sabato 1 febbraio 2020

And the Oscar goes to Mr. Ciak: Judy | Richard Jewell | I due papi | Un amico straordinario

[Attrice protagonista, Trucco e acconciatura] Anno che vai, biopic che trovi. Cambia l’artista, sì, ma restano drammi e problematiche. Un’infanzia oscura, i matrimoni fallimentari, gli schiaffi e le carezze di un pubblico ingrato. Senza grandi variazioni sul tema, vale anche per Judy Garland: cantante e attrice che poco prima di spegnersi fu protagonista di un’ultima vampa di furore nei teatri londinesi. Sul viale del tramonto, lottava contro le dipendenze e l’ex marito. Ma nella sceneggiatura, questa volta, accanto ad aneddoti e dietro le quinte non manca una critica feroce allo star system: quant’è amara la vita dei bambini prodigio e quanto sono spregevoli, invece, i produttori che ne rubano i sogni? Di dichiarato impianto teatrale, il film non brilla soltanto per bravura della Zellweger, ma per la domanda che pone: dove finisce l’arcobaleno? Al centro di un inatteso canto del cigno, Renée guida la visione grazie ai suoi sorrisi, alle sue lacrime e ai suoi sguardi parlanti, attraverso un’interpretazione dolorosa che va oltre il manierismo e arriva al cuore. All’inizio scettico – mi distraevano infatti i suoi occhi sgranati, la bocca a papera, il mascherone di make-up –, sono diventato un suo fan strada facendo: dotata di una forte ironia e di una vocalità splendida, già sfoggiata in Chicago, soltanto lei avrebbe potuto interpretarla. Hanno aiutato una regia raffinata, che incornicia i personaggi in piccoli e grandi quadri di solitudine; le canzoni intramontabili, su tutte una struggente Somewhere over the rainbow; costumi meritevoli di un plauso ben più del trucco, capaci di cogliere appieno lo scintillio dei fragili anni Sessanta. Più interessante nella prima parte a cavallo tra passato e presente, il film si perde poi nella ricerca della scena a effetto o dietro l’ennesima relazione sbagliata. Quando imbocca il sentiero di mattoni giallo, però, crescono la commozione e la magia. Piove a lungo su queste due ore di visione, ma il famoso arcobaleno non le si nega poco prima dei titoli di coda. Judy morirà sei mesi dopo, ma qui ha il suo lieto fine: è tornata in Kansas. (7)

[Attrice non protagonista] Continua l’indagine dell’ottantanovenne Clint Eastwood nell’epica che più gli sta a cuore: quella degli eroi americani della porta accanto. Dopo American Sniper e Sully, storie vere con protagonisti troppo ingombranti e un rigore per me eccessivo, il regista torna a convincere benché in sordina. Richard, dolcissimo trentenne appesantito dai chili e dalle preoccupazioni di troppo, è un cocco di mamma goffo e fanfarone, genuinamente candido e fiducioso, i cui sogni di gloria diventano purtroppo incubi. Poliziotto mancato, si è accontentato dell’impiego di guardia di sicurezza: durante un concerto negli anni Novanta, intercetta  una bomba e salva innumerevoli vite. Dipinto negativamente dai giornalisti, torchiato a tappeto dall’FBI, il protagonista – all’inizio eroe nazionale – diventa un nemico pubblico sotto sospetto. Gli agenti federali frugano nell’immondizia, nei cassetti della biancheria, nei Tupperware, tra i vizi privati e le pubbliche virtù. La gogna mediatica, frustrante, sarà alleggerita dalla presenza dello scoppiettante e agguerrito avvocato di Sam Rockwell e dalla mamma chioccia Kathy Bates, a pezzi davanti all’impossibilità di proteggere l’unico figlio dall’assalto mediatico. A dispetto del mio disamore per i drammi d’inchiesta, Richard Jewell si rivela più che semplice cronaca, ma una parabola accorata e toccante, con un interprete così sincero – Paul Walter Hauser, che rivelazione – da sembrare capitato nella pagina sbagliata del giornale. Goffo e imperfetto, dotato di senso dell’umorismo e pacatezza grandi, è una figura umana e imperfetta verso cui scatta immediatamente un’empatia che porta il film a emozionare informando. Ha vissuto, però, l’ennesima ingiustizia: quella di essere misteriosamente sottovalutato dall'Academy. (7+)

[Attori, Sceneggiatura non originale] Il primo è severo e contestatissimo: amante del pianoforte e della solitudine, sta perdendo l’ispirazione. Il secondo, popolare e benvoluto, apprezza il tango, il calcio e le belle donne: ha un passato da viveur e in patria, ai tempi della dittatura, era una figura tutt’altro che semplice. Sembrano due amici al bar – la colonna sonora, per altro, passa gli Abba, i Beatles, Bella ciao e Besame mucho –, ma li tradiscono l’abbigliamento e il tenore della conversazione. Indossano la tonaca immacolata, infatti. Parlano di aborto, omosessualità, celibato e pedofilia. Sono Benedetto XVI e Francesco, il vecchio e il nuovo, all’alba di un avvenimento epocale: la rinuncia di Ratzinger, travolto dall'ennesimo scandalo. Amici-nemici, gli anziani si confrontano anche sugli acciacchi e i dilemmi morali: il dialogo diventerà una lunga confessione. E lo spettatore, incantato da cotanta bravura, presterà gelosamente ascolto nonostante i flashback superflui sulla giovinezza di Bergoglio che tradiscono qui e lì la provenienza argentina del regista. Come sopperire a una fede che dà conforto, non risate, se non grazie a un buddy movie lieve come una sitcom? Sincero e disinformale, per questo bellissimo, I due papi ha il pregio immenso di risultare leggerissimo pur ragionando di massimi sistemi. Lo stesso potrei dire in fondo dei suoi protagonisti, Hopkins e Pryce: quando c’è il talento, il trucco c’è ma non si vede. E neanche la fatica. Lo dimostra Paolo Sorrentino, lo ribadisce Fernando Meirelles: i papi portano bene a televisione e cinema. Mentre in questi giorni The New Pope è ancora in onda su Sky, qui si brinda alla comparsa di un’altra fumata bianca. (7,5)

