[Attrice protagonista, Trucco e acconciatura] Anno
che vai, biopic che trovi. Cambia l’artista, sì, ma restano
drammi e problematiche. Un’infanzia oscura, i matrimoni
fallimentari, gli schiaffi e le carezze di un pubblico ingrato. Senza
grandi variazioni sul tema, vale anche per Judy Garland:
cantante e attrice che poco prima di spegnersi fu protagonista di
un’ultima vampa di furore nei teatri londinesi. Sul viale del
tramonto, lottava contro le dipendenze e l’ex marito. Ma nella sceneggiatura, questa volta, accanto
ad aneddoti e dietro le quinte non manca una critica feroce allo
star system: quant’è amara la vita dei bambini prodigio e quanto
sono spregevoli, invece, i produttori che ne rubano i sogni? Di dichiarato
impianto teatrale, il film non brilla soltanto per bravura della Zellweger, ma per la domanda che pone: dove finisce
l’arcobaleno? Al centro di un inatteso canto del cigno, Renée guida la visione grazie ai suoi sorrisi, alle sue lacrime e ai suoi
sguardi parlanti, attraverso un’interpretazione dolorosa che va
oltre il manierismo e arriva al cuore. All’inizio scettico – mi
distraevano infatti i suoi occhi sgranati, la bocca a papera, il
mascherone di make-up –, sono diventato un suo fan strada facendo:
dotata di una forte ironia e di una vocalità splendida, già
sfoggiata in Chicago, soltanto lei avrebbe potuto
interpretarla. Hanno aiutato una regia raffinata, che incornicia
i personaggi in piccoli e grandi quadri di solitudine; le canzoni
intramontabili, su tutte una struggente Somewhere over the
rainbow; costumi meritevoli di un plauso ben più del trucco,
capaci di cogliere appieno lo scintillio dei fragili anni Sessanta.
Più interessante nella prima parte a cavallo tra passato e presente,
il film si perde poi nella ricerca della scena a effetto o
dietro l’ennesima relazione sbagliata. Quando imbocca il sentiero
di mattoni giallo, però, crescono la commozione e la magia. Piove a
lungo su queste due ore di visione, ma il famoso arcobaleno non le si
nega poco prima dei titoli di coda. Judy morirà sei mesi dopo, ma
qui ha il suo lieto fine: è tornata in Kansas. (7)
[Attrice non protagonista] Continua
l’indagine dell’ottantanovenne Clint Eastwood nell’epica che
più gli sta a cuore: quella degli eroi americani della porta
accanto. Dopo American Sniper e Sully, storie vere con
protagonisti troppo ingombranti e un rigore per me eccessivo, il
regista torna a convincere benché in sordina. Richard, dolcissimo
trentenne appesantito dai chili e dalle preoccupazioni di troppo, è
un cocco di mamma goffo e fanfarone, genuinamente candido e
fiducioso, i cui sogni di gloria diventano purtroppo incubi.
Poliziotto mancato, si è accontentato dell’impiego di guardia di
sicurezza: durante un concerto negli anni Novanta, intercetta una bomba e salva
innumerevoli vite. Dipinto
negativamente dai giornalisti, torchiato a tappeto dall’FBI, il
protagonista – all’inizio eroe nazionale – diventa un nemico
pubblico sotto sospetto. Gli agenti federali frugano nell’immondizia,
nei cassetti della biancheria, nei Tupperware, tra i vizi privati e
le pubbliche virtù. La gogna mediatica, frustrante, sarà
alleggerita dalla presenza dello scoppiettante e agguerrito avvocato
di Sam Rockwell e dalla mamma chioccia Kathy Bates, a pezzi
davanti all’impossibilità di proteggere l’unico figlio
dall’assalto mediatico. A dispetto del mio disamore per i drammi
d’inchiesta, Richard Jewell si rivela più che semplice
cronaca, ma una parabola accorata e toccante, con un interprete così
sincero – Paul Walter Hauser, che rivelazione – da sembrare
capitato nella pagina sbagliata del giornale. Goffo e imperfetto,
dotato di senso dell’umorismo e pacatezza grandi, è una figura
umana e imperfetta verso cui scatta immediatamente un’empatia che
porta il film a emozionare informando. Ha vissuto, però, l’ennesima
ingiustizia: quella di essere misteriosamente sottovalutato dall'Academy. (7+)
[Attori, Sceneggiatura non originale] Il
primo è severo e contestatissimo: amante del pianoforte e della
solitudine, sta perdendo l’ispirazione. Il secondo, popolare e
benvoluto, apprezza il tango, il calcio e le belle donne: ha un
passato da viveur e in patria, ai tempi della dittatura, era
una figura tutt’altro che semplice. Sembrano due amici al bar –
la colonna sonora, per altro, passa gli Abba, i Beatles, Bella
ciao e Besame mucho –, ma li tradiscono l’abbigliamento
e il tenore della conversazione. Indossano la tonaca immacolata, infatti. Parlano di aborto, omosessualità, celibato e pedofilia. Sono
Benedetto XVI e Francesco, il vecchio e il nuovo, all’alba di un
avvenimento epocale: la rinuncia di Ratzinger, travolto dall'ennesimo scandalo. Amici-nemici, gli anziani si
confrontano anche sugli acciacchi e i dilemmi morali: il dialogo
diventerà una lunga confessione. E lo spettatore, incantato da
cotanta bravura, presterà gelosamente ascolto nonostante i flashback
superflui sulla giovinezza di Bergoglio che tradiscono qui e lì la
