclusa la sessione invernale e, per fortuna, nel migliore dei modi possibili. La libertà, però, sarà breve: il cinque si ricomincia con le lezioni. Intanto, leggo. Intanto, scrivo qualche post. Oggi, sono qui a parlarvi dell'ultimo romanzo di una trilogia che ho amato molto: una saga italianissima, firmata dal nostro Leonardo Patrignani. Dopo le sorprese di Multiversum e Memoria, questo Utopia non mi ha entusiasmato quanto pensassi. Ricordate, il mese scorso, la recensione su Requiem, di Lauren Oliver? Nelle linee generali, mi trovo in una situazione altrettanto difficile, altrettanto simile. Ovviamente, in questa occasione, giudicherò questo specifico volume, non l'intero percorso, che è a dir poco notevole. Vi invito a leggere la mia recensione, per capire cosa cerco di dirvi. Oltre a cenni vaghissimi sui precedenti, non sono presenti spoiler. Ringraziando Leonardo e l'ufficio stampa Mondadori, vi saluto tutti e vi auguro buona lettura. Un abbraccio, M.
C'è qualcosa, in me, che forse c'era anche all'inizio dei tempi e ci sarà alla fine. E' una luce che splende dentro di me. Forse è una luce che splende dentro ognuno di noi, ma non tutti sono in grado di vederla.