[Attore non protagonista] Quello di Fred Rogers è un nome che non dirà niente agli spettatori italiani. Idolo generazionale in odore di santità, con addosso un golfino rosso rimasto nell’immaginario collettivo, era l’anima – presentatore, burattinaio, confidente – di un programma in cui parlare tra un siparietto e l’altro anche di morte, divorzio e guerra. Il cantastorie si fa eccezionalmente da parte qui, per raccontare la vicenda di un giornalista:  Lloyd Vogel, un uomo perseguitato da un’ombra scura – suo padre – e dalla convinzione di essere un genitore fallimentare. Tra intervistatore e intervistato, a telecamere spente, nascerà un’amicizia poco canonica che influenzerà entrambi. Matthew Rhys, pensoso e amareggiato, lavora per sottrazione nel suo dialogo con Tom Hanks: pacato e dal sorriso sempre pronto, gioviale ma mai esagerato, l’attore candidato ha un fare così gentile e accondiscendente da risultare perfino irritante. Quali pesi porta però? Come sfoga la frustrazione? Che padre è stato per i suoi figli? Con un ruolo cucito su misura, che soltanto lui o Robin Williams avrebbero potuto interpretare con la stessa naturalezza, Hanks è il (non) protagonista di una commedia intergenerazionale meno convenzionale del previsto: vedasi lo skyline di plastilina, i frequenti sguardi in camera, i viaggi del protagonista in parentesi surreali alla Kidding. Peccato per l’ultima mezz’ora all’insegna della riconciliazione immancabile, molto più didascalica del resto, dove la narrazione si fa tradizionale e le atmosfere, purtroppo, spiccatamente natalizie. Restano la malinconia delle luci che si spengono e una nota stridente al pianoforte, nella chiusura di una sigla tivù; un personaggio criptico e aggraziato, che resta volutamente un mistero. Pur presentando un programma per bambini. (6,5)

mercoledì 29 gennaio 2020

Recensione: L'isola di Arturo, di Elsa Morante

L’isola di Arturo, di Elsa Morante. Einaudi, € 13, pp. 398 |

Non sei mai stato sull’Isola di Arturo?  Hanno usato questo verbo, stare, anziché leggere. Come se fosse un luogo sull’atlante, non un romanzo. Come se a una determinata età rappresentasse semplicemente una tappa obbligata. Il capolavoro di Elsa Morante è saltato fuori così, per caso, durante una conversazione in cui si parlava dei mondi irrinunciabili di Elena Ferrante – sin dal nome in assonanza, un’allieva spirituale dell’autrice Premio Strega – e di una mia storia in corso d’opera, che parimenti vorrebbe raccontare i dolori del crescere e il brontolio del mare. Anche se in ritardo sulla tabella di marcia, allora, mi sono imbarcato al porto di Napoli. A venticinque anni, dunque lontano dal tempo dell’adolescenza, e fuori stagione. Il piroscafo è arrivato puntuale. E il magico diradarsi della foschia, presto, mi ha svelato lo spettacolo di Procida: un’isola che non c’è contraddistinta da un sapore di leggenda e arroccata come una fortezza medievale. In cima ecco svettare il penitenziario, dalle cui celle anguste si ammira a sfregio la libertà delle onde. Lì non arrivano né le notizie di cronaca nera né i bollettini di guerra. Senza tempo, l’isola ospita una reggia severamente vietata alle donne: ex convento già stravolto in passato dagli ammodernamenti dell’Amalfitano, la struttura è diventata una fortezza selvaggia di granelli di polvere, ragnatele e bestie. Manca il tocco femminile, ma Arturo non ne sente la mancanza.

