sabato 11 ottobre 2014

Recensione in anteprima: L'altra parte di me, di Cristina Obber

Salve, cari lettori. Nuova recensione oggi, e di un libro che uscirà solo tra qualche giorno. Una storia per ragazzi, un amore omosessuale descritto con bontà e realismo da un'autrice che, in futuro, vorrò conoscere meglio. Scoperta con L'altra parte di me, Cristina Obber mi piace molto: mi ha ricordato la Benedetta Bonfiglioli di Pink Lady e la Raffaella Romagnolo di Tutta questa vita, con una trama altrettanto universale e uno stile ugualmente personale. Ringrazio la paziente Lucia, ancora una volta, per avermi dato modo di leggere il romanzo. E niente, spero che vi interessi e che passiate una buona giornata. Un abbraccio.
Non aveva mai pensato di dover dare un'etichetta ai propri sentimenti. Amava, e di amare non si decide, accade.

Titolo: L'altra parte di me
Autrice: Cristina Obber
Editore: Piemme “Freeway”
Numero di pagine: 214
Prezzo: € 15,00
Data di pubblicazione: 14 Ottobre 2014
Sinossi: Di amare non si decide, accade. Così Francesca, sedici anni, con il cuore in subbuglio per un semplice “ciao” su Facebook, scoprirà la bellezza di un grande amore: il primo bacio, la prima volta, le emozioni che non avresti mai immaginato di provare... Tra desiderio e paure, lentamente scriverà la sua fiaba, diversa da tutte le altre: nessun principe azzurro, ma una principessa che si chiama Giulia, con cui crescere e lottare per una felicità possibile.
                       La recensione
Qui la felicità sembra possibile. Qui è possibile riscrivere la propria favola senza sentirsi in colpa.” 
Crescere significa scoprirsi. Svilupparsi in altezza, arrivare allo specchio senza più imbrogli, guardarsi da soli. Scoprire di non piacersi, scoprire di non piacere. E, in quello specchio in cui ci si guarda non più stando sulle punte, come ballerini di danza classica in bilico, scorgere un segno che prima non c'era. Come un piccolo neo a forma di cuore; l'ombra di una gemella siamese, la cicatrice scucita di un'altra parte di te. Le cose belle, proprio come quelle brutte, vanno condivise con gli altri: si potrebbe esplodere da dentro, sennò, e sporcare i vetri, il lavandino, le mattonelle con un boato sanguinoso di sentimenti. Alcune cose vanno dette, semplice. Francesca, sedici anni, si è innamorata e sa che quella è la persona giusta, l'unica. La prima e l'ultima. L'ha cercata senza saperlo per tutta la vita e ora che l'ha trovata, in un gruppo Facebook di adolescenti come lei che ha un nome che però non osa pronunciare, vorrebbe gridare al mondo la sua fortuna. Si sente in pace, che male c'è? C'è di male che la sua pace interiore si chiama Giulia, ha i capelli scuri e le lentiggini, è una femmina come lei. Non è un colpo di fulmine da film, il loro: Francesca ama le donne da sempre e vuole amare quella ragazza del sud estroversa, libera, coraggiosa con tutta sé stessa. 
E' meglio della fata turchina, della principessa delle favole, di Morticia Addams, di quella prof delle medie che poi tanto gentile non era: è vera, è una faccia vista su Skype, è una per cui vale la pena rischiare. Bello il primo incontro con Cristina Obber. Una persona intelligente, una scrittrice in gamba. Il suo nuovo romanzo, L'altra parte di me, è uno young adult tutto italiano che, nel suo piccolo, delicato e comune, soprende. Giovane, certo, ma soprattutto adulto: e non pensavo. Ero curioso di leggerlo, per via di quei meravigliosi scarabocchi in copertina, ma avevo l'impressione fosse più lieve. All'acqua di rose. L'autrice, con una prosa piena di frasi profonde e scene intense, firma invece una storia d'amore semplice, ma che – declinata ineditamente e interamente al femminile com'è – risulta incomprensibile, difficile, agli occhi di un mondo che ama spettegolare sulla vita altrui, sparare sentenze, complicare sentimenti che nascono essenziali. La storia, in duecento pagine divise tra capitoli brevi e capitoli brevissimi, tocca temi attuali e importanti: comprende tre anni di amori e di disamori, forse troppi e troppo velocemente; ma poco male. Penso che un pubblico giovane, ogni tanto, meriterebbe libri più così: di quelli che non vendono aria fritta; pieni di sostanza, e mai fuori dal mondo. Delicato e carnale, fresco e drammatico, il romanzo mostra l'autentica problematicità insita in una forma d'amore che fa meno scandalo: solitamente, l'omosessualità al femminile non crea un'intolleranza di quelle brutali. Lo dice Francesca: due donne possono tenersi per mano, possono abbracciarsi, baciarsi sulle guance e apparire, dall'esterno, semplici amiche. Per gli uomini è diverso: l'amicizia non valica quei confini. Tra compagni di scuola, quando si è su di giri, al gioco della bottiglia, un bacio saffico fa ridere e eccitare: sembra anche figo, no? Una specie di sogno erotico proibito. 
Ma Francesca non sa sognare: si rivela, si mette in gioco, ma c'è chi la evita – le amiche di sempre che schivano i suoi abbracci, la nonna che rifiuta le consuete partite a carte dopo mangiato, gli amici del mare che vorrebbero convertirla con la loro virilità – e chi invece evita l'argomento sessualità – il padre che per la prima volta ha pianto, la madre che si rompe e parla di mandarla da una psicologa, la sorella perfetta che deve sposarsi col ragazzo perfetto perché la prima è uscita sana, la seconda difettosa. In incontri brevi e appassionati, imparerà a farlo - sognare, amare - con quella ragazza che vive dall'altra parte dell'Italia: il sapore del primo bacio, la lenta esplorazione della prima volta insieme, le difficoltà condivise. Sapete, ho apprezzato molto l'occhio di riguardo che l'autrice ha nei confronti dei genitori – magari è mamma anche lei, non so. E' facile comprendere i turbamenti della giovane protagonista, certo, ma anche quelli della sua famiglia messa a soqquadro dalla rivelazione: una famiglia a posto, colta, moderna, che è di mentalità aperta quando si tratta degli altri, meno quando si parla della propria figlia minore. E non per cattiveria, per bigottismo, per cinismo: quella crescita, quello scoprirsi, non deve essere cosa semplice neanche per chi ti ha messo al mondo. Già la vita è difficile, figuriamoci se come Francesca e Giulia si è esclusi da quella che gli altri hanno l'assurda presunzione di chiamare normalità. Non è Splendore di Margaret Mazzantini, ma la storia di queste due ragazze che si amano e devono imparare a farsi amare è facile, sensata, scritta bene. Alla Vita di Adele mancava una parte centrale tra l'innamoramento e la convivenza: dov'è che stavano l'outing, la fuga, la paura prima e dopo il desiderio dell'altra? In parte, qui. In L'altra parte di me. Dove si parla del bullismo e delle oscenità degli insulti, di un legame pulito all'interno di un'attualità che purtroppo repelle, del botto e dell'eco assordante che fa.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: in Glee, Naya Rivera cantava a Heather Morris una versione acustica di Mine, di Taylor Swift

venerdì 10 ottobre 2014

Recensione: Quella vita che ci manca, di Valentina D'Urbano

Tu per me sei puro istinto, sopravvivenza. Tu sei il pezzo di vita che mi manca.