Titolo: Utopia – Multiversum
Autore: Leonardo Patrignani
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 390
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 25 Febbraio 2014
Sinossi: Quella in cui Alex, Jenny e Marco vivono da diciotto anni è una realtà confortevole, una nuova vita lontana dal drammatico ricordo del 2014, sepolto nelle loro anime. Ma il rifugio sicuro in cui sono cresciuti è solo una delle infinite facce del dado, una delle molteplici realtà del Multiverso. Altrove, i loro corpi sono invecchiati e il mondo si trova sotto la nefasta guida di qualcuno che teme il loro potere. Hanno attraversato le dimensioni parallele, hanno varcato i confini del tempo scavando nel passato. Il senso del loro viaggio sta per svelarsi. La loro memoria è l'ultima speranza rimasta.
                                                  La recensione
Sono seduto a una scrivania che un tempo è appartenuta a qualcun altro, ma davanti al portatile che è sempre stato mio. Ero al computer anche allora, ero seduto anche allora: in questa recensione parlerò di ciò che è rimasto uguale e di ciò che è cambiato. E' giusto così. Era il 2012 e non era ancora primavera. Il mio blog aveva un mese di vita appena e lettori che, quasi, si potevano contare sulle dita della mano. Ero sbucato dal nulla, insieme al nuovo anno, con un angolino virtuale in cui non credevo, fino in fondo, neppure io. Avevo fatto amicizia, quindi, con tutti i nuovi arrivati, un po' come si fa all'università. L'ambiente sembra inizialmente ostile, estraneo, ma poi ti guardi intorno e riconosci nelle parole di un altro, nello sguardo di un altro, le tue stesse paure, le tue stesse incertezze, i tuoi stessi complessi d'inferiorità. Dubbi, dubbi ovunque: quelli che ci accomunano e non ci rendono mai soli per davvero, quelli che ci fanno stringere belle alleanze, quando abbiamo bisogno, be', di dubitare tutti insieme - con compagni d'avventura salpati per un viaggio talora salvifico, talora incerto. Con compagni di dubbi. Tra questi aspiranti avventurieri, tra questi naufraghi persi con la testa tra i libri e i pensieri nella rete, autori esordienti, qualche volta. Autori pubblicati, autori in attesa di pubblicazione, autori spaventati dalla parola autore: poca spavalderia, grande fragilità. 
E' stato allora che ho conosciuto Leonardo Patrignani e ho scoperto il Multiverso: mia la fortuna di pubblicare la prima intervista, mio il tempismo perfetto di pubblicare per primo – e per ben due anni di seguito – le recensioni dei suoi romanzi. Capirete che, sentimentalmente, sono molto legato a questa trilogia. Ci ho tenuto e ci tengo ancora. Non posso parlarne senza pensare a quel Michele che, in una dimensione parallela, ha ancora diciassette anni o a quel Leonardo che, prima che il dado mostrasse una nuova faccia, non confidava troppo nella meritata fortuna che, di lì a poco, avrebbe avuto. Non posso scriverne senza pensare all'oggi. Io ho finito il liceo (anche se sembrava infinito), ho già due esami nel mio curriculum universitario (anche se non ci speravo), sono andato leggermente lontano da casa (anche se pensavo di non avere abbastanza coraggio). Leonardo Patrignani, nel frattempo, si è sposato, è diventato due volte papà, ha completato la sua trilogia e ha venduto i diritti di Multiversum in non so quanti paesi: parecchi, quello è certo. Sono certo anche di un'altra cosa: avete imbrogliato, ammettetelo. Lo so, perché lo faccio sempre anch'io: un'occhiata alle stelline assegnate alla fine, poi un'occhiata al resto. L'ultima cosa che un recensore appunta, ma la prima a cui l'occhio corre: è naturale, è una cosa da lettori. Proprio come non prendere mai il primo romanzo della pila, in libreria; proprio come controllare, prima di iniziare a leggerlo, la lunghezza dei capitoli, la grandezza del font, il numero complessivo di pagine. Tre stelle: voto sicuro; voto che amo e non amo. Ce ne sono di due tipi, per l'esattezza: le tre stelle di quei libri che sono così, carini e basta, e quelle che trasmettono una certa amarezza, indicando il mancato raggiungimento – alla fine – di un obiettivo che davamo come certo, assodato. La valutazione di Utopia, nel bene e nel male, lo rende parte della seconda categoria di romanzi. Nel bene, perché non è uno di quei romanzi piccini, che definisci carini in mancanza di altre parole. Nel male, perché mentre Multiversum e Memoria hanno saputo entusiasmarmi, quest'ultimo l'ha fatto di meno. Forse la verità è questa: quando una storia ti piace, quando una storia la aspetti, nella tua testa la immagini come puoi e vuoi, in attesa di scorgerla sullo scaffale di una libreria o nella buca della posta. La scrittura di Patrignani è cinematografica. Crea immagini, e le immagini parlano. C'è ritmo, concitazione, e i capitoli sono sequenze e sottosequenze. Il passato e i ricordi sono come vivide visioni. Mi è mancato, perciò, qualche sano momento di stasi narrativa. Una pausa per pensare. Una bolla – nel tempo – in cui rifugiarsi per raccontarsi un po'. Stilisticamente c'è stato un assestamento: ho letto più convinzione, più fiducia; passaggi che univano l'acerba freschezza del primo romanzo ai toni più ispirati e poetici del secondo. I ritmi sono vertiginosi, da action movie: una sosta nell'intimità dei protagonisti non è quasi mai concessa. Gli intrecci di voci rompono le dighe, il liquido della vita straripa e annienta gli argini, lo tsunami non puoi contenerlo in un bicchiere di vetro. Ripensi a com'era all'inizio e a com'è ora. Tutto è cambiato, tutto è cresciuto, invecchiato; tutto si è complicato. Questo, nello specifico, valeva principalemente per il bel Memoria: cervellotico, machiavellico, ispirato da scienza e immaginazione a momenti alterni. La storia appartiene talmente tanto a Leonardo che in essa converge tutto ciò che gli piace, tutto ciò che conosce, tutti ciò che lo affascina. E' diventata altro da quel che era, perciò. Muore e rinasce. Vive mille storie, mille imprese, mille vite. Mancano tutti i modi in cui ama o ha amato, secondo me: l'amore di un padre, di un figlio, di un compagno di vita o di un migliore amico li ho percepiti assai debolmente. Eppure Multiversum aveva proposto, inizialmente, una storia d'amore tra l'talia e l'Australia. Si basava su un appuntamento e su una ragazza che non c'era. Non per il ritardo di treni, tram, taxi: la vita era arrivata tardi, la morte presto. Troppo. Jenny era al di là dello specchio. Viva, ma in un altro altrove, in un altro mondo. Lei e Alex erano i protagonisti, erano giovanissimi, si volevano bene come si vuole bene chi pensa di avere tutto il tempo del mondo. Tra Milano, Melbourne e Barcellona, il romanzo di Patrignani era un'autentica novità... già un passo nel futuro. Era il 2012, eppure parlava del 2014: sopravvissuti all'apocalisse Maya, i lettori erano stati spettatori di una nuova catastrofe scoppiata nel cielo, sul Duomo, la Sagrada Familia, Altona Beach. Jenny ed Alex erano diventati i novelli Adamo ed Eva di un nuovo, distopico Eden, ma anche personaggi secondari. Marco, invece, si era scoperto, da semplice comparsa, protagonista assoluto. E in una dimensione parallela potremmo esserlo anche noi; passare da nerd a re del ballo, o – meglio – da nerd ad aspiranti salvatori del mondo. 