provenienza argentina del regista. Come sopperire a una fede che dà
conforto, non risate, se non grazie a un buddy movie lieve
come una sitcom? Sincero e disinformale, per questo bellissimo, I
due papi ha il pregio immenso di risultare leggerissimo pur
ragionando di massimi sistemi. Lo stesso potrei dire in fondo dei
suoi protagonisti, Hopkins e Pryce: quando c’è il talento, il
trucco c’è ma non si vede. E neanche la fatica. Lo dimostra Paolo
Sorrentino, lo ribadisce Fernando Meirelles: i papi portano bene a
televisione e cinema. Mentre in questi giorni The New Pope è ancora in onda su Sky, qui si brinda alla comparsa di un’altra fumata bianca. (7,5)
[Attore non protagonista] Quello
di Fred Rogers è un nome che non dirà niente agli spettatori
italiani. Idolo generazionale in odore di santità, con
addosso un golfino rosso rimasto nell’immaginario collettivo, era
l’anima – presentatore, burattinaio, confidente – di un
programma in cui parlare tra un siparietto e l’altro anche di
morte, divorzio e guerra. Il cantastorie si fa eccezionalmente da
parte qui, per raccontare la vicenda di un giornalista:
Lloyd Vogel, un uomo perseguitato da un’ombra scura – suo
padre – e dalla convinzione di essere un genitore fallimentare. Tra
intervistatore e intervistato, a telecamere spente, nascerà
un’amicizia poco canonica che influenzerà entrambi. Matthew Rhys,
pensoso e amareggiato, lavora per sottrazione nel suo dialogo con Tom
Hanks: pacato e dal sorriso sempre pronto, gioviale ma mai esagerato,
l’attore candidato ha un fare così gentile e accondiscendente da
risultare perfino irritante. Quali pesi porta però? Come sfoga la
frustrazione? Che padre è stato per i suoi figli? Con un ruolo
cucito su misura, che soltanto lui o Robin Williams avrebbero potuto
interpretare con la stessa naturalezza, Hanks è il (non) protagonista di
una commedia intergenerazionale meno convenzionale del previsto:
vedasi lo skyline di plastilina, i frequenti sguardi in camera, i
viaggi del protagonista in parentesi surreali alla Kidding.
Peccato per l’ultima mezz’ora all’insegna della riconciliazione
immancabile, molto più didascalica del resto, dove la narrazione si
fa tradizionale e le atmosfere, purtroppo, spiccatamente natalizie.
Restano la malinconia delle luci che si spengono e una nota stridente
al pianoforte, nella chiusura di una sigla tivù; un personaggio
criptico e aggraziato, che resta volutamente un mistero. Pur
presentando un programma per bambini. (6,5)
Non
sei mai stato sull’Isola di Arturo? Hanno usato questo
verbo, stare, anziché leggere. Come se fosse un luogo
sull’atlante, non un romanzo. Come se a una determinata età rappresentasse semplicemente una
tappa obbligata. Il capolavoro di Elsa Morante è saltato fuori così,
per caso, durante una conversazione in cui si parlava dei mondi
irrinunciabili di Elena Ferrante – sin dal nome in assonanza,
un’allieva spirituale dell’autrice Premio Strega – e di una mia
storia in corso d’opera, che parimenti vorrebbe raccontare i dolori
del crescere e il brontolio del mare. Anche se in ritardo sulla
tabella di marcia, allora, mi sono imbarcato al porto di Napoli. A
venticinque anni, dunque lontano dal tempo dell’adolescenza, e fuori stagione. Il piroscafo è arrivato puntuale. E il
magico diradarsi della foschia, presto, mi ha svelato lo spettacolo
di Procida: un’isola che non c’è contraddistinta da un sapore di
leggenda e arroccata come una fortezza medievale. In cima ecco
svettare il penitenziario, dalle cui celle anguste si ammira a sfregio la libertà delle onde.
Lì non arrivano né le notizie di cronaca nera né i bollettini di
guerra. Senza tempo, l’isola ospita una reggia severamente vietata
alle donne: ex convento già stravolto in passato dagli
ammodernamenti dell’Amalfitano, la struttura è diventata una
fortezza selvaggia di granelli di polvere, ragnatele e bestie. Manca
il tocco femminile, ma Arturo non ne sente la mancanza.
Questa
dunque è la tua casa, e tu ci tornerai sempre, perché, a casa,
sempre ci si ritorna.
Quattordici
anni, eternamente in vacanza, il giovane protagonista è un lettore
raffinatissimo e un brillante autodidatta: innamorato
dell’innamoramento, suo malgrado vive una feroce sindrome
d’abbandono e i postumi della cosiddetta età ingrata. Come
ogni quattordicenne, sta cambiando pelle – e voce, viso, carattere
–, e allo specchio si percepisce brutto e sgraziato. Lo immagino
con una lettera nascosta sotto la maglietta, un orecchino spaiato in
tasca, le ginocchia sbucciate. Lo immagino sul molo, in attesa degli
arrivi dal Continente. Ma non aspetta me – ospite dell’ultima ora
–, bensì suo padre. Gli eroi di cui legge hanno lo stesso volto del genitore. Venerato al pari di una
divinità bionda e onnipotente, Wilhelm Gerace è un uomo
prevaricatore e strafottente, che semina tutt’intorno le vittime
della sua disattenzione: l’ultima è Nunzia, neosposa di appena
sedici anni, che sbarca senza essere stata prima annunciata.
