sabato 8 marzo 2014

Recensione: Il Dominatore. Immortal, di Alma Katsu

Buon pomeriggio a tutti, amici. E tantissimi, cari auguri alle lettrici, fisse o di passaggio che siano! Un bacione a voi. Mi sarebbe piaciuto – questo otto marzo – lavorare a un post a tema, ma, come sapete, il tempo scarseggia sempre. Ogni occasione è buona, perciò, per parlarvi delle mie letture. La recensione di questo sabato è di un romanzo che attendevo molto, il sequel di Immortal (qui). Il titolo italiano non rende giustizia alla storia e potrebbe depistare i lettori, ma, nel corso della lettura, si è dimostrato piuttosto adatto, anche se riconosco il suo essere troppo ambiguo. Il Dominatore è tante cose, ma non è un romanzo erotico, proprio no. Scoprirete tutto nella mia recensione che, accanto a vaghi cenni sul precedente capitolo, come sempre, non contiene spoiler importanti. Ringraziando la gentile Longanesi per avermi dato modo di leggerlo e recensirlo e inviando un saluto virtuale all'autrice, che continuo a sentire spesso, vi abbraccio tutti e vi auguro una buona lettura. Buon weekend a voi, M.
Siamo condannati all'infelicità. Desideriamo la compagnia di qualcuno per scacciare la solitudine. Siamo imprigionati dentro questi contenitori eterni con i ricordi delle cose orribili che abbiamo fatto, gli inganni e i rimpianti, cercando un modo di andare avanti... Vivere con qualcuno potrebbe essere l'unico modo.

Titolo: Il Dominatore – Immortal
Autrice: Alma Katsu
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 338
Prezzo: € 19,90
Sinossi: Lanny è una donna bellissima, sensuale, appassionata... E ha oltre duecento anni. Lanny è un'immortale, ma la sua vita eterna le ha chiesto un sacrificio molto alto. Troppo alto. È costretta a fuggire e a nascondersi di continuo, perché l'uomo che le ha donato l'immortalità, il potente e spietato Adair, vuole tenerla avvinta a sé, anche se lei ha trovato un altro uomo, e con lui un nuovo, profondo legame che le dà forza in una quotidianità finalmente "normale" e condivisa. Adair ha più di mille anni, ma nella sua lunghissima vita non ha mai incontrato una donna come Lanny. E ora che si è liberato dalla cella in cui lei l'ha rinchiuso per più di un secolo, Adair deve scegliere: ascoltare la voce dell'odio e della vendetta, che gli impone di scovare Lanny e ucciderla dopo orribili sevizie? Oppure cedere a una voce più profonda e autentica, che non sentiva da secoli: quella dell'amore? L'eros può rendere possibile l'impossibile, ma maggiore è la sua forza, più alto il prezzo da pagare... Erotismo e suspense si mescolano in una storia di passione e perdita, tradimento e redenzione.
                                                  La recensione
Il suo odio per lei era un'ancora di salvataggio e l'avrebbe usata per rimanere a galla e andare avanti, centimetro dopo centimetro, metro dopo faticoso metro, fino a che non sarebbe riuscito a sbarcare sulla terraferma.” Due anni fa, in un periodo non diverso da questo, un nuovo romanzo usciva in libreria. Ricordo ancora che, sul web, le pubblicità paragonavano l'autrice alla più fortunata e nota Stephenie Meyer. Mossa sbagliata: Immortal era tutta un'altra storia. Una storia di viscerale passione, una storia di odio profondo. Non una storia d'amore. Era stata la copertina ad attirarmi. Mi piaceva e non mi piaceva. Era fonte di dubbi, come per me la trama stessa. Era l'epoca, quella, in cui il mio blog non aveva ancora una forma precisa e in cui io, timidissimo, conservavo ancora quella voglia matta di fare, ricercare e approfondire che, con l'età, si perde sempre un po'. Era l'epoca, quella, in cui gli urban fantasy erano tutti uguali e in cui la moda richiedeva necessariamente romanzi tutti uguali. Immortal era fra quelli, oppure no? Utilizzando Facebook come un radar, ecco sullo schermo il profilo dell'autrice. “Aggiungi agli amici”, e il gioco era fatto. Le scrissi quella sera stessa. Non sapevo quali fossero i termini più gusti da utilizzare; non sapevo che ora fosse, lì da lei. L'America era lontana, l'America era tipo dall'altra parte del mondo. E lei era un'autrice famosa. Invece, parlammo: grazie a Google Translate, sì, ma parlammo. Le inviai le domande per una breve intervista e il giorno successivo avevo le mie risposte. Il mio blog, che contava pochissimi lettori fissi, avrebbe avuto un'ospite internazionale. Alma, infatti, si era rivelata una persona gentile, disponibile, affascinante. Mi aveva parlato dei suoi precedenti lavori, dei suoi gusti, dei libri e dei film che preferiva. Mi aveva raccontato, a parole sue, con l'amore che ogni autrice riserva alla sua creatura, una storia di alchimisti, torture fisiche e psicologiche, passioni fameliche, che io immaginavo – all'inizio – essere altro. Era volata fino all'Italia, nelle settimane seguenti, per presentare il suo Immortal. Durante una sessione di autografi e foto, aveva riservato una dedica speciale a un lettore che non aveva ancora letto la sua storia, ma che – da lontano – ne aveva seguito con entusiasmo e curiosità gli sviluppi. Una copia personalizzata del romanzo mi era arrivata a casa, io ero felice. Mentirei se dicessi di averlo trovato perfetto sin dalla lettura del prologo. La mole, il peso della prosa della scrittrice, l'intreccio fitto e pericoloso mi avevano spinto a rimandare la lettura a tempi migliori: all'estate. Mi ci erano voluti i tempi giusti, vero, ma in cinque giorni l'avevo finito. Allora è iniziata l'attesa per il seguito. Immortal era stato un bellissimo romanzo, ma non una lettura semplice. Intenso, originalissimo, morboso, spesso anche indigesto. Senza pace. Pieno di spigoli, crudo, difficile da mandare giù. Velenoso. Un moderno racconto gotico, vicino all'estetica del sublime, alle paure inconsce, all'eros più estremo e malato. Alma Katsu, con il suo passato da profiler della CIA, aveva reso comprensibile l'incomprensibile, tollerabile l'atroce. I suoi personaggi non avevano punti deboli, la sua mano non vacillava mai, il suo stile era superbo, corposo ed impeccabile. 
C'è voluto tempo affinché il secondo capitolo giungesse da noi. Ha cambiato prezzo, data di pubblicazione, grafica, titolo: The Reckoning è diventato, così, Il dominatore. Prima di leggerlo, decisamente non condividevo la scelta. Trovavo pessima l'idea di abbinare a una storia così potente un titolo da romanzo erotico, quando di erotico la storia della Katsu aveva poco o nulla. Poi, a fine lettura, ho compreso meglio. Il titolo fa riferimento, infatti, al più temibile degli immortali: un uomo che ha saputo dominare genti, epoche, secoli, come un Dio corrotto e vendicativo. Adair. Da antagonista, lui diventa protagonista quasi assoluto di un intreccio che – questa volta – è una macchina perfetta. In duecento anni, tante cose cambiano. Tante cose succedono. Anche se sei seppellito nel buio, in uno sgabuzzino di una casa immensa come il più regale dei castelli. Murato vivo, con l'immortalità a farti compagnia. I mattoni dei muri attorno a te non sono abbastanza forti per spaccarti la testa; l'oscurità non è abbastanza spaventosa perché il cuore possa fermarsi da solo; l'eternità è troppo breve per pensare a una morte che, come una benedizione dall'alto o un sollievo impensato, non giungerà da sé. Sei immortale. Tu sei vecchio quanto il mondo, forte quanto il mondo. Al contrario tuo, la tua mente può viaggiare in lungo e largo. Hai tempo per pensare ai tuoi amori e ai tuoi nemici. A lei, la tua carceriera. Il mondo, fuori, cambia, ma non tu. Almeno fisicamente. Nella tua testa c'è il fuoco. Un fuoco che striscia, balla, corre, diventando ora una fiammella, ora un falò. Una lingua di luce rossa che arde di sete di vendetta e di una cosa che ha il sapore agrodolce dell'amore. Il dominatore è una storia che, di continuo, oscilla tra prigionia e libertà, eros e thanatos. Una raffinata parentesi in cui si parla di personaggi persi nel mondo, come se fossero bambini che, nella folla, strattonati dagli eventi, hanno lasciato andare per sbaglio la mano dei loro genitori. Gli immortali della Katsu sono complicati. 
Hanno il per sempre a disposizione, ma temono i misteri dell'aldilà e i demoni della solitudine. Passano da una casa all'altra, da un compagno all'altro, mossi dal terrore di svegliarsi in un letto vuoto. Vissuti una vita in gabbia, non sanno spiccare il volo. Lanny ha spalancato la porticina fragile delle loro voliere, liberandoli da una cattività obbligata, eppure – bellissimi e giovani – se ne stanno fermi sui loro trespoli, cantando il passato. Adair – il loro tiranno - li ha abbandonati. Possono camminare con le loro gambe, senza più la sua voce nella testa: avevano dimenticato il suono dei loro pensieri, avevano scordato cosa volesse dire pensare autonomamente. Ma è libertà, quella? Essere soli, sperduti, senza più una guida? Lanny – con uno sforzo inumano - ha messo fine alla vita del suo vero grande amore e, ricchissima, passa le sue giornate accanto al mortale Luke. Ha imparato ad amarlo, perché – dopo una vita di segregazione – lui le ha fatto spiccare il volo. Vivono in una casa piena di ricordi, che ha l'odore dei musei. L'odore delle case dei vecchi. E' un tempio, un mausoleo, un perpetuo memento. Ogni oggetto ha un significato, ogni souvenir è un talismano legato a un ricordo e a un'era passata. Peccato che Lanny non dimostri più di vent'anni. Ha quell'età da due secoli di troppo, ormai. Dietro l'apparenza di bambolina di ceramica, il temperamento di un'eroina tragica, all'interno di un coro di personaggi da tragedia greca destinati allo struggimento eterno fino alla fine dei tempi. Adair l'ha catturata e tenuta chiusa nella casa di Barbablù, fino a quando lei non ha combattuto la magia nera con l'astuzia. Lui, un alchimista sopravvissuto ai secoli e alle sue stesse spoglie mortali, che ha legato a sé uomini e donne. Artefice di una lussuriosa corte di dolci torture, depravati tormenti, schiavi eterni. Nel suo passato e nel suo presente ci sono l'omicidio, lo stupro, la pedofilia, le arti oscure, ma la Katsu è brava: a lui sono serviti duecento anni di solitudine per scoprirsi una persona nuova, a noi due libri appena. 
Dall'odio alla comprensione. Il lettore viene proiettato nella sua mente e i suoi pensieri proibiti sono quasi contagiosi. Densissimi come catrame. Pericolosi come le sabbie mobili. Il suo risveglio – a metà tra Dark Shadows e Intervista col vampiro – è divertente, affascinante. La caccia a Lanny può avere inizio, ma gli istinti primitivi da cui è dettata sono tra i più dispersivi e vari. Sconcertano, sono talmente credibili da far star male. L'autrice gioca abilmente con i grandi e torbidi tasselli del nostro animo e crea un ritratto umano e straordinariamente coinvolgente di protagonisti disumani. Rinnovo il mio paragone. Rinnovo il mio complimento. Alma Katsu, infatti, mi ricorda la migliore Anne Rice. Nel primo della Rice aveva le eccessive dilungaggini, la prolissità, i dettagli minuziosi e trascurabili che adoro. Qui tutto è più immediato e scorrevole. Non ci sono intoppi e la trama è un perfetto congegno di salti, rimandi, ricordi. C'è una grande umanità nella caratterizzazione di personaggi che di umano non hanno apparentemente niente. Tra tanti di loro, nessuno che sia buono, nessuno che sia virtuoso. Schiavi dei loro vizi, sarebbero – forse – i Lupi di Wall Street, di Martin Scorsese. Costituiscono una famiglia unica nel suo genere, composta da membri adoranti e intontiti come gli adepti di una setta religiosa, ma il rancoroso Adair è un capo talmente carismatico e ipnotico che le ragioni dei legami che li uniscono a lui non risultano poi misteriose, come, invece, appaiono dall'esterno. Si tratta di mera chimica, dalla cattiva esposizione al potere, dei bruttissimi scherzi del subconscio. Fanno prigionieri, sono prigionieri. S'instaurono tra loro gli effetti della Sindrome di Stoccolma. E Adair, chiuso a lungo dietro una parete di mattoni e pietre, si scopre innamorato della sua sfuggente e capricciosa nemesi. Perché così è. I sentimenti seguono impulsi atavici e ambigui comandi. Alma Katsu, in maniera molto insolita, in Il dominatore parla d'amore. E, continuamente, lo fanno i suoi personaggi, che sono vecchissimi, ma non per questo saggi. Lanny, nella Venezia ottocentesca, ha avuto come interlocutore e coreggiatore il mitico Lord Byron in persona; Adair, oggi, dialoga con un Jonathan che ha nuova forma e nuova vita: un Golem di carne e ossa, amante segreto dell'imperscrutabile Regina degli Inferi. I gesti di tenerezza si confondono con lo stupro, l'anima gemella è una nemica giurata. La passione è animalesca, totale, ingorda: Adair e Lanny sono un leone e una gazzella che s'inseguono, una Bella che fugge dalla Bestia. Un bacio è un morso, un abbraccio è una tagliola mortale di nervi e braccia. La saga della Katsu ha un gusto fortemente scultoreo e tanto deve, secondo me, al dramma in musica nostrano: stessi strazi, stesse passioni, stessa arte. Immagino i dialoghi tra i protagonisti come i duetti tra un soprano e un tenore e, così espressivi e fermi, hanno la mimica, l'universalità, l'intensità dei vecchi attori del cinema muto. Storie come questa e uno stile come questo, alla fine, sono semplicemente cose d'altri tempi.Perché da oggi io sono il tuo padrone: un padrone che non può ingannare, che non può sfidare, a cui non potrai mai sfuggire. Da oggi fino alla fine dei tempi, tu e tutto ciò che possiedi siete miei. Ora io sono la tua vita. Io sono il tuo dio.”
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Born to Die