Questa dunque è la tua casa, e tu ci tornerai sempre, perché, a casa, sempre ci si ritorna.
Quattordici anni, eternamente in vacanza, il giovane protagonista è un lettore raffinatissimo e un brillante autodidatta: innamorato dell’innamoramento, suo malgrado vive una feroce sindrome d’abbandono e i postumi della cosiddetta età ingrata. Come ogni quattordicenne, sta cambiando pelle – e voce, viso, carattere –, e allo specchio si percepisce brutto e sgraziato. Lo immagino con una lettera nascosta sotto la maglietta, un orecchino spaiato in tasca, le ginocchia sbucciate. Lo immagino sul molo, in attesa degli arrivi dal Continente. Ma non aspetta me – ospite dell’ultima ora –, bensì suo padre. Gli eroi di cui legge hanno lo stesso volto del genitore. Venerato al pari di una divinità bionda e onnipotente, Wilhelm Gerace è un uomo prevaricatore e strafottente, che semina tutt’intorno le vittime della sua disattenzione: l’ultima è Nunzia, neosposa di appena sedici anni, che sbarca senza essere stata prima annunciata. Bellissima e credulona, sottratta a un’esistenza in convento, pensa che Napoli sia il centro del mondo e patisce il buio, la solitudine, gli obblighi inevitabili della prima notte di nozze. L’arrivo della matrigna – le sue forme sinuose intuite sotto la vesticciola, i sorrisi candidi nel sonno – sconvolge il fragile mènage domestico e turba il protagonista, finora abituato alla sola presenza della cagnolina Immacolatella. Nunzia ascolta incantata i pensieri gloriosi del figliastro, ne ammira a bocca aperta i lazzi funambolici, asseconda teneramente le sue richieste d’attenzione. Pian piano tra i due nascerà una complicità destinata a sfociare spesso in scenate violente, per via del desiderio inespresso di baci e affetto; e la solitudine, anziché rifuggita, andrà difesa fianco a fianco. Ma Arturo si porta sempre addosso una zavorra pesante, la gelosia. Nel profondo la prova per Wilhelm, Nunzia, oppure per il futuro fratellastro?

Mi mettevo a baciare, per prova, magari la mia barca; o un’arancia che mangiavo, o il materasso su cui stavo disteso. Baciavo il tronco degli alberi, l’acqua che affiorava dal mare; baciavo i gatti che incontravo per la strada! E mi accorgevo di saper dare, senza che nessuno me lo avesse insegnato, baci dolcissimi, veramente belli. […] Mi dicevo: anch’io, un giorno o l’altro, bacerò qualche persona umana. Ma chi sarà? Quando? Chi sceglierò, la prima volta? E mi mettevo a pensare a diverse donne viste nell’isola, o a mio padre, o a qualche ideale, futuro amico mio.
Se fosse un film dei giorni nostri, sarebbe diretto da Luca Guadagnino: mossa da passioni tanto antiche quanto universali – tra le righe si parla anche d’incesto e omosessualità, tematiche scandalose negli anni Cinquanta –, è un storia di formazione dalle atmosfere teatrali e neorealiste.
La storia, essenziale, in quattrocento pagine sviscera le contraddizioni, le pulsioni e i segreti dei protagonisti quel tanto che basta a farceli scambiare per nostri. A metà tra l’incanto straordinario della parte introduttiva e la maturità di un epilogo perfetto, però, c’è stata una parentesi centrale che ho trovato piuttosto faticosa, dove il protagonista si trincera in fantasie suicide e voli pindarici per poi redimersi definitivamente nel momento del congedo. Insieme ai suoi stati d’animo, in parte, finisce per infittirsi anche lo stile dell’autrice: densissimo, a volte pieno e altre un po’ pesante, ha però tutta l’intensità di quello dell’epigona Ferrante. In particolare nelle lungaggini, infatti, ho trovato gli stessi narratori degni d’amore-odio, mossi da sentimenti a picco sugli abissi della coscienza, e le stesse immagini indelebili: chi potrà mai dimenticare l’orologio con la parola Amicus incisa sul cinturino; l’entrata in scena di Nunzia, liberata con prepotenza dalla crocchia; il codice Morse fischiato da Wilhelm alla base della torre carceraria?

Là disteso, nero e pieno di lusinghe, esso mi ripeteva che anche lui, non meno dello stellato, era grande e fantastico, e possedeva territori che non si poteva contare, diversi uno dall’altro, come centomila pianeti! Presto, ormai, per me, incomincerebbe finalmente l’età desiderata in cui non sarei più un ragazzino, ma un uomo; e lui, il mare, simile a un compagno che finora aveva sempre giocato assieme a me e s’era fatto grande assieme a me, mi porterebbe via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!
L’isola di Arturo, per il resto, descrive magistralmente la fine dell’estate della vita – ossia l’infanzia – e dei falsi miti. È il risveglio agrodolce da un’illusione lunga una fiaba, che ci mette faccia a faccia con il crepacuore delle promesse infrante, il piacere fugace del sesso, la fallibilità dei genitori. Ho capito, sì, perché è tra i preferiti di molti lettori. Ma no, non sembra scritto ieri come affermano i più. E per fortuna. È un romanzo di formazione di come non ne esistono più, che ha guadagnato a pieno diritto il titolo di classico. 
Il protagonista ha il nome di una costellazione e punta alle stelle. Sogna di spingersi oltre le Colonne d’Ercole e ritiene di sondare l’insondabile o con la morte, o con l’odissea della navigazione. Ma carissimo Arturo, sbagliavi di grosso: per conquistare il cielo e il mare, al pari di un novello Alessandro Magno, bastava condividere la tua storia. A distanza di sessant’anni non riesco a smettere di pensarti, sai? Sei talmente vero che ti cerco in ogni sconosciuto sul bagnasciuga, negli scintillii notturni e nella spuma delle onde, tra i nuovi arrivi dei piroscafi. Ti ho letto camminando sulla riviera e ogni tanto ho corso apposta il rischio d’inciampare, sapendo che tu mi avresti strattonato per il braccio e salvato. Con la tua ombra accanto, nelle mie passeggiate giornaliere – diecimila passi, sette chilometri, e poi torno a casa –, non ho avuto bisogno neanche della distrazione della musica; non mi sono mai sentito solo.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Levante – Lo stretto necessario

lunedì 27 gennaio 2020

Recensione: Bartleby lo scrivano, di Herman Melville

Bartleby lo scrivano, di Herman Melville. I classici del Corriere della sera, € 7,90 |