Bellissima e credulona, sottratta a un’esistenza in convento, pensa
che Napoli sia il centro del mondo e patisce il buio, la solitudine,
gli obblighi inevitabili della prima notte di nozze. L’arrivo della
matrigna – le sue forme sinuose intuite sotto la vesticciola, i
sorrisi candidi nel sonno – sconvolge il fragile mènage domestico
e turba il protagonista, finora abituato alla sola presenza della
cagnolina Immacolatella. Nunzia ascolta incantata i pensieri
gloriosi del figliastro, ne ammira a bocca aperta i lazzi
funambolici, asseconda teneramente le sue richieste d’attenzione.
Pian piano tra i due nascerà una complicità destinata a sfociare
spesso in scenate violente, per via del desiderio inespresso di baci
e affetto; e la solitudine, anziché rifuggita, andrà difesa fianco a
fianco. Ma Arturo si porta sempre addosso una zavorra pesante, la
gelosia. Nel profondo la prova per Wilhelm, Nunzia, oppure per il futuro fratellastro?
Mi
mettevo a baciare, per prova, magari la mia barca; o un’arancia che
mangiavo, o il materasso su cui stavo disteso. Baciavo il tronco
degli alberi, l’acqua che affiorava dal mare; baciavo i gatti che
incontravo per la strada! E mi accorgevo di saper dare, senza che
nessuno me lo avesse insegnato, baci dolcissimi, veramente belli. […]
Mi dicevo: anch’io, un giorno o l’altro, bacerò qualche persona
umana. Ma chi sarà? Quando? Chi sceglierò, la prima volta? E mi
mettevo a pensare a diverse donne viste nell’isola, o a mio padre,
o a qualche ideale, futuro amico mio.
Se
fosse un film dei giorni nostri, sarebbe diretto da
Luca Guadagnino: mossa da passioni tanto antiche quanto universali –
tra le righe si parla anche d’incesto e omosessualità, tematiche
scandalose negli anni Cinquanta –, è un storia di formazione dalle
atmosfere teatrali e neorealiste.
La
storia, essenziale, in quattrocento pagine sviscera le
contraddizioni, le pulsioni e i segreti dei protagonisti quel tanto
che basta a farceli scambiare per nostri. A metà tra l’incanto
straordinario della parte introduttiva e la maturità di un epilogo
perfetto, però, c’è stata una parentesi centrale che ho trovato
piuttosto faticosa, dove il protagonista si trincera in fantasie
suicide e voli pindarici per poi redimersi definitivamente nel
momento del congedo. Insieme ai suoi stati d’animo, in parte, finisce per
infittirsi anche lo stile dell’autrice: densissimo, a volte pieno e
altre un po’ pesante, ha però tutta l’intensità di quello
dell’epigona Ferrante. In particolare nelle lungaggini, infatti, ho
trovato gli stessi narratori degni d’amore-odio, mossi da
sentimenti a picco sugli abissi della coscienza, e le stesse immagini
indelebili: chi potrà mai dimenticare l’orologio con la parola
Amicus incisa sul cinturino; l’entrata in scena di Nunzia,
liberata con prepotenza dalla crocchia; il codice Morse fischiato da
Wilhelm alla base della torre carceraria?
Là
disteso, nero e pieno di lusinghe, esso mi ripeteva che anche lui,
non meno dello stellato, era grande e fantastico, e possedeva
territori che non si poteva contare, diversi uno dall’altro, come
centomila pianeti! Presto, ormai, per me, incomincerebbe finalmente
l’età desiderata in cui non sarei più un ragazzino, ma un uomo; e
lui, il mare, simile a un compagno che finora aveva sempre giocato
assieme a me e s’era fatto grande assieme a me, mi porterebbe via
con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la
vita!
L’isola
di Arturo, per il resto, descrive magistralmente la fine
dell’estate della vita – ossia l’infanzia – e dei falsi miti.
È il risveglio agrodolce da un’illusione lunga una fiaba, che ci
mette faccia a faccia con il crepacuore delle promesse infrante, il
piacere fugace del sesso, la fallibilità dei genitori. Ho
capito, sì, perché è tra i preferiti di molti lettori. Ma no, non
sembra scritto ieri come affermano i più. E per fortuna. È un
romanzo di formazione di come non ne esistono più, che ha guadagnato
a pieno diritto il titolo di classico. Il protagonista ha il nome di
una costellazione e punta alle stelle. Sogna di spingersi oltre le
Colonne d’Ercole e ritiene di sondare l’insondabile o con la
morte, o con l’odissea della navigazione. Ma carissimo Arturo,
sbagliavi di grosso: per conquistare il cielo e il mare, al pari di
un novello Alessandro Magno, bastava condividere la tua storia. A
distanza di sessant’anni non riesco a smettere di pensarti, sai?
Sei talmente vero che ti cerco in ogni sconosciuto sul bagnasciuga,
negli scintillii notturni e nella spuma delle onde, tra i nuovi
arrivi dei piroscafi. Ti ho letto camminando sulla riviera e
ogni tanto ho corso apposta il rischio d’inciampare, sapendo che tu mi
avresti strattonato per il braccio e salvato. Con la tua ombra
accanto, nelle mie passeggiate giornaliere – diecimila passi, sette
chilometri, e poi torno a casa –, non ho avuto bisogno neanche
della distrazione della musica; non mi sono mai sentito solo.