giovedì 6 marzo 2014

I ♥ Telefilm: Dracula, Sleepy Hollow, The Carrie Diaries II, AHS: Coven

Ciao a tutti, amici. Come state? Intensa settimana per me. Da lunedì, ho iniziato i corsi di questo nuovo semestre: per ora mi piacciono, quindi lasciatemi essere fiducioso. Oggi, in attesa di ultimare il libro in lettura, vi propongo brevissime recensioni di alcune recenti serie TV, giunte da poco a conclusione. Di alcune vi avevo già parlato, di altre mai mai. Quindi, mettetevi comodi: buona lettura e, magari, buona visione. Ovviamente, ditemi la vostra. Quali avete seguito? Quali vi attirano, quali no? Un abbraccio e buona giornata, M.

Il capolavoro di Bram Stoker è, forse, più immortale ed eterno del suo stesso protagonista: Dracula. Non sono bastati i secoli per ridurlo all'oblio, non è bastato un semplice paletto di legno per condannarlo alla fine. Il suo nome è paura, leggenda, garanzia; fonte d'ispirazione continua per film, serie TV, romanzi che spaziano dall'urban fantasy, all'horror, allo young adult. In Twilight i vampiri luccicano, in Van Helsing volano e fanno coreografie nel cielo, in Dario Argento non si sa cosa facciano esattamente... Ridere o piangere? Dopo la pessima, ridicola, inutile trasposizione firmata dall'acclamato regista di casa nostra - che ormai non azzecca un film dai primissimi anni '90 - il 2013 ci ha proposto la stessa storia, in una nuova salsa. O forse no. Il serial della NBC - debuttato lo scorso 25 Ottobre in America, e a marzo finalmente da noi, su Mya - è una rilettura originale, ma rispettosa, raffinata e perfettamente consapevole del capolavoro dell'orrore di Stoker. Un reboot non indispensabile, ma che garantisce un intrattenimento pieno di charme. Ambientato in una Londra magnificamente ricostruita nei dettagli, all'alba della Belle Epoque, vede il promettente Jonathan Rhys-Meyers vestire i panni che, in passato, sono stati di Gary Oldman, Gerard Butler, Cristopher Lee... Il suo Dracula è bello, carismatico e, risvegliato dal suo lungo sonno durante il boom economico, s'inserisce immediatamente nell'alta società, tra le sottane delle dame più belle e i congressi degli industriali più spietati. Convincente, nuovo, eppur nostalgico, è una creatura oscura e romantica, con tocchi di Dorian Gray e altri del Grande Gatsby. Viene mostrato come un inventore e un pioniere, come un genio del male, come l'eroe dannato e romantico che, attraverso i secoli, ha inseguito l'amore della sua vita. Mina. Strappatale ai tempi dell'Inquisizione, secoli e secoli dopo, rivive nelle vesti di una giovane studiosa, con la passione per la medicina, un'amica inopportuna, un fidanzamento imminente con un ambitissismo scapolo. L'incantevole Jessica De Gouw, con il suo sguardo limpido e le sue labbra spesso imbronciate, è una bellissima Lady ottocentesca e un'inconsapevole calamita per i guai. L'aitante Oliver Jackson Cohen è il suo Jonathan Harker - personaggio viscido e dagli inediti lati oscuri - e la Katie McGrath di Merlin, bellissima anche in versione bionda, è una Lucy frivola, tentatrice, passionale. La sua segreta attrazione sessuale verso Mina riempie di pepe la storia, diciamolo. Stesso discorso per la sorprendente Victoria Smurfit: una sexy e spietata cacciatrice di vampiri, finita nel letto e nella rete dello sfuggente Principe delle Tenebre. Personaggio pieno di carattere, anche se intontito da una lussuria che, forse, è anche amore. Degni di nota, inoltre, gli stravolgimenti dei personaggi di Van Helsing e Renfield. Il primo, interpretato dallo stesso Thomas Kretschmann che fu Dracula per Dario Argento (povero!), è uno scienziato matto mosso da una furiosa sete di vendetta; il secondo - Nonso Anozie - è un imponente e fedele omaccione, un po' confidente, un po' bodyguard, un po' migliore amico. Dopo primi episodi che stentano a decollare, nella seconda metà, la serie si conferma alquanto valida e il finale di stagione, semplice, ma denso, vale la noia leggera del pilot. Grande cura, bei cambiamenti, cast affiatato, storia senza tempo. Nulla di memorabile, ma, nel complesso, godibile. Confido, se mai ci sarà, nella seconda stagione. (7)

Quando si parla di Tim Burton, difficile scegliere quale sia il film da lui diretto che preferisco. Edward di forbice è ormai un classico, Sweeney Todd è uno spettacolo per gli occhi e le orecchie, Big Fish è il suo autentico capolavoro, Il mistero di Sleepy Hollow è una grande perla dark. Proprio quest'ultimo, con la sua atmosfera fumosa e i ricchi scenari, gli abbellimenti vagamente barocchi e una violenza spesso lasciata all'immaginazione, è uno dei film più suoi. Uno dei pochi film di cui non mi stanco mai, sicuramente. Oltre al nome, la recente serie TV e il raffinato horror di Burton non hanno nulla in comune. Prendono spunto dalla stessa leggenda, dallo stesso incubo, ma percorrono strade opposte. Si capisce sin dal pilot del serial: poco violento, con atmosfere belle ma decisamente meno memorabili, avventuroso, simpatico. Sleepy Hollow, infatti, è una paranormal alla Supernatural, con indagini varie, crudeli super-cattivi e due protagonisti affiatati, convincenti, divertenti. Loro sono l'attrazione di un telefilm che si lascia seguire sempre, ma con scarso entusiasmo, alla fine dei conti. Le aspettative iniziali, dopo un po', sono andate scemando e, dopo una pausa di riflessione, ho recuperato gli episodi mancanti e ho finito di vedere la prima stagione. Carinissima, sebbene di nuovo proponga poco. Fortunatamente, gli episodi che la compongono sono ben pochi e il rischio di annoiare e di cadere in una fastidiosa monotonia di fondo non si corre mai. La parte iniziale è affascinante, quella centrale meno, ma nel finale sa stupire, con qualche piccolo colpo di scena e qualche battutina particolarmente riuscita. Come i fratelli Winchester, i protagonisti combattono mostri, fantasmi, demoniache presenze e, tra esorcisimi e case infestate, portano lo spettatore indietro nel tempo e in orrorifiche dimensioni. Ichabod Crane e la detective Abby Mills sono la strana coppia di questo più che discreto intrattenimento. Lei, con un passato traumatico alle spalle e una sorella in manicomio, scopre di essere la chiave di grandi e inquietanti misteri. Lui, con un favoloso accento inglese e i vestiti d'epoca, è una sorta di consulente sui generis, sbucato letteralmente dal passato. Sua moglie era una strega e ha mantenuto il suo corpo vivo e la sua mente vigile, affinché potesse combattere un nemico che seminava e semina morte. Un cavallo dagli occhi di fiamma, un'ascia infallibile, la precisione di un cavaliere spietato. L'amicizia tra i due protagonisti fa sorridere, come fanno sorridere i tentativi di Ichabod di inserirsi nella società odierna: non è disposto a dire addio ai suoi pantaloni attempati per un paio di fastidiossissimi jeans aderenti - sono il segno che l'Apocalisse è vicina, per lui! - ma gli Iphone lo attirano parecchio, per essere un reperto vivente da museo. (6)