Ci sono storie che leggi in un’ora ma che ti restano addosso per molto più tempo. Forse per sempre? Personaggi che non invecchiano, nonostante i loro centosessantasette anni, e che tutt’oggi amano restare gialli irrisolvibili. Quello, immagino, contribuisce a trasformarne il fascino in leggenda. Le cose che ci sfuggono, infatti, tendono a diventare un chiodo fisso. E il mistero di Bartleby, maestro di garbati rifiuti e di stranezze inspiegate, è ancora l’ossessione di molti. Da qualche giorno, anche la mia. Ho letto il mio primo Herman Melville per lo più come riempitivo: cinquanta pagine appena; facili da incastrare nel corso della giornata ma difficilissime da recensire. Probabilmente non l’ho capito fino in fondo, per questo alla fine del post non troverete le consuete stelle di valutazione, non me la sono sentita, ma voglio comunque consigliarlo: perché mi ha fatto innervosire, divertire, commuovere e innervosire ancora.

Preferirei di no.

La storia, breve e irrisolta, è ambientata in un palazzone affacciato su Wall Street. Il narratore, avvocato piuttosto influente, non è però lo sciacallo senza scrupoli che ci aspetteremmo da una vicenda di impiegatucci sottopagati e sommosse singolari: caritatevole e comprensivo, anzi, ambisce alla beatificazione sopportando di buon grado i capricci dei suoi dipendenti – soprannominati Tacchino, Zenzero e Pince-nez – e accettando perfino un quarto collaboratore. Bartleby è l’ultimo arrivato. Un copista grigiastro, taciturno e allampanato, che dietro un paravento verde sgobba come un mulo, sgranocchia biscotti allo zenzero e contempla il muro di mattoni rossi su cui affaccia l’unica finestra disponibile. Quanto può essere paziente il datore di lavoro, però, se a un certo punto si rifiuta di lavorare? All’inizio Bartleby si sottrae alle domande personali, ma ben presto fa orecchie da mercante anche davanti a richieste più ingenti. Risoluto ma educato, è l’artefice di una resistenza passiva che somiglia a una specie di capriccio. Benché l’avvocato reagisca con magnanimità, rifiutandosi di licenziarlo e spinto dal desiderio crescente di comprenderlo, il suo dipendente diventerà una presenza perturbante. I suoi rifiuti influenzeranno anche il vocabolario degli altri. A Broadway, oltre che delle elezioni imminenti, si parlerà anche di lui. Un fantasma di cui chiedono spiegazione anche gli altri inquilini. Un vagabondo sradicato che occupa l’ufficio, ormai, giorno e notte. Il rifiuto e lo spirito di abnegazione possono portare un individuo all’annullamento?

La pallida forma dello scrivano mi appariva ravvolta in un gelido sudario, tra indifferenti sguardi di estranei. Quella figura, così sbiadita nella sua decenza, miserabile nella sua rispettabilità, così disperata nella sua solitudine. Era Bartleby.
Scritto con un lessico vagamente burocratico, lo stile del narratore ben presto si colora e s’accalora. Ed entrano in gioco il disagio, l’inquietudine, la preoccupazione. Penso a Bartleby, infatti, come penso allo spettro interpretato da Casey Affleck nello struggente A Ghost Story. Resterebbe lì, immobile, anche se l’edificio venisse abbattuto da una palla di demolizione. Da qualche parte, oggi, è ancora dove tutto ha avuto inizio. A guardare un vicolo cieco, fantasticando su chissà che cosa. A opporsi a sfregio contro tutto e contro niente. Senza mezze misure. Irragionevole e indimenticabile. La letteratura mondiale è costellata di dubbi amletici. Essere o non essere? Chi aspettava Godot? Infine: cosa preferirebbe Bartleby?

sabato 25 gennaio 2020

Mr. Ciak: Pinocchio | La dea fortuna | Martin Eden | The Nest

Sotto Natale sono stato a vedere Pinocchio in una sala piena di bambini. Solo e sospetto, ironicamente mi ero domandato: mi arresteranno a fine visione? Se io sono tutt'ora in libertà, forse arresteranno per mancanza di idee i cineasti di mezzo mondo. Questo è il pensiero che salta in mente davanti all’ennesimo rifacimento non richiesto, nonostante a dirigerlo sia chiamato un maestro del panorama italiano. Garrone traspone Collodi con fedeltà e rispetto estremi, ma la storia del burattino di legno che si sognava bambino in carne e ossa al cinema risulta piuttosto pesante a causa di una struttura fatta di continui andirivieni e ripensamenti, che rendono le due ore di visione estenuanti e ripetitive. Problema non della sceneggiatura, ma del romanzo stesso: non a caso la storia funziona meglio su carta oppure divisa a puntate, come succedeva già nell’adorata versione di Comencini. Il film nulla aggiunge e nulla toglie alla fama della fiaba e brilla unicamente per la magnificenza del comparto tecnico – trucco, scenografie, costumi – senza quasi mai ricorrere alla computer grafica: la resa di due personaggi – il grillo parlante e il tonno, bruttini – sarebbe stata però da rivedere. Il cast è costituito da grandi caratteristi nostrani, spesso resi irriconoscibili dal make-up, e brillano unicamente il Geppetto di Benigni e il piccolo protagonista, che tra la voce fragorosa e la “s” sibilante offre un’interpretazione sempre naturale. Algido e frettoloso, non aiutato dalla colonna sonora di uno svogliato Marianelli, Pinocchio non ha nemmeno il senso di meraviglia del Racconto dei racconti: film sì divisivo, ma in grado di mescolare con dosi più giuste realismo e magia. Diffidate da chi vi racconta sia bello. Diffidate da chi, al contrario, ve ne dice peste e corna. A entrambi, infatti, si allungherebbe il naso. (6)