Il
mio voto: ★★★★★
Il
mio consiglio musicale: Levante – Lo stretto necessario
| Bartleby lo scrivano, di Herman Melville. I classici del Corriere della sera, € 7,90 |
Ci
sono storie che leggi in un’ora ma che ti restano addosso per molto
più tempo. Forse per sempre? Personaggi che non invecchiano,
nonostante i loro centosessantasette anni, e che tutt’oggi amano
restare gialli irrisolvibili. Quello, immagino, contribuisce a
trasformarne il fascino in leggenda. Le cose che ci sfuggono,
infatti, tendono a diventare un chiodo fisso. E il mistero di
Bartleby, maestro di garbati rifiuti e di stranezze inspiegate, è
ancora l’ossessione di molti. Da qualche giorno, anche la mia. Ho
letto il mio primo Herman Melville per lo più come riempitivo:
cinquanta pagine appena; facili da incastrare nel corso della
giornata ma difficilissime da recensire. Probabilmente non l’ho capito fino in fondo, per questo alla fine del post non troverete le consuete stelle di valutazione, non me la sono sentita, ma voglio
comunque consigliarlo: perché mi ha fatto innervosire, divertire,
commuovere e innervosire ancora.
Preferirei
di no.
La
storia, breve e irrisolta, è ambientata in un palazzone affacciato
su Wall Street. Il narratore, avvocato piuttosto influente, non è
però lo sciacallo senza scrupoli che ci aspetteremmo da una vicenda
di impiegatucci sottopagati e sommosse singolari: caritatevole e
comprensivo, anzi, ambisce alla beatificazione sopportando di buon
grado i capricci dei suoi dipendenti – soprannominati Tacchino,
Zenzero e Pince-nez – e accettando perfino un quarto collaboratore.
Bartleby è l’ultimo arrivato. Un copista grigiastro, taciturno e
allampanato, che dietro un paravento verde sgobba come un mulo,
sgranocchia biscotti allo zenzero e contempla il muro di mattoni
rossi su cui affaccia l’unica finestra disponibile. Quanto può
essere paziente il datore di lavoro, però, se a un certo punto si
rifiuta di lavorare? All’inizio Bartleby si sottrae alle domande
personali, ma ben presto fa orecchie da mercante anche davanti a
richieste più ingenti. Risoluto ma educato, è l’artefice di una
resistenza passiva che somiglia a una specie di capriccio. Benché
l’avvocato reagisca con magnanimità, rifiutandosi di licenziarlo e
spinto dal desiderio crescente di comprenderlo, il suo dipendente
diventerà una presenza perturbante. I suoi rifiuti influenzeranno
anche il vocabolario degli altri. A Broadway, oltre che delle
elezioni imminenti, si parlerà anche di lui. Un fantasma di cui
chiedono spiegazione anche gli altri inquilini. Un vagabondo
sradicato che occupa l’ufficio, ormai, giorno e notte. Il rifiuto e
lo spirito di abnegazione possono portare un individuo
all’annullamento?
La
pallida forma dello scrivano mi appariva ravvolta in un gelido
sudario, tra indifferenti sguardi di estranei. Quella figura, così
sbiadita nella sua decenza, miserabile nella sua rispettabilità,
così disperata nella sua solitudine. Era Bartleby.
Scritto
con un lessico vagamente burocratico, lo stile del narratore ben
presto si colora e s’accalora. Ed entrano in gioco il disagio,
l’inquietudine, la preoccupazione. Penso a Bartleby, infatti, come
penso allo spettro interpretato da Casey Affleck nello struggente A
Ghost Story. Resterebbe lì, immobile, anche se l’edificio
venisse abbattuto da una palla di demolizione. Da qualche parte,
oggi, è ancora dove tutto ha avuto inizio. A guardare un vicolo
cieco, fantasticando su chissà che cosa. A opporsi a sfregio contro
tutto e contro niente. Senza mezze misure. Irragionevole e
indimenticabile. La letteratura mondiale è costellata di dubbi
amletici. Essere o non essere? Chi aspettava Godot? Infine: cosa
preferirebbe Bartleby?
Sotto
Natale sono stato a vedere Pinocchio in una
sala piena di bambini. Solo e sospetto, ironicamente mi ero domandato: mi arresteranno
a fine visione? Se io sono tutt'ora in libertà, forse arresteranno per
mancanza di idee i cineasti di mezzo mondo. Questo è il pensiero che
salta in mente davanti all’ennesimo rifacimento non richiesto,
nonostante a dirigerlo sia chiamato un maestro del panorama italiano. Garrone traspone Collodi con fedeltà e rispetto estremi, ma
la storia del burattino di legno che si sognava bambino in carne e
ossa al cinema risulta piuttosto pesante a causa di una struttura
fatta di continui andirivieni e ripensamenti, che rendono le due ore
di visione estenuanti e ripetitive. Problema non della sceneggiatura, ma del romanzo stesso: non a caso la storia funziona meglio
su carta oppure divisa a puntate, come succedeva già nell’adorata
versione di Comencini. Il film nulla aggiunge e nulla toglie alla
fama della fiaba e brilla unicamente per la magnificenza del comparto
tecnico – trucco, scenografie, costumi – senza quasi mai
ricorrere alla computer grafica: la resa di due personaggi – il
grillo parlante e il tonno, bruttini – sarebbe stata però da
rivedere. Il cast è costituito da grandi caratteristi nostrani,
spesso resi irriconoscibili dal make-up, e brillano unicamente il
Geppetto di Benigni e il piccolo protagonista, che tra la
voce fragorosa e la “s” sibilante offre un’interpretazione
sempre naturale. Algido e frettoloso, non aiutato dalla colonna
sonora di uno svogliato Marianelli, Pinocchio non ha nemmeno
il senso di meraviglia del Racconto dei racconti: film sì
divisivo, ma in grado di mescolare con dosi più giuste realismo e
magia. Diffidate da chi
vi racconta sia bello. Diffidate da chi, al contrario, ve ne dice
peste e corna. A entrambi, infatti, si allungherebbe il naso. (6)
La
fortuna è cieca. La sceneggiatura dell’ultimo Ozpetek, purtroppo,
peggio. A un certo punto si muove a tentoni; arraffa alla rinfusa
tematiche, personaggi, scene madri; sbatte contro il ridicolo
involontario di un viaggio in Sicilia completamente da dimenticare.