C'erano incertezze sul ritorno nei palinsesti americani della serie TV The Carrie Diaries: io, di incertezze, non ne avevo. Leggerezza, un tocco di buonismo, zero sesso, tanto della "city". Tutto quello di cui c'è bisogno in una serie per adolescenti della The CW: come la formula produttiva del noto marchio americano prevede, inoltre, attori freschi, giovani, belli. Adolescenti senza apparecchio, senza brufoli, senza grossi conti in sospeso con madre natura. La sceneggiatura era credibile, il cast altrettanto. Cosa faceva borbottare molti spettatori? The Carrie Diaries era il prequel del notissimo Sex & The City. E qui il sesso non c'era, non c'erano le quattro amiche di New York al completo, non c'era la novella Sarah Jessica Parker che tutti aspettavano. Con un'antipatia assoluta verso la Parker e la sua faccia sempre più di plastica, del tutto ignaro dei meccanismi della famosa serie della HBO, senza criteri di paragone, avevo potuto apprezzare decisamente la prima stagione: di aspettative non ne avevo, dunque non ero stato deluso. Un'altra serie, giunta velocemente e a sorpresa, si è da poco conclusa. Come mi è sembrata? Nel bene e nel male, perfettamente in linea con la prima: romantica, ironica, alla moda, immersa nel cuore coloratissimo degli anni '80. Si aggiunge un lievissimo tocco di sensualità - la protagonista perderà la verginità, ad esempio, e gli spettatori faranno la conoscenza di una sua amica molto vispa - ma il target iniziale resta. E' un intrattenimento da bollino verde, questo, in cui con garbo si affronta un po' tutto. Forse con un po' troppo garbo, magari con un po' troppa velocità. Argomenti gravosi come l'AIDS e altri attuali come l'outing sono eccessivamente all'acqua di rose; edulcorati. Ho avuto l'impressione che avrebbero meritato maggiore attenzione questi ultimi rispetto all'iniziazione sentimentale della giovane protagonista. Protagonista che, come nella prima stagione, ha il volto, i capelli biondissimi e il sorriso da angelo dell'incantevole Anna Sophia Robb: uno splendore di ragazza, con pochissimo in comune - nulla - con la Parker. Fortuna delle fortune, aggiungerei! Accanto agli amici di sempre - impegnati con la scuola e il college, l'amore e le svolte più inattese - il solito Austin "Sebastian" Butler e una piacevole new entry, non molto new: si tratta di una giovanissima ed inedita Samantha Jones - Kim Cattrall, nella serie originale - con il volto di Lindsey Gort. La somiglianza tra le due è impressionante davvero, anche se la Samantha degli anni '80, per quanto espansiva e audace, non ha la stessa focosa passionalità di quella adulta: il lato positivo, però, è che, tutto sommato, scuote un po' il torpore da principessa in cui Carrie era solita vivere, negli episodi precedenti. Non imperdibile, ma piacevolissimo. Quaranta minuti che volano, tra le poche ombre e le tante luci dello skyline newyorkese. (6,5)

Era partito nel migliore dei modi. Alla perfezione. Un cast immenso, dialoghi pieni di umorismo nero, violenze efferate, magia per adulti. American Horror Story: Coven era una delle serie TV che avevo atteso per tutto il 2013. E le attese erano state ripagate non alla grande, di più. Dopo le case infestate e i manicomi, il geniale Ryan Murphy aveva deciso di condurci in una Hogwarts non censurata. Una villa piena di donne e cattiverie, in cui esplorare tutto il fascino seduttivo e distruttivo della stregoneria: da Salem a New Orleans, dal passato al presente. Pilotati da due grandi mattatrici del grande e del piccolo schermo - Jessica Lange e Kathy Bates - i primi episodi erano favolosi. Macabri, scorretti, intrisi di sangue e sortilegi. Dopo la pausa natalizia, tuttavia, ritornando col nuovo anno, il telefilm ha dato il peggio di sé. Personaggi che morivano e resuscitavano senza un perché, come in un episodio dell'Antico Testamento o, peggio ancora, di Beautiful, scene da musical al limite del trash, inspiegabili mattanze gratuite. Situazioni mal gestite, protagonisti pieni di crepe, trame piene di falle. Ho atteso il finale di stagione pieno di speranze, fiducioso nei soliti colpi da maestro che, nei suoi tre anni, American Horror Story ci ha saputo spesso regalare. E invece niente. Dopo i titoli di coda, ho saputo che tutto era finito e che quel tutto non mi era piaciuto. Il finale di stagione, infatti, presenta errori imperdonabili e, anziché giocarsi le carte migliori, stupisce mostrando un po' del peggio. Molte trovate, infatti, non hanno completamente senso e accentuano ancora di più l'impressione che questa stagione sia stata costellata di più buchi (narrativi) di una forma d'Emmental stagionato. Grandi personaggi liquidati così, tanto per snellire il cast. Prove che causono grotteschi effetti tragicomici - personaggi morti infilzati su un cancello, nemmeno fossero parte di uno stormo di piccioni kamikaze; altri ridotti in polvere, senza pathos alcuno; altri - potentissimi come uragani - uccisi in una stupidissima colluttazione fisica con una sorta di ameba vivente. Si ride, più che nel resto degli episodi, in una pessima conclusione per una pessima serie, ma di un ottimo e valido prodotto. Peccato immenso. Indubbiamente notevoli la consueta raffinatezza stilistica e i virtuosismi di molti membri del cast, penalizzati da copioni pieni di idiozie. Soprattutto la Bates, trasformata da sanguinaria assassina a idiota senza speranza in un episodio solo. Grande conferma Jessica Lange, ormai scoppiata la coppia Peters-Farmiga, sorprendente la giovane Emma Roberts - una delle attrici più brave della sua generazione, per un personaggio piacevolmente detestabile. Asylum resta il capolavoro, per questo Coven che oblio sia. (5)

sabato 1 marzo 2014

Recensione: Geek Girl, di Holly Smale

Solo perché ho molti libri su cose che nella realtà non esistono, non significa che io sia fuori dal mondo. Sono dentrissimo!