La fortuna è cieca. La sceneggiatura dell’ultimo Ozpetek, purtroppo, peggio. A un certo punto si muove a tentoni; arraffa alla rinfusa tematiche, personaggi, scene madri; sbatte contro il ridicolo involontario di un viaggio in Sicilia completamente da dimenticare. Com’è possibile se la prima metà del film, al contrario, brillava di luce propria? Come, ancora, se questa volta il regista italo-turco è molto più nel suo – amicizia, amori, omosessualità, epiloghi da incorniciare? Salutato dai più come un ritorno alle origini, La dea fortuna parte bello e festosissimo nonostante i musi lunghi di Accorsi e Leo: coppia agli sgoccioli che ritrova slancio grazie ai figli di una cagionevole Trinca, di cui nessun’altro a parte loro parrebbe prendersi cura. Costellato di momenti poetici, di dialoghi tanto spietati quanto veritieri, il melodramma ha un cast in stato di grazia – Leo su tutti – ed emoziona quando racconta in tutta la sua universalità il rapporto di una coppia in crisi. A un certo punto, però, s’intromette la bella canzone di Mina a far da spartiacque: e il film trova ville da incubo e nonne streghe, che danno a una produzione per il resto equilibrata toni grotteschi e orrorifici. Si guasta all’improvviso allora, lasciando più arrabbiati che delusi. Passi pure la dimensione corale presto accantonata. Passi il messaggio, per me discutibile, che una coppia abbia bisogno di un figlio per cementificare l’amore. Passi la presenza della malattia, tematica francamente superflua. Ma perché Barbara Alberti in veste d’attrice? Ozpetek è un regista sensibile e un autore attento. Ma le sue fate ignoranti risultavano più moderne – e meno trash – vent’anni fa, quando di uomini e triangoli sentimentali nessuno osava parlare. (6,5)

Se in un’altra vita fossi un attore famoso, sognerei gli stessi ruoli da protagonista di Luca Marinelli. Per fortuna mi limito a guardare, e in poltrona ogni volta mi godo la bravura dell’attore romano. E quelle somiglianze caratteriali impercettibili che da Virzì a Mieli, fino ad arrivare a questo film del documentarista Pietro Marcello, ci rendono simili. Avido, ambizioso e sognatore, l'eroe eponimo colleziona lettere di rifiuto e porte in faccia: marinaio dall’istruzione elementare, studia da autodidatta soltanto per amore di Elena ma le soddisfazioni professionale – vorrebbe diventare scrittore – faticano ad arrivare. Né abbastanza acculturato né abbastanza rozzo, eppure senza mezze misure, lavora a racconti sordidi e si lascia tentare dalla vita politica. Quello di Martin è un personaggio che ho amato immensamente. Alla perfetta riuscita della prima parte, però, segue la pesantezza annichilente della seconda. Dove un melodramma raffinato e postmoderno si carica di connotazioni politiche di troppo; di discorsi densi e carichi, che nel bene e nel male gettano il personaggio sotto un’altra luce. E l’interpretazione di Marinelli – protagonista di una corruzione fisica e morale che lo imbruttisce e abbruttisce – si fa affamata, folle, grazie una regia dalle influenze documentaristiche e una colonna sonora un po’ francese, un po’ napoletana, un po’ elettronica. La cultura rende liberi o prigionieri? Si sta meglio nell’ignoranza? Il successo letterario, croce e delizia, è paragonabile a una nave alla deriva? Questo lupo di mare, infine, abbandona il timone per una macchina da scrivere. E forse scopre sé stesso, forse si tradisce. Forse annega, o forse nuota. (8)

Un bambino servito e riverito, protetto ai limiti della prigionia. Una madre imperscrutabile e vendicativa, circondata da domestici e figuranti sinistri. Gli ingredienti della loro convivenza infernale: nebbie perenni, crocifissi, musica classica. Il loro esilio forzato, retto da regole ferree, è una distopia a fin di bene? Nella casa entra presto il rock di Where is my mind. Entra un’adolescente in fuga, bella e ribelle, che tenta il protagonista con l’idea esecrabile della libertà. Il sorprendente e italianissimo The Nest, apprezzato da pubblico e critica internazionali, è un Lanthimos ad altezza bambino dislocato però nei castelli infestati della narrativa gotica Shirley Jackson. Ha sì qualche neo, ad esempio un colpo di scena finale che non convince del tutto, ma anche un buon gusto fuori dall’ordinario: vedasi la fotografia cupa e i costumi impeccabili, le scenografie eleganti come nel migliore cinema asiatico. Se la delicatezza della sceneggiatura ci regala danze incantevoli e sevizie da autentico teatro degli orrori, sono però la regia del trentottenne Roberto De Feo e l’intensità degli interpreti – su tutti Francesca Cavallin, di solito relegata a ruoli televisiva ma qui degna rivale degli antagonisti del Racconto dell’ancella – che ne fanno un esordio da incorniciare seduta stante. Un nido implica conforto, sicurezza, riparo. Ma in cima a un albero contribuisce a renderci isolati e irraggiungibili. Si può ingannare la crescita? Si può frenare la curiosità? Si può dimenticare il mondo? Le risposte, benché siano a volte un po' troppe, costituiscono un incubo familiare da cui non ci vorremmo svegliare. (7,5)