Com’è possibile se la prima metà del film, al contrario,
brillava di luce propria? Come, ancora, se questa volta il regista italo-turco è molto più nel
suo – amicizia, amori, omosessualità, epiloghi da incorniciare?
Salutato dai più come un ritorno alle origini, La dea fortuna
parte bello e festosissimo nonostante i musi lunghi di Accorsi e
Leo: coppia agli sgoccioli che ritrova slancio grazie ai figli di una
cagionevole Trinca, di cui nessun’altro a parte loro parrebbe prendersi cura.
Costellato di momenti poetici, di dialoghi tanto spietati quanto
veritieri, il melodramma ha un cast in stato di grazia – Leo su
tutti – ed emoziona quando racconta in tutta la sua universalità
il rapporto di una coppia in crisi. A un certo punto, però,
s’intromette la bella canzone di Mina a far da spartiacque: e il
film trova ville da incubo e nonne streghe, che danno a una
produzione per il resto equilibrata toni grotteschi e orrorifici. Si
guasta all’improvviso allora, lasciando più arrabbiati che delusi.
Passi pure la dimensione corale presto accantonata. Passi il
messaggio, per me discutibile, che una coppia abbia bisogno di un
figlio per cementificare l’amore. Passi la presenza della malattia,
tematica francamente superflua. Ma perché Barbara Alberti in veste
d’attrice? Ozpetek è un regista sensibile e un autore attento. Ma le sue fate ignoranti risultavano più
moderne – e meno trash – vent’anni fa, quando di uomini e
triangoli sentimentali nessuno osava parlare. (6,5)
Se
in un’altra vita fossi un attore famoso, sognerei gli stessi ruoli
da protagonista di Luca Marinelli. Per fortuna mi limito a guardare, e in poltrona
ogni volta mi godo la bravura dell’attore romano. E quelle
somiglianze caratteriali impercettibili che da Virzì a Mieli, fino
ad arrivare a questo film del documentarista Pietro Marcello, ci rendono simili.
Avido, ambizioso e sognatore, l'eroe eponimo colleziona
lettere di rifiuto e porte in faccia: marinaio dall’istruzione
elementare, studia da autodidatta soltanto per amore di Elena ma le
soddisfazioni professionale – vorrebbe diventare scrittore –
faticano ad arrivare. Né abbastanza acculturato né abbastanza
rozzo, eppure senza mezze misure, lavora a racconti sordidi e si
lascia tentare dalla vita politica. Quello di Martin è un
personaggio che ho amato immensamente. Alla perfetta riuscita della prima parte, però, segue la
pesantezza annichilente della seconda. Dove un melodramma raffinato e
postmoderno si carica di connotazioni politiche di troppo; di
discorsi densi e carichi, che nel bene e nel male gettano il
personaggio sotto un’altra luce. E l’interpretazione di Marinelli
– protagonista di una corruzione fisica e morale che lo
imbruttisce e abbruttisce – si fa affamata, folle, grazie una regia
dalle influenze documentaristiche e una colonna sonora un po’
francese, un po’ napoletana, un po’ elettronica. La cultura rende
liberi o prigionieri? Si sta meglio nell’ignoranza? Il successo
letterario, croce e delizia, è paragonabile a una nave alla deriva? Questo lupo di
mare, infine, abbandona il timone per una macchina da scrivere. E forse scopre
sé stesso, forse si tradisce. Forse annega, o forse nuota. (8)
Un
bambino servito e riverito, protetto ai limiti della prigionia. Una
madre imperscrutabile e vendicativa, circondata da domestici e
figuranti sinistri. Gli ingredienti della loro convivenza infernale: nebbie
perenni, crocifissi, musica classica. Il loro esilio forzato, retto da
regole ferree, è una distopia a fin di bene? Nella casa entra presto il rock di Where
is my mind. Entra un’adolescente in fuga, bella e ribelle, che
tenta il protagonista con l’idea esecrabile della libertà. Il sorprendente e italianissimo The Nest, apprezzato da pubblico e critica internazionali, è un Lanthimos ad
altezza bambino dislocato però nei castelli infestati della narrativa gotica Shirley
Jackson. Ha sì qualche neo, ad esempio un colpo di scena finale che
non convince del tutto, ma anche un buon gusto fuori dall’ordinario:
vedasi la fotografia cupa e i costumi impeccabili, le scenografie eleganti come nel migliore cinema asiatico. Se la delicatezza della sceneggiatura ci regala
danze incantevoli e sevizie da autentico teatro degli orrori, sono però la
regia del trentottenne Roberto De Feo e l’intensità degli interpreti – su tutti Francesca
Cavallin, di solito relegata a ruoli televisiva ma qui degna rivale degli antagonisti del Racconto dell’ancella
– che ne fanno un esordio da incorniciare seduta stante. Un nido implica conforto,
sicurezza, riparo. Ma in cima a un albero contribuisce a renderci
isolati e irraggiungibili. Si può ingannare la crescita? Si può
frenare la curiosità? Si può dimenticare il mondo? Le risposte,
benché siano a volte un po' troppe, costituiscono un incubo familiare da cui non ci vorremmo
svegliare. (7,5)
Benché
sia il Principe delle tenebre, ha più di qualche tallone d’Achille.