Titolo: Geek Girl
Autrice: Holly Smale
Editore: Il Castoro
Numero di pagine: 324
Prezzo: € 15,50
Sinossi: Harriet Manners, quindici anni, ha una vera passione per le liste, gli schemi e le definizioni, ha un quoziente intellettivo fuori dal comune e mangia pane tostato solo tagliato a triangoli. In generale, si sente come un orso polare nella foresta amazzonica. Sarà per questo che tutti a scuola sembrano odiarla? Quando nel modo più imprevedibile viene selezionata da una prestigiosa agenzia per modelle, Harriet afferra l'occasione al volo: è il momento di cambiare! Anche se questo significa rubare il sogno della sua migliore amica e precipitare in un mondo vertiginoso fatto di set fotografici, vestiti incomprensibili e tacchi molto, molto pericolosi. Fra cadute rovinose, colleghi affascinanti e viaggi segreti lontano da casa, l'imbranatissima Harriet scoprirà che la vera sfida è una sola: capire ciò che conta davvero
                                       La recensione
Mi sento un po' come Sam nel Signore degli anelli, un attimo prima che Frodo tiri l'anello nelle fiamme del Monte Fato. Ma senza quell'atmosfera magica. E con i piedi un po' meno pelosi.” Raramente mi è capitato di commuovermi per un libro. Raramente mi è capitato, davanti a un libro, di ridere dalla prima all'ultima pagina. Oddio, sì, mi è capitato, ma per le ragioni più sbagliate. Non parlo, infatti, di un libro di barzellette sparse, né degli scritti di una Luciana Littizzetto a caso. Soprattutto, non parlo di un libro esilarante per la sua idiozia generale: quelli sono i peggiori, ma, per farsi due risate, sono i migliori in circolazione. Davvero. Ridicole acrobazie sessuali, linguaggio da dispensatore ambulante di parolacce, atroci freddure sparate a bruciapelo, errori, orrori. E dappertutto. Il romanzo di Holly Smale, sbucato dal nulla, con la sua copertina così gioiosa e colorata e quel titolo così diretto che è tutto un programma, mi ha fatto ridere – e tanto, tanto - ma per le giuste ragioni. E' il tipico romanzo su cui spendere parole superflue non è necessario. Importa sapere pochissimo, il giusto. E' simpatico, scorrevole, frizzante, con un intreccio un po' Disney e una protagonista un po' (tanto) maldestra. E' carinissimo, e cos'altro conta, quando si ha bisogno di allegria e spensieratezza? Non importa se la storia non sia delle più probabili: importa come viene raccontata, in questi casi. Tanto – in materia di young adult – tutto è già stato detto, tutto è già stato scritto. E Harriet Manners, la protagonista, è una strepitosa voce narrante: quindici anni, una testa piena di formule matematiche ed informazioni altamente inutili, gli interessi e gli hobby di una secchiona senza speranza di riscatto - passata dal laboratorio di scienze alle passerelle in un colpo solo, se si vogliono tralasciare, ovvio, gli scivoloni, e le gaffe, e i disastri epici trasmessi in mondovisione. Lei è una geek: la sua acerrima nemica da quando aveva cinque anni è stata così gentile da scriverglielo, con un pennarello indelebile, sullo zaino. Lei sa di esserlo, e ne va anche fiera. Nella sua stranezza ci sguazza, come una trota salmonata felice, lontana dal nostro forno, dalle pescherie e dalle ricette lampo di Cotto e Mangiato. Impreca nominando invano i sacri frollini al burro, ha una stalker preferito che ha la saggezza di Yoda e un nascondiglio d'eccezione nei cespugli del suo giardino, un quoziente intellettivo altissimo. Il suo posto preferito è la lavanderia a gettoni dietro casa: non proprio il luogo più esotico e pittoresco che ci sia, vero. Lì tutto è limpido e lei, con la testa appoggiata all'asciugatrice che borbotta e strepita, pensa che basti del sapone liquido, un po' di ammorbidente, il profumo genuino dei panni appena lavati per cancellare via il male dal mondo. Ama gli schemi, le liste, i post-it gialli. Tiene minuziosi schedari delle persone che la odiano e diagrammi a torta sulle bugie da tenere bene a mente. Appunta in segreto i suoi sogni, ma non li condivide con gli altri: troppo strani. Diventare una modella, invece, è una cosa da ragazze: un sogno normalissimo, per la quindicenne media. Peccato non sia il suo, ma quello di Nat, la sua migliore amica, che – da quando ha tipo dieci anni – ha rinunciato ai carboidrati e alle calorie in eccesso, sperando di calcare, un giorno, le passerelle più importanti. Ma il destino arriva quando non lo cerchi e la fama ti trova sempre, anche se hai fatto di un tavolo un improvvisato nascondiglio per non farti vedere. Sotto un tavolo lei conosce Nick – il “Ragazzo Leone” – e scorge le bizzarre scarpe pitonate e a punta di Wilbur: la versione maschile, più o meno, della Fata Madrina di Cenerentola. 
Il primo, un giovane modello che le fa venire gli attacchi di panico e fa schizzare alle stelle il suo personale contatore di figuracce; il secondo, un aspirante pioniere dell'alta moda che, con tutta la medesima naturalezza con cui un uomo di mezza età possa indossare un cappello a cilindro rosa, si rivolge ad Harriet chiamandola coi soprannomi culinari più vari: pasticcino, succosa pesca caramellata, fondo di melassa e altre amenità simili. Lui e i vocaboli che conia sembrano usciti in massa da una puntata in rosa del Boss delle Torte, ma Harriet ha il nome di una testuggine centenaria: non può lamentarsi troppo. Ho apprezzato moltissimo l'attenzione che l'autrice riserva ai suoi personaggi secondari: gli adulti della storia. Adulti - parola che, quando hai quindici anni, sta ad indicare orchi cattivi ed egoisti, nemici giurati dell'adolescenza, marziani approdati da un mondo di fumo e noia, ma non in questo Geek Girl. Di Harriet mi sono piaciuti il suo non fare drammi inutili, la sua assoluta leggerezza, la sua comica presenza. Le descrizioni piene di ritmo e ironia di modelle magre come grissini, compagne di classe invidiose, adulti piccoli e insicuri come bimbi all'asilo che, con fulminanti battute e toni scemi, mi diventano, nell'arco di poche pagine, memorabili creature mitologiche. Una matrigna premurosa e responsabile, che ha un debole per i tailleur eleganti, le cause giudiziarie e vasetti di marmellata, purché siano di pesche e fragole, non di mele avvelenate; una stilista dal nome impronunciabile che, nel suo metro e mezzo, è un concentrato di malignità e accidia, a metà tra Miranda Priestley e l'epica Edna degli Incredibili; un papà - molto entusiasta per le ammicanti avance del gaio Wilbur, tra l'altro - a cui la spumeggiante Harriet deve il nome nome della suddetta testuggine centenaria, un viaggio super-segreto in una Russia piena di neve e gatti odiosi, l'esuberanza che le manca. Geek Girl è un piccolo romanzo di formazione su un'adolescente che trova sé stessa nel più impensato dei luoghi. Una ragazza che gambia in nome della moda e che cambia il nome della moda, con i suoi felponi sformati di Winnie The Pooh, le invidiabilissime scarpe con le rotelle incorporate, i capelli biondo fragola – o rosso carota? - e il viso punteggiato di brufoletti e lentiggini. Brufoletti: eufemismo per indicare i crateri vulcanici che, nel giorno di un set fotografico all'ombra del Cremlino, hanno deciso di crescerle sulla fronte, per farla somigliare a un unicorno in lotta contro la pubertà e rendere memorabile la sua entrata in scena. Come se non avesse fatto già il suo, poi, il trionfale ingresso a bordo di una sedia a rotelle: camminare sui tacchi alti, e sulla neve, non è da tutti! La morale è semplice, ma mai banale, e la storia è meno paradossale di quello che sembra: Holly Smale e la sua Harriet hanno in comune tanto, compresa un'adolescenza scandita da sfilate impensate, libri di Tolkien, calcoli ed equazioni. 
Nella biografia dell'autrice, infatti, si racconta come, a quindici anni, sia stata scoperta da un'agenzia per modelle, quando i suoi sogni erano soltanto mangiare cioccolato a volontà, giocare ai videogiochi, rimanere un brutto anatroccolo, ma con una sua personalità, in un lago di bianchi cigni bulimici. Ha conservato la sua voce, ha mantenuto sane e salve le sue origini nerd. Lo mostra in questo suo romanzo d'esordio, e ci farà ridere e riflettere ancora, sono sicuro, nei romanzi che seguiranno a breve. Perché la trilogia di Geek Girl, che appartiene a un genere di cui non conosco il nome, ha un suo perché: le disavventure di Diario di una schiappa, i colori dello chick-lit, la familiarità del più solare tra gli young adult. Non mi divertivo così dall'epoca di Mi chiamo Chuck. Ho diciassette anni. E, stando a Wikipedia, soffro di un disturbo ossessivo-compulsivo. O da The Vincent Boys, che Dio ce ne salvi. Prendetelo, insomma, come il test perfetto per scoprire quanto siete geek da uno a dieci. Io ho gli stessi identici occhiali del disegno in copertina, ma non so fare le bolle con la gomma da masticare o risolvere equazioni dall'aria piuttosto minacciosa e complicata. Ma, come Harriet, penso che i palazzoni russi abbiano la forma di tanti coni gelato, trovo rilassante il rumore di lavatrici e lavastoviglie in funzione, mi vesto affidandomi non al gusto, ma alle poche cose non chiazzate di dentifricio che riesco a trovare nel mio misero armadio. Harriet, sposiamoci. Sono uno geek. Ma si dirà “uno” geek o “un” geek, comunque? Domanda molto geek, già. “Il cuore umano ,a riposo, ha da sessanta a novanta battiti al minuto. Il cuore di un porcospino, nelle stesse condizioni, batte trecento volte. Sto per trasformarmi in un porcospino.”
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: P!nk – Blow Me (One Last Kiss)

giovedì 27 febbraio 2014

Recensione: Utopia. Multiversum, di Leonardo Patrignani

Ciao a tutti, amici? Allora, come state? Finalmente, sono libero: ieri, ufficialmente, si è conclusa la sessione invernale e, per fortuna, nel migliore dei modi possibili. La libertà, però, sarà breve: il cinque si ricomincia con le lezioni. Intanto, leggo. Intanto, scrivo qualche post. Oggi, sono qui a parlarvi dell'ultimo romanzo di una trilogia che ho amato molto: una saga italianissima, firmata dal nostro Leonardo Patrignani. Dopo le sorprese di Multiversum e Memoria, questo Utopia non mi ha entusiasmato quanto pensassi. Ricordate, il mese scorso, la recensione su Requiem, di Lauren Oliver? Nelle linee generali, mi trovo in una situazione altrettanto difficile, altrettanto simile. Ovviamente, in questa occasione, giudicherò questo specifico volume, non l'intero percorso, che è a dir poco notevole. Vi invito a leggere la mia recensione, per capire cosa cerco di dirvi. Oltre a cenni vaghissimi sui precedenti, non sono presenti spoiler. Ringraziando Leonardo e l'ufficio stampa Mondadori, vi saluto tutti e vi auguro buona lettura. Un abbraccio, M.
C'è qualcosa, in me, che forse c'era anche all'inizio dei tempi e ci sarà alla fine. E' una luce che splende dentro di me. Forse è una luce che splende dentro ognuno di noi, ma non tutti sono in grado di vederla.