giovedì 23 gennaio 2020

Serie TV da brivido: Dracula | Servant

Benché sia il Principe delle tenebre, ha più di qualche tallone d’Achille. Le corone d’aglio, i crocifissi, gli usci chiusi, l’acqua santa. Ma tra le sue paure, a giudicare dalla quantità impareggiabile di trasposizione cinematografiche e televisive, non c’è quella del remake: il male più grande del nostro millennio. Tornato nuovamente sul piccolo schermo, l’incubo di Bram Stoker si reinventa per forza di cose. Era il minimo, infatti, svecchiarsi; stupire con una riscrittura radicale ma stranamente rispettosa, che in tre puntate di novanta minuti omaggia tre generi cinematografici distinti – l’horror, il giallo classico, la fantascienza fatta di viaggi nel tempo – grazie alla vena ironica e un po’ dissacrante degli sceneggiatori di Sherlock e Doctor Who. All’inizio fedelissima, la miniserie inglese prende avvio con l’arrivo di Jonathan Harker in Transilvania: ci sono nebbie e torrioni, pipistrelli e apparizioni spaventose, ma già cambiano i rapporti di potere e le relazioni tra i personaggi. La romantica Mina, ad esempio, è ridotta a una comparsa marginale; Val Helsing è suora e donna, e ama sfidare il famigerato vampiro con conversazioni tanto esistenzialiste quanto sardoniche. Cosa c’è di più sexy degli incontri-scontri tra menti affini? Strada facendo, conosciamo prima i passeggeri sfortunati di una nave diretta a Londra, poi i pro e i contro della modernità: come se la cavano i mostri famelici con i siti d’incontri, le vittime reclamate tra le influencer più popolari e fobie annose, soprattutto, di cui venire finalmente a capo? Preceduto dall’indignazione dei fan e affrontato con basse aspettative, Dracula si è rivelato in realtà un gustosissimo divertissement. Aggiornamento non richiesto ma autoironico e cialtrone, ha un animo che non ti aspetteresti tanto trash e seduttore. Emblematica la scelta dell’attore protagonista: il danese Claes Bang è bellissimo, carismatico e sornione; forse uno dei casting più azzeccati di sempre, per via della somiglianza con Lugosi e della leggerezza che rende irresistibili i duetti con la collega Dolly Wells. Inadatto a chi non ama l’eccesso di sangue o umorismo nero, la creatura apocrifa di Moffat e Gatiss  omaggia i generi letterari – si pensi alla Christie –, gli antecedenti più illustri – su tutti il Dracula interpretato da Christopher Lee –, i personaggi iconici – vano aspettarsi i soliti Renfield e Lucy. Non abbiate paura però: qui si sorride tanto, a canini stretti, e mai per caso. (6,5)

È una sera di pioggia e cattivi presagi. Il citofono di una ricca casa di Philadelphia trilla per annunciare l’arrivo di una misteriosa sconosciuta: laconica e d’altri tempi, sarà la tata del piccolo della famiglia. Un tesoro di bambino, che nella sua culla si limita a sorridere: non fa i capricci, non piange, non costringe i genitori a levatacce. Sembrerebbe tutto perfetto, se non fosse che quella casa nasconda dal primo all’ultimo episodio tragedie e segreti; colpi di scena che si annunciano sin dal pilot, e gettano luci sinistre su ogni personaggio, figuranti inclusi. Cosa nasconde Leanne, babysitter dedita in silenzio a riti occulti e autoflagellazione? Cos’ha Jericho, neonato da battezzare nell’immediato? Perché il padre chef ha perso all’improvviso il senso dell’olfatto e la madre, giornalista trasognata ai limiti della stupidità, fa fatica a elaborare il dramma di una notte? Prodotto dall’inaffidabile M. Night Shyamalan e già atteso per la seconda stagione, Servant ci fa tirare un sospiro di sollievo: il regista indiano che ci ha abituati un po’ a c olpi di fulmine, un po’ a disastri, questa volta non rovina il buono con spiegoni farraginosi o twist discutibili. Sorprendentemente calma e pacata, elegantissima, la serie preferisce infatti muoversi all’ombra della trilogia del Condominio di Polanski: interni signorili e soffocanti, che mostrano raffinatezze culinarie e insidie; vicini di casa decisamente sospetti; enigmi che conducono sia all’horror esoterico che al thriller psicologico. I primissimi piani, le ottime performance del cast – la ventenne Nell Tiger Free va tenuta d’occhio – e il senso d’ambiguità costante, poi, fanno il resto. Peccato soltanto per quel decimo episodio arrivato troppo in fretta, da cui ci saremmo aspettati qualche spiegazione in più: in rete, per fortuna, non sono mancate le teorie e i chiarimenti; le riprese del prosieguo, proprio in questi giorni, sono già in corso d’opera. Vivamente consigliata agli amanti del genere, Servant è una serie d’autore che spiazza soprattutto grazie al colpo di scena più singolare: il regista del Sesto senso, a oggi, non ha mandato tutto a gambe all’aria.  Viva le serie TV. Più stagioni ci saranno, più saranno rimandati a domani – non senza timore – i fasti o i disastri della famiglia Turner. (7+)

lunedì 20 gennaio 2020

Recensione: Luna nera. Le città perdute, di Tiziana Triana

| Luna nera. Le città perdute, di Tiziana Triana. Sonzogno, € 19, pp. 527 |

Tra dicembre e gennaio, grazie agli amici di Instagram, sono stato coinvolto nel mio primo gruppo di lettura. Sulla chat Telegram inaugurata per l’occasione scrivevamo in più di cento. Ci siamo sentiti per circa un mese, dividendo la lettura in tappe e discutendone ogni lunedì. Abituato ai miei personali tempi e a leggere i romanzi d’un fiato, senza spezzettarli né alternarli, all’inizio mi sono calato in quest’esperienza con i piedi di piombo. Con troppe persone coinvolte, infatti, temevo ci sarebbero stati slittamenti, sovrapposizioni, divergenze grandi e piccole; un affollamento di voci di cui non venire mai a capo. Il romanzo in questione, a sorpresa, ci ha trovato stranamente concordi.

Non chiederti se sei una strega, chiediti chi sei.

Colpiti dalla piacevolezza delle prime cento pagine, abbiamo finito per perdere il filo in una seconda parte meno coinvolgente di quella introduttiva e in un finale in cui l’autrice fa il salto definitivo al fantasy. Le attese erano alte. Primo capitolo di una trilogia in fase di stesura e fonte d’ispirazione per la serie omonima, in uscita a fine gennaio su Netflix, Luna nera aveva l’aria di essere una rarità. Un connubio di storia e realismo magico sullo sfondo dell’Inquisizione per parlare, tra le righe,  della secolare forza delle donne – quelle che, caro Amadeus, non indietreggiano mai davanti a un uomo. Ma il risultato, al di sotto delle aspettative, è molto diverso. E dopo cinquecento pagine ammetto di non aver colto né la natura dell’operazione editoriale e televisiva, né di averne percepito l’urgenza. Presentato con una veste grafica sin troppo adulta, con in copertina i commenti lusinghieri di Michela Murgia e Loredana Lipperini – penne celebri del femminismo più impegnato –, l’esordio di Tiziana Triana è in realtà giovanile e fuori tempo massimo. Ho pensato a saghe per adolescenti in voga una decina di anni fa, a cui ho smesso di appassionarmi crescendo: al liceo, eppure, le divoravo avidamente.

Ho combattuto guerre in posti lontani, dove morire in battaglia significa cadere con onore. Ho preferito sempre la vita, anche quando non era dignitosa. Il mio essere donna, sotto quegli abiti maschili, mi ha permesso di guardare il mondo con occhi differenti. Per noi la vita vale sempre di più, semplicemente perché non abbiamo ancora iniziato a viverla.
La storia segue la maturazione di Ade: un’orfana di sedici anni che, nel cuore del Seicento, insieme al fratellino Valente viene accolta in una casa popolata da sole donne. Costrette ai margini e accusate dei crimini peggiori, le protagoniste leggono libri proibiti; studiano le proprietà delle erbe e il combattimento; rifuggono qualsivoglia contatto con gli abitanti di Serra. Parlano di una profezia, e sono convinte che la nuova arrivata avrà un ruolo chiave. Per tutto il tempo, in un’atmosfera ovattata e sospesa, ci domandiamo se siano davvero fattucchiere o ribelli. Immancabilmente l’amore ci metterà lo zampino: quello – proibito, ovvio – di Ade verso Pietro, figlio del capo dei Benandanti e dunque suo acerrimo rivale. Quale futuro possono avere una presunta strega e un inquisitore, benché quest’ultimo anteponga la razionalità scientifica alla fede cieca? 
Assodata la piacevolezza dello stile di Tiziana, diretto e scorrevole, tocca però rimproverarle una trama che interessa in maniera discontinua e una chiusa pasticciata: i capitoli di tanto in tanto sono semplici situazioni giustapposte, interrotti dalle digressioni sul passato del gruppo; i personaggi, maschili e femminili, risultano anonimi e intercambiabili; il gusto scenografico da serial americano – penso all’improbabile ballo in maschera in cui le streghe si imbucano vestite da animali della foresta: insomma, come non dare nell’occhio –, tradisce la bellezza delle atmosfere rurali. Ma il difetto maggiore è la presenza forzata di tematiche importanti, dall’omosessualità al femminicidio, gettate alla rinfusa in un calderone già di per sé ribollente: il libro di ricette di nonna Antalia non diceva nulla, vero, a proposito d’ingredienti e dosi consigliate? Con un piccolo spunto dilatato oltre il dovuto, il romanzo ha dentro troppo ma anche troppo poco. Con una curiosità mista a timore, allora, mi domando cosa potrebbero riservare i prossimi volumi. Vorrò assistere a un’altra eclissi? Mi tengo il beneficio del dubbio, e tanto dipenderà dalla riuscita della trasposizione. Per ora, purtroppo, niente di nuovo sotto il sole. Anche se in cielo scintilla, sinistra, una luna nera.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Panic! At The Disco – Into The Unknown

sabato 18 gennaio 2020

Pillole di recensioni e inediti d'autore: Carrisi, Murgia, Avallone

(usciti nel 2011 con Corriere della Sera, al prezzo di un euro ciascuno)

Ci sono bruchi che diventano farfalle. Altri falene. È una legge della natura, non ci si può fare niente. Io l’ho sempre saputo. E non mi dispiace. 