Salvati dal mare, salvati da Marco, Alex, Jenny e mucchi di cose preziose. Cose antiche. Il mare ha custodito persone, oggetti, manufatti. Non la musica. A Gea è toccato in sorte un futuro senza musica e un avvenire senza speranza, in cui il Benessere è una gabbia, la scienza è un'arma, i media un'arma di distrazione di massa. Utopia parte da lontanissimo. Tutti hanno fili grigi tra i capelli, rughe sul volto, piaghe nell'anima. Vessati dai segni del tempo, loro che l'hanno esplorato, esaminato, temuto. Loro che l'hanno perfino venduto. Camminano lungo un labirinto di infinite direzioni, che fa tappa per le distopie “minimal” di Lois Lowry, i faticosi viaggi e le omeriche peregrinazioni di una parabola sacra, lo spionaggio. Contenitori di storie, esperienze e ricordi da strappare via come organi vitali, i personaggi esplorano anni che non puoi contare e che non potrai vivere, nemmeno se l'immortalità ti avesse benedetto. All'inizio li conti sulle dita. Un anno, due anni, tre anni... poi nemmeno due mani bastano più. Le linea del tempo, come un tatuaggio nella memoria, continua a snodarsi nella tua testa. Quella raccontata nella trilogia è una storia lunghissima, sterminata, apparentemente senza controllo. Una storia che, quando si scopre più concreta, quando abbandona “l'iperuranio” per la terra e l'astratto per il concreto, si fa anche più imperfetta. L'ho trovata composta da due parti nette, questa volta. La prima è permeata da una lieve confusione che avvince, intriga, ipnotizza. 
Ha, infatti, quel qualcosa di misterioso che ti spinge a farti tante domande, a chiederne ancora e ancora. L'ho preferita di gran lunga, anche se, pure io che con la fantascienza non ho molta familiarità, qualche forzatura di troppo e qualche falla l'ho individuata. Nella seconda parte, invece, le nebbie iniziano a diradarsi, il quadro ad apparire chiaro. E' stato allora, quando la verità era lì, a un passo da me, che ho capito cosa voleva dire Lessing. L'attesa è piacere. Quel velo sottile e invalicabile è affascinante. Quel fumo magico, soffiato generosamente negli occhi, ti brucia e ti seduce. Oltre il fumo, non ho trovato quello che aspettavo. Ci avevo pensato per un anno esatto, e scoprire che la soluzione era molto più ovvia, semplice, immanente di quanto pensassi è stato un grande e sonoro “ma”, dopo due libri che avevo consigliato e lodato senza riserva. Mi aspettavo il meglio. Qualcosa che fosse il meglio per il sottoscritto, almeno, che scrive dall'alto – o dal basso - del suo personale punto di vista. Una conclusione da fuochi d'artificio in cui, lontano da dimensioni deformate, reiterate, dispersive come in una sala degli specchi, tutto il molteplice avrebbe trovato l'unità sperata. Come in Cloud Atlas, ad esempio. Tante vite, tanti episodi, destinati a incrociarsi in un finale emozionante, forte, indimenticabile. Il capitolo conclusivo debole non lo è stato, effettivamente, ma non ho apprezzato molto il modo in cui ci sono giunto. Alcune dimensioni non ne sfiorano altre, alcune vicende si accontentano di rimanere a sé stanti. Ci sono piani e livelli che non si toccano. Né delicatamente, con una carezza contro lo spazio e il tempo, né con l'improvvisa irruenza di un terremoto che li porta alla definitiva collisione. 
di Roberto Oleotto
Ho capito poco del Multiversum, meno ancora dei suoi personaggi. Tratti essenziali, una linfa vitale poco potente. Dovrebbero essere tra le persone più interessanti del cosmo, dopo tutto ciò che hanno vissuto sulla loro pelle, ma invece sono statici. Hanno un cervello che lavora come una macchina perfetta, ma il loro cuore è sordomuto. Non mi sono legato a loro e, anche nelle situazioni più toccanti, non li ho sentiti vicini. Distanti tra loro, lontani da me. Utopia, nell'ultima parte, diventa un film d'azione e loro diventano i personaggi di un film d'azione, debitamente messi in ombra quando a essere richiesti sono la forza fisica, il coraggio, la tenacia. Intervengono, allora, nuovi comprimari, dei quali ho trovato poco astuta, personalmente, la scelta dei nomi e, in alcuni casi, il loro stesso inserimento. Sono intagliati con poca cura, fungono talvolta da evidenti espedienti narrativi, fanno sì – involontariamente - che l'attenzione sui vecchi Jenny e Alex vada scemando ulteriormente. I più deludenti, forse, sono gli antagonisti. Mi hanno ricordato i villains di 007 – stesse smanie, stessi moventi, stessi momenti. Tutti neri, tutti cattivi, tutti senza sfumature, in una dimensione distopica che nemmeno l'essere ormai adulto di Patrignani riesce a colorare con riferimenti all'attualità o con tonalità non contemplate già negli altri libri di un genere – il distopico – che ormai, per me, è a digiuno di novità. Anche Marco, insieme al suo nome originario, ha perso una certa dose di carisma e genuinità, ma ad avere la peggio è la coppia già citata. Dopo tre libri, dovresti sapere come sono fatti, perché si amano, quanto si amano, cosa pensano l'uno dell'altra, con quali gesti dimostrano il loro sentirsi anime gemelle. A dirci che tra di loro c'è una storia d'amore è la diretta voce dell'autore, ma di quel mancato appuntamento sul molo – due libri fa – resta solo il romantico ricordo. 
Che il romanticismo non fosse tra gli obiettivi di Patrignani l'ho capito dall'inizio, ma una storia tra essere umani e una storia pubblicata dalla collana Chrysalide – che, oltretutto, ha un target spiccatamente adolescenziale – dovrebbe avere una giusta componente sentimentale. Se non altro, per far scattare il brivido davanti a quell'ultima paginache segna la fine di un percorso bello, ma non esente da alcune (im)previste instabilità. Mi piace pensare di aver fatto un po' da baby sitter – passatemi la metafora – a questa serie e Utopia è sinceramente il più debole tra i figli d'inchiostro dell'autore. Quello che avrebbe avuto, forse, bisogno di più tempo, cura, attenzioni. Io non amo gli addii. Non amo quasi mai come mi dicono addio, e non l'ho fatto nemmeno questa volta. Perchè ogni ritorno a casa vuol dire sempre lasciarsi persone care alle spalle e perché – a volte – manca quella carica emotiva che renda l'addio dei più indimenticabili e sentiti. Quella di Patrignani era una storia potenzialmente infinita, grazie a una teoria che – tra scienza, superstizione e fede – affascinava e scavalcava muri di limiti e mari di allettanti supposizioni. Ma doveva avere una fine, sì, e, francamente, ho percepito una certa fretta. Come se il treno volesse raggiungere la sua meta nel minor tempo possibile. Senza curarsi della gente rimasta indietro, col biglietto già obliterato in mano, o dei ritardatari che, invano, tentavano di richiamare l'attenzione del capotreno, dall'esterno, e di fermare ciò che era ormai in movimento continuo. Leonardo ha regalato tante vite ai suoi personaggi, non il tempo. La storia è guidata dai fatti, non dalle persone che la popolano. E' solo il Multiverso ad avere vita propria. Una saga composta da tre libri, questa, in cui è possibile individuare, per ampi tratti, una bellissima crescita di fondo. Nonostante tutto, messi puntigliosamente in evidenza i problemi ora grandi e ora piccoli dell'ultima tappa, non posso fare a meno di consigliarne la lettura. Sia per quello che ha significato per me, sia per l'audacia e l'assoluta originalità delle tematiche trattate. Era materiale completamente nuovo, ma anche potenzialmente esplosivo. L'ultima tappa del viaggio non mi ha pienamente soddisfatto, ma non significa che non ne sia valsa pienamente la pena. Un libro è fatto di scelte e, questa volta, si ci affida maggiormente alla memoria del cervello che a quella del cuore. La più duratura, tra le due solo, solo il tempo saprà decretarla.
L'errore comune a tante saghe è uno solo: sapere come hanno inizio, non sapere come finiscono. Leonardo Patrignani, invece, è lucido, metodico; segue il flusso e lo doma. Avrei preferito, tuttavia, se qualche volta si fosse perso anche lui. L'avrei apprezzato anche di più se, davanti a un tentennamento, si fosse affidato alle sue creature e pensato: “Vediamo che mi dicono; vediamo dove mi portano. Ascoltiamo e basta.” Perso lungo un crocevia di tempi, ere, esistenze, in un infinito viaggiare che più si scopre spericolato, più si rivela improvvisato, più si manifesta meraviglioso.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Within Temptation – Utopia 