Titolo: Utopia – Multiversum
Autore: Leonardo Patrignani
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 390
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 25 Febbraio 2014
Sinossi: Quella in cui Alex, Jenny e Marco vivono da diciotto anni è una realtà confortevole, una nuova vita lontana dal drammatico ricordo del 2014, sepolto nelle loro anime. Ma il rifugio sicuro in cui sono cresciuti è solo una delle infinite facce del dado, una delle molteplici realtà del Multiverso. Altrove, i loro corpi sono invecchiati e il mondo si trova sotto la nefasta guida di qualcuno che teme il loro potere. Hanno attraversato le dimensioni parallele, hanno varcato i confini del tempo scavando nel passato. Il senso del loro viaggio sta per svelarsi. La loro memoria è l'ultima speranza rimasta.
                                                  La recensione
Sono seduto a una scrivania che un tempo è appartenuta a qualcun altro, ma davanti al portatile che è sempre stato mio. Ero al computer anche allora, ero seduto anche allora: in questa recensione parlerò di ciò che è rimasto uguale e di ciò che è cambiato. E' giusto così. Era il 2012 e non era ancora primavera. Il mio blog aveva un mese di vita appena e lettori che, quasi, si potevano contare sulle dita della mano. Ero sbucato dal nulla, insieme al nuovo anno, con un angolino virtuale in cui non credevo, fino in fondo, neppure io. Avevo fatto amicizia, quindi, con tutti i nuovi arrivati, un po' come si fa all'università. L'ambiente sembra inizialmente ostile, estraneo, ma poi ti guardi intorno e riconosci nelle parole di un altro, nello sguardo di un altro, le tue stesse paure, le tue stesse incertezze, i tuoi stessi complessi d'inferiorità. Dubbi, dubbi ovunque: quelli che ci accomunano e non ci rendono mai soli per davvero, quelli che ci fanno stringere belle alleanze, quando abbiamo bisogno, be', di dubitare tutti insieme - con compagni d'avventura salpati per un viaggio talora salvifico, talora incerto. Con compagni di dubbi. Tra questi aspiranti avventurieri, tra questi naufraghi persi con la testa tra i libri e i pensieri nella rete, autori esordienti, qualche volta. Autori pubblicati, autori in attesa di pubblicazione, autori spaventati dalla parola autore: poca spavalderia, grande fragilità. 
E' stato allora che ho conosciuto Leonardo Patrignani e ho scoperto il Multiverso: mia la fortuna di pubblicare la prima intervista, mio il tempismo perfetto di pubblicare per primo – e per ben due anni di seguito – le recensioni dei suoi romanzi. Capirete che, sentimentalmente, sono molto legato a questa trilogia. Ci ho tenuto e ci tengo ancora. Non posso parlarne senza pensare a quel Michele che, in una dimensione parallela, ha ancora diciassette anni o a quel Leonardo che, prima che il dado mostrasse una nuova faccia, non confidava troppo nella meritata fortuna che, di lì a poco, avrebbe avuto. Non posso scriverne senza pensare all'oggi. Io ho finito il liceo (anche se sembrava infinito), ho già due esami nel mio curriculum universitario (anche se non ci speravo), sono andato leggermente lontano da casa (anche se pensavo di non avere abbastanza coraggio). Leonardo Patrignani, nel frattempo, si è sposato, è diventato due volte papà, ha completato la sua trilogia e ha venduto i diritti di Multiversum in non so quanti paesi: parecchi, quello è certo. Sono certo anche di un'altra cosa: avete imbrogliato, ammettetelo. Lo so, perché lo faccio sempre anch'io: un'occhiata alle stelline assegnate alla fine, poi un'occhiata al resto. L'ultima cosa che un recensore appunta, ma la prima a cui l'occhio corre: è naturale, è una cosa da lettori. Proprio come non prendere mai il primo romanzo della pila, in libreria; proprio come controllare, prima di iniziare a leggerlo, la lunghezza dei capitoli, la grandezza del font, il numero complessivo di pagine. Tre stelle: voto sicuro; voto che amo e non amo. Ce ne sono di due tipi, per l'esattezza: le tre stelle di quei libri che sono così, carini e basta, e quelle che trasmettono una certa amarezza, indicando il mancato raggiungimento – alla fine – di un obiettivo che davamo come certo, assodato. La valutazione di Utopia, nel bene e nel male, lo rende parte della seconda categoria di romanzi. Nel bene, perché non è uno di quei romanzi piccini, che definisci carini in mancanza di altre parole. Nel male, perché mentre Multiversum e Memoria hanno saputo entusiasmarmi, quest'ultimo l'ha fatto di meno. Forse la verità è questa: quando una storia ti piace, quando una storia la aspetti, nella tua testa la immagini come puoi e vuoi, in attesa di scorgerla sullo scaffale di una libreria o nella buca della posta. La scrittura di Patrignani è cinematografica. Crea immagini, e le immagini parlano. C'è ritmo, concitazione, e i capitoli sono sequenze e sottosequenze. Il passato e i ricordi sono come vivide visioni. Mi è mancato, perciò, qualche sano momento di stasi narrativa. Una pausa per pensare. Una bolla – nel tempo – in cui rifugiarsi per raccontarsi un po'. Stilisticamente c'è stato un assestamento: ho letto più convinzione, più fiducia; passaggi che univano l'acerba freschezza del primo romanzo ai toni più ispirati e poetici del secondo. I ritmi sono vertiginosi, da action movie: una sosta nell'intimità dei protagonisti non è quasi mai concessa. Gli intrecci di voci rompono le dighe, il liquido della vita straripa e annienta gli argini, lo tsunami non puoi contenerlo in un bicchiere di vetro. Ripensi a com'era all'inizio e a com'è ora. Tutto è cambiato, tutto è cresciuto, invecchiato; tutto si è complicato. Questo, nello specifico, valeva principalemente per il bel Memoria: cervellotico, machiavellico, ispirato da scienza e immaginazione a momenti alterni. La storia appartiene talmente tanto a Leonardo che in essa converge tutto ciò che gli piace, tutto ciò che conosce, tutti ciò che lo affascina. E' diventata altro da quel che era, perciò. Muore e rinasce. Vive mille storie, mille imprese, mille vite. Mancano tutti i modi in cui ama o ha amato, secondo me: l'amore di un padre, di un figlio, di un compagno di vita o di un migliore amico li ho percepiti assai debolmente. Eppure Multiversum aveva proposto, inizialmente, una storia d'amore tra l'talia e l'Australia. Si basava su un appuntamento e su una ragazza che non c'era. Non per il ritardo di treni, tram, taxi: la vita era arrivata tardi, la morte presto. Troppo. Jenny era al di là dello specchio. Viva, ma in un altro altrove, in un altro mondo. Lei e Alex erano i protagonisti, erano giovanissimi, si volevano bene come si vuole bene chi pensa di avere tutto il tempo del mondo. Tra Milano, Melbourne e Barcellona, il romanzo di Patrignani era un'autentica novità... già un passo nel futuro. Era il 2012, eppure parlava del 2014: sopravvissuti all'apocalisse Maya, i lettori erano stati spettatori di una nuova catastrofe scoppiata nel cielo, sul Duomo, la Sagrada Familia, Altona Beach. Jenny ed Alex erano diventati i novelli Adamo ed Eva di un nuovo, distopico Eden, ma anche personaggi secondari. Marco, invece, si era scoperto, da semplice comparsa, protagonista assoluto. E in una dimensione parallela potremmo esserlo anche noi; passare da nerd a re del ballo, o – meglio – da nerd ad aspiranti salvatori del mondo. 
Salvati dal mare, salvati da Marco, Alex, Jenny e mucchi di cose preziose. Cose antiche. Il mare ha custodito persone, oggetti, manufatti. Non la musica. A Gea è toccato in sorte un futuro senza musica e un avvenire senza speranza, in cui il Benessere è una gabbia, la scienza è un'arma, i media un'arma di distrazione di massa. Utopia parte da lontanissimo. Tutti hanno fili grigi tra i capelli, rughe sul volto, piaghe nell'anima. Vessati dai segni del tempo, loro che l'hanno esplorato, esaminato, temuto. Loro che l'hanno perfino venduto. Camminano lungo un labirinto di infinite direzioni, che fa tappa per le distopie “minimal” di Lois Lowry, i faticosi viaggi e le omeriche peregrinazioni di una parabola sacra, lo spionaggio. Contenitori di storie, esperienze e ricordi da strappare via come organi vitali, i personaggi esplorano anni che non puoi contare e che non potrai vivere, nemmeno se l'immortalità ti avesse benedetto. All'inizio li conti sulle dita. Un anno, due anni, tre anni... poi nemmeno due mani bastano più. Le linea del tempo, come un tatuaggio nella memoria, continua a snodarsi nella tua testa. Quella raccontata nella trilogia è una storia lunghissima, sterminata, apparentemente senza controllo. Una storia che, quando si scopre più concreta, quando abbandona “l'iperuranio” per la terra e l'astratto per il concreto, si fa anche più imperfetta. L'ho trovata composta da due parti nette, questa volta. La prima è permeata da una lieve confusione che avvince, intriga, ipnotizza. 
Ha, infatti, quel qualcosa di misterioso che ti spinge a farti tante domande, a chiederne ancora e ancora. L'ho preferita di gran lunga, anche se, pure io che con la fantascienza non ho molta familiarità, qualche forzatura di troppo e qualche falla l'ho individuata. Nella seconda parte, invece, le nebbie iniziano a diradarsi, il quadro ad apparire chiaro. E' stato allora, quando la verità era lì, a un passo da me, che ho capito cosa voleva dire Lessing. L'attesa è piacere. Quel velo sottile e invalicabile è affascinante. Quel fumo magico, soffiato generosamente negli occhi, ti brucia e ti seduce. Oltre il fumo, non ho trovato quello che aspettavo. Ci avevo pensato per un anno esatto, e scoprire che la soluzione era molto più ovvia, semplice, immanente di quanto pensassi è stato un grande e sonoro “ma”, dopo due libri che avevo consigliato e lodato senza riserva. Mi aspettavo il meglio. Qualcosa che fosse il meglio per il sottoscritto, almeno, che scrive dall'alto – o dal basso - del suo personale punto di vista. Una conclusione da fuochi d'artificio in cui, lontano da dimensioni deformate, reiterate, dispersive come in una sala degli specchi, tutto il molteplice avrebbe trovato l'unità sperata. Come in Cloud Atlas, ad esempio. Tante vite, tanti episodi, destinati a incrociarsi in un finale emozionante, forte, indimenticabile. Il capitolo conclusivo debole non lo è stato, effettivamente, ma non ho apprezzato molto il modo in cui ci sono giunto. Alcune dimensioni non ne sfiorano altre, alcune vicende si accontentano di rimanere a sé stanti. Ci sono piani e livelli che non si toccano. Né delicatamente, con una carezza contro lo spazio e il tempo, né con l'improvvisa irruenza di un terremoto che li porta alla definitiva collisione. 
di Roberto Oleotto
Ho capito poco del Multiversum, meno ancora dei suoi personaggi. Tratti essenziali, una linfa vitale poco potente. Dovrebbero essere tra le persone più interessanti del cosmo, dopo tutto ciò che hanno vissuto sulla loro pelle, ma invece sono statici. Hanno un cervello che lavora come una macchina perfetta, ma il loro cuore è sordomuto. Non mi sono legato a loro e, anche nelle situazioni più toccanti, non li ho sentiti vicini. Distanti tra loro, lontani da me. Utopia, nell'ultima parte, diventa un film d'azione e loro diventano i personaggi di un film d'azione, debitamente messi in ombra quando a essere richiesti sono la forza fisica, il coraggio, la tenacia. Intervengono, allora, nuovi comprimari, dei quali ho trovato poco astuta, personalmente, la scelta dei nomi e, in alcuni casi, il loro stesso inserimento. Sono intagliati con poca cura, fungono talvolta da evidenti espedienti narrativi, fanno sì – involontariamente - che l'attenzione sui vecchi Jenny e Alex vada scemando ulteriormente. I più deludenti, forse, sono gli antagonisti. Mi hanno ricordato i villains di 007 – stesse smanie, stessi moventi, stessi momenti. Tutti neri, tutti cattivi, tutti senza sfumature, in una dimensione distopica che nemmeno l'essere ormai adulto di Patrignani riesce a colorare con riferimenti all'attualità o con tonalità non contemplate già negli altri libri di un genere – il distopico – che ormai, per me, è a digiuno di novità. Anche Marco, insieme al suo nome originario, ha perso una certa dose di carisma e genuinità, ma ad avere la peggio è la coppia già citata. Dopo tre libri, dovresti sapere come sono fatti, perché si amano, quanto si amano, cosa pensano l'uno dell'altra, con quali gesti dimostrano il loro sentirsi anime gemelle. A dirci che tra di loro c'è una storia d'amore è la diretta voce dell'autore, ma di quel mancato appuntamento sul molo – due libri fa – resta solo il romantico ricordo. 
Che il romanticismo non fosse tra gli obiettivi di Patrignani l'ho capito dall'inizio, ma una storia tra essere umani e una storia pubblicata dalla collana Chrysalide – che, oltretutto, ha un target spiccatamente adolescenziale – dovrebbe avere una giusta componente sentimentale. Se non altro, per far scattare il brivido davanti a quell'ultima paginache segna la fine di un percorso bello, ma non esente da alcune (im)previste instabilità. Mi piace pensare di aver fatto un po' da baby sitter – passatemi la metafora – a questa serie e Utopia è sinceramente il più debole tra i figli d'inchiostro dell'autore. Quello che avrebbe avuto, forse, bisogno di più tempo, cura, attenzioni. Io non amo gli addii. Non amo quasi mai come mi dicono addio, e non l'ho fatto nemmeno questa volta. Perchè ogni ritorno a casa vuol dire sempre lasciarsi persone care alle spalle e perché – a volte – manca quella carica emotiva che renda l'addio dei più indimenticabili e sentiti. Quella di Patrignani era una storia potenzialmente infinita, grazie a una teoria che – tra scienza, superstizione e fede – affascinava e scavalcava muri di limiti e mari di allettanti supposizioni. Ma doveva avere una fine, sì, e, francamente, ho percepito una certa fretta. Come se il treno volesse raggiungere la sua meta nel minor tempo possibile. Senza curarsi della gente rimasta indietro, col biglietto già obliterato in mano, o dei ritardatari che, invano, tentavano di richiamare l'attenzione del capotreno, dall'esterno, e di fermare ciò che era ormai in movimento continuo. Leonardo ha regalato tante vite ai suoi personaggi, non il tempo. La storia è guidata dai fatti, non dalle persone che la popolano. E' solo il Multiverso ad avere vita propria. Una saga composta da tre libri, questa, in cui è possibile individuare, per ampi tratti, una bellissima crescita di fondo. Nonostante tutto, messi puntigliosamente in evidenza i problemi ora grandi e ora piccoli dell'ultima tappa, non posso fare a meno di consigliarne la lettura. Sia per quello che ha significato per me, sia per l'audacia e l'assoluta originalità delle tematiche trattate. Era materiale completamente nuovo, ma anche potenzialmente esplosivo. L'ultima tappa del viaggio non mi ha pienamente soddisfatto, ma non significa che non ne sia valsa pienamente la pena. Un libro è fatto di scelte e, questa volta, si ci affida maggiormente alla memoria del cervello che a quella del cuore. La più duratura, tra le due solo, solo il tempo saprà decretarla.
L'errore comune a tante saghe è uno solo: sapere come hanno inizio, non sapere come finiscono. Leonardo Patrignani, invece, è lucido, metodico; segue il flusso e lo doma. Avrei preferito, tuttavia, se qualche volta si fosse perso anche lui. L'avrei apprezzato anche di più se, davanti a un tentennamento, si fosse affidato alle sue creature e pensato: “Vediamo che mi dicono; vediamo dove mi portano. Ascoltiamo e basta.” Perso lungo un crocevia di tempi, ere, esistenze, in un infinito viaggiare che più si scopre spericolato, più si rivela improvvisato, più si manifesta meraviglioso.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Within Temptation – Utopia 