Titolo: Quella vita che ci manca
Autrice: Valentina D'Urbano
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 332
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Gennaio 1991. Valentino osserva le piccole nuvole di fiato che muoiono contro i finestrini appannati della vecchia Tipo. L'auto che ha ereditato dal padre, morto anni prima, non è l'unica cosa che gli rimane di lui: c'è anche quell'idea che una vita diversa sia possibile. Ma forse Valentino è troppo uguale al posto in cui vive, la Fortezza, un quartiere occupato in cui perfino la casa ti può essere tolta se ti distrai un attimo. Perciò, non resta che una cosa a cui aggrapparsi: la famiglia. Valentino è il minore dei quattro fratelli Smeraldo, figli di padri diversi. C'è Anna, che a soli trent'anni non ha ormai più niente da chiedere alla vita. C'è Vadim, con la mente di un dodicenne nel bellissimo corpo di un ventenne. E poi c'è Alan, il maggiore, l'uomo di casa, posseduto da una rabbia tanto feroce quanto lo è l'amore verso la sua famiglia, che deve rimanere unita a ogni costo. Ma il costo potrebbe essere troppo alto per Valentino, perché adesso c'è anche lei, Delia. È più grande di lui, è bellissima - ma te ne accorgi solo al secondo o al terzo sguardo - e, soprattutto, non è della Fortezza. Ed è proprio questo il problema. Perché Valentino nasconde un segreto che non osa confessarle e soprattutto sente che scegliere lei significherebbe tradire la famiglia. Tradire Alan. E Alan non perdona. Questo è un romanzo sull'amore, spietato come solo quello tra fratelli può essere. Ma è anche un romanzo sull'unico altro amore che possa competere quello che irrompe come il buio in una stanza.
                                            La recensione
Quando l'estate finiva, leggevo Il rumore dei tuoi passi sul balconcino della mia stanza, in mezzo a pomeriggi che alle sei e mezza già erano bui, a zanzare stanche di ronzare, a tende per il sole da togliere, ché tanto, per quell'anno, sbiadite com'erano per gli acquazzoni di giugno e luglio, il loro lavoraccio l'avevano fatto. Qualcuno, con bomboletta alla mano, aveva scarabocchiato, durante la notte, una dedica sulla saracinesca di un garage. Una di quelle pacchiane, sgrammaticate, che finiscono dritte dritte su Facebook. Quello stesso qualcuno, due mesi dopo, sarebbe ritornato sulla scena del crimine a cancellare il cuore spigoloso e i loro nomi dentro, disegnando al suo posto una chiazza nera che, quando sono partito, sbavava ancora colore e rancore. Quei teppistelli non si amavano più. La Fortezza era un po' ovunque, anche intorno a me e te. Le cartacce e le buste di plastica del mercato del martedì mattina erano arrivate fino sotto casa; le circolari riversavano in giro ragazzetti incappucciati, incazzati, arrivati dai paesini tutt'intorno perché si erano beccati uno o due debiti e dovevano arrivare di corsa al Ragioneria, così, almeno per dire ai loro genitori di averci provato; una signora, da qualche parte, sbraitava contro la figlia perché, la notte prima, era rientrata tardi dall'ultima festa in spiaggia. In mezzo a quel casino leggero, destinato ad andarsene via magicamente con il passaggio dei netturbini, l'affissione dei quadri con i risultati degli esami sull'uscio della scuola, le scuse poco convinte che la figlia avrebbe fatto alla mamma isterica di turno, mi veniva naturale allungare il collo e cercare Alfredo e Beatrice. Ho letto di loro per pochissimo, ma abbastanza da farmene un'idea nitida. Sarà che già li conoscevo: Il rumore dei tuoi passi aveva ormai due anni e, sia chi lo aveva trovato bello, sia chi lo aveva trovato brutto, mi aveva parlato dei “gemelli” con giochi prolettici velati e un tono che lasciava poco spazio all'immaginazione: i loro destini erano già segnati. Quella vita che ci manca mi è arrivato qualche giorno prima dell'uscita in libreria, ma tra Donato Carrisi che mi distraeva con il suo ultimo romanzo, al solito, e il famoso esame che restava della sessione autunnale, l'ho iniziato precisamente la sera del due ottobre. L'idea che, altrove, ci fossero altre persone che lo stavano scoprendo insieme a me, da zero, non so perché mi piaceva. Partivamo insieme; mica come l'altra volta, che ero arrivato tardi e tutti conoscevano tutti, meno che me. Io ho conosciuto Valentina D'Urbano con Il rumore dei tuoi passi e, con il secondo romanzo ancora da leggere, l'ho ritrovata qui, due anni dopo... o solo qualche mese dopo. Cresciuta, comunque, di botto. La penna, affilata e ruvida, è la stessa. Una penna che gratta il foglio quand'è scarica, perde inchiostro, reclama trasfusioni di sangue umano che ti vogliono stremato, e sanno renderti tale. Ma i tratti, questa volta, sono più sicuri: la grafia è riconoscibile, la maturazione si scorge lettera dopo lettera. L'incipt, scritto in corsivo, è il pensiero di un uomo violento e disperato, affetto da un romanticismo di quelli che logorano: il lettore non sa bene a chi appertenga, il lettore vorrebbe evitare che quella cosa accada. Può supporlo. Può sperarlo. Ancora una volta, l'epilogo si intuisce dall'incipit, ma la mazzata arriva comunque: dal primo rigo al colpo mortale, però, ce ne sono di cose belle e di cose bellissime. 
Si ritorna alla Fortezza: il quartiere che tutti vorrebbero abbandonare, ma che ti attira come il magnete fa con il ferro. Lì, loschi traffici. Loschi traffici di emozioni forti. Il panorama, se hai letto l'altro romanzo, lo conosci già. Le case sgretolate, un Anfiteatro che non ha nobili storie da tramandare, una chiesa che tutti chiamano la Pagoda per distinguerla dal profano squallore circostante, un unico bar che c'è da sempre e che da sempre apre e chiude quando gli pare. Lì si incontrano di nuovo Francesco e Arianna, che ti chiedono com'è che stai; lì si parla ancora di un ragazzo debole, con i capelli biondi e le maniche lunghe portate anche d'estate, e della ragazza che trovò la forza per costuirsi una vita altrove. Personalmente, amo i romanzi in prima persona. Li preferisco da sempre. Questa volta, però, l'autrice adotta la terza persona e, con focolai diffusi di punti di vista diversi, mi ha aperto maggiormente gli occhi sulle gioie e i dolori di quella gente, lasciando vagare lo sguardo al di là dei cancelli improvvisati che separano la periferia dalla città, contemplando per un po' quello che c'è fuori, ma non allontanandosi mai troppo da un confine che è invisibile, eppure pesa. Un passo falso, un passo di troppo, si dice, e alla Fortezza ti sparano addosso. A bruciapelo. 
Come in una guerra che è male disertare. In questa guerra che si spinge oltre, ho conosciuto la famiglia Smeraldo a bordo di una Tipo sgangherata. Ricordo che, negli anni '90, ce l'aveva anche il mio papà: prima che io nascessi era stata grigia, poi si era stinta, come fanno le mutande in lavatrice: almeno quando la faccio io la lavatrice. Però di quella famiglia a cui ho voluto bene, ma davvero, e da subito, conservo un'altra immagine. Loro messi in fila, in un budello di corridoio, in attesa di un'ospite speciale: una ragazza, Delia, che aveva reso felice il più piccolo di casa. Una donna invecchiata male, che lavora onestamente e si addormenta vestita sul divano: ha avuto tanti uomini, da giovane, e si chiamava Letizia. Adesso è solo Mamma: la lettera grande, come fosse un nome proprio. Anna, quasi trent'anni, destinata a un futuro da zitella: come si fa, a trent'anni, a essere senza speranza? Vadim, di una bellezza straordinaria ma annebbiata da una mente difettosa: un Forrest Gump con la testa che sbuca da un mazzo di girasoli, comprati per la nuova ragazza di cui si è innamorato come fanno i bambini, a prima vista. Alan: la fedina penale sterminata, lo sguardo da canaglia e il sorriso da squalo, una pistola nei jeans con cui sentirsi il dio del mondo, un altro nome di merda preso in prestito dalle telenovelas di cui la madre si droga. Valentino parcheggia, sale le scale, sbuca dall'ascensore: la ragazza secca al suo fianco, con i capelli storpiati, le tette minuscole, i vestiti improbabili, si chiama Delia e l'ha reso felice, sì. Ma l'ha reso pure distante, diverso, migliore. Quella vita che ci manca non è la storia d'amore che la sinossi annuncia: non c'è il colpo di fulmine, nessuno salva nessuno. Si fa l'amore per non ammazzarsi, da quelle parti. Il romanticismo trova spesso spazio nella narrativa, raramente il rapporto tra fratelli – con mazzate, baci sulla fronte, abbracci e morsi incorporati. Immancabili gli occhi lucidi, perché è quello che colpisce. Mi ha ricordato perché voglio bene al mio, di fratello, anche se lo vedo e sono preso in automatico da istinti omicidi: ho scritto in chat a Valentina, a fine lettura, e sulla destra, mi è comparsa la foto di lui. Online, anche se a quell'ora aveva lezione di Matematica. Un marmocchietto col ciuffo biondo, che è più alto di me di dieci centimetri, ma che vedrò sempre piccolo, con gli occhi pure lui azzurrissimi e la sigaretta in mano. E' la storia della splendente famiglia Smeraldo, questa, e di due fratelli separati da una donna e da un sogno. Alan rompe e fa volare santi e madonne, Valentino aggiusta e prega in silenzio - quando la decisione giusta è quella sbagliata, quando gli abbracci spezzano le ossa della schiena e quelle delle mani, quando la prigione è maestra di vita e quegli stessi occhi azzurro chimico sono una condanna. Fine pena: mai. 
Non gli si era piantata nel cuore. I corpi estranei sono più facili da estrarre dai tessuti molli. Lei gli si era piantata nelle ossa. Il suo ricordo era rimasto lì, si era calcificato male e ora non riusciva più a tirarlo fuori. Lui la amava. E lei gli aveva avvelenato il sangue.”
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Le luci della centrale elettrica – Cara Catastrofe


martedì 7 ottobre 2014

I ♥ Telefilm: True Detective, la serie evento del 2014?