giovedì 21 febbraio 2013

Recensione: Memoria - Multiversum, di Leonardo Patrignani

Ciao a tutti! Questa mattina, la recensione di un romanzo di recente uscita. Forse, uno dei più attesi in questi primi mesi dell'anno. Dopo Multiversum (la mia recensione qui), Leonardo Patrignani e i suoi giovani protagonisti tornano per il secondo capitolo di una fortunata trilogia, inaugurata lo scorso anno e già tradotta in dieci lingue. Le mie impressioni? Tutto nella recensione! Ringraziando la Mondadori e l'autore, vi auguro una buona lettura ;)
In quel bacio c'era il ciclo della natura che iniziava, si evolveva e terminava, per poi rinascere ancora. C'era l'amore. La loro fortezza inespugnabile. Il loro scrigno segreto. Oltre la vita, oltre l'eterno. 
 
Titolo: Memoria. Multiversum
Autore: Leonardo Patrignani
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 331
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 19 Febbraio 2013
Sinossi: Alex, Jenny e Marco hanno provato sulla loro pelle cosa vuol dire perdersi nelle infinite strade del Multiverso. Ora, però, non sanno come uscire da Memoria, una dimensione mentale, non meno chiusa di una gabbia, nella quale vedono solo ciò che ricordano. Mentre i secoli trascorrono dopo la fine della loro civiltà, una nuova Era comincia sul pianeta Terra. 
Ma in che modo si possono usare i ricordi per fuggire da Memoria e scampare all'eterna condanna? Quali segreti disseppelliti dal passato permetteranno loro di risvegliarsi nel futuro?
                                                       La recensione 
Ed è finito. Così. Veloce come è iniziato. Troppo in fretta.
L'epilogo. La fine. The end. I ringraziamenti conclusivi, e giù il sipario.
Il capitolo centrale di una delle più fortunate trilogie italiane, dopo qualche intensa ora di lettura, è riposto sullo scaffale, accanto al suo bel predecessore. Com'è stato? Difficile spiegarlo. Quasi impossibile stilare il racconto di un viaggio intrapreso a cavallo di tutte le dimensioni possibili, ed eppure custodito in una piccola bambola russa a forma di libro; riposto in una libreria, compresso tra le righe di una prosa che sembra crescere di opera in opera, destinato a ricondurmi alla familiarità della mia casa solo ad avventura ultimata. Memoria ha inizio esattamente dove Multiversum si era concluso.  
In maniera violenta, nervosa, repentina, sono stato costretto a ricordare. Di Alex, Jenny e Marco. E di una Barcellona spettrale animata da ricordi collettivi. E di un orizzonte piatto come un bianco vuoto cosmico. Sono stato catapultato lì dalla prima pagina. Io e i protagonisti ci siamo rivolti sorrisi timidi, di circostanza; gli stessi che ci si scambia con un amico che non si vede dal suono dell'ultima campanella prima delle vacanze estive. Sono stato subito messo al corrente degli attimi di vita che mi ero perso. I primi diverbi, le prime divergente, le prime crepe sullo scudo di tre sopravvissuti al fuoco, alla distruzione e al respiro smorzato della Terra che muore. Attimi che durano un centinaio di pagine, qualche giorno, o un paio di secoli. Magari cinque. Giriamo pagina e, d'un tratto, le spire nebbiose della nebbia di quel limbo senza tempo si staccano una ad una, cadendo a terra come pelle vecchia insieme ai limiti fisici che rappresentano. E' una sorta di gioco di prestigio, ma senza trucchi. In una pagina siamo a Memoria, nell'altra i nostri piedi sono oltre la soglia del futuro. Quello che nessuno della nostra generazione potrà mai vedere, ma che per i tre amici è reale. Grattacieli che bucano le nuvole, al di là di un banco di onde e di un letto scavato in vetro infrangibile. Un nuovo inizio, un nuovo cielo, ma sempre loro. Giovani, speciali, all'improvviso lontani. Dalle partite di basket, da lunghe vasche da percorrere a frenetiche bracciate, da siti da penetrare a colpi di click. Lontani tra loro, sballottati negli abissi dello spazio e del tempo, ma non dai lettori, che, dopo un anno di attesa, li seguirebbero in capo al mondo... La conoscenza di una nuova società distopica ha inizio.
I suoi retroscena, i suoi torbidi doppi giochi, si leggono tra i pensieri di Ben, un uomo dalla libertà negata che viaggia su un sottomarino a ventimila leghe sotto i mari: passeggero, accorto impiegato, prigioniero (in)consapevole di un'autorità che gli dà denaro e aria da respirare, ma tenendolo sotto la minaccia di uno schiaffo. Allontanarsi dalle rotte stabilite è proibito. Ribellarsi è mortale. 
Ma un segreto lo aspetta sul fondale, e con esso una prima ragione per lottare. In maniera imprevedibile, oltre ogni logica e certezza, la sua vita è legata embrionalmente a quella di Marco, Jenny ed Alex. Nati in un'epoca remota di cui non restano che cimeli nel mare immenso, ma che è ad appena un battito d'ala dalla sua: un'altra faccia del dado lanciato dal destino. La prossima.
Multiversum era la novità. Tutti l'avevano adorato per quello. Presentato come la storia di un amore inafferrabile, aveva sorpreso critici ed editori con un intreccio imprevisto e con una freschezza d'espressione considerata, in ogni campo della narrativa per ragazzi, ormai sacrificata in nome del sacrosanto cliché. Leonardo Patrignani aveva incantato tutti, aveva guardato l'apocalisse negli occhi e, in un esordio audace e coraggioso, aveva sposato la teoria della relatività e consacrato in nome di essa il tenero affetto di due innamorati: cuori in una tempesta elettromagnetica. Scrivere il capitolo secondo della trilogia dev'essere stato un'impresa complessa su tutti i fronti. C'erano un'infinità di nodi da sbrogliare, domande alle quali dare risposta, aspettative (altissime) da mantenere, tempi di consegna da rispettare, una verità (quasi sempre vera) con la quale confrontarsi: un romanzo intermedio è una creatura dalle forme sfuggenti; un passaggio – spesso troppo brusco - tra le sorprese dell'incipit e i colpi di scena del capitolo finale. Nel mio piccolo, posso dire che l'esito finale non è stato buono... di più! Il nuovo romanzo è più universale, più spettacolare, più immediato. Scritto notevolmente meglio ed architettato con una maestria di internazionale e “nolaniana” influenza, ci mostra un Patrignani professionalmente cresciuto in modo esponenziale nel corso di un unico e proficuo inverno. 
Quasi irriconoscibile in una prosa che, oramai, non ha più nulla di acerbo e scolastico, rafforza il suo valente intreccio con accostamenti forti e originali, figure retoriche sparse generosamente come piccoli cammei e nuovi personaggi che trovano una perfetta connotazione anche in un “cast” già consolidato, amato, affiatato. Vero, ci regala una decina di pagine in meno rispetto al primo, ma in esse troviamo un personaggio che finalmente ha il ruolo a lui più congeniale: quello di protagonista. Il solo ed unico Marco, che - su una sedia a rotelle o sulle proprie gambe, orfano o parte di una famiglia felice – è adorato dai lettori in qualsiasi piano spazio temporale si trovi a vagare: un perfetto nerd, un eroe esemplare, il custode delle vibrazioni impercettibili del multiverso. Volendo spaccare il capello in quattro, l'unica nota stridente – accanto ad un inizio un po' troppo dispersivo – l'ho trovata nella caratterizzazione della Terra del futuro. E' resa con la giusta vaghezza in modo da lasciare punti in sospeso per il sequel, ma, seppur nelle linee generali, mi ha ricordato quella di due recenti romanzi del genere sci-fi: La colonia sommersa (una distopia subacquea) e Across the universe (una cupa e claustrofobica Odissea nello spazio). Ma sono io che, probabilmente, leggo troppo di tutto! La sensazione è durata poco, spazzata via da una serie di inaspettati colpi di scena che mi hanno lasciato a balbettare frasi senza senso: “Ma oh! Ma cavolo! Ma wow!”; la bocca che formava una “O” e che, allo stesso tempo, avrebbe voluto ridere e ridere davanti a una sorpresa di tal genialità. Memoria è un libro che non brilla e non vuole brillare della luce riflessa del capostipite della saga. Vivo, scritto su misura dei lettori, sa rinnovarsi dall'interno, cercare nuove mete, inseguire nuovi scopi, mettersi alla prova con tentativi che – anche se non sempre riusciti alla perfezione – mostrano la voglia dell'autore di non accontentarsi del primo applauso strappato alla platea. Il primo, nel finale, mi aveva lasciato forse più appagato; questo ha fatto sì che percepissi un po' dell'incombenza e dell'ansia della fine di un lungo viaggio. Il primo era un uragano, questo è il Big Bang. Ho tante domande, un groppo alla gola che non mi spiego, una forte curiosità da sfamare. Aspetterò. Il terzo capitolo – in una vita o nell'altra – l'ho amato già. Non è preveggenza. E' Multiversum.
Il mio voto: ★★★★ +
Il mio consiglio musicale: Queen - Who Wants to Live Forever

martedì 22 gennaio 2013

19.02.2013: Multiversum - Memoria, di Leonardo Patrignani

Il momento è giunto, miei cari. A breve, infatti, sarà passato un anno da quando, lo scorso Febbraio, Leonardo Patrignani, un giovane autore alle prese con il suo primo, ambizioso romanzo, ci presentò Multiversum. Il web impazzì letteralmente. Interviste, recensioni su recensioni (qui trovate la mia), diritti acquistati dalle case editrici di mezzo mondo. Perfino coloro a cui non era particolarmente piaciuto, avevano mostrato una particolare ammirazione verso l'inaspettato e sorprendente rovesciamento finale. Una parola ripetuta in diversi capitoli – Memoria – divenuta finalmente concretezza. Una parola che, evocativa e affascinante, ha dato il titolo al secondo volume della trilogia dello scrittore milanese, edita dalla collana che ci ha fatto conoscere Muses, La sedicesima luna, Chi è Mara Dyer.
Curiosi di sapere cosa ne sia stato di Jenny, Alex e Marco e di scoprire se le previsioni su un volume ancora più entusiasmante del primo siano corrette? E di conoscere, inoltre, tutti gli inesplorati e intricati sentieri del Multiverso? Risposte alle vostre domande il 19 Febbraio 2013, quando in libreria, con una copertina spettacolare (ma quanto è bravo Roberto Oleotto?!) quanto quella del primo, potrete trovare un nuovo pezzo dell'avventura più sensazionale che c'è. Intanto, occhio alla trama e alle varie news, apparse in anteprima sul sempre aggiornatissimo Fantasy Magazine, dove, in esclusiva assoluta, è possibile godersi l'intenso prologo (qui). Chi lo aspetta con me? ;)

Titolo: Multiversum. Memoria
Autore: Leonardo Patrignani
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 260 circa
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 19 Febbraio 2013
Sinossi: "Forza, usciamo da questa gabbia." La frase pronunciata da Marco, con cui si conclude il primo romanzo, è il punto di partenza del secondo capitolo della Multiversum Saga. Alex, Jenny e Marco si trovano in Memoria, luogo esclusivamente mentale nel quale vedono solo ciò che ricordano. Mentre i secoli trascorrono dopo la fine del loro mondo, una nuova era è cominciata sul pianeta Terra. Sarà Jenny a svegliarsi per prima, in una cabina a bordo di un sottomarino, in una realtà di nuovo fisica. La voce di Alex suona ancora nella sua testa ma lui non è con lei. Solo ritrovandolo potrà cercare una via d'uscita da quell'ennesima trappola. Sempre se è vero che nelle infinite biforcazioni del Multiverso esiste una strada alternativa...