sabato 22 febbraio 2014

Mr Ciak #29: Saving Mr Banks, 12 Anni Schiavo

Buongiorno a tutti, amici! Rieccoci con un nuovo appuntamento di Mr Ciak, ancora una volta “da Oscar”. Vi parlo, infatti, dell'atteso 12 anni schiavo che penso vincerà il premio come Miglior Film, e anche meritatamente – e Saving Mr Banks, in lizza soltanto per la Miglior Colonna Sonora. Due film certamente da vedere, ma dei quali – per semplicissime motivazioni personali – ho premiato Saving Mr Banks con un mezzo voto in più: perché già l'ho visto due volte e perché, dopo atrocità come Beverly Hills Chihuahua e sequel, la Disney torna a produrre, FINALMENTE, un film che resterà impresso. Nell'altro caso, la regia di McQueen è al limite della perfezione e Fassbender – diretto competitor di Jared Leto – è magistrale. La storia è importante, le musiche sono importanti e i premi che, mi auguro, vincerà saranno meritatissimi. Ma, avendolo visto ormai un mese fa, in lingua, posso dirvi che l'impressione che sia un film “confezionato” per gli Oscar non mi ha abbandonato: non so. Io continuo a tifare per Her che, con la sua stranezza e il suo essere tanto malinconico, è unico nel suo genere. Buon weekend a tutti e buona Filologia a me! Un abbraccio, M.

Avete presente quando l'unica cosa che volete è sentire qualcosa? Quando vi sentite aridi e svuotati, spenti e morti dentro, e l'unica cosa che chiedete a voi stessi è un'emozione? Una lacrima o una risata, un batticuore... perfino una sanissima, comune tristezza. Tutto pur di tornare a sentire la vostra vita che respira. Saving Mr Banks, per me, è stato questo. Tornare a respirare, tornare a sentire. Uno sfondo bianco, con un uomo e una donna che camminano vicini. Lui tenta di essere persuasivo, lei – con le braccia conserte – è riottosa. Ai loro piedi, le loro ombre. Magiche e perfettamente autonome, come in un cartone per i più piccoli. Le orecchie immense del simpatico Topolino, l'ombrello e la famosa borsa della Mary Poppins di Julie Andrews. Due simboli, due miti, un'infinità di sogni generosamente regalati. Simboli del film per l'infanzia per antonomasia, invenzioni di un signore tutto sorridente, con i baffi impomatati e una casa piena di giocattoli e personaggi fantastici. Questo film racconta i retroscena di uno dei film più amati di sempre, il backstage segreto di un successo impensato, il lungo e assiduo corteggiamento tra Walt Disney e P.L Travers: l'unica donna che, nella lunga e magnifica vita di quel genio, fu così combattiva, avventata e decisa a dargli un sonoro due di picche. A dirgli di no. Ma non si parla di amore, se non in senso lato. L'autrice Pamela Travers era innamorata follemente ed esclusivamente dei suoi adorati personaggi e Saving Mr Banks, raccontando la divertente ed emozionante odissea del buon Walt per portare sullo schermo le avventure della tata più famosa di sempre, fa tappa nel cuore apparentemente di ghiaccio dell'algida scrittrice londinese e nei suoi lontani e sofferti ricordi d'infanzia. Ogni figlio somiglia alla sua mamma e, guardando Mary Poppins e fischiettando familiarmente le sue intramontabili perle di saggezza a mo' di canzone, immagineremo la sua creatrice come una donnina garbata e a modo, vivace e affettuosa. Pamela, dall'inizio alla fine, passando per qualche inevitabile e ben accetto momento di redenzione, è gelida e chiusa come l'Inghilterra da cui proviene: piena di autocontrollo, riservata, rispettosa e desiderosa di rispetto, pungente e con un senso dell'umorismo che sa graffiare. Odia le pubbliche manifestazioni d'affetto, odia la gente che la chiama col suo nome di battesimo, odia il pianto stridulo dei bambini, odia il caldo, odia i cartoni animati. E' uno Scrooge con la gonna antracite, con la fronte perennemente corrugata e un libro, nella biografia, che per lei significava tutto; un'eredità, la redenzione, il perdono. In banca rotta, dopo fastidiosi ripensamenti, decide di volare verso il Nuovo Continente per cedere, finalmente, i diritti del suo prezioso Mary Poppins e, ovviamente, per contrattare. Non ci saranno canzonette, non ci saranno momenti stucchevoli, non ci saranno messaggi ingannevoli: tutto dovrà essere così poco... Disney! Ma quando incontra il creatore di quella fabbrica di sogni, favole e speranze – così affabile, così simpatico, così sconvenientemente gentile, così americano – Pamela comprende. L'importanza della condivisione, la necessità di perdonare sé stessi, l'immortalità che un autore può garantire a un personaggio. Capisce che è possibile salvare il Signor Banks: un padre di famiglia che, tra difficoltà e crisi, aveva incontrato la magia e sposato la pace. John Lee Hancock, autore del riuscito The Bling Ring, con la delicatezza che già conosciamo e la sensibilità che già in passato ha permesso felicissime unioni tra il biopic e il dramma, confeziona un film commovente e completo, esilarante e struggente, attento alle esigenze della ricostruzione storica e a quelle, forse più importanti, del cuore. Grazie a un lavoro di montaggio impeccabile, collega passato e presente con una fluidità che fa impressione e su un Red Carpet che ricorda vagamente quello dell'incipit di Cantando sotto la pioggia fa sì che la Andrews di allora e la Thompson di adesso posino per gli stessi fotografi e calpestino lo stesso tappeto rosso. Emma Thopson, che è troppo perfetta per essere vera: così british, così espressiva, così dinamica, così eclettica. Insieme a lei, nei panni del Signor Disney, un Tom Hanks apparentemente nato per quel ruolo: familiare, caloroso, brillante, intenso. Una nota positiva per un Paul Giamatti particolarmente ispirato, per un Jason Schwatzman stranamente canterino, per un Colin Farrell che – nei panni di un papà fragile e imperfetto – emoziona, con la storia dei bambini che amò e della moglie che non seppe proteggere dal dolore. Parlando della realizzazione di uno dei film Disney più belli, Saving Mr Banks finisce per creare una storia tanto bella, tanto magica, tanto intramontabile quanto lo era quella raccontata dalla Travers. Una commedia anni '50, piacere per l'anima più dei grandi che dei piccini, dai colori pastello e dai toni nostalgici, che anche nello svelare i retroscena della leggenda sa mantenere vivissima e incontaminata la magia. Perché la Disney, oltre a produrre cartoni indimenticabili, ha prodotto anche film indimenticabili. Saving Mr Banks, che ha il regale accento inglese di Pomi d'ottone e manici di scopa, le ispirazioni segrete di Mary Poppins, una bambina triste con il cavallo bianco di Pippi calzelunghe e il cagnolino di Il mago di Oz, potrebbe perfettamente diventare, tra qualche anno, uno di quelli. Lo meriterebbe pienamente. La verità è che non mi emozionavo così da tanto, forse troppo. E che Saving Mr Banks, tra i sorrisi, mi ha profondamente commosso.