Le corone d’aglio, i crocifissi, gli usci chiusi, l’acqua santa.
Ma tra le sue paure, a giudicare dalla quantità impareggiabile di
trasposizione cinematografiche e televisive, non c’è quella del
remake: il male più grande del nostro millennio. Tornato nuovamente
sul piccolo schermo, l’incubo di Bram Stoker si reinventa per forza
di cose. Era il minimo, infatti, svecchiarsi; stupire con una
riscrittura radicale ma stranamente rispettosa, che in tre puntate di
novanta minuti omaggia tre generi cinematografici distinti –
l’horror, il giallo classico, la fantascienza fatta di viaggi nel
tempo – grazie alla vena ironica e un po’ dissacrante degli
sceneggiatori di Sherlock e Doctor Who. All’inizio
fedelissima, la miniserie inglese prende avvio con l’arrivo di
Jonathan Harker in Transilvania: ci sono nebbie e torrioni,
pipistrelli e apparizioni spaventose, ma già cambiano i rapporti di
potere e le relazioni tra i personaggi. La romantica Mina, ad
esempio, è ridotta a una comparsa marginale; Val Helsing è suora e
donna, e ama sfidare il famigerato vampiro con conversazioni tanto
esistenzialiste quanto sardoniche. Cosa c’è di più sexy degli
incontri-scontri tra menti affini? Strada facendo, conosciamo prima i
passeggeri sfortunati di una nave diretta a Londra, poi i pro e i
contro della modernità: come se la cavano i mostri famelici con i
siti d’incontri, le vittime reclamate tra le influencer più
popolari e fobie annose, soprattutto, di cui venire finalmente a
capo? Preceduto dall’indignazione dei fan e affrontato con basse
aspettative, Dracula si è rivelato in realtà un gustosissimo
divertissement. Aggiornamento non richiesto ma autoironico e
cialtrone, ha un animo che non ti aspetteresti tanto trash e
seduttore. Emblematica la scelta dell’attore protagonista: il
danese Claes Bang è bellissimo, carismatico e sornione; forse uno
dei casting più azzeccati di sempre, per via della somiglianza con Lugosi e della leggerezza che rende irresistibili i
duetti con la collega Dolly Wells. Inadatto a chi non ama l’eccesso
di sangue o umorismo nero, la creatura apocrifa di Moffat e Gatiss
omaggia i generi letterari – si pensi alla Christie –, gli
antecedenti più illustri – su tutti il Dracula interpretato da Christopher Lee
–, i personaggi iconici – vano aspettarsi i soliti Renfield e
Lucy. Non abbiate paura però: qui si sorride tanto, a canini stretti, e mai
per caso. (6,5)
È
una sera di pioggia e cattivi presagi. Il citofono di una ricca casa
di Philadelphia trilla per annunciare l’arrivo di una misteriosa
sconosciuta: laconica e d’altri tempi, sarà la tata del piccolo
della famiglia. Un tesoro di bambino, che nella sua culla si limita a
sorridere: non fa i capricci, non piange, non costringe i genitori a
levatacce. Sembrerebbe tutto perfetto, se non fosse che quella casa
nasconda dal primo all’ultimo episodio tragedie e segreti; colpi di
scena che si annunciano sin dal pilot, e gettano luci sinistre su
ogni personaggio, figuranti inclusi. Cosa nasconde Leanne, babysitter
dedita in silenzio a riti occulti e autoflagellazione? Cos’ha
Jericho, neonato da battezzare nell’immediato? Perché il padre
chef ha perso all’improvviso il senso dell’olfatto e la madre,
giornalista trasognata ai limiti della stupidità, fa fatica a
elaborare il dramma di una notte? Prodotto dall’inaffidabile M.
Night Shyamalan e già atteso per la seconda stagione, Servant ci
fa tirare un sospiro di sollievo: il regista indiano che ci ha
abituati un po’ a c olpi di fulmine, un po’ a disastri, questa volta
non rovina il buono con spiegoni farraginosi o twist discutibili.
Sorprendentemente calma e pacata, elegantissima, la serie preferisce
infatti muoversi all’ombra della trilogia del Condominio di
Polanski: interni signorili e soffocanti, che mostrano raffinatezze
culinarie e insidie; vicini di casa decisamente sospetti; enigmi che
conducono sia all’horror esoterico che al thriller psicologico. I
primissimi piani, le ottime performance del cast – la ventenne Nell
Tiger Free va tenuta d’occhio – e il senso d’ambiguità
costante, poi, fanno il resto. Peccato soltanto per quel decimo
episodio arrivato troppo in fretta, da cui ci saremmo aspettati qualche spiegazione in più: in rete, per fortuna, non sono mancate
le teorie e i chiarimenti; le riprese del prosieguo, proprio in
questi giorni, sono già in corso d’opera. Vivamente consigliata
agli amanti del genere, Servant è una serie d’autore che
spiazza soprattutto grazie al colpo di scena più singolare: il
regista del Sesto senso, a oggi, non ha mandato tutto a gambe
all’aria. Viva le serie TV. Più stagioni ci
saranno, più saranno rimandati a domani – non senza timore – i
fasti o i disastri della famiglia Turner. (7+)
Tra
dicembre e gennaio, grazie agli amici di Instagram, sono stato
coinvolto nel mio primo gruppo di lettura. Sulla chat Telegram
inaugurata per l’occasione scrivevamo in più di cento. Ci siamo
sentiti per circa un mese, dividendo la lettura in tappe e
discutendone ogni lunedì. Abituato ai miei personali tempi e a
leggere i romanzi d’un fiato, senza spezzettarli né alternarli,
all’inizio mi sono calato in quest’esperienza con i piedi di
piombo. Con troppe persone coinvolte, infatti, temevo ci sarebbero
stati slittamenti, sovrapposizioni, divergenze grandi e piccole; un
affollamento di voci di cui non venire mai a capo. Il romanzo in
questione, a sorpresa, ci ha trovato stranamente concordi.
Non
chiederti se sei una strega, chiediti chi sei.
Colpiti
dalla piacevolezza delle prime cento pagine, abbiamo finito per
perdere il filo in una seconda parte meno coinvolgente di quella
introduttiva e in un finale in cui l’autrice fa il salto definitivo al fantasy. Le attese erano alte. Primo capitolo di una trilogia in fase
di stesura e fonte d’ispirazione per la serie omonima, in uscita a fine gennaio su Netflix, Luna nera aveva l’aria di
essere una rarità. Un connubio di storia e realismo magico sullo
sfondo dell’Inquisizione per parlare, tra le righe, della
secolare forza delle donne – quelle che, caro Amadeus, non
indietreggiano mai davanti a un uomo. Ma il risultato, al
di sotto delle aspettative, è molto diverso. E dopo cinquecento
pagine ammetto di non aver colto né la natura dell’operazione
editoriale e televisiva, né di averne percepito l’urgenza. Presentato con una veste grafica sin troppo
adulta, con in copertina i commenti lusinghieri di Michela Murgia e
Loredana Lipperini – penne celebri del femminismo più impegnato –,
l’esordio di Tiziana Triana è in realtà giovanile e fuori tempo
massimo. Ho pensato a saghe per adolescenti in voga una decina di
anni fa, a cui ho smesso di appassionarmi crescendo: al liceo,
eppure, le divoravo avidamente.
Ho
combattuto guerre in posti lontani, dove morire in battaglia
significa cadere con onore. Ho preferito sempre la vita, anche quando
non era dignitosa. Il mio essere donna, sotto quegli abiti maschili,
mi ha permesso di guardare il mondo con occhi differenti. Per noi la
vita vale sempre di più, semplicemente perché non abbiamo ancora
iniziato a viverla.
La
storia segue la maturazione di Ade: un’orfana di sedici anni che,
nel cuore del Seicento, insieme al fratellino Valente viene accolta
in una casa popolata da sole donne. Costrette ai margini e accusate
dei crimini peggiori, le protagoniste leggono libri proibiti;
studiano le proprietà delle erbe e il combattimento; rifuggono
qualsivoglia contatto con gli abitanti di Serra. Parlano di una
profezia, e sono convinte che la nuova arrivata avrà un ruolo
chiave. Per tutto il tempo, in un’atmosfera ovattata e sospesa, ci
domandiamo se siano davvero fattucchiere o ribelli. Immancabilmente
l’amore ci metterà lo zampino: quello – proibito, ovvio – di
Ade verso Pietro, figlio del capo dei Benandanti e dunque suo
acerrimo rivale. Quale futuro possono avere una presunta strega e un
inquisitore, benché quest’ultimo anteponga la razionalità
scientifica alla fede cieca? Assodata la piacevolezza dello stile di
Tiziana, diretto e scorrevole, tocca però rimproverarle una trama
che interessa in maniera discontinua e una chiusa pasticciata:
i capitoli di tanto in tanto sono semplici situazioni giustapposte,
interrotti dalle digressioni sul passato del gruppo; i personaggi,
maschili e femminili, risultano anonimi e intercambiabili; il gusto
scenografico da serial americano – penso all’improbabile ballo in
maschera in cui le streghe si imbucano vestite da animali della
foresta: insomma, come non dare nell’occhio –, tradisce la
bellezza delle atmosfere rurali. Ma il difetto maggiore è la
presenza forzata di tematiche importanti, dall’omosessualità al femminicidio, gettate alla rinfusa in un calderone già di
per sé ribollente: il libro di ricette di nonna Antalia non diceva
nulla, vero, a proposito d’ingredienti e dosi consigliate? Con un
piccolo spunto dilatato oltre il dovuto, il romanzo ha dentro
troppo ma anche troppo poco. Con una curiosità mista a timore,
allora, mi domando cosa potrebbero riservare i prossimi volumi. Vorrò
assistere a un’altra eclissi? Mi tengo il beneficio del
dubbio, e tanto dipenderà dalla riuscita della
trasposizione. Per ora, purtroppo, niente di nuovo sotto il sole.
Anche se in cielo scintilla, sinistra, una luna nera.
Il
mio voto: ★★
Il
mio consiglio musicale: Panic! At The Disco – Into The Unknown
(usciti
nel 2011 con Corriere della Sera, al prezzo di un euro ciascuno)
Ci
sono bruchi che diventano farfalle. Altri falene. È una legge della
natura, non ci si può fare niente. Io l’ho sempre saputo. E non mi
dispiace.
Reduce
dal successo internazionale e da polizieschi scritti sul modello dei
serial statunitensi, un Donato Carrisi da riscoprire sceglie questa volta il tinello domestico per raccontare eccezionalmente
orrori ordinari. Inquadrate tra Piemonte, Puglia e Spagna, le
protagoniste sono tre minorenni da poco scarcerate. Rosi, una gigante
buona; Cinzia, moderna Bonnie senza più il suo Clyde; infine Tecla,
anima del gruppo che le ha radunate. Il loro ultimo colpo: rapinare
una pensionata e farla franca. Eccole in una casetta di un borgo
meridionale, con a terra il cadavere di un’anziana e un telefono
che squilla incessantemente. E imprigiona le ragazze lì, nel dubbio.
Rispondere o riagganciare? Chi ci sarà dall’altra parte? Più vicino alla nostra cronaca, questo Carrisi al femminile
– ho pensato, ad esempio, ai thriller di Barbara Baraldi – è
rapido ma nient’affatto indolore. Racconto disperato e sottile di
abusi e rivalsa, con uno stile evocativo e tutti i ribaltamenti
possibili in sole sessanta pagine – il tutto, senza perdere mai la giusta credibilità –, Falene è attratto dalla luce ma è
destinato all’oscurità. Proprio come la sua protagonista, reduce
da un’infanzia tragica e in cerca di vendetta per quella sorella
bellissima – traviata da uomini e eroina – , che non
dimentica né perdona i torti subiti. Anzi, se li lega al dito. E ne
fa intrichi; intrighi.
Cosa
può il richiamo del proprio sangue contro la consapevolezza di
essere stati la causa involontaria del primo sangue sgorgato dal
ginocchio di un amico?
A
Cabras c’è una tradizione particolare. Durante la processione
pasquale, da un capo all’altro del paese partono due statue – Maria e Gesù – che si incontrano nel momento dei
festeggiamenti solenni. Qualcosa cambia quando una seconda parrocchia divide il paese in giurisdizioni diverse: si
può fare una doppia processione? A raccontarci il tormento del
paesello è il piccolo Maurizio, che vive una condizione sospesa: né
natio né turista, guarda Cabras dalla soglia della porta – il
folklore, il senso di appartenenza – e si domanda se sarà mai incluso in quel “noi”.
Su uno sfondo colorato e pulsante, una Michela Murgia leggera
e divertita dà vita a un gioco bellicoso che diventa infine una
classica lezione sul perdono, regalata proprio dai
coetanei di Maurizio. L’episodio, semplice e curioso, è sviscerato
senza bisogno di grandi trame o personaggi, come nella migliore
tradizione del racconto breve; ma con la suddetta tradizione ha in
comune anche una vaghezza d’intenti che a volte fatico
ad apprezzare. Caratterizzato da un andamento lesto e da una
dimensione corale perfettamente resa, L’incontro conferma
lo stile di Michela – una che con le parole fa il Tetris,
centellinandole con precisione matematica – nonostante uno spunto
destinato a esaurirsi tardi ma in fretta. Resta il
migliore dei tre, ma è quello che meno intrattiene.
Andrea
gli sedeva accanto. Con le ginocchia che
toccavano le sue, e i polpacci che toccavano i suoi. Gli dava delle
gomitate leggere. Sorrideva come può sorridere una statua gotica
nell’anfratto più buio di una chiesa.
Piero,
non nuovo dagli andirivieni dal carcere, è un criminale insospettabile. Fascinoso e furtivo, con a casa una moglie che non
gli ha dato neanche la gioia di un figlio, durante una tappa
in autogrill dà uno strappo in macchina all’enigmatico Andrea:
biondo e spigoloso, seduto sul lavandino di un bagno pubblico, legge
Tex all’una del mattino. Tra l’adulto e l’adolescente scatta un
colpo di fulmine inspiegabile, che a volte somiglia a un rapporto
padre-figlio, altre un’attrazione erotica. Regali, viaggi,
mazzette: Piero paga per la compagnia del ragazzino, cercando di
conquistarne i favori. L’uno è un gatto selvatico, che graffia e fa le fusa. L’altro è una lince, maestro del
furto e dell’inganno. Quali dei due, bestie senza padrone, avrà la
meglio? In una provincia italiana di acciaierie e risaie si svolge l’attrazione divorante di una
canaglia verso un efebo inarrivabile. Cosa c’è dietro la sua
bellezza? Cosa dietro la sua tristezza? Sulla scia di Morte a
Venezia, benché le atmosfere metropolitane e torbide ricordino Le ferite originali, La lince è un racconto
feroce e seducente con uno svolgimento,
per forza di cose, appena abbozzato. Due personaggi tanto tormentati
e contorti, nonostante l’indiscreto talento di una Silvia
Avallone distante dalla freddezza dell’esordio, non hanno
purtroppo il loro spazio vitale. Quando Piero perde la testa,
l’autrice perde il filo. La lettura, così, si chiude con un senso
d’irrisolto che non soddisfa, come se fosse l’assaggio di una
storia dal grande potenziale. Sessanta pagine erano poche per una
storia di crimini, desiderio e genitorialità: peccato; avremmo
voluto sinceramente saperne di più.