lunedì 19 marzo 2012

Recensione in anteprima: Multiversum, di Leonardo Patrignani


Leggere la trama di questo romanzo, soffermarmi sui colori caldi e avvolgenti della copertina, fantasticare ad occhi aperti sull'esistenza di mondi paralleli al nostro e sulla fragilità dell'amore impossibile tra i due giovani protagonisti, ha suscitato – sin dalla prima volta in cui lessi l'originale sinossi di Multiversum - brividi intensi e forti emozioni nel mio cuore di lettore.
In tanti anni, non mi è veramente mai capitato di essere a tal punto suggestionato dalla trama di un romanzo da passare interi pomeriggi e ore di lezioni a fantasticare ad occhi aperti sul suo sviluppo e sulle caratteristiche dei suoi personaggi!
Già un mese prima di riceverlo in anteprima dal gentile ufficio stampa della Mondadori, il fluire impazzito di aspettative e sensazioni aveva scritto nella mia testa le pagine di una storia che non conoscevo, ma che, per qualche misterioso motivo, sentivo vicina al mio essere e al mio cuore pulsante.
Quasi come se, in una realtà parallela, avessi carpito anch'io i misteri del Multiverso e fatto mia l'originale avventura a cui , da qualche mese a quella parte, la trascinante fantasia di Leonardo Patrignani avrebbe dato voce e concretezza.
L'ho cominciato a leggere con la sensazione che, tra quelle pagine, avrei trovato nero su bianco le ipotesi che, nelle settimane precedenti, avevano riacceso i colori della mia immaginazione da troppo tempo sopita. L'ho cominciato a leggere come se mi fosse stato recapitato per errore e come se, averlo tra le mani con così ampio anticipo, fosse il regalo più bello per il sopraggiungere imminente dei miei diciotto anni e la generosa ricompensa per averlo atteso con così tanta trepidazione.
L'inizio un po' frettoloso del libro, accompagnato da capitoli troppo brevi e da una scrittura troppo semplice e lineare, mi aveva riempito le orecchie e il petto di un suono sordo e tristemente familiare. Il suono assordante e amaro di aspettative che si infrangono.
Non che il libro fosse banale o noioso, ma, dopo lunghi giorni di attesa con la sola compagnia della mia fantasia galoppante, avevo l'impressioni di non riconoscervi tra le righe il sentimento e la passione che mi ero augurato.
Scorreva tutto troppo velocemente, come un fiume in piena che – spedito – corre senza ostacoli e intralci verso un epilogo già prestabilito. Non riuscivo a sviluppare empatia con i personaggi, non trovavo il benché minimo appiglio a cui agganciarmi. Le mie dita scorrevano instancabili tra le pagine; i miei occhi divoravano i capitoli e il mio cuore rimaneva arido dinanzi al nascere del dolce sentimento tra Alex e Jenny. Volevo labirinti di poesia in cui rimanere intrappolato, vibranti aforismi su cui soffermarmi, una scrittura più incisiva e una forma di fantasia più dilagante in cui svanire. Volevo fortemente che quel “Buon viaggio...” appuntato dall'autore sulla copertina assieme al suo autografo fosse una promessa per il futuro. Volevo perdermi nella voce dei protagonisti. Volevo spiccare un balzo e perdermi tra le righe di un'avventura al cardiopalma. Volevo che il mio viaggio nel mondo di Multiversum cominciasse.
Non so quando e come sia accaduto esattamente, ma, se sono qui a scrivere questa ampia premessa, sappiate che la risposta è sì: anch'io ho trovato la mia Chiave; la mia Cintura di Orione; il mio personale portale d'accesso; la mia finestra spalancata su quello che è il ricco mondo interiore di Leonardo Patrignani.
Con il procedere della narrazione, i capitoli si fanno più fitti; il tono si eleva. I sentimenti diventano più intensi e la voglia di rimanere stupidi davanti al colpo di scena finale più forte. La realtà, come in un caleidoscopio, si frammenta in schegge aguzze e irregolari; nuove tonalità la colorano e il calore dell'amore si scontra con nubi grige di tempesta e con la violenza di un destino ineluttabile che, spietato, squarcia il cielo e getta ombre di morte su strade un tempo familiari.
La scrittura diventa più compatta e ispirata, lasciando finalmente emergere l'entusiasmo di una fantasia senza freni. Mentre il destino dei protagonisti viene stravolto e disarmanti riferimenti all'attualità si mescolano a un futuro distopico e visionario nello stile di Orwell, Multiversum raggiunge l'obbiettivo verso il quale avevo nutrito le mie più rosee aspettative. Diventa un videogioco dal ritmo frenetico, un survival horror dai toni apocalittici, un dramma intimista e convincente, un'epopea romantica divisa tra la tenerezza di un bacio, il calore di un abbraccio e l'ansia angosciante di una condanna che - silenziosa e fatale – cade dal cielo stellato.
Patrignani sorprende, shocca, solleva il malinconico velo dei ricordi e tocca il cuore, riuscendo a dare ad una storia già bella di suo il sapore epico di una moderna Odissea.
Se Omero avesse letto Marsden e King, giocato a Silent Hill e conosciuto le meraviglie della moderna tecnologia, il poema che tutti noi conosciamo avrebbe oggi il ritmo trascinante e sostenuto di questa invidiabile opera prima.
Il mio voto: ★★★★
Il consiglio musicale : 30 Seconds to Mars – Kings & Queens
 

lunedì 27 febbraio 2012

Multiversum , di Leonardo Patrignani : intervista all'autore !

Fra un mese esatto – il 27 Marzo 2012 – la Mondadori rilascerà un avvincente urban fantasy tutto italiano ! Si tratta di Multiversum, un romanzo che mescola brillantemente – in un mix unico e sorprendente - azione, amore e fantasia. Curioso di saperne di più, ho intervistato l'autore, che ringrazio per la sua cordialità e per le sue risposte ampie e sincere. Vi lascio con la scheda del romanzo e con l'intervista a Leonardo Patrignani: non perdetela!

Alex vive a Milano. Jenny vive a Melbourne. Hanno sedici anni. Un filo sottile unisce da sempre le loro vite: un dialogo telepatico che permette loro di scambiarsi poche parole e che si verifica senza preavviso, in uno stato di incoscienza. Durante uno di questi attacchi i due ragazzi riescono a darsi un appuntamento. Alex scappa di casa, arriva a Melbourne, sul molo di Altona Beach, il luogo stabilito. Ma Jenny non c'è. I due ragazzi non riescono a trovarsi perché vivono in dimensioni parallele. Nella dimensione in cui vive Jenny, Alex è un altro ragazzo. Nella dimensione in cui vive Alex, Jenny è morta all'età di sei anni. Il Multiverso minaccia di implodere, scomparire. Ma Jenny e Alex devono incontrarsi, attraversare il labirinto delle infinite possibilità. Solo il loro amore può cambiare un destino che si è già avverato.





A TU PER TU CON LEONARDO
1) Ciao Leonardo! Grazie mille per avere accettato il mio invito. Leggendo la tua biografia, ho visto che, nonostante la tua giovane età, hai grande esperienza in molti ambiti. Presentati tu stesso ai lettori.

Ciao Michele! Ti ringrazio per l’ospitalità. Mi chiamo Leonardo Patrignani e la mia vita è sempre stata un vero e proprio Multiverso. A 18 anni ho fondato una band heavy metal e nel giro di due anni ho firmato il mio primo contratto discografico. Ci chiamavamo Beholder, ero autore e cantante del gruppo. Abbiamo pubblicato 3 dischi e suonato su palchi prestigiosi, poi nel 2004 è arrivato lo split. Successivamente ho studiato recitazione per perfezionare quella che era un’altra mia grande passione: il doppiaggio. Sono diventato speaker e doppiatore, e ho avuto la fortuna di prestare la voce per programmi, spot ma soprattutto videgiochi celebri come Call of Duty e Assassin’s Creed. Da anni inoltre conduco e commento gli eventi offline di FIFA, il videogioco di EA Sports, grazie alla collaborazione con il brand Videogames Party che gli amanti delle fiere di comics&games sicuramente conosceranno (non manchiamo un appuntamento!). In tutto questo panorama di attività, non ho mai smesso di scrivere. Da quella storiella sugli exogini (qualcuno se li ricorda?) che mia mamma mi convinse a buttar giù quando avevo solo 6 anni e che conservo tutt’ora in un raccoglitore di preziosi ricordi.