Reduce dal successo internazionale e da polizieschi scritti sul modello dei serial statunitensi, un Donato Carrisi da riscoprire sceglie questa volta il tinello domestico per raccontare eccezionalmente orrori ordinari. Inquadrate tra Piemonte, Puglia e Spagna, le protagoniste sono tre minorenni da poco scarcerate. Rosi, una gigante buona; Cinzia, moderna Bonnie senza più il suo Clyde; infine Tecla, anima del gruppo che le ha radunate. Il loro ultimo colpo: rapinare una pensionata e farla franca. Eccole in una casetta di un borgo meridionale, con a terra il cadavere di un’anziana e un telefono che squilla incessantemente. E imprigiona le ragazze lì, nel dubbio. Rispondere o riagganciare? Chi ci sarà dall’altra parte? Più vicino alla nostra cronaca, questo Carrisi al femminile – ho pensato, ad esempio, ai thriller di Barbara Baraldi – è rapido ma nient’affatto indolore. Racconto disperato e sottile di abusi e rivalsa, con uno stile evocativo e tutti i ribaltamenti possibili in sole sessanta pagine – il tutto, senza perdere mai la giusta credibilità –, Falene è attratto dalla luce ma è destinato all’oscurità. Proprio come la sua protagonista, reduce da un’infanzia tragica e in cerca di vendetta per quella sorella bellissima – traviata da uomini e eroina – , che non dimentica né perdona i torti subiti. Anzi, se li lega al dito. E ne fa intrichi; intrighi.

Cosa può il richiamo del proprio sangue contro la consapevolezza di essere stati la causa involontaria del primo sangue sgorgato dal ginocchio di un amico?

A Cabras c’è una tradizione particolare. Durante la processione pasquale, da un capo all’altro del paese partono due statue – Maria e Gesù – che si incontrano nel momento dei festeggiamenti solenni. Qualcosa cambia quando una seconda parrocchia divide il paese in giurisdizioni diverse: si può fare una doppia processione? A raccontarci il tormento del paesello è il piccolo Maurizio, che vive una condizione sospesa: né natio né turista, guarda Cabras dalla soglia della porta – il folklore, il senso di appartenenza – e si domanda se sarà mai incluso in quel “noi”. Su uno sfondo colorato e pulsante, una Michela Murgia leggera e divertita dà vita a un gioco bellicoso che diventa infine una classica lezione sul perdono, regalata proprio dai coetanei di Maurizio. L’episodio, semplice e curioso, è sviscerato senza bisogno di grandi trame o personaggi, come nella migliore tradizione del racconto breve; ma con la suddetta tradizione ha in comune anche una vaghezza d’intenti che a volte fatico ad apprezzare. Caratterizzato da un andamento lesto e da una dimensione corale perfettamente resa, L’incontro conferma lo stile di Michela – una che con le parole fa il Tetris, centellinandole con precisione matematica – nonostante uno spunto destinato a esaurirsi tardi ma in fretta. Resta il migliore dei tre, ma è quello che meno intrattiene.

Andrea gli sedeva accanto. Con le ginocchia che toccavano le sue, e i polpacci che toccavano i suoi. Gli dava delle gomitate leggere. Sorrideva come può sorridere una statua gotica nell’anfratto più buio di una chiesa.

Piero, non nuovo dagli andirivieni dal carcere, è un criminale insospettabile. Fascinoso e furtivo, con a casa una moglie che non gli ha dato neanche la gioia di un figlio, durante una tappa in autogrill dà uno strappo in macchina all’enigmatico Andrea: biondo e spigoloso, seduto sul lavandino di un bagno pubblico, legge Tex all’una del mattino. Tra l’adulto e l’adolescente scatta un colpo di fulmine inspiegabile, che a volte somiglia a un rapporto padre-figlio, altre un’attrazione erotica. Regali, viaggi, mazzette: Piero paga per la compagnia del ragazzino, cercando di conquistarne i favori. L’uno è un gatto selvatico, che graffia e fa le fusa. L’altro è una lince, maestro del furto e dell’inganno. Quali dei due, bestie senza padrone, avrà la meglio? In una provincia italiana di acciaierie e risaie si svolge l’attrazione divorante di una canaglia verso un efebo inarrivabile. Cosa c’è dietro la sua bellezza? Cosa dietro la sua tristezza? Sulla scia di Morte a Venezia, benché le atmosfere metropolitane e torbide ricordino Le ferite originali, La lince è un racconto feroce e seducente con uno svolgimento, per forza di cose, appena abbozzato. Due personaggi tanto tormentati e contorti, nonostante l’indiscreto talento di una Silvia Avallone distante dalla freddezza dell’esordio, non hanno purtroppo il loro spazio vitale. Quando Piero perde la testa, l’autrice perde il filo. La lettura, così, si chiude con un senso d’irrisolto che non soddisfa, come se fosse l’assaggio di una storia dal grande potenziale. Sessanta pagine erano poche per una storia di crimini, desiderio e genitorialità: peccato; avremmo voluto sinceramente saperne di più.