venerdì 12 agosto 2022

Recensione: Patria, di Fernando Aramburu

Patria, di Fernando Aramburu. Guanda, € 19, pp. 640 |

Quando andavo a scuola, la mia professoressa prediligeva un aggettivo alternativo per spiegarci la tragedia delle guerre civili: preferiva definirle intestine. Mentre prendevo appunti, tra me e me mi figuravo un groviglio di budella dolorosamente intrecciate; un corpo umano che, a un certo punto, si autosabota. Qualcosa di violento: contronatura. Ho ripensato alla violenza di quella definizione – guerre intestine –, leggendo il mio primo Fernando Aramburu: stando a oggi, il romanzo più bello dell'anno. Ambientato tra passato e presente, scava nei traumi del terrorismo di estrema sinistra: i Paesi Baschi, in cerca d'indipendenza dalla Spagna, seminarono per decenni molotov e intimidazioni. Alcuni baschi videro nell'ETA l'incarnazione dell'eroismo: i giovani terroristi, infatti, erano disposti perfino a perdere la libertà pur di salvaguardare la cultura, la lingua e l'identità del proprio popolo. Altri invece, lontani dagli eccessi nazionalistici e accusati di tramare dunque contro la patria stessa, furono giustiziati a sangue freddo dai reazionari. Omicidi spietati o atti di giustizia?

Mi sono resa conto di una storia. Ci sforziamo di dare un senso, una forma, un ordine alla vita, e alla fine la vita fa di noi quello che le va.

In maniera esemplare, l'autore spagnolo esemplifica il conflitto facendo specchiare in esso le dinamiche di due famiglie agli antipodi: prima amiche, poi rivali, naufragheranno in un rancore senza fine quando il figlio dell'una ucciderà il patriarca dell'altra. Sul cemento, una macchia rosso ruggine che neanche la pioggia più persistente riuscirà a cancellare. Tutt'intorno, nel “paese dei muti”, i compaesani volgeranno lo sguardo altrove. Cos'è dei protagonisti oggi? Bittori, la vedova della vittima, madre di un chirurgo impegnatissimo e di un'avvocata perennemente innamorata dell'amore, si è trasferita altrove e altrove ha sepolto il compianto Txato per proteggerlo dai vandali: ai piedi della tomba, a riparo sotto un ombrello rosso, dialoga col morto e borbotta al ricordo di come rifiutò di finanziare la lotta armata. Miren, la madre dell'assassino, ha altri due figli – la prima immobilizzata da un ictus, il secondo scrittore omosessuale – e un marito pensionato, dedito alla cura dell'orto: non ha mai smesso di professare l'innocenza di Joxe Mari, torturato dalla polizia e condannato a 126 anni di carcere.

Però un uomo può essere una nave. Un uomo può essere una nave con lo scafo d'acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di lì passa l'acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l'acqua della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare all'errore, e quell'acqua che corrode tanto, quella del pentimento che si sente e non si dice per paura, per vergogna. E così l'uomo, ormai nave incrinata, andrà a picco da un momento all'altro.

La trama prende avvio nel momento in cui Bittori osa tornare in paese, riaprire le tapparelle impolverate, esporre un geranio in balcone: perché semina inquietudine e medita vendetta, mentre tutti gli altri – passato il peggio – vorrebbero soltanto dimenticare? Fluviale, struggente e caleidoscopico, Aramburu architetta una saga familiare indimenticabile dove i capitoli brevissimi e l'alternanza dei punti di vista ci gettano a capofitto nel caos della storia contemporanea. Come in una puntata del family drama This is us, il tempo si frantuma: a volte accelera e a volte rallenta, per indugiare spesso lungo il perimetro di un “ground zero” di rancore e solitudine. Mentre gli uomini, miti, se ne stanno ai margini dell'intreccio, Bittori e Miren – stoiche, orgogliose, titaniche – vivono esistenze a metà e simboleggiano le contraddizioni di un luogo spaccato in due dalla paura del diverso, del vicino di casa, dei fantasmi del passato. Sarebbe stato meglio sostenerli oppure denunciarli, quei figli idealisti e ribelli? Gli imprenditori come Txato avrebbero fatto meglio a piegarsi alle minacce?

In realtà, la cosa strana e eccezionale è essere vivi.

Ormai anziane, le protagoniste si aggrappano a ciò che resta della loro vita in nome dell'orgoglio: cresciute insieme ma diventate tristemente rivali, domandano giustizia in un'appassionata epopea a corto tanto di vincitori quanto di vinti. Con l'arma più potente di tutte – la parola scritta –, Aramburu marcia lungo le strade sbeccate e guida un movimento reazionario di liberazione personale. La lotta armata è finita da tempo, ma non ha portato la pace sperata. Perdonare significa forse dimenticare? Quando il tetto dell'abitazione ti frana sul tavolo della cucina, non curarti dello stato. Senza pasti consumati gomito a gomito, non c'è casa. Senza casa, non c'è umanità. E senza umanità, non c'è patria.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – Povera patria

venerdì 5 agosto 2022

Recensione: Un oceano senza sponde, di Scott Spencer

|Un oceano senza sponde, di Scott Spencer. Sellerio, € 17, pp. 350 |

In ogni relazione c'è un dislivello invisibile. Osservate attentamente le coppie che conoscete. C'è sempre una persona più affezionata dell'altra. C'è sempre chi ama e chi ama essere amato. Quando il dislivello si acuisce, come su uno di quei dondoli al parco giochi, l'equilibrio viene meno. E un membro della coppia – il più fragile –, viene schiacciato dal divario. I cuori di Kip e Thaddeus non hanno lo stesso peso. Legati dai tempi dell'università, i due oscillano sul dondolo che Scott Spencer ha costruito per monitorare i sali-scendi della loro storia. Si tratta soltanto di una buona amicizia? All'apparenza scapolo inguaribile, Kip lavora come broker a Wall Street, ma per codardia cela la propria sessualità: anziché scendere a marciare per strada nell'era dell'Aids, vive nascosto in un attico che lo taglia fuori dal mondo. Il suo mondo comincia e finisce nella venerazione per Thaddeus: sceneggiatore frustrato, marito e padre in crisi, ostenta una forzata giovialità. Rischia di perdere infatti una villa sul fiume Hudson, simbolo di una breve gloria lavorativa, e insieme alla villa la sua stessa famiglia.

Ho appreso una delle lezioni della solitudine, uno dei suoi sconvolgenti effetti collaterali: quando versi in uno stato di brama inappagata, il desiderio va avanti all'infinito, come un oceano senza sponde.

Tormentandosi in preda a un amore impossibile, il protagonista si fa presto custode del matrimonio dell'altro: da un lato vorrebbe che deragliasse – soltanto così, forse, troverebbe il coraggio di dichiararsi –, dall'altro vorrebbe che l'amico fosse felice. Stando al parere di un personaggio secondario, tra loro finirà malissimo: Thaddeus lo distruggerà senza neanche farlo apposta. A ogni telefonata quanto è desideroso di sentirlo davvero e quanto è mosso dall'opportunismo? Ignora deliberatamente i sentimenti dell'altro, ma si bea nel frattempo dell'ascendente che esercita su di lui? Il romanzo di Spencer è una storia di conflitti: quelli che albergano nell'animo di Kip, combattuto tra desiderio e paura; quelli che scandiscono le scelte di Thaddeus, incapace di rassegnarsi a un'esistenza vissuta al di sotto delle sue presunte potenzialità; quelli che agitano la periferia newyorchese, che osteggia la gentrificazione a suon di sassate e guarda con preoccupazione all'apertura di una fabbrica di calcestruzzo.

Ecco un'altra cosa riguardo a noi innamorati non corrisposti: siamo possessivi nei confronti dell'amato e disposti a tutto pur di tenerci aggrappati all'idea che abbiamo di lui. In effetti quell'idea è tutto ciò che abbiamo. Quando pensi a qualcuno più o meno tutto il tempo cominci a credere – anche se non lo ammetteresti mai, nemmeno con te stesso – che lui ti appartenga. Diventi un carceriere che fa avanti e indietro davanti alla porta della cella, tenendo d'occhio il prigioniero per accertarti che sia dove deve stare, che faccia solo ciò che gli è concesso.

Kip, prigioniero di un vecchio sogno erotico, si finge eterosessuale. Su cosa mente invece Thaddeus, prigioniero al contrario di vecchi sogni di gloria? Qual è il prezzo per continuare a nutrire un'illusione lunga trent'anni? Quand'è che, finalmente, ci si sveglia? Un oceano senza sponde si dipana in maniera più lineare del previsto e l'epilogo, un po' precipitoso, potrebbe amareggiare gli eterni romantici. Ma sontuoso, struggente ed enfatico, si legge con un'ammirazione vicina a quella provata per la prosa di Vladimir Nabokov: anche qui il narratore, inaffidabile, si rivolge a una giuria – vera o immaginaria? – per discolparsi di qualcosa; anche qui un sentimento irrazionale, di pancia, è raccontato con il cuore e con la testa. E il dislivello invisibile di cui scrivevo in apertura si manifesta, infine, come un messaggio scritto con l'inchiostro simpatico. E l'oceano del desiderio, tempestoso come non mai, trova pagine bellissime a fargli da sponde.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Senza fine - Gino Paoli 

sabato 30 luglio 2022

Addii e arrivederci: This is Us s06 | Stranger Things s04

Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da adolescente ho letto questa da frase da qualche parte e ho finito per farla mia. Non sapevo niente di Anna Karenina, ma sapevo dove appartenevo. E in preda alla supponenza della gioventù, fiero perfino dei miei dolori, mi mostravo sprezzante verso l'armonia degli altri. Noi eravamo infelici, ma unici. Quando sei anni fa la mia famiglia è finita – almeno per come l'avevo conosciuta fino ad allora –, il distacco ha fatto male comunque e tuttora, sotto i vestiti, nascondo i bordi frastagliati di quel primo strappo. È stato allora che ho conosciuto i Pearson. Con loro, per sei anni e 106 episodi, è stato Natale tutti i giorni. E oggi, un po' più solo di quanto non fossi ieri, voglio ringraziarli per i sorrisi tra le lacrime e la compagnia. Tra alti e bassi, hanno compiuto un miracolo della serialità americana: fidelizzarci tutti mettendo in scena l'ordinario. Chiamala ordinaria, poi, una famiglia che resiste alla morte improvvisa del patriarca (Ventimiglia, l'uomo perfetto); una mamma che, divorata dall'Alzheimer, conserva gentilezza e dignità (Mandy Moore, da Emmy); una squadra di fratelli, nuore e genere, figli biologici e adottivi, radunata per un addio che si trasforma in una festa. I “Big Three” sono cresciuti e, stretti sotto un portico, nella baita che hanno costruito, si aggrappano gli uni agli altri temendo di andare alla deriva: Randall presta i suoi discorsi solenni alla vita politica; Kevin, padre di due gemelli, scende a compromessi; Kate, sempre mal sopportata, stupisce mostrandosi controcorrente tanto nelle scelte sentimentali quanto nei testa a testa coi fratelli. Le perle di saggezza, però, spettano ai personaggi secondari: da Beth, la mia preferita, che definisce un dono e un fardello l'incontro con una famiglia tanto ingombrante, fino a giungere a William: in uno struggente dialogo tra la vita e la morte, guida Rebecca lungo il treno dei ricordi e rassicura lo spettatore inconsolabile. Se la fine di una cosa ci rattrista, insegna, è perché era particolarmente bella mentre accadeva. Tutto era già scritto nella fine dei Pearson: ce lo avevano anticipato i flashforward. Ma quando l'inevitabile succede le lacrime scorrono in ogni caso. Tolstoj aveva ragione? Tutte le famiglie felici si somigliano? Felicissimi a modo loro, i Pearson hanno addolcito nei giorni peggiori la malinconia per come eravamo e aiutato a scendere a patti con le contraddizioni che, per autoindulgenza, mi gonfiavano il petto: mi sognavo felicissimo anch'io. (8)

Per alcuni è la migliore delle quattro stagioni. Per me è troppo frammentaria e sconnessa per rivaleggiare con la commovente coralità della prima, troppo seriosa per concorrere con lo spassoso bagno di sangue che fu la terza. I protagonisti, al centro di storyline separate, non si incrociano quasi mai. Qualche trama (vedasi quella di Joyce in Russia sulle tracce di Hopper) appare improbabile perfino per una serie horror-fantasy. Le soddisfazioni arrivano dal trio composto da Steve, Nancy e Robin, riuniti nuovamente dall'irresistibile Dustin; dall'approfondimento psicologico dedicato alla fragile Max, al centro di una scena subito cult sulle note di Kate Bush; da Eleven, mai troppo apprezzata, protagonista di flashback sorprendenti in un covo sotterraneo degno degli X-Men. Servivano episodi di un'ora e trenta? Serviva introdurre personaggi su personaggi – fatta eccezione per l'iconico Eddie, ingiustamente accusato di omicidio –, con il rischio di perdere di vista i vecchi? Nonostante si applauda la new entry Jamie Campbell Bower, serafico e misteriosissimo nella sua divisa bianca, si ha a lungo l'impressione che la storia avanzi di poco. Piacevolissima e derivativa, forse più che mai, stavolta vanta i toni più sanguinosi del cinema di James Wan (non scomoderei la saga di Nightmare, a dispetto del cameo di Robert Englund). Questo discorso, almeno, valeva per i sette episodi, rilasciati dalla piattaforma streaming a fine maggio. Gli ultimi due, disponibili dal primo luglio e prolissi quanto blockbuster, sono invece talmente elettrizzanti, ambiziosi e caotici da spazzare via ogni scetticismo: le linee narrative finalmente si intrecciano e i personaggi, anche se ancora distanti, organizzano uno strepitoso attacco combinato contro un nemico che si nutre d'inquietudini adolescenziali. Ci si commuove? Sì, anche se non per la fantomatica conta dei morti. Ma si scoppia più spesso a ridere, entusiasti, per i montaggio forsennato; per uno sfortunato outsider che improvvisa un concerto metal assediato dai pipistrelli; per quel camioncino della pizza che, tra le dune del deserto, a sorpresa conduce Stranger Things alle origini della sua magia. (7,5)

venerdì 22 luglio 2022

Recensione: Animale, di Lisa Taddeo

| Animale, di Lisa Taddeo. Mondadori, € 22, pp. 343 |

In tutti gli uomini, sottopelle, si nasconde un potenziale stupratore. Questa idea provocatoria era alla base del film Promising Young Woman: nella commedia nera di Emerald Fennell, la protagonista – fintamente vulnerabile – tendeva agguati a predatori sessuali in giacca e cravatta. Spregiudicato, aggressivo e senza peli sulla lingua, il romanzo di Lisa Taddeo persegue la medesima crociata femminista, ma senza l'arma dell'ironia. Animale è una lettura brutta, sporca e cattiva. Forse troppo? Ambientato in una Los Angeles lontanissima dallo sfavillio dello show business, segue la fuga rocambolesca di Joan. Prigioniera di un passato traumatico, tenta a ogni costo di avvicinare Alice – bella insegnante di yoga di cui brama l'amicizia – ma scappa dalla vendetta di Eleanor, figlia borderline del suo ex amante. Le sue ultime relazioni non sono finite bene. Mentre era a cena con la sua nuova fiamma, soprannominata Big Sky, ha assistito al suicidio di Vic: padre di famiglia sedotto e abbandonato, si è fatto esplodere la testa in un ristorante newyorchese. Qualcuno come Joan conosce il senso di colpa? Calamita per i maschi, repellente per le femmine, conduce uno stile di vita al di sopra delle sue possibilità economiche e fiuta occasioni in ogni dove. Perfino nella sua ultima sistemazione, sul fondo di un canyon polveroso a pochi passi da una vecchia comune per scambisti, troverà amanti e oggetti luccicanti capaci di farle gola.

Se qualcuno mi chiedesse di descrivermi in una sola parola, sceglierei depravata. La depravazione mi è stata utile. A fare cosa, non saprei. Ma sono sopravvissuta al peggio. Sopravvissuta è la seconda parola che sceglierei.

Quando sei diventata così puttana?”, le domanda qualcuno a metà romanzo. “È una lunga storia”, risponde lei. Ed è una lunga storia anche quella che, per scagionarla o forse per renderle finalmente giustizia, firma la brava e divertita Taddeo. Il suo ultimo romanzo, fascinoso e respingente insieme, a tratti pervaso di una bizzarra tenerezza, è una vicenda per stomaci forti in cui le donne sono tutte mantidi religiose e gli uomini tutti approfittatori. Prende avvio come un film erotico degli anni Settanta, ma presto si anima di armonie stridenti e accoglie tematiche provanti: stupro, aborto, omicidio. Ma la violenza del contenuto, oltre che per l'innegabile gusto di provocare, serve soprattutto per giungere gradualmente alla comprensione della doppia natura della protagonista: sempre in compagnia ma sempre sola, inquieta e contraddittoria, usa e viene usata a momenti alterni; è vittima della dipendenza affettiva di un amore non corrisposto ma, allo stesso tempo, tiranneggia su un amante sottostimato.

Solo le persone che vivono la loro vita in modo molto abitudinario, che non hanno mai conosciuto un dolore umiliante, possono amare il sabato e la domenica. A me davano un senso di precaria solitudine. Sembrava sempre che tutti fossero scappati in un posto dove io non ero stata invitata. Piscine azzurre e cocktail su vassoi rotondi. Oppure laghi neri e altalene di pneumatici.

Da bambina leggeva Stephen King in piscina ammiccando come Lolita, amava alla follia la sua passionale famiglia italiana, immaginava con smania i segreti degli adulti. Ha sofferto le pene dell'inferno, è cresciuta nella fretta e nella deviazione. Crede che il delitto sia l'unica soluzione, a volte, e che la follia sia la libera espressione di un dolore più profondo. Animale si legge come un thriller efferato, ma nell'epilogo risuona come un monito per le generazioni future. Laggiù il sudore imperla le fronti, il sole picchia forte, gli indumenti si appiccicano alla pelle. I vesti bianchi, ormai sporchi, sono da tingere di rosso per camuffare il sangue versato. Fuori i coyote asserragliano le abitazioni e ululano quando percepiscono l'arrivo del ciclo mestruale. Braccata, animale tra gli animali, Joan non ha mai paura e gironzola dentro casa con le scarpe alte. Il tonfo dei suoi tacchi – stilettate sul parquet – rivaleggia con gli ululati: simbolo di erotismo senza tempo, eco di solitudine senza requie.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Maneskin – I Wanna Be Your Slave

lunedì 18 luglio 2022

Recensione: La città dei vivi, di Nicola Lagioia

| La città dei vivi, di Nicola Lagioia. Einaudi, € 22, pp. 460 |

Ci sono libri che divori nell'arco di qualche giorno. E ci sono libri che divorano te. Il processo di masticazione è ben più lungo – una lacerazione sanguinosissima, un supplizio. Scrivo ancora intrappolato tra le fauci dell'ultimo Nicola Lagioia, in attesa di metabolizzare, o di essere metabolizzato. Nella Città dei vivi non c'è scampo: lasciate, dunque, ogni speranza. Al decimo piano di un condominio romano, al termine di tre notti di deliri d'onnipotenza e cocaina, si consuma una mattanza gratuita: in un appartamento a soqquadro dove persistono i resti di una sfrenata festa di morte tra cui metteranno ordine, si spera, mamma e papà, la polizia rinviene il corpo di un ventitreenne. Luca, avvolto in un piumone, aveva i calzini ai piedi e un coltello piantato in petto. I suoi assassini, pressoché sconosciuti, lo avevano adescato in seguito a una roulette russa su WhatsApp: al posto del giovane – figlio adottivo di una famiglia di ambulanti, con una fidanzata innamoratissima benché ignara della sua doppia vita: meccanico di giorno, gigolò di notte –, avremmo potuto esserci noi. Per qualcuno si è trattato di un delitto sociale, per altri di un festino a luci rosse finito male.

Mentre parlava mi sentii improvvisamente in colpa. In colpa perché io avevo quarantacinque anni e lui nemmeno trenta. Una colpa anagrafica, oggettiva. Gli adulti sono sempre colpevoli quando i giovani vivono in un mondo che fa schifo. Di chi altri dovrebbe essere la responsabilità? […] Pensai che non apparteneva a una generazione perduta. Come potevano pensare una cosa simile? Saremmo stati perduti noi, se li avessimo lasciati soli.

Per fortuna sono sano e salvo, per fortuna non sono io la vittima: quante volte lo abbiamo pensato ascoltando la cronaca nera al telegiornale? L'autore barese, in prima linea con un'inchiesta diventata infine un'ossessione privata, spiazza con la riflessione che nessuno ha il coraggio di formulare: per fortuna non sono io l'assassino. Ci crediamo forse impermeabili al male? Pensiamo che Manuel Foffo e Marco Prato, i ricchi aguzzini, siano nati con un gene diabolico che li rende estranei a noialtri? Il primo, figlio di un imprenditore che forse non lo ha amato a sufficienza, è un fuoricorso che non riesce a sfondare nelle start-up; l'altro, animale sociale dai modi persuasivi e seducenti, si strugge ascoltando Dalida e richiama le folle dei locali gay più popolari. Foffo è il succubo, Prato l'incubo. Empatico senza essere indulgente, attento ai fatti senza essere asettico, l'autore – al pari di un novello detective – interroga, incalza, scava. Perfino lui, sopravvissuto a una giovinezza dissoluta e maleducata in cui farneticava di vendicarsi di Eco, ha indugiato per un po' sulla linea grigia che separa i buoni dai cattivi. Siamo sicuri di essere saldamente piantati nella parte giusta?

Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell'incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati. Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di potere essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?

Torbido, disturbante e invasivo, La città dei vivi è un thriller pervaso d'umorismo beffardo, in cui la verità supera spesso la finzione; un atto d'accusa contro le lungaggini della giustizia italiana, artefice di una doppia tragedia; un'analisi antropologica su una generazione perduta e solitaria, in perenne lotta per l'autoconservazione. In una Roma infernale – già simbolo di corruzione morale nella storiografia classica –, gli abitanti devono sgomitare con topi e gabbiani sotto un mantello di pioggia battente. Le precipitazioni minacciano di portare alla luce anticaglie sommerse. O, in un moderno giudizio universale, di purgarci per sempre dei nostri peccati. Sotto lo schiaffo dell'acqua, meriteremmo il perdono o l'estinzione? Giunti all'ultima pagina – sopraffatti, sommersi –, tendiamo le mani in alto. Ci sono libri, bellissimi e terribili, a cui domandiamo la catarsi. Dalle fauci di Lagioia, dalla pancia della balena, veniamo così sputati fuori – affrancati, miracolati. Finalmente, e più che mai, vivi.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Dalida – Ciao, amore, ciao

martedì 12 luglio 2022

Recensione: Servirsi, di Lillian Fishman

| Servirsi, di Lillian Fishman. E/O, € 17, pp. 230 |

Il sesso vende, soprattutto d'estate. E viene dagli Stati Uniti il nuovo filone letterario – anticipato, in parte, dall'opera prima di Sally Rooney – che su TikTok porta il nome di “sad hot girl”. Le protagoniste sono generalmente Millennal, bianche, colte ed emancipate, alle prese con relazioni sentimentali talmente turbolente da minarne gli equilibri interiori. Non si sottrae a questo canovaccio neanche l'esordio di Lillian Fishman, classe 1994, che ha calamitato in fretta le attenzioni grazie al rosa ipnotico della copertina e al triangolo bollente della sinossi: monogama e all'apparenza felice accanto alla compagna pediatra, Evie – complice un nudo postato online per noia – viene introdotta nel mondo di Olivia, aspirante pittrice, e di Nathan, uomo d'affari noto per dominare le partner tanto in ufficio quanto a letto. La protagonista, senza punti di riferimenti né ambizioni, costantemente desiderosa di diventare l'adulta responsabile sognata dal papà imprenditore, aderisce alla routine della coppia come se si trattasse di un culto religioso. Ma mentre il volitivo Nathan sembra in grado di decifrare i suoi desideri più intimi per renderla adorante, la nevrotica Olivia si limita spesso a fare da voyeur: ai margini della camera da letto, guarda e soffre. E soltanto così, forse, gode.

Da anni mi chiedevo cosa significasse il sesso per gli altri...

Con una scrittura sinuosa e mai volgare, Fishman scandaglia senza esprimere giudizi tre sessualità poco convenzionali e immerge il lettore in un'atmosfera densa, torrida, che innegabilmente intriga come le migliori fantasie erotiche. Creatura anfibia, l'irrequieta Evie si muove tra mare e terra, uomini e donne, e sbatte contro una contraddizione: si può essere femministe, autosufficienti e padrone di sé, anche se sottoposte al gioco di qualcun altro? Si può trovare la piena realizzazione personale nel raggiungimento dell'orgasmo? Cerebralmente stimolante, il romanzo lascia inerte il resto del corpo. È solo voce: pura astrazione intellettuale. I protagonisti, abbozzati, sono impossibili da immaginare fisicamente. Il sesso, filosofeggiato in lunghe e pretenziose conversazioni radical chic, è consumato a parole e raramente nei fatti. Mancano proprio i corpi, la carne, l'eccitazione e la loquacità dell'atto sessuale in sé. È un segreto implicito in ogni relazione: i giochi di potere avvengono direttamente fra le lenzuola. Qui se ne scrive a lungo a riguardo, ma risulta nel frattempo insoddisfacente lo spazio lasciato alla libera espressione dell'amante gaudente – del dominatore, del dominato. Peccato: Servirsi è un gemito di piacere soffocato dalle chiacchiere. Quasi come se per scrivere di sesso, oggi, dovessimo sentirci obbligati a legittimarlo e nobilitarlo a ogni pagina. Cosa c'è di più legittimo, mi domando invece? Cosa di più nobile?

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Tananai & Rosa Chemical – Comincia tu

venerdì 8 luglio 2022

Recensione: Less, di Andrew Sean Greer

Less, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 19, pp. 292 |

L'animo devi cambiare”, scriveva Seneca, “non il cielo”. Che male c'è, però, nello scappare per un po' lontani da noi stessi – pensierosi e tutto, ovvio, ma diretti verso mete dalla vista mozzafiato? Arthur Less, il primo degli inetti o forse l'ultimo dei romantici, fa in quattro e quattr'otto i bagagli e coglie al balzo l'opportunità di fuggire dal malumore: è una corsa tragicomica, la sua, contro il tempo (sta per compiere cinquant'anni), le responsabilità (il suo nuovo romanzo, bocciato dall'editore, ha bisogno di essere riscritto) e il crepacuore (il suo compagno convola a nozze, e non con lui). Si muove da San Francisco fino al Giappone, con innumerevoli tappe intermedie (tiene un reading in Messico, ritira un premio a Torino, presiede a un corso di scrittura creativa in Germania, attraversa il deserto in Marocco). Porta con sé, fra le altre cose, l'inseparabile completo blu pavone e un ago da cucito per rammendarlo all'occorrenza. In ogni paese, alla stregua di James Bond, sedurrà bellissimi forestieri e si affiderà alla saggezza di confidenti inaspettati. Tra check-in, jet lag e fusi orari, tuttavia, avrà parecchia difficoltà ad arginare il sopraggiungere dei ricordi – e a padroneggiare le insidie della lingua tedesca.

Less supponeva da sempre di essere inetto come scrittore. Inetto come amante, come amico, come figlio. Ma a quanto pare la sua condizione è ancora peggiore: lui è inetto a essere se stesso.

Raccontato da un narratore onnisciente, la cui identità è tenuta segreta fino a un passo dalla fine, Less potrebbe essere saltato fuori da una striscia a fumetti o da un film di Jacques Tati: eterno Peter Pan, si muove nel mondo con il candore e la goffaggine di un bambino, ma ha in sé un animo tragico che neanche il grande potenziale comico riesce a camuffare. Omosessuale di mezza età, scrittore mediocre all'ombra di colleghi ben più blasonati, mette alla berlina la vanagloria del microcosmo editoriale ed esprime il disagio di chi, sopravvissuto alla generazione decimata dall'Aids, invecchia in solitaria con sommo orrore. Mentre in gioventù ha voluto brillare della luce riflessa di un celebrato poeta d'avanguardia, nella maturità si è legato a un toy boy: ne è uscito con il cuore spezzato e con il conforto della sola compagnia di sé stesso.

Tu hai la fortuna di un personaggio comico. Sfortunato nelle cose che non contano, fortunato in quelle che contano. Io mi sono fatto l'idea, anche se tu probabilmente non sarai d'accordo, che tutta la tua vita sia una commedia. Non solo la prima parte. Tutto. Non hai mai smesso un attimo di combinare pasticci e ti sei comportato da sciocco, hai frainteso e parlato a sproposito e sei andato a sbattere contro tutto e tutti quelli in cui ti imbattevi lungo il percorso, e hai vinto. E non te ne rendi neanche conto.

C'è ancora spazio per l'amore? O il segreto per essere felici, da adulti, è chiudere le porte a Cupido e aprire le ante del frigorifero? Il lieto fine è una bufala, come affermano i cinici? Leggerissimo, sofisticato, cangiante e sgargiante, il romanzo di Andrew Sean Greer gli è valso il Pulitzer – forse non troppo meritatamente, ma non importa – e ha confermato il talento narrativo dell'autore, già apprezzato con La storia di un matrimonio. I suoi veri meriti non stanno tanto nel ricco itinerario suggerito, né nelle riflessioni agrodolci sul mestiere dello scrittore o sul divenire delle relazioni sentimentali, bensì nella brillantezza con cui vengono rovesciati i toni e le situazioni. A ben vedere, quella del nostro protagonista è una lacerante storia di inadeguatezza e viaggi a vuoto: una tragedia in cui ogni comprimario è una finestra a specchio per ingannare i morsi dell'abbandono. Greer, però, ci lascia inforcare degli occhiali speciali e la vita, così, perfino quella più derelitta, ci appare una divina commedia dalle selve oscure magicamente screziate di rosa: anzi, di uno sfavillante “blu lessiano”. Lo custodirò con cura, per rileggerlo – e comprenderlo meglio – a cinquant'anni.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Freddie