2) Se, fra qualche anno, gli insegnanti chiedessero alla tua bambina il lavoro del suo papà, cosa risponderebbe? Musicista, doppiatore, voce e volto dei tornei di EA Sports o scrittore? Qual è, fra questi ruoli, apparentemente tanto diversi, quello che più ti rappresenta ?
Non c’è un lavoro che mi rappresenta di più. Non c’è una professione, c’è un approccio generale che si riassume in una sola parola: creare. La mia testa è bombardata di continuo da idee e spunti, e se non potessi tradurli su un foglio bianco o su un pentagramma credo che rischierei di implodere.

3) Cosa significa, per te, scrivere? La scrittura è l’incantevole condanna a dar voce a tutti i sogni e le fantasie, la sublime maledizione che ti fa vedere continuamente scenari, personaggi, che ti fa sentire voci… e che ti spinge a mettere insieme le tessere del mosaico, senza che tu abbia un’alternativa. E’ quella melodia straordinaria che ti viene in mente quando stai guidando, e che ti fa correre a casa a trasformarla in una canzone. 

4) Sul finire degli anni novanta, hai pubblicato il tuo primo romanzo.  Labirinto – questo è il titolo - è descritto, sul tuo sito, come un thriller di chiara matrice kinghiana. Quanto ti hanno influenzato i romanzi del “maestro” nella stesura dei tuoi libri ?
Definirei Labirinto non un esordio (fu una piccola stampa fatta più che altro per gli amici e non finì mai nei negozi) ma un primo esperimento di narrazione completa, o perlomeno il primo riuscito. Ero ancora uno studente universitario quando l’ho scritto. Sono sempre stato un amante di King, la mia adolescenza è stata segnata dai dischi dei Queen e dai romanzi del Maestro. Mi ha dunque contagiato, e come potrebbe essere altrimenti? Labirinto risentiva molto di alcune atmosfere cupe e claustrofobiche di matrice kighiana, dunque l’approccio era quello di un thriller psicologico a tutti gli effetti. Ma il mio vero esordio professionale nel mondo editoriale è senza dubbio Multiversum. Diciamo che Labirinto era un promettente “provino”.

5) Multiversum, il tuo nuovo romanzo, è presentato dai maggiori siti come una storia d'amore travolgente e dai toni surreali. Un avvincente urban fantasy a cavallo tra due città lontane e fra due realtà parallele. Com'è nata l'idea che sta alla base del libro?
Nel 2008 ho perso mio papà, nel giro di due settimane. Considerato che ho sempre vissuto con lui (i miei genitori si sono separati quando avevo sette anni e io ero affidato a mio padre), mi si è sgretolato un intero mondo. Il mondo delle mie sicurezze, il mondo dei pilastri su cui si basava la mia intera vita. Multiversum è nato da questa domanda: esiste una realtà parallela in cui le cose sono andate diversamente? In cui lui c’è ancora? Il resto sono stati spunti narrativi, nati non appena ho buttato giù le prime idee su fogli sparsi che sono stati spesso accartocciati e “tirati a canestro” nella mia stanza. Devo confessare che non avevo idea che venisse fuori un romanzo urban fantasy, visto che ero più orientato verso il thriller, da sempre. Evidentemente si è scritto da solo, i personaggi hanno deciso per conto loro e mi hanno guidato in un mondo nuovo.

6) I protagonisti del romanzo sono due sedicenni: Alex e Jenny. Approfittando della tua disponibilità , ti rivolgo una domanda che mi sorge spontanea ogni qualvolta leggo le trame degli urban fantasy più recenti. Come mai la scelta di far ruotare attorno al mondo adolescenziale questo preciso genere letterario?
Ci credi se ti rispondo che non è stata affatto una scelta premeditata? Non conoscevo neanche più di tanto il genere in cui mi stavo avventurando, e solo in seguito ho notato che la maggior parte di questi romanzi hanno protagonisti adolescenti. Nel mio caso dunque, posso risponderti semplicemente che considero quell’età un momento magico di transizione tra l’infanzia e l’età adulta, in cui ci si emoziona ancora senza la disillusione di un trentenne, e si percorre il sentiero della vita con la sicurezza di un adulto e la fragilità di chi ha ancora molti punti di domanda sparsi nell’animo.

7) Non risulta più difficile descrivere l'umore altalenante di un adolescente, anziché il carattere  monolitico di un adulto?
Ti dirò, conosco tanti ragazzi che già a sedici anni dimostrano un carattere ben delineato e un umore “stabile”, e una valanga di adulti lunatici! Peraltro non mi sono avventurato in una storia di depressione o di disagio giovanile, ma in un viaggio stimolante che sradica Alex e Jenny dalla loro situazione apparentemente normale, per portarli altrove. Inoltre penso che un adulto-adulto (di quelli che non tendono all’infinito, come dico io), trovandosi nella situazione di partenza di Multiversum, con tutta probabilità avrebbe pensato: “ho bisogno di un valido psicanalista”.

8) Di urban fantasy, negli ultimi tempi , ne sono stati pubblicati diversi. Qual è la caratteristica peculiare che, per te, potrebbe rendere Multiversum una piacevole novità ?
A osservare con attenzione gli scaffali delle librerie nella “zona” di cui stiamo parlando, risponderei che Alex e Jenny non hanno niente a che fare con elfi, draghi, vampiri e streghe! Credo che i lettori abbiano il desiderio di entrare in un mondo nuovo, di farsi delle domande sulla percezione della realtà in cui vivono, sulla possibilità che esistano altre versioni della nostra vita… mi piace pensare che la storia di Alex e Jenny possa essere la storia di qualsiasi ragazzo o ragazza di questo pianeta. E se la teoria del Multiverso è vera come credo fermamente (luminari della scienza sembrano avvalorare questa tesi), la storia che sto narrando potrebbe sconfinare dal fantastico e sfociare nel reale!

9) Consigliaci la colonna sonora ideale per il tuo romanzo!
Grazie della domanda, hai agganciato il mio alter ego musicista! Credo che un romanzo come Multiversum, trasposto al cinema, avrebbe bisogno di un compositore che sappia seguire le sensazioni e le suggestioni tipiche di un sogno, dando un’enfasi particolare al viaggio sia fisico che mentale di Alex e Jenny. Chi meglio di Hans Zimmer dunque? Ha dimostrato di saper raccontare con la sua vena compositiva sia l’avventura (Pirati dei Caraibi) che il sogno (Inception).

10) Se Multiversum diventasse un film, a quale regista ne affideresti la regia e quali attori potrebbero dare il volto ai tuoi personaggi?
Riprendo dalla precedente risposta e ti dico: Christopher Nolan. Una sua recente intervista mi ha fatto capire che la sua visione della realtà è molto simile alla mia. La maniera in cui ha raccontato una situazione apparentemente complessa come quella del sogno-nel-sogno di Inception rappresenta esattamente l’approccio che vorrei da un regista alle prese con la sceneggiatura di Multiversum. Sugli attori, beh… Jenny mi piacerebbe che venisse interpretata da Abigail Breslin (l’ho adorata in Little miss Sunshine e ora ha esattamente l’età della mia protagonista ed è un’attrice straordinaria), mentre per Alex farei volentieri un provino a Josh Hutcherson, protagonista di Un ponte per Terabithia. Solo che dovrebbe farsi biondo col taglio di Leonardo di Caprio ai tempi di Titanic!

11) Raccontaci com'è cominciata la collaborazione con la Mondadori. Cosa hai provato sapendo che il tuo secondo romanzo sarebbe stato pubblicato da una casa editrice tanto celebre?
Un’emozione pari a quella che ho provato quando ho ricevuto la proposta di contratto per il mio primo disco da Enrico Paoli di Dragonheart Records, nel 1999. In quel momento capisci che tutti i tuoi sforzi sono stati premiati, e per uno come me che lavora con un approccio sempre serio e metodico è una grande soddisfazione. Sono arrivato a Mondadori dopo aver ricevuto un’altra proposta editoriale (non citerò la casa editrice per correttezza), e dopo aver chiesto all’agente letterario Piergiorgio Nicolazzini se potevo affidarmi a lui per la gestione dei contratti e dei rapporti lavorativi. Sono sempre stato abituato a gestire le situazioni con molta professionalità e ritengo la figura dell’agente preziosissima. In questo caso poi, la grande sensibilità di Piergiorgio nei confronti delle tematiche fantasy/fantascientifiche (è un vero e proprio luminare!) e il suo apprezzamento nei confronti della mia opera sono state preziose alleate di Multiversum. E’ stato lui a gestire dunque la trattativa, e quando Francesco Gungui (che poi è diventato il mio editor) ha ricevuto il manoscritto in redazione a Segrate e ha contattato l’agente per discutere l’offerta da parte di Mondadori, Piergiorgio mi ha avvisato con una naturalezza straordinaria e ha cambiato la mia vita professionale di scrittore.

12) Alcune delle cose che maggiormente mi colpiscono di un romanzo sono la copertina e la “tag-line” che segue il titolo. Nel caso di Multiversum, mi sembra inutile spendere parole sul meraviglioso lavoro dell'illustratore Roberto Oletto, a cui vanno i miei più vivi complimenti. Vorrei, però, dar voce  ancora una volta alla mia curiosità di lettore. La scelta della copertina e la veste grafica ricade anche sull'autore o è esclusivamente lo staff dei grafici a prendere  tale decisione?
E’ un lavoro di squadra. L’art director di Mondadori è colui che gestisce l’intero processo, ma è una persona aperta a consigli e ascolta spunti provenienti sia da me che dall’editor (Gungui). Quando ha scovato l’illustrazione di Roberto Oleotto (complimenti in coro a lui, davvero una sorpresa!), ha chiesto il mio parere e quello dell’editor. Non potevamo che essere entusiasti per la scelta. Da lì alla cover finale, si è trattato giusto di adattare l’immagine e modificare alcuni piccoli elementi per renderli più vicini all’idea di fondo del romanzo. Ma era un lavoro che sembrava fatto apposta per Multiversum! Come se, in una realtà parallela, Roberto fosse un mio intimo amico!

13) Un consiglio a tutti i sognatori che, un giorno, sperano di veder pubblicato il loro lavoro?
Come ho sempre detto anche in ambito musicale, il consiglio è il seguente: lavorare con grandissima serietà. Lavorare tanto. Mettersi continuamente in discussione e trattare con grande rispetto la “professione”. Conosco decine di persone che hanno un’idea per un brano musicale, la buttano giù con un arrangiamento scolastico, prevedibile, la registrano (male) e la mandano ai discografici. E’ la maniera migliore per dar vita quello che io definisco “il lancio del disco”. Ma non il lancio nel mercato. Il lancio dalla finestra. La maniera migliore per bruciarsi. Mi diceva il mio discografico, Enrico Paoli: “quando mi arriva un demo registrato male, dura venti secondi nel mio stereo, poi vola nel cestino”. Questo ci fa capire che la registrazione, l’arrangiamento, le prove, e allo stesso modo dunque l’editing, la rilettura, la revisione continua della propria opera, sono passaggi fondamentali per arrivare a un prodotto che possa interessare una grande casa editrice. Non basta una bella idea (che rimane comunque la base vitale da cui partire). Consiglio anche di far leggere da amici “spietati” il vostro lavoro e di raccogliere ogni singolo parere, dando un’importanza estrema a quello che è il giudizio di chi poi dovrà tirar fuori diversi bigliettoni per portarsi a casa il vostro romanzo: il pubblico. Selezionate per bene il vostro focus group, però. Non c’è peggior nemico di una recensione positiva fatta solo per farvi contenti!

14) Quali sono i tuoi prossimi progetti lavorativi ?
Al momento, dato che Multiversum è stato pensato come trilogia, sono impegnato nella stesura del secondo capitolo della saga. Per il resto continuo a doppiare, e gli amanti dei videogiochi potranno incontrarmi alle prossime fiere di comics&games. Infine, e lo dico con orgoglio, sono alle prese con il lavoro più bello che un uomo possa fare: crescere la propria figlia.

15) Leonardo, è stato un grande piacere averti avuto con noi. Ti auguro il successo che meriti e spero di leggere al più presto il tuo romanzo: lo attendo con ansia. In bocca al lupo per tutto!
Crepi il lupo, grazie a te per questa intervista, un saluto ai tuoi lettori e buon viaggio a tutti nelle infinite realtà parallele della nostra esistenza!