Ciao a tutti, amici. Prima post, oggi, dalla mia nuova postazione: mi sono trasferito a Chieti, ma nel weekend, per via di corsi ancora inattivi, sarò di ritorno a casa – che è a un'ora e qualcosa di treno, per fortuna. Recupero un post salvato sul mio pc da qualche tempo, quindi, e vi parlo di True Detective, debuttata il 3 Ottobre su Sky, con un successo grandioso di pubblico e di critica. Sono abituato, sapete, a maratone di telefilm e a post che parlano di maratone di telefilm: per questa volta, riflettori puntati su un solo serial. L'ennesimo gioiello targato HBO. Serie dell'anno, dite? Sì. Direi di sì, io. Vi abbraccio, M.

True Detective
Stagione I
Oggi. Due detective di nuova generazione si danno il cambio e, in sale separate, interrogano due colleghi, due partner, due vecchi eroi che hanno abbandonato pistola e distintivo, dopo aver perso troppo. Sono appesantiti, sbattuti, invecchiati.
Puzzano di sigarette e liquore. Difficile crederlo, ma - vent'anni prima - hanno intercettato un serial killer che, con i suoi sanguinosi rituali a sfondo religioso, aveva fatto stragi tra donne e bambini. Marchiava le vittime, disponeva i loro cadaveri con metodo, lasciava sulla scena del crimine una scultura di legno. L'uragano Katrina, a lungo, ha seppellito prove vitali, ma si è giunti finalmente a una conclusione: quel serial killer non è mai stato fermato. Non agiva da solo. Possibile trovare giustizia dopo tutti quegli anni? 1995. Quando quei detective erano già dannati, stanchi, ma ancora giovani. Quando quei detective, estranei, si parlavano. Marty è padre di famiglia: poco sagace, diretto, impulsivo, ama le sue bimbe e le donne. Pensa con l'uccello e il suo matrimonio perfetto, a causa dell'odore del sesso, è a un passo dal tracollo. Come collega, gli hanno assegnato Rusty, che ha un nome che ricorda la ruggine. Rusty è intelligente, scrupoloso, e vede cose che gli altri non vedono. Fuma migliaia di sigarette e ha migliaia di segreti. Conosce i migliori (o i peggiori) spacciatori, ha gli occhi infossati, cicatrici profonde che non si limitano alla pelle. Si confrontano, si appoggiano, si insultano. Si stimavano: l'hanno fatto fino al 2002. Cosa è successo in quei dodici anni di distanza? Era appena iniziato il 2014 quando, al debutto di un serial, al cominciamento di un ciclo nuovo, già si parlava di serie dell'anno. True Detective. Non si attendevano smentite, non venivano sollevati dubbi. Inutile aspettare i restanti dieci, undici mesi. Sulla HBO, ancora una volta, in onda qualcosa di molto vicino alla perfezione. Ho guardato il pilot e lì mi sono fermato: eccellente, ma lentissimo. Pure noioso. Troppo, per me, che mi lamento della pochezza delle sit-com, ma le divoro; troppo, per me, che trovo che un'ora sia troppa e che i canonici quaranta minuti siano la giusta misura. Ammetto di non essere abituato a un formato simile, rimpiango la mia impazienza. Vedete, io andavo educato alle cose belle, se così si può dire. E la bellezza richiede un lungo apprendistato. Aspettate, imparate a non guardare l'orologio ogni cinque secondi, non perdete il filo, per via dei tanti nomi e dei lunghi silenzi in cui parlano i volti e la musica, in coro. True Detective è bello e non devo venirvelo a dire io. Un poliziesco inconsueto, calmo, senza particolari colpi di scena, ma caratterizzato da una scrittura esemplare e da un gusto eccezionale. Lo pensavo pulp, sanguinoso, invece è di una quiescenza che ammazza. Raffinatissimo. Denso. Non immaginate chi sia il colpevole, non cercate di indovinarlo. Non lo conoscete. Non è un giallo alla Agatha Christie. E' un romanzo a tinte forti, in cui si parla di come nessuno sia del tutto libero dal male. Non ci sono brave persone, ma persone che fanno cose giuste e cose sbagliate. Il confine è sottile, almeno quanto la personalità dei suoi straordinari personaggi: inafferrabili. 
Due sbirri veri, due “cattivi tenenti”, che sguazzano in uno stagno senza fondo di malvagità, pedofilia, rapimento, mistero, e non ne escono del tutto puliti. Ci vorranno due decenni per mettere un punto alla loro storia e, nel frattempo, la corruzione metterà radici. Woody Harrelson, dopo una candidatura all'Oscar lontanissima e una serie di ruoli da comprimario, è all'altezza delle aspettative. Lavori di trucco curatissimi ce lo mostrano in tre fasi della vita: biondo, stempiato, calvo. Magro e grasso. Giovane e vecchio. Ottuso, infedele: sempre umano. La sua compagna di vita, almeno per un po', la delicata Michelle Monaghan: mamma di due bambine che, in un solo episodio, il quinto, diventeranno adolescenti ribelli e disinibite d'un tratto. L'incubo di ogni papà, il sogno di ogni compagno di liceo dalle mani lunghe. Il suo compagno d'armi, invece, è Matthew McConaughey che, quest'anno, si è scoperto un attore di quelli grossi. Piccola curiosità: i due hanno già recitato insieme, anni fa, in Edtv. Qui, lui, è più bravo di sempre. Ancora più bravo che in Dallas Buyers Club. Una prova sofferta, l'ennesima, che gli ha scavato il volto, gli ha incurvato la schiena, gli ha fatto arrochire la voce e crescere la barba. Tormentato da visioni, sesti sensi, ricordi, è un personaggio di lynchiana memoria: incomprensibilmente bello. Incomprensibile anche la sua mancata vittoria agli Emmy: la sua prova, così come la qualità della serie tutta, è roba da non credere. Cosa mai vista prima. I paesaggi, paludosi e ostili, quelli contro cui aveva già lottato in Mud, The Paperboy, Killer Joe. Alla regia, per tutti gli episodi, colui che, nel 2011, portò al cinema un favoloso Jane Eyre: Cary Fukunaga. Questa volta, dirige un gran film che dura qualcosa come otto ore, impresa da record, con una mano e uno sguardo che ricordano Cronenberg, Fincher, Nichols. E ci regala sequenze spiazzanti, lunghe, indimenticabili, che in televisione – e perché, altrove? - non sono mai state portate. Un ininterrotto piano sequenza che dura sei minuti, meritevole di occupare un posto tutto suo nella storia del cinema. Il mezzo spogliarello mozzafiato della travolgente Alexandra Daddario che, nudissima, entra a pieno diritto nell'immaginario dell'erotismo. La scena finale che, da manuale, intenerisce ed emoziona come non pensavo. Una gemma che ha inizio nel sangue e finisce con le stelle, True Detective. Con la speranza di un aldilà, con la speranza di una riappacifazione. Con la speranza. Petrolio, catrame; poi una lama seghettata di luce. (9)

venerdì 3 ottobre 2014

Recensione: Il cacciatore del buio, di Donato Carrisi

Ciao, amici. Dopo la recensione abbinata all'ultima tappa del BlogTour di Dark Heaven, rieccomi con il mio pensiero sul nuovo romanzo di Donato Carrisi, Il cacciatore del buio. Il suggeritore e sequel occupano un posticino nel mio cuore che il proseguimento della storia iniziata con Il tribunale delle anime non ha rubato, ma l'ho letto in un soffio. Con Carrisi “alla regia”, vale sempre la pena. La recensione, come sempre, non contiene spoiler. Leggete sicuri. Questo, forse, sarà l'ultimo post prima della mia partenza per Chieti. Pregando che la connessione mi sostenga, ci sentiremo la settimana prossima. Buon weekend. M.
Il Male è la regola. Il Bene è l'eccezione.

Titolo: Il cacciatore del buio
Autore: Donato Carrisi
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 410
Prezzo: € 18,60
Data di pubblicazione: 29 Settembre 2014
Sinossi: Non esistono indizi, ma segni. Non esistono crimini, solo anomalie. E ogni morte è l'inizio di un racconto. Questo è il romanzo di un uomo che non ha più niente - non ha identità, non ha memoria, non ha amore né odio - se non la propria rabbia... E un talento segreto. Perché Marcus è l'ultimo dei penitenzieri: è un prete che ha la capacità di scovare le anomalie e di intravedere i fili che intessono la trama di ogni omicidio. Ma questa trama rischia di essere impossibile da ricostruire, anche per lui. Questo è il romanzo di una donna che sta cercando di ricostruire se stessa. Anche Sandra lavora sulle scene del crimine, ma diversamente da Marcus non si deve nascondere, se non dietro l'obiettivo della sua macchina fotografica. Perché Sandra è una fotorilevatrice della polizia: il suo talento è fotografare il nulla, per renderlo visibile. Ma stavolta il nulla rischia di inghiottirla. Questo è il romanzo di una follia omicida che risponde a un disegno, terribile eppure seducente. E ogni volta che Marcus e Sandra pensano di aver afferrato un lembo della verità, scoprono uno scenario ancora più inquietante e minaccioso.
                                            La recensione
La bugiarda sensazione di avere tempo. 
Più tempo; ancora tempo.
Quello che le vittime nell'ultimo thriller di Donato Carrisi non avranno. La morte ha azzerato i loro parametri vitali, ha fermato i loro orologi biologici, ha dato un taglio netto alla lista delle cose da fare. Avevano la cena sui fornelli. Un libro non letto con un segnalibro nel mezzo. Un esame da dare nella sessione autunnale. Qualcosa da portare a termine, semplicemente, prima che il pensiero – come è solito fare - iniziasse a danzare per conto proprio tra altri progetti: poiché è l'instabile natura umana a richiedere nuovi impulsi, rinnovati stimoli, rigenerate mete. Il tempo vola, la vita è la processione di occasione mancate e perse che è. Il tempo scorre, incrina i vetri, rompe i muri. Il tempo ti uccide, cogliendoti impreparato. Il cacciatore del buio, un po' come il tempo, si pietrifica, concentrato nella descrizione di un attimo, per poi spaccare la sua clessidra e investirti come solo lui sa fare. Va velocissimo, ma non perde il fiato. Piovono sabbia e eventi, scoppiano vetri e templi, ti investono ore (e minuti, e secondi...) insieme a voci dagli accenti diversi. Tempo: pensavo di averne di più, ma niente. Fregato. Ho letto quattrocento pagine in un giorno e mezzo e, Signor Giudice, non me ne pento. Ho atteso un nuovo romanzo del nostro Donato Carrisi a lungo, ma ho bruciato il lento gusto dell'attesa in tempi record. Ingordo, incantato, totalmente soggiogato. Avrei voluto qualche giorno in più per accumulare idee, appuntarmi frasi, giocare d'anticipo: mai scritte recensioni da zero. Sono uno che medita, un soggetto che non si affida ai raptus verbali. Un tipo losco. Il cacciatore del buio, invece, si beve d'un fiato, e scuoti il fondo del bicchiere per fregarne un altro goccio alle librerie. Tu, brucerai la cena sui fornelli. Tu, abbandonerai il libro che hai in lettura, perché una voce ti suggerisce che, in fondo, non ti sta prendendo. Tu (ogni riferimento al sottoscritto è puramente casuale, occhio), ti limiterai a preparare il tuo esame di Letteratura Inglese negli ultimi giorni. Tu, in quel giorno e mezzo, non prenderai in considerazione progetti a breve termine: spegnerai il telefono. Noi, tutti, siamo le vittime di un altro colpo messo a punto dall'autore che conosce il Male e le leggi segrete dell'intrattenimento. Nei miei solitari sabati sera lontano da casa, mi faceva compagnia su Rai Tre, con Il sesto senso, e non potevo non domandarmelo, guardandolo all'opera: dove prendeva idee e energia, quel pozzo di scienza passato con nonchalance dalla macchina da scrivere alla prima serata? I trucchi di Donato Carrisi, instancabile e pignolo: sotto silenzio. Come quelli custoditi nell'area ristretta del Vaticano che, con statuti propri, è un mondo a parte. Una cicatrice bianca lungo il ventre della stessa, antica città che alimenta opposti. La pace e la guerra: una guerra di clacson, voci alte, tifoserie, venditori ambulanti, umanità disparata e disperata; la pace dei chiostri. Il bene di un credo mai messo in dubbio; il male dell'inquinamento e del tumulto. Alcune cose non possono entrare, altre non possono uscire. Roma: labirinto. Il Vaticano: la corte di Minosse. E se un minotauro si liberasse e la sua furia rossa esplodesse tra coloro che l'hanno creato, protetto, aizzato fuori? E se l'ordinaria follia contro cui la polizia italiana lotta avesse un legame stretto con quello che il clero e pochi eletti conoscono, ma contro cui la giustizia nulla può? 
Marcus non ha memoria. Marcus è un penitenziere. Un cavaliere oscuro con il colletto dell'abito talare che ha un segno insanabile sulla tempia, un unico confidente di nome Clemente, una storia personale già raccontata nel Tribunale delle anime. Una figura enigmatica che, allevata in un contesto divino e calata in una realtà meramente umana, ha studiato l'omicidio sui libri e, qualche anno prima, combattuto un nemico che delle croci non aveva paura. Risolto un mistero che nessuna preghiera avrebbe mai svelato. Non ha dimenticato Sandra, la giovane fotorilevatrice in lotta contro la perdita del marito e le pericolose eredità che le aveva lasciato: adesso ha amici, una casa, un fidanzato che non conosce il crimine e che dispensa sorrisi. Caino uccise Abele, e l'uomo conobbe il fratricidio. Romolo uccise Remo, e sulle fondamenta informi di Roma fu poggiata la prima pietra – le mani del fratello superstite ancora calde per via della colpa e del sangue versato. La città cantata da Carrisi, pur mancando del fascino di quella Gotham senza nome che tanti ricorderanno, si anima a mezzanotte. La grande bellezza conosce, così, l'assassinio e la cospirazione. Sarà lei - “stupida” stasera, cristallina mai – a fare incontrare nuovamente la giovane vedova e il prete che, nell'istante tra il lampo e il tuono, si era rivelato a lei. Sulla scena dell'ennesimo crimine. I metodi del serial killer, questa volta, ricordano quelli del Mostro di Firenze: le coppiette, nelle loro notti d'amore, non sono al sicuro. Un auto, una scelta a trabocchetto: tu o lei? Il cacciatore del buio è una lezione di storia antica, una riflessione su assassini nati e proselitismo estremo. Il male, declinato per la quarta volta dallo scrittore pugliese, è un talento naturale da coltivare con solerzia e coltellate. 
Richiede disciplina; perfino grazia. Questa è la storia su demoni che si fanno il segno della croce e non temono l'acqua santa, in una chiesa in cui si racconta che il crocifisso affisso sull'altare, miracoloso, sia stato inciso da un artista anonimo con l'ispirazione dell'omicidio. Parlai de L'ipotesi del male lo scorso anno, io, e su Facebook trovai un messaggio dell'autore – Donato, l'ho incorniciato, sappilo! Giurava che un passo della mia recensione gli aveva messo i brividi: bambini inghiottiti dal bosco carnivoro di una fiaba cattiva. Scrivevo così. Sul dorso di questo tomo, rilegato in pelle umana e cucito con capelli sottilissimi, il disegno di un uomo con la testa di lupo; accanto a lui, un bambino di sale e sua sorella, la bambina di luce. Non sorridono. Lo stile di Carrisi, immutato, ci regala una storia stappata da una scuola per bambini speciali che ha il nome della città del Pifferaio magico. Una favola di quelle assassine. La biografia di un omicida narratore che mette in scena capitoli con burattini senzienti. Che avessi perciò involontariamente indovinato il tema del romanzo a cui stava lavorando? Tornano i protagonisti di un romanzo scoperto sulla scia di un primo amore che non si scorda mai. Marcus e Sandra, meno carismatici della problematica Mila, mi avevano colpito con forza minore: li avevo sentiti distanti, non li avevo tenuti a mente. Mantenuto sveglio dal pensiero che i conti non tornassero, con i ricordi di due vite lasciati al 2011, ho scoperto – tuttavia – che questa era un'altra nota sul loro portfolio. Una storia diversa, destinata a concludersi con tre punti di sospensione, ma non a essere il completamento di una frase lasciata come a metà. Il romanzo, una bambola russa con il sorriso diabolico, ha un intreccio di filo spinato e passaggi manovrati dall'alto che, tra me e me, mi hanno fatto additare possibili forzature nelle trame. L'epilogo dell'indagine portante imprevedibilmente ti porta a una colpo di scena che, tra un libro e un film, conoscevo già: Marcus conosce le Anomalie, io conosco il cinema. Il suo scontro contro la nota dissonante e il mio contro il prurito di un dèjà vu che avevo proprio lì, sulla punta della lingua, è stato vinto pari merito. Ma Il cacciatore del buio è un'espressione matematica. Il suo messaggio è sano e salvo fino all'ultima pagina. Un'articolata parentesi graffa, una netta parentesi quadra e una panciuta parentesi tonda sono a guardia di un fattore da decifrare. La lettura del romanzo è l'eliminazione degli ostacoli, armati di occhiali da vista e penna, che si stagliano tra noi e l'epilogo. Non sono mai stato bravo in matematica: avrei dovuto prestare più attenzione alla mia insegnante, immagino. Ho risolto con facilità i calcoli racchiusi nella parentesi tonda, ma l'equazione si è complicata e, quando stavo per cantare vittoria, ecco un numero, un numero primo, che non sapevo neanche leggere.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lorde – Everybody Wants To Rule The World (Tears for fears)

Recensione e Blogtour: Dark Heaven - Il bacio proibito, di Bianca Leoni Capello. "Dream with Dark Heaven".


Titolo: Dark Heaven – Il bacio proibito
Autrice: Bianca Leoni Capello
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 324
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Il vento spazza le nubi, rivelando una notte senza luna. Le tenebre che avvolgono Venezia serrano in una morsa i cuori di Damien e Francesco, già messi alla prova dal viaggio che si accingono ad affrontare. Il loro non è un compito semplice, eppure i due amici sanno di non poter tornare indietro. In testa un solo pensiero: salvare Virginia, la cui anima è stata trascinata negli inferi dalla malefica Amelia. Riportarla nel mondo dei vivi è l'unico modo per rianimare il corpo della ragazza che giace in coma in un letto d'ospedale. Quella che li attende è però una versione demoniaca di Venezia: anime inquiete si aggirano torturate dal loro passato; l'acqua dei canali cela creature assetate di sangue; palazzi dalla geometria improbabile si animano attirandoli in trappole mortali. La città sembra spiarli e cospirare contro di loro. A un tratto, dalla nebbia spunta un'anima dannata, quella che Damien odia più di qualunque cosa. E lo spirito di colui che ha posseduto il cuore di Virginia prima del suo arrivo; è lo spirito di colui che ha sparato alla ragazza in piazza San Marco, consegnandola nelle mani della diavolessa: Lacombe. Contrariamente alle aspettative però il ragazzo si rivela un aiuto prezioso: e grazie a lui infatti che Damien e Francesco riescono a uscire dall'inferno e a riportare alla vita Virginia. Ma non tutto va secondo i piani, e la città infernale nasconde ancora dei segreti che attendono di essere rivelati...
                                La recensione e il blogtour
La puntualità di un orologio svizzero. Quella con cui i romanzi di cui è composta la trilogia di Dark Heaven sono giunti in libreria, anno dopo anno, autunno dopo autunno. Raro, infatti, che saghe giungano al termine in tempi brevi, nella nostra editoria, e ancora più raro che io stia loro dietro. Sapete tutto: la puntualità che spesso viene meno, nonchè la mia naturale tendenza a farmi venire a noia cose conosciute. Come con la saga di Multiversum, firmata da Leonardo Patrignani, tuttavia, anche con l'urban fantasy messo a punto da Bianca Leoni Capello – e dalle due donne che vi si nascondono dietro – ho un rapporto intimo e particolare, che l'anno scorso conobbe, purtroppo, un momento no. La causa: la recensione parzialmente negativa di L'abbraccio dell'angelo, che era dispiaciuta più a me, forse, che alle autrici stesse. Mentre il primo mi aveva intrattenuto a dovere, il suo seguito – per me, troppo comune, troppo quotidiano – aveva dispeso la mia attenzione oscillante. Avevo dubbi, non sapevo se affidare speranze alla conclusione. Un giorno, mesi e mesi fa, Lorenza – una delle autrici – mi scrive in chat e mi dice, scherzando: “In tuo onore, la prima parte di Il bacio proibito, sarà spiccatamente fantasy e, soprattutto, dark. Molto”. Hanno voluto, così, che lo leggessi: in massima libertà, con calma. Già all'inizio avevo capito che, rispetto al predecessore, l'ultimo volume era di tutt'altra pasta. Questo terzo Dark Heaven piacerà: a chi è rimasto deluso una volta, ma anche a chi l'ha sempre aspettato. Il lettore riapre gli occhi in uno scenario poco idillico, distorto, orrorifico: è una Venezia strana, mai vista. Infernale. Grande protagonista, imbattibile antagonista, accoglie l'anima errante di Virginia, bloccata in un letto d'ospedale, mentre forze opposte si contendono il suo corpo. Amelia, malefica, l'ha fatto suo e forse è troppo tardi per tornare indietro. Allo spirito della protagonista spettano notti perenni, fughe, agguati, mentre i vicoli stritolano, le acque vomitano mostri, le case hanno i denti. 
Sembra di essere in Silent Hill, un non luogo in cui si può contare su pochi nascondigli e aiuti inaspettati: come quello di Lacombe, l'assassino, l'ex ragazzo amareggiato, che conosce i segreti dell'Inferno e lati dimenticati della vita di Virginia. Nella Palermo medievale, infatti, c'è una storia mai narrata: la loro. Come si sono conosciuti? Quando Damien si è messo tra loro? La Capello mette in discussione la solida certezza delle anime gemelle, solletica con il dubbio, dà vita a piccole tifoserie lampo: il pittore biondo e tutto piercing, dannazione, ha avuto a lungo il mio sostegno. Mentre nell'aldilà si vive di storie e fantasmi passati, in superficie Amelia – con i riccioli e il corpo minuto della sua nemica giurata – cerca di trascinare Damien verso il lato oscuro: pianista in un saloon peccaminoso, ruba anime a suon di note, mentre le sorti della affiatata compagnia formata da Francesco, Penny ed Emma si diramano tra la tragedia e le risate. Il bacio proibito, molto fiaba, sposa il tema del doppio e, sotto un velo nero tutto ricamato, strizza l'occhio alla Sirenetta e L'incantesimo del lago, fino a citare cripticamente Stephen King: un caso gli artigli che sbucano da un tombino, circa a pagina venti? Chissà. Citazionista, elegante, scorrevole, ben pensato, la saga di Dark Heaven si conclude in bellezza con quello che è il migliore dei tre volumi, stilisticamente e contenutisticamente parlando. L'alchimia tra le scrittrici rende la prosa una delizia; la confidenza coi personaggi fa sì che escano vittoriosi da conflitti, dissapori, incertezze. Inumana la velocità con cui si porta a termine, evocativi i flashback storici che, questa volta, cinematografici come sono, non conoscono la ripetitività. A non convincermi pienamente, tanto per dovere di cronaca, l'espediente legato a un pugnale dai poteri magici: dà un'accellerata al tutto, dopo una parte centrale molto valida, e annienta gli impedimenti che si frappongono tra Virginia e il suo romantico finale. Le voci narranti raddoppiano, pregio esclusivo della scrittura a quattro mani; la fantasia, finalmente, verca confini terreni; il lieto fine sperato, mille pagine e qualcosa dopo, non manca, con la sua dolcezza e la sua crudeltà.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Bon Jovi – Always



IL TEMA DEL DOPPIO
Nel terzo capitolo di Dark HeavenIl bacio proibito, il tema del doppio è un tema centrale, tanto più che per il prologo è stata scelta proprio la scena in cui la protagonista incontra “il suo doppio”. È un tema che ci ha sempre affascinato, nato dal folclore germanico (secondo il quale ogni uomo avrebbe un'esatta ma di solito invisibile copia a cui è inscindibilmente connesso – Doppelgänger) e presente nella produzione letteraria tardo romantica. Non nascondiamo che l’idea che la protagonista, relegata in un'altra dimensione, avesse un doppio che la incarnasse ma che fosse il suo esatto opposto, inizialmente ci ha divertite moltissimo e ha dato adito a continue scene esilaranti (la maggior parte delle quali per fortuna abbiamo tenuto per noi). Ma l’idea centrale non è tanto l’aspetto divertente dello scambio di persona quanto il contrasto tra l’apparenza e la vera essenza di un individuo. Effettivamente l'idea di incontrare il proprio doppio è un pensiero che spaventa, o per lo meno inquieta. Essere di fronte a una persona in carne e ossa che ci fa credere di trovarci davanti a uno specchio… be', non è proprio allettante. Siamo abituati a collegare la nostra immagine ai nostri pensieri e ai comportamenti che ci sono propri mentre vedere il proprio aspetto che racchiude in realtà l’essenza di un’altra persona per lo meno destabilizza. Virginia infatti fronteggerà il proprio corpo che in realtà racchiude l’antitesi di sé. La sfida per Damien è quella di riconoscere la vera Virginia, la sua anima, e di non farsi confondere dal fatto che chi vive con lui vesta il corpo della sua amata. Ma Damien non è l’unico sottoposto a questa prova. Il Male incarna i panni di Virginia e vive la sua vita. Quindi entra anche nei suoi contesti famigliari e amicali. E’ stato interessante decidere quali personaggi che circondano e conoscono Virginia avrebbe trovato delle incongruenze nel suo comportamento, dei segnali rivelatori. Ma sarebbe stato davvero troppo facile per loro cogliere delle stonature in una ragazza che conoscevano davvero molto bene, alcune anche dall’infanzia. Ed ecco che allora il Male è pronto una volta di più a confondere le acque. Alcune situazioni vengono create proprio per distrarre gli amici che spesso sono troppo indaffarati o troppo presi dai propri problemi per fermarsi a riflettere su dei comportamenti che suonano sbagliati. Ma non tutti si lasciano abbindolare e qualcuno ne farà le spese…

Vi siete persi le altre tappe, per caso? Eccole.
8 Settembre: sito Sperling&Kupfer - prologo al blogtour e intervista reciproca
10 Settembre: Sognando tra le righe - "C'era una volta una Venezia infernale..."
12 Settembre: Coffee&Books - "Il tema della scelta"
15 Settembre: Libri che amore - "Dal testo alle immagini"
17 Settembre: Reading at Tiffany's - "Le vite passate"
22 Settembre: Alicechimera - "Nascono prima le storie o i personaggi?"
24 Settembre: Romanticamente fantasy - "L'amore al tempo del fantasy"
26 Settembre: I libri di Lo - "Scrivere a quattro mani"
29 Settembre: Book Time - "Non basta scrivere: gli autori e la promozione"
1 Ottobre: Leggere fantastico e romantico - "Perché il fantasy"
3 Ottobre: Diario di una dipendenza - "Il tema del doppio"

lunedì 29 settembre 2014

Recensione a basso costo: Sette minuti dopo la mezzanotte, di Patrick Ness e Siobahn Dowd

Ciao a tutti, amici, e buon inizio di settimana. L'ultima, per me, da trascorrere qui a casa. Si ritorna all'università, e la mia presenza sul blog sarà meno costante, purtroppo. Mi dicono che la connessione sarà lentissima, quindi addio telefilm in streaming e aggiornamenti frequenti: andrò un po' a scrocco, un po' vedrò di essere attivo nei weekend. Ho in mente un ottobre a tema Halloween, per farmi perdonare. Oggi, vi recensisco un libro che ho divorato nel weekend. Sicuramente, la curiosità verrà a fare toc toc alla vostra porta nel 2016: con alla regia Juan Antonio Bayona, A Monster Calls arriverà al cinema. Chi più adatto del regista di The Orphanage e The Impossible per mostrarci questo toccante e drammatico rapporto madre-figlio, spruzzato di magia e toni dark? Tra i protagonisti, Felicity Jones, Liam Neeson e Sigourney Weaver. Dopo tanto, si sa anche chi darà il volto al piccolo Conor (qui una foto dal set). Sul libro: ho inserito la copertina che preferisco, ma i dati sono della recentissima versione economica. Un bacione. M. 
Le storie sono fra tutte le cose più selvagge. Le storie inseguonopredano e mordono. E quando avrò concluso le mie tre storie tu me ne racconterai una quarta. E sarà la verità. La tua.

Titolo: Sette minuti dopo la mezzanotte
Autrice: Patrick Ness - Siobahn Dowd
Editore: Mondadori “Oscar Junior”
Numero di pagine: 224
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Il mostro si presenta a Conor sette minuti dopo la mezzanotte. Puntuale. Ma non è il mostro che Conor si aspettava, l'orribile incubo fatto di vortici e urla che lo tormenta ogni notte da quando sua madre ha iniziato le cure mediche. Questo mostro è diverso. È un albero. Antico come una storia perduta. Selvaggio come una storia indomabile. E vuole da Conor la cosa più pericolosa di tutte.
                                            La recensione
Ci sono cose che un bambino non dovrebbe conoscere. Ci sono cose che un bambino non dovrebbe saper fare. E' un suo diritto pretendere un bacio, al risveglio, e una colazione coi fiocchi. Sbattere i piedi a terra e fare il muso se, di ritorno da scuola, il pranzo non è pronto; se ci sono le verdure, a tavola, e lui non vuole mangiarle, perché sono amare e hanno un odore cattivo, come quello delle medicine. E poi c'è Conor, che invece sa. Cosa significa rimboccarsi le maniche del pigiama e prepararsi una tazza di latte tutto da solo. Cosa vuol dire tornare, dopo una giornata di interrogazione e odiosi atti di bullismo, e vedere un po' cosa mettere in tavola; cosa inventarsi col poco che c'è in frigo. Di cos'è che sanno e odorano le medicine, quelle vere. Sono molto peggio delle verdure, checché se ne dica. Conor ha tredici anni e, tra l'infanzia e l'adolescenza, scopre il dolore e la fragilità dei grandi. Ha paura di scoprirsi, d'un tratto, invisibile. Ha paura arriverà quel giorno in cui abbandonare ogni cosa e andare da una nonna tutta tailleur eleganti, cibi d'asporto e tintura per capelli, in una stanza degli ospiti che non sarà mai – con quelle pareti bianchicce, con quei quadri anonimi di barche a vela alle pareti – la sua stanza. 
Ha paura che il padre, trasferitosi in america con un'altra donna, lo rinneghi e che la madre, con quella tosse orribile che si fa sempre più forte e i capelli che si assottigliano, lo abbandoni presto. Prima che lui riesca ad abituarsi all'idea dell'assenza. Al pensiero della morte. In un'Inghilterra vaghissima e pallida - di cimiteri, ospedali, licei -, in una solitudine che si anima di piccole visite di cortesia e schiaffi, a raccontare le fiabe a Conor è un mostro. Quello che ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, bussa alla sua finestra, con rami come braccia, un tronco come busto, un antico tiglio come corpo. Non è necessario avere paura di lui. Conor e il mostro, ormai, hanno un appuntamento fisso, quando la luna sale in cielo, il vento si alza, gli alberi si sradicano dalla terra e camminano, oltrepassando la ferrovia, scavalcando d'un balzo lo steccato. A pietrificarlo, invece, è un altro mostro. Quello dell'incubo. Quello portavoce di una verità, tra crepitii, urla e mani che si annodano e si lasciano, che, se svelata, potrà finalmente liberarlo. Sette minuti dopo la mezzanotte è un romanzo in cui mi imbattevo da troppo. Volevo mettere da parte i soldi; comprare l'edizione cartacea. Quella bella, curata, con le illustrazioni in bianco e nero. Per potere vedere la forma del viso di Conor e conoscere l'aspetto del mostro che, puntuale, andava sempre a fargli visita, chiamandolo per nome. Sapete cosa? L'ho letto sul Kindle, e anche senza disegni ho visto tutto. Ugualmente bene. Non molto tempo fa, la lettura in formato digitale mi lasciava dubbioso. Tutti i libri letti in ebook mi sembravano brutti, non degni di una seconda occhiata. Non era colpa del formato, ho realizzato: erano quei libri stessi a essere brutti. Su un dispositivo elettronico, stampati su carta, rilegati in pelle, lavorati con l'oro zecchino: dimenticabili, inutili. La saggezza dei vent'anni. Il libro di Patrick Ness – autore acclamatissimo, ma in Italia praticamente ignorato, per via di un'ostinata e stupida cecità che ignoro a mia volta – è di quella potenza che non lascia indifferenti. Il libro di Patrick Ness non è neanche opera sua. Un'altra autrice acclamatissima, un altro nome di prestigio ignorato, aveva iniziato a scriverlo, prima che la malattia la stroncasse a metà di una frase: Siobahn Dowd. Questa commovente, tragica, suggestiva fiaba, che parla di morte, ma soprattutto di quant'è straordinaria la vita, grazie a Ness e alla sua prosa magica, ha avuto diritto a una vita più lunga di quella della stessa Siobahn. A una meritata seconda chance. Io non pensavo, sapete?, ma è uno di quei libri che davvero tocca. Uno di quei libri, piccini picciò, che resta dove deve restare. Prevedibile, per il lettore più maturo. Ma con gli occhi lucidi, alla fine, girando pagine che non girano perché sono già finite, cosa diamine può fregarcene della prevedibilità. Lì pulsano cuori, ferite, palpebre, e la banalità non è contemplata, davanti a un'emozione che più... emozionante non si può. 
Ness, con l'ispirazione segreta e profonda della Dowd, mette a punto una bambola russa da esporre in prima fila, di modo che non passi inosservata nel nostro negozio di giocattoli preferito. Un romanzo di storie dentro storie. Un vaso di Pandora che – esorcizzata la paura – è da aprire senza timori. La narrativa per ragazzi ci parla di giovani malati che si amano, ma muoiono. Una vita in potenza e mai destinata a farsi atto è infatti un oltraggio, uno schiaffo forte a Madre Natura. I figli devono seppellire i genitori, perché quello è l'ordine naturale delle cose; così va il mondo. Facile a dirsi. Le fiabe che il mostro racconta a Conor dovrebbero parlare di quello: speranza, umano conforto, fiducia nel futuro. Invece quale morale c'è nella storia della regina cattiva, del curato che viene punito, dell'uomo che sogna di smettere di essere invisibile per poi desiderare fortemente il contrario, a conti fatti? Dov'è che sta il lieto fine? Tutte cose che si scoprono con Conor, mentre anche la sua personale fiaba sta per concludersi, com'è che deve concludersi. Una metafora sulla sopportazione; una parabola per bambini che hanno sofferto e non vogliono soffrire più; un memento infraintendibile per gli adulti che devono mettere a conto il dolore per essere coraggiosi quando, immancabile, li travolgerà. Un romanzo bello, tanto, che ho scelto per riempire il weekend e che invece mi ha riempito, smussandoli a dovere, gli angoli più nascosti. L'altro giorno, su Facebook, si parlava di romanzi che distruggono. Discorsi sciocchi, da fandom, in cui si tiravano in ballo saghe distopiche e non capolavori, messi bonariamente alla berlina da lettori un po' cinici, come me, che ritenevano che che nessun romanzo fosse scritto e progettato per far soffrire. Sette minuti dopo la mezzanotte è l'esempio perfetto che mi avrebbe fatto comodo per avvalorare la mia posizione. Nonostante le apparenze, al di là della tristezza, non vuole farti niente di male. E' catarsi. Sono più le cose che ti dona rispetto a quelle che ti sottrae. Perché i romanzi non distruggono mica. Costruiscono cose così.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: A Great Big World – Say Something 

venerdì 26 settembre 2014

Mr Ciak #44: Sin City 2, Tutto può cambiare, Maps to the stars, Third Person

Ciao a tutti, amici! Eccomi ancora una volta con un appuntamento di Mr Ciak, a parlarvi di alcuni film molto, molto attesi. Caso strano perché, nel post di oggi, ogni film parla di un aspetto diverso dell'arte: il fumetto, la musica, il cinema stesso, la letteratura. Tra occasioni mancate e piccole delusioni, però, non ve ne sconsiglio nessuno. Non del tutto. Dal sequel di Sin City, dopo anni di attesa, ci si aspettava più impegno; il ritorno del regista di Once, per me, è stato graditissimo: Tutto può cambiare mi ha stampato un sorriso in faccia che non va più via e ho adorato la colonna sonora; Maps to the stars, dopo alcuni scivoloni da parte del regista, potrebbe forse essere il ritorno vero di Cronenberg - un po' satira, un po' parodia; Third Person, al cinema da noi il prossimo 23 ottobre, mi è piaciuto, ma non mi ha completamente soddisfatto. Quali vedrete? Quali attendevate? Un abbraccio e buon weekend. M.

Io facevo la quinta elementare quando Sin City arrivò al cinema. Dieci anni fa, quasi. Si parla di un seguito da allora. Piccolino, ero rimasto molto affascinato dai bulli, le pupe, le poppe, le auto, gli squarci di colore nel buio. La potenza visiva di Sin City era impressionante, per il me di allora, come per il me di adesso. Anche questo secondo capitolo, giunto la bellezza di due lustri dopo, è un gioiello per gli occhi. Eccitante, avvolgente, adrenalinico, non stanca mai: è il noir che incontra il fumetto. Una meraviglia per chi apprezza le belle cose. E le belle cose, qui, non latitano. Il motore del film, infatti, sono le donne. Donne per cui vale la pena uccidere: coloro che borbotteranno, perché no, Gesù piange se fai pensieri come questo, saranno messi a tacere da uno o due primi piani da infarto. Sin City 2 è pieno di pensieri sporchi, colmo fino all'orlo di lussuria; sanguinante e vagamente erotico: a Gesù non piacerebbe. Del primo ho un ricordo positivo, ma tutto fumo. Era più complesso, lungo e articolato di questo che, con i suoi novanta minuti, risulta un compitino che i suoi lati positivi ce li ha, anche se la stringatezza di alcuni passi ne mette in dubbio l'autenticità. Il nuovo film di Robert Rodriguez, girato spalla a spalla con Miller, è furbissimo, ammiccante, letale. Lo vedi e, per un motivo o per l'altro, che vuoi dirgli di male? I contenuti scarseggiano e i tre episodi, autoconclusivi, hanno ritmi altalenanti: il primo ruba attenzione agli altri. Li mangia in un boccone. Cosa ci si poteva aspettare da Ava Lord, la mangiatrice di uomini: la dea del sesso, la femme fatale... la mia amata Eva Green. Sin City fa miracoli con il suo corpo tutto forme. Gioca con i suoi nudi, mette a punto ombre perfette a nascondere quello che solo Bertolucci ha mostrato, fa del vedo-non vedo opera d'arte. I suoi occhi verdi lampeggiano, la sua voce è roca, e per Josh Brolin non c'è scampo. Non è casuale l'assonanza con Ava Gardner. Per Eva: dieci più! Dopo le sue, hanno inizio e fine le vicende di Joseph Gordon Levitt – un giovane fortunato al gioco, sfortunato in tutto il resto – e quelle della bella Jessica Alba, stripper mossa dalla sete di vendetta e da anni di meditazione. A unire i personaggi, un saloon in cui ogni notte c'è una rissa, quel piantagrane di Mickey Rourke, squillo di periferia armate fino ai denti e dal vestiario assai ridotto. Sin City risulta un'antologia pulp, che pare scritta da un Ellroy in preda ai fumi dell'assenzio: la durata ridotta permette lo sviluppo di uno scarso numero di vicende e, per forza di cose, alcune risultano più sviluppate (e accattivanti) delle altre. Fiacche quelle del buon Joseph, frettolose quelle della Alba, seducenti quelle della Green e del collega Brolin. Tra i cameo tanto cari a Rodriguez, Lady Gaga, Juno Temple, Ray Liotta e la mia portinaia. Scherzo, lei era in Machete Kills, creduloni. Una donna per cui uccidere è come la vendetta del personaggio di Nancy: un'attesa e bang! Un attimo, poi cala il sipario e si sloggia dalla sala. Spassoso, tutto sommato, e inevitabilmente ipnotico. Eva Green - ebbene sì, sono recidivo - su Vanity Fair, ha affermato, parlando del suo censuratissimo poster: "le mie tette non hanno mai ucciso nessuno". Dolcezza, le bugie non si dicono. Perché, qui, mettono K.O tutto il resto. (6,5)

C'era una volta Once. Minuscolo, quieto, imprevisto, era arrivato agli Oscar, zitto zitto, cantando cantando. Non lo vedo da una vita, ma lo ricordo di una fragilità splendida. Non sentivo da una vita il nome del suo regista, John Carney, ma quest'estate in America – dopo il silenzio – è tornato. Il primo film americano di un irlandese. Cose che, con la fama, succedono: i cambiamenti. Con la fama ci si perde un po'. Di questo parla il suo film, che invece non si perde. Tutto può cambiare è una commedia indipendente personalissima, anche se con il film precedente ha in comune note, pentagrammi e basta. Il cinema che parla delle strategie discografiche, della musica, dei sogni messi all'asta, di mode che ci vogliono tutti ammiccanti e tutti uguali sa intrattenere, perfino divertendo. Ha lo sguardo di chi New York la vede davvero per la prima volta. Quello del turista poveraccio che può permettersi solo gli angoli, non il lusso. Quello di un appassionato vero, che ne conosce i segreti e li regala ai passanti, insieme a un sorriso. Sguardi spaesati, incantati, contemplanti: così si conoscono Keira Knightley e Mark Ruffalo. I traditi, i senza radici. Lei, cantautrice inglese giunta in America con un sogno; lui, produttore grassoccio e negligente che ha fallito come padre e ha fallito come professionista, nell'istante in cui abbandona il suo ufficio in una scena madre alla Jerry Maguire, ma senza Renée Zellweger adoranti al seguito. La musica lo salva, in un bar in cui gli strumenti iniziano a suonare da soli: in una visione ad occhi aperti con al centro una musa schiva dall'accento britannico. Il nuovo film di Carney è di un'intimità vista da lontano; una sorpresa che lascia i classici “momenti da film” ai titoli di coda, come se non avessero importanza; una commedia che evita accuratamente qualsiasi momento romantico. Gli attori sono naturali, anche come cantanti. Escono con camicie stinte ed abiti a fiori, pinocchietti e jeans con le toppe, e la loro trasandatezza non penso sia studiata: la loro voce, insieme ai vestiti, è spiegazzata. Mentre camminano, non c'è quasi macchina da presa che ascolti le loro critiche sui tizi che si fanno crescere la barba perché fa figo; sulle adolescenti con quegli orribili pantaloncini a vita alta che mettono in mostra la mercanzia e uccidono la femminilità; sulle case discografiche che rubano soldi e identità. Keira Knightley, introversa e delicata, canta canzoni che sono come lei: esili, ma con carattere da vendere. Però quante smorfie che fa... Adam Levine, in una vaga parodia di se stesso, fa bene quando è su un palco con i Maroon 5, ancora meglio quando è da solo con una chitarra in mano. Ruffalo, be', maestro di versatilità, dopo la prova potentissima in The Normal Heart e la parentesi "supereroesca" con The Avengers. Sbirciare l'ipod per conoscere l'altro, incidere pezzi per strada, avere come sottofondo la City e Frank Sinatra: Tutto può cambiare è un'orecchiabile fiaba acustica, che conosce il traffico, il rumore, le seconde opportunità, artisti che si mettono comodi e ti dedicano una canzone. Lost Stars (per sentirla, qui) come Falling Slowly, agli Oscar? (7+)

Mi piace Cronenberg. O almeno credo. Mi è piaciuto Maps to the Stars. O almeno credo. Hollywood va a fuoco e il fumo arriva fino a qui e rincoglionisce. Non vedo a un palmo dal mio naso: in cielo però si vedono ancora le stelle, ma è tutto un imbroglio. Sono cose morte, anche se fanno una luce fortissima. Cronenberg ci dà un cannocchiale e ci lascia spiare le vite su cui tutti fantasticano. Il ritratto che ne viene fuori è impietoso e bollente, cinico e malato. Una commedia nera che vive di dialoghi perfetti e di gallerie senza fondo popolate da personaggi stralunati e grotteschi. Tutti comunicano qualcosa, tutti rappresentano una fetta di un meccanismo a torta, che rimpinza crudelmente i diabetici, tiene a stecchetto gli anoressici, vizia i bulimici, tenta i golosi. La pellicola, ciarliera e caotica, ha personaggi irrisolti che rimuginano su rapporti irrisolti, stretti dai nodi dell'incesto e del malessere. Si scrivono dal nulla personaggi che incarnano la materia umana di cui sono fatti i sogni e i rotocalchi. La recitazione richiesta al cast non è delle più naturali, ma i protagonisti sono tanto bravi da non rendere quei personaggi macchiette da vignetta satirica. Cusack non spicca, Robert Pattinson ha una particina inutile come lui, tra gli uomini, è il piccolo Evan Bird a farsi ricordare: un enfant prodige che, a tredici anni, ha già problemi di droga e un'attiva vita sessuale. Misterioso il filo che lo lega alle vicende della bravissima Mia Wasikowska, che sfoggia aria dimessa, il viso segnato, scatti schizofrenici. Trionfatrice a Cannes, una Julianne Moore fuori controllo, che fa il suo meglio e il suo peggio: una diva volgarotta e vuota – tutto il contrario della professionista che la interpreta - che si è arresa alla chirurgia estetica, ma non all'idea di essere rimpiazzata. Bipolare e isterica, fa notizia per avere denunciato le molestie di una madre morta che continua ad apparirle con il fare languido e inquietante della Sarah Gadon di Cosmopolis. Un film imperfetto, che culmina in un epilogo onirico e mozzato, ma giustissimo. Non immaginerei altro finale. Per chi è rimasto colpito dalle potenti immagini iniziali di quel The Canyons che – per me - non era del tutto da buttare. Per chi sogna uno spregiudicato Viale del tramonto nell'era di Scientology. Tante chiacchiere, tanto veleno, tanto fuoco in petto. (7)

Tre città, una luce accesa, infinite storie. Qual è il confine tra fatti e immaginazione? Qual è la distanza esatta tra New York, Parigi, Roma? Third Person. La terza persona: quella che Liam Neeson, autore vincitore del Pulitzer, usa per mantenere il distacco dalle trame che inventa, saccheggiando la vita sua e delle persone che ha conosciuto. La terza persona è quella di troppo, l'ombra che si allunga su rapporti destinati a mantenersi imperfetti. Quella che impedisce a una disperata Mila Kunis di abbracciare il suo bambino, per un tragico errore che ha commesso e che James Franco non perdona. Quella che ha sottratto la figlia a Moran Atias, una bella rumena che, in una città eterna ed indifferente, trova l'aiuto finanziario di Adrien Brody, un turista straniero con un lutto segreto e conti in sospeso con criminali che trafficano in una Puglia inospitale. Ancora, quella che allontana una sexy e fragile Olivia Wilde dalla stanza d'albergo in cui Neeson, in cerca di una musa eterna, vorrebbe tenerla per sé. Dopo Crash, Haggis propone al suo pubblico un'altra storia lunga, lenta, appassionante. Fatta di mille hotel di lusso, centinaia di individui, soldi spesi in rose bianche e vasi di cristallo, inchiostri a fiumi e parole a cui ripenso. Un dramma corale, con donne bellissime e pericolose, che non perdonano noi uomini, ma nemmeno loro stesse. Hanno anime pesanti e paura dell'acqua alta. Il suono del pianoforte non si zittisce mai, neanche quando – in una bettola romana – si sente in sottofondo una Tatangelo o un Biagio Antonacci, con il limoncello in bicchiere e uno Scamarcio con la ritrosia verso gli zingari. Il montaggio è dei più sapienti e la direzione di un professionista lega e scioglie le storie, grazie a un cast ottimo in cui tutti e nessuno sono protagonisti. Una parola giusto per Moran Atias, italiana d'adozione, che si tiene tutti i vestiti addosso – al contrario della Wilde – e si dimostra all'altezza della situazione: con la lingua inglese, la collaborazione con star affermate, un personaggio scontato.Third Person è un film che sembra non esplodere mai, ma che chi ama la scrittura – e la maledizione e il miracolo che rappresenta – comprenderà pienamente. Uno sguardo su un mestiere, sull'espiazione, su furti di vite che possono garantire l'immortalità o la completa distruzione. (6,5)