L'America si guarda alle spalle, nelle profondità di un passato d'inciviltà e barbarie, e parla di schiavitù. Un grande peccato, una grande vergogna. Lo fa in TV, in un'inedita stagione di American Horror Story in cui stregoneria, razzismo e movimenti civili si mescolano con solita ironia e immancabile violenza. Lo fa al cinema: con Django - “la D è muta” - e il suo nostalgico ritorno al western; con The Butler e la storia di una generazione di camerieri afroamericani vissuti alla Casa Bianca prima dell'avvento Obama. Soprattutto, lo fa con questo 12 Anni schiavo: il film che nessuno aveva visto ancora, ma che tutti acclamavano già. Il film degli Academy Awards 2014. Il tema era importante, il regista era importante e importanti erano le candidature ricevute: l'ultimo film dell'osannato regista di Shame, infatti, figura praticamente in ogni categoria. E' un filmone, ecco perché. Un'odissea tra campi di grano e piantagioni di cotone lunga tredici anni, capace di raggelare e di riempire di meraviglia, di far arrabbiare e di dar, finalmente, un po' di pace. Bisogna essere ciechi per non coglierne la bellezza. Una bellezza che sta in una storia vera, ma che ricorda le migliori pagine del capolavoro di Dumas e qualcosina del nostro caro Collodi, semplice e piena di cose, in cui una sorta di sfortunato Sweeney Todd, imbrogliato dai novelli Il gatto e La volpe di Pinocchio, viene privato dei sacrifici di una vita, della sua amata famiglia, della sua dignità di essere umano, della sua libertà. Le atmosfere, tuttavia, non sono ansiogene o soffocanti. La macchina da presa sfida le fronde secche dei campi e la schiuma delle onde e, grazie a una fotografia magnifica, incanta con colori da dipinto e con piani sequenza che, a volte, scioccano, altre ti lasciano ipnotizzato per via delle vedute sincere e immediate di quell'angolo assolato d'America. Le frustate, allora, si confondono con i tramonti scorti tra gli alberi; le torture e l'orrore con i suggestivi canti popolari intonati da lavoratori sporchi, sudati, maltrattati, ma sempre con il sorriso. Anche tra le lacrime. Come nei suoi film precedenti, McQueen tempra la grande violenza di fondo con un'immensa raffinatezza registica e la brutalità, per quanto esplicita, non è mai morbosa o gratuita. Vediamo i segni sulla pelle degli schiavi, il loro volto contratto, mai – o quasi – i colpi assestati dai loro carcerieri. Chiwetel Ejiofor, il protagonista, è perfetto; Lupita Nyong'o è una meravigliosa, straziante e convincente controparte femminile. Detestabile, viscido, avido, ma strepitoso il sempre ottimo Michael Fassbender: tifavo per Jared Leto, ma la lotta è dura. Fassbender è pauroso. Il suo personaggio è uno di quei cattivi iconici e spaventosamente umani, tra Bill “Il macellaio” di Gangs of New York e il Waltz di Bastardi senza gloria. Gentile Benedict Cumberbatch; malefica, algida e magistrale Sarah Paulson; superfluo Brad Pitt. Piccolissimo il ruolo del bello di Hollywood, ma forzato: un deus ex machina pieno di parole di bontà – in perfetta simmetria con il suo look hippy, alla Gesù – e pieno di intenzioni lodevoli. E' la speranza per lo sfortunato Solomon, ma io ho visto sempre e solo Brad Pitt, non il suo personaggio: galeotto, forse, anche il suo noto impegno a livello umanitario accanto alla bellissima consorte. Mi è sembrato impegnato a recitare la parte di sé stesso, quasi.
Sotto una buona stella (3/5): Una commedia a tratti esilarante, in cui si ride, ma con una certa intelligenza. Verdone sa scrivere, sa dirigere, sa recitare e questo suo ultimo film ha il sapore di una sit-com “a gestione familiare”. La trama è semplice, attualissimi sono i temi trattati: crisi, licenziamenti, giovani in fuga. Eccessiva la giovane Tea Falco, penalizzata da un personaggio gestito piuttosto male, soprattutto nella seconda parte del film: la più statica. Meglio il ventiquattrenne Lorenzo Richelmy: pienamente convincente, naturale, con un che di Emile Hirsch – nel viso – che sarà il suo successo. Figli di Verdone per copione sono il simbolo di una triste generazione di ragazzi senza futuro: la svolta finale a cui sono destinati è forzata, sconnessa, poco interessante. Passarci su: si può. Familiare e autentico Verdone, in grande spolvero una luminosissima Paola Cortellesi: coppia affiatata, ironica, magnificamente inquadrata in un contesto di tenerezze, drammi, problemi d'ordinaria amministrazione. Un sodalizio artistico che funziona: si potenziano tra loro, infatti, e potenziano una trama assai lineare e non esente da qualche scivolone.
Alla ricerca di Jane (2,5/5): Un soggiorno a tema Orgoglio & Pregiudizio. E' possibile, tra balli e corsetti, ventagli e tazze di tè, trovare l'amore vero? E' possibile separare verità e finzione? Austenland è la storia di una Jane che, ossessionata dal capolavoro della Austen, usa i risparmi di una vita per pagarsi il soggiorno in un parco a tema: comprese nel prezzo, anche le simpatie di due uomini che si contendono il suo cuore, con gesti galanti e grandi dichiarazioni. Una commedia romantica ironicamente kitsch, consapevolmente grottesca, fortemente satirica. Strana, ma divertente, con i colori sgargianti, le scenografie pacchiane che si spacciano per raffinate, l'arcigna presa in giro di un sistema di valori improponibile al giorno d'oggi. Delicata come al solito Keri Russel, carismatico il Mister Darcy di turno, esilarante la giunonica Jennifer Cooleridge.
Tutto sua madre (2/5): Adoro le commedie francesi, attendevo Tutto sua madre con ansia. Mi è piaciuto, ma solo in minima parte. E' un film ben diretto, ben recitato, retto su monologhi brillanti e su un umorismo che più raffinato (e affilato) non si può. Intelligente, ma nella maniera un po' esclusiva dei film di Allen e Almodovar. Guillaume Galliene – autore, regista, interprete del film – è di una bravura mostruosa. Alle prese con due ruoli, veste anche panni femminili, come solo i più grandi attori hanno fanno in passato. Ma la sua storia – tra cinismo, dramma, autoanalisi – a volte fa più pena che altro. Una commedia breve ed incisiva, dunque, dall'impianto fortemente teatrale, con l'occhio puntato su Freud e sui rapporti madre-figlio.

mercoledì 19 febbraio 2014

Recensione: Doctor Sleep, di Stephen King

Buongiorno, amici! Oggi, sottraendo qualche oretta alla filologia, ho deciso di parlarvi dell'ultimo romanzo letto. Non credo si tratti di un titolo che abbia bisogno di presentazioni, dunque, buona lettura a tutti. Ritorno dal mio Tito Livio Frulovisi – e non chiedetemi chi è, vi prego. Prometto che, finita la sessione invernale, passerò i miei giorni e le mie notti a leggere, eh. Un abbraccio a tutti, M.
Tutto quel che vediamo o quel che sembriamo, non è che un sogno dentro al sogno. - Edgar Allan Poe

