Per Lisa, la voce di Rami Malek era ipnotica. Per Marco e tanti altri,
già dal pilot si trattava di una delle migliori serie dell'anno. Per StepHania,
quel protagonista incappucciato e dal viso che non passa inosservato
meritava decisamente un pezzetto di header. Me lo consigliavano loro
e non solo, ma io facevo orecchie da mercante. Avevo visto quel pilot, bellissimo a detta dei più, e ne
ero uscito confuso e un po' annoiato. Mr. Robot,
con gli hacker e le cospirazioni che ogni tanto fanno perdere il
filo, non era cosa per Mr. Ink. Finché, in tv, non è
spuntato il provvidenziale spot con Belén. Vestita ho fatto fatica a
riconoscerla, ma era proprio lei quella che in una
pubblicità di Premium, mentre era in videochat, veniva presa d'assalto da
un attacco informatico, e voilà. Elliot Alderson, con un click, la
eliminava dai social. Amici blogger, mi dispiace, ci voleva la
Rodrìguez. Grossomodo, mi sono dato al recupero per due nobili
motivi. Se un giorno facessi una passeggiata con la bella
soubrette argentina, saprei di cosa parlarle – qualcosa mi lascia
intuire, infatti, che non sia ferratissima in fatto di libri.
Soprattutto: se le magagne di un personaggio smanettone e psicotico
le capiva lei, perché io no? Con mio fratello, così, mi sono messo sul divano a Pasqua e in un paio di sedute abbiamo saputo cosa ci
eravamo persi. Il cyber thriller che ha conquistato perfino gli
inconquistabili, in maniera assai più complicata, parla
di un programmatore che, in compagnia di un gruppo di
insofferenti underdogs, mette su un piano per salvare il
mondo e far fallire le banche. Banche che, nostra segreta rovina,
sono le stesse che in 99 Homes
e La grande scommessa facevano
ora vittime e ora allibratori miliardari. Underdogs capitanati dal
signore del titolo, che ha i tratti di una Christian Slater sulla
retta via, e che si ritrovano a confabulare in una sala giochi nei
pressi di Coney Island. Spiccano a colpo d'occhio una regia gelida, una scrittura cervellotica e una voce narrante che ipnotizza sul serio. Al giorno d'oggi, ci si meraviglia
ancora per banchieri ladroni e serial tanto ben fatti?
Direi di no, ci sono i quotidiani online e l'abbonamento
Netflix, però Mr. Robot può
contare su guizzi il cui genio è incommensurabile, un creativo
commento musicale e lo sfuggente Elliot, interpretato da un Rami
Malek – lo ricordo con un sorriso, lui, nella comedy The
war at home –
stupefacente. E la scelta dell'aggettivo non è un caso. Il
protagonista, antieroe misantropo e taciturno, è dipendente da
morfina; vive di crisi e trip. Confessa i suoi demoni a un'analista che
è lui, sotto sotto, a psicanalizzare e dialoga con lo
spettatore. Noi, dall'altra parte dello schermo, siamo i suoi amici
immaginari. Anima gemella di Lisbeth Salander, lo
seguiamo ma non troppo in complotti alla V per vendetta –
la serie, nella conclusione, ha i tratti dell'ucronia – e, lui che odia tutto e tutti, ci
diverte con poligoni sentimentali irrealizzati. Non schiva infatti le
attenzioni di una sexy hacker, della dirimpettaia spacciatrice e di
un'amica di infanzia a cui è legato da un lutto simile. Tra i dirigenti della Evil Corp, si inimicherà un personaggio che
Bret Easton Ellis amerebbe come un figlio: lo svedese Martin
Wallstrom è Tyrell, trasgressivo e ambizioso uomo d'affari con una
Lady Macbeth al seguito. Qualcuno suggerisce una somiglianza con Hannibal
Lecter e Patrick Bateman? Mr. Robot
è interessante, ostico e matto come da programma; a mio dire, però,
meno bello di quanto si legga. L'ho detto dell'ultimo Tarantino, che
aveva trasformato un caffeinomane in un narcolettivo, e mi ripeto. Il
promettente Sam Esmail – già autore della rivelazione Comet
– omaggia Palahniuk e Saramago, Fight Club
e Enemy, e il suo
protagonista cammina nella Time Square deserta di Vanilla
Sky. Apprezzo la citazione
quando dura poco, io, e se a fare da contraltare c'è uno scipt
solidissimo: qui c'è, Esmail è un raro talento, ma, da ignorante in
materia, di ciò che ha messo lui – un linguaggio tecnico, tastiere
supersoniche, giustizieri come gli Anonymous – ho colto
l'essenziale. Mia cara Belén, e Lisa, Marco e StepHania, con la
seconda stagione vi saprò dire quello che ho capito. Qui
abbondano i vuoti di memoria e i buchi narrativi. Confido ci capirò un bit di più. (7,5)
Ivy
Moxam, tredici anni, viene rapita e segregata in uno scantinato. Voleva marinare la
scuola, quel giorno, e si trova a vivere l'incubo. Ivy,
ormai ventiseienne, sbuca correndo da un'anonima villetta a schiera
della periferia londinese. Scalza, scarmigliata, in pigiama. Tredici
anni dopo, riesce a scappare. Come nel meraviglioso Room, che
nella seconda metà raccontava l'inserimento del dolcissimo Jack e
della sua Ma' in una società estranea, anche Thirteen –
miniserie britannica scritta
bene e realizzata meglio ancora, con la sua fotografia slavata e una
colonna sonora inconsueta – parla di
una superstite che, all'indomani della fuga, tenta di trovare il
proprio posto in un mondo che non riconosce più. Cosa ne sarà stato dei
suoi compagni di scuola; cosa della sua famiglia perfetta? La protagonista porta fuori dalla sua cella traumi e
segreti. A casa, la attendono altri dolori: due genitori separati,
una sorella minore che sta per convolare a nozze, un fidanzatino che
si è sposato quando invece le aveva promesso amore eterno, amicizie
dalla vita breve e interrogatori insistenti. Se c'è la BBC a
produrre, saranno tante l'accuratezza
psicologica e le figure di contorno, che qui fanno di
tutto per proteggere Ivy da delusioni e speranze infrante. Quanto è impegnativo agire in nome del suo bene? E cosa nasconde? Cinque puntate di un'ora ciascuna,
personaggi umani e, soprattutto, una protagonista straordinaria per
questo dramma giallo a cui non mancano il ritmo e i colpi di scena.
Al contrario di quello che accadeva all'Old Nick della trasposizione
del romanzo di Emma Donoghue, in Thirteen il
mostro è però a piedi libero. Si lascia dietro un corpo murato nello scantinato, scarsi indizi, un'ennesima famiglia in lacrime: per riavere
Ivy, ha rapito un'altra bambina. Si
intrecciano attimi di vita quotidiana e indagini e, mentre la
protagonista non ce la racconta troppo giusta, si arriva pian piano a capire il
disegno globale. Un'immagine che, a onor del vero, sorprende poco. Thirteen si
riserva i sussulti per le prime puntate – scelta strana – e,
nell'epilogo, si rivela meno intricato e ambiguo di quanto sembrasse.
Un'ordinaria storia d'orrore, con una novella Natascha Kampusch a
fare da cardine e, per il resto, le sottili conseguenze della
Sindrome di Stoccolma. In soldoni: la miniserie è una versione non
trash di Finding Carter,
un Room senza brividi.
Piace, però, per quella Bristol che non ha detective perfetti, soluzioni improvvise, e per Jodie Comer, di cui
alla fine mi sono un po' innamorato. Spettrale e espressiva, senza un
filo di trucco, mi ricorda la cantante
Birdy – altra mia storica cotta – e le bellezze inquiete del cinema di Burton.
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