Titolo: Doctor Sleep
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 517
Prezzo: € 19,90
Sinossi: Perseguitato dalle visioni provocate dallo shining, la luccicanza, il dono maledetto con il quale è nato, e dai fantasmi dei vecchi ospiti dell'Overlook Hotel dove ha trascorso un terribile inverno da bambino, Dan ha continuato a vagabondare per decenni. Una disperata vita on the road per liberarsi da un'eredità paterna fatta di alcolismo, violenza e depressione. Oggi, finalmente, è riuscito a mettere radici in una piccola città del New Hampshire, dove ha trovato un gruppo di amici in grado di aiutarlo e un lavoro nell'ospizio in cui quel che resta della sua luccicanza regala agli anziani pazienti l'indispensabile conforto finale. Aiutato da un gatto capace di prevedere il futuro, Torrance diventa Doctor Sleep, il Dottor Sonno. Poi Dan incontra l'evanescente Abra Stone, il cui incredibile dono, la luccicanza più abbagliante di tutti i tempi, riporta in vita i demoni di Dan e lo spinge a ingaggiare una poderosa battaglia per salvare l'esistenza e l'anima della ragazzina. Sulle superstrade d'America, infatti, i membri del Vero Nodo viaggiano in cerca di cibo. Hanno un aspetto inoffensivo: non più giovani, indossano abiti dimessi e sono perennemente in viaggio sui loro camper scassati. Ma come intuisce Dan Torrance, e come imparerà presto a sue spese la piccola Abra, si tratta in realtà di esseri quasi immortali che si nutrono proprio del calore dello shining.
                                                  La recensione
Era buono, ma anche cattivo, e gli volevo bene per quel che era. Che dio mi perdoni, gliene voglio ancora. Succede alla maggior parte dei bambini. Ami i tuoi genitori e incroci le dita. Che scelta hai?”. Si sa. Si sa che, almeno una volta all'anno, ho bisogno di lui: ci penso, come un alcolizzato fa con la bottiglia, nei suoi momenti d'oblio più neri. In realtà, lui mi aiuta nell'impresa diametralmente opposta: disintossicarmi. Mi racconta brutte storie in maniera meravigliosa. Cosa che nessuno fa. Perché lui è artefice di cose che nessuno fa. E' il miglior narratore che ci sia. Narratore - figura, quest'ultima, che, al pari dell'artigiano o del ciabattino, non esiste più, o quasi. Sono specie in via di estinzione. Maghi in incognito. Prestigiatori che, dal cappello a cilindro, tirano fuori, a colpo sicuro, capolavori su capolavori. Mangiano cibo salutare, respirano aria buona, si circondano di bella gente, hanno piccoli cottage come ufficio. Magari, tutti lì, nel Maine. Lui è il Re e io sono un suo fedele suddito: lo venero. A volte, in sua presenza, posso semplicemente perdere la mia oggettività: risaputo anche quello, no? Si sapeva, allora, che Doctor Sleep mi sarebbe piaciuto. Stephen King crea misteri, infatti, ma i suoi libri non fanno altrettanto. Si leggono così, amandoli senza mistero alcuno e senza capacità momentanea di raziocinio. Alla fine prevale il ricordo, nel mio caso, almeno, di ciò che ha rappresentato e - sovrana incontrastata - regna la più pura ammirazione. Qualcosa che assomiglia vagamente alla felicità, a una pace senza pace. Cosa strana... ma io sono strano, quindi c'è una certa coerenza di fondo. Quando leggo qualcosa di suo, non smetto mai di pensare a quel piccolo lettore che, un decennio fa, muoveva i suoi primi e cauti passi in un'immensa libreria piena delle sue immense storie. I libri stupidi li leggo adesso: da bambino, mi trattavo bene. Andavo a casa della migliore amica di mio fratello e sua madre, con un tascabile in una mano e una sigaretta nell'altra, mi proponeva sempre il meglio: solo Stephen King, passando – giusto ogni tanto – per il primo Dean Koontz. Spiando dal basso ripiani che nemmeno riuscivo a raggiungere, curiosavo, senza meta e fretta, tra dorsi rilegati che mi parlavano di macchine infernali, cimiteri viventi e sguardi che uccidono facendo furore, fuoco e fiamme. E' stato allora, in quel salotto pieno di carta e di fumo, in quella vita, che ho letto Shining. La legittima proprietaria mi aveva avvertito: quella volta, l'amante dei lieto fine che era in me, non sarebbe stato accontentato. Chissà a quel bambino come sarebbe parso, allora, questo Doctor Sleep? Ho pensato questo, leggendolo, e mi sono detto che quel bambino che, da qualche parte, vive ancora in me l'avrebbe apprezzato, molto. Più o meno, ho fatto altrettanto anch'io. Il precedente, Joyland, era un'opera piccola con una grande maturità. Questa volta, stranamente, siamo al cospetto di un'opera grande sicuramente di più, ma dal retrogusto più acerbo. Una specie di scritto di gioventù. Di quelli dell'epoca d'ora, dell'Atlantide perduta, dell'El Dorado leggendaria, in cui Stephen si divertiva ancora a giocare coi mostri, il soprannaturale, il trenino degli orrori. Il meno è perché, per quanto mi sia piaciuto, c'è un non so che di anacronistico: si sente che Doctor Sleep è arrivato tardi, seppure non troppo, alla “splendida festa di morte” iniziata ormai un trentennio fa. Un King anziano che scrive una storia nelle corde del King giovane. Una lotta contro il tempo, un viaggio nel tempo, i cui round e le cui tappe sono scandite in maniera leggermente più studiata e macchinosa del solito. Si guarda il cielo – ora ci sono le foglie d'autunno, ora la neve, ora la cenere di una catastrofe – e si ci affida, a volte, a qualche eroe per caso, a un deux ex machina sceso dall'alto che tiri le redini, a un colpo di fortuna. Sempre che la sorte, cieca, riesca a trovarci, in un'America che ha mille insidie e mille volti. Sempre che la sorte esista, concreta come esistono, invece, i nostri mostri. 
Qualche difetto c'è, ma il lettore finisce per limare di suo anche quello che non va. Il lettore, io. Arrivo ai ringraziamenti finali, vedo il profilo della persona che si nasconde dentro e dietro tutto questo e perdono il poco che c'è da perdonare. Perché, in questo 2014 appena iniziato, con ogni probabilità, Doctor Sleep rimarrà una delle storie meglio narrate in assoluto, anche se non necessariamente uno dei romanzi migliori. Vedo, infatti, che, nelle ultime righe, parla dei figli di cui va orgoglioso, dell'amata moglie Tabitha, degli amici di sempre e, oltre che a un grande scrittore, penso a un uomo che ha vissuto una grande vita: uno di quei nonnetti burberi, ma segretamente teneri, che, come passatempo, sfogliano album di ricordi sul viale del tramonto. Io ho sfogliato un po' i miei, lui ha sfogliato i suoi. Doctor Sleep è una di quelle storie che parlano al passato: a quello di King, a quello di chi gli è sinceramente affezionato. Una foto ingiallita sfuggita dal mazzo. Lui è diventato un tenerone, io sono diventato un tenerone. Lo siamo diventati entrambi. Perciò, aspettatevi una storia di indicibile violenza e inclassificabile dolcezza: una storia sull'infanzia, le eredità e altri demoni. Quella del piccolo Torrance, d'infanzia, l'abbiamo conosciuta in Shining. Kubrick o King, film o libro, cambia poco: il primo finisce nel gelo, il secondo nel fuoco di una caldaia esplosa, ma per Danny non c'è pace comunque. 
Sopravvivere è una cosa, vivere ne è un'altra. Come può farlo, lui che ha visto il padre impazzire, l'Overlook bruciare fino alle fondamenta, la madre spegnersi fino a sparire, in nugolo di mosche in volo sul cattivo odore di antichi incubi e rinnovati deliri. Non può, ma l'alcol aiuta: fare a botte, andare a letto con totali sconosciute, tirarsi giù dal letto e aggrapparsi alla tazza del water – per vomitare, vomitare e vomitare, fino a perdere l'anima – aiuta a non sentire le cose che il buio gli sussurra. Era il segreto di Jack Torrance, e certe cose si tramandano nel sangue. I primi capitoli hanno un elevato tasso alcolemico nell'inchiostro; creano un disorientamento che è una piacevole ebbrezza. Ad ogni pagina, non sai esattamente dove ti troverai. Con chi, con cosa. E in che anno. Danny diventa Dan, in un altro Stato nasce Abra. Il primo, ormai adulto, è un uomo che tardi ha imparato a confessare agli altri le sue debolezze: gli Alcolisti Anonimi l'hanno condotto in salvo. L'altra, invece, ha imparato a pensare nella testa di Dan ancor prima di parlare: bambina silenziosissima, prima di svegliarsi in lacrime nel cuore della notte, con il peso di un presentimento che, neonata, non può condividere a parole con gli affettuosi genitori e una curiosa bisnonna d'origini italiane. Ha pianto nella sua culla, ha urlato con tutta la furia contenuta nei suoi minuscoli polmoni, ma l'impossibile è avvenuto lo stesso. I due giganti sono crollati fragorosamente e, solo allora, lei ha smesso. L'undici settembre, Abra mostra al mondo la sua straordinaria luccicanza e Dan capisce che se lui è una torcia, quella piccolina è un dannatissimo faro umano. I tempi sono molto dilatati: da un capitolo all'altro, possono passare mesi, addirittura anni. 
Stephen King sa essere piuttosto prolissimo – e a me piace proprio così, con le sue parole splendidamente di troppo – ma non questa volta: l'utilizzo di impeccabili ellissi narrative, gestite con la più totale padronanza e naturalezza, ha reso le generazioni fluide come stagioni, gli anni corti sospiri, il passato una terra (non) straniera, la lettura delle più scorrevoli mai intraprese. Finché Abra e Dan s'incontrano, seduti sulla panchina del parco, all'uscita della biblioteca comunale: vicini, ma non troppo. Una ragazzina e un uomo adulto: sapete com'è, se ne sentono tante, in giro... Comunicano mentale, comunicano tanto. Tra di loro, ma, soprattutto, a quel lettore che, con interesse, apprensione e sentimento, segue il pericoloso apprendistato di Abra e la coraggiosa espiazione di Dan. Una panchina in un parco, una sedia al capezzale di un malato: Dan come il Dottor Sonno. Tra i piedi, il misterioso Azrael: un gattone grigio, che non a caso porta il nome dell'angelo della morte, con un terrificante sesto senso e tanto di non detto che meriterebbe, per me, di essere raccontato in una novella a sé, un giorno. Quella Abra, che non abbandona mai il suo peluche e che con il potere della mente attacca le posate al soffitto, è la sorella segreta di Carrie White e Charlie McGee, in compagnia del migliore amico che loro, sfortunate, non hanno mai avuto. Delicatissima e potente, non completamente originale ma sempre convincente - nonché ultima nata in una lunga tradizione letteraria di dodicenni armate di poteri prodigiosi - , dialoga metaforicamente con quelle famose sorelle di sangue che hanno vissuto in altri romanzi e, esperta, guida il protagonista in una caccia al tesoro lungo il perimetro di una fabbrica in rovina. Lungo il bordo della paura. I loro nemici hanno grotteschi nomi da pirata e, con i loro caravan, solcano le autostrade americane come fossero tutte parte di un mare immenso. 
Bevono grida, assaporano luce, mangiano bambini: sono Scilla e Cariddi, Capitan Uncino. Il Nodo Vero. Rose, il loro carismatico leader, ha la sensualità, gli amanti e gli anni di una millenaria vampira, il linguaggio colorito di un incensurato pirata, un cappello a cilindro che sfida la forza di gravità. Eccessiva, energica, focosa, ha le forme e i tratti pulp di una fanciulla di un B-Movie alla Grindhouse. I suoi complici sono al di sopra di ogni sospetto. Vedendoli, infatti, penseresti a un paio di tranquilli e noiosi pensionati, con l'hobby per la caccia all'uomo. Pensionati, o in attesa del pensionamento, anche molti compagni d'avventura di Abra e Dan: un "gerontofilo" come me può forse non averli adorati? Billy Freeman, il dottor John Dalton, Concetta… luccicano, tutti quanti, come, nel primo volume, faceva il saggio e lungimirante Dick Halloran. Dopo tanti anni, Doctor Sleep è un secondo capito che non aspettavamo, non un sequel in piena regola. Molti personaggi sono diversi e le intenzioni sono diverse, proprio come i toni adoperati. King ritorna all'Overlook, esaminando quello che ne resta. Brutti ricordi, fantasmi evanescenti, medagliette testimoni di una vita senza più dipendenza. Ha imparato più agli Alcolisti Anonimi che ai club letterari, lui: la vita è bastarda, ma insegna. Annota, perciò, momenti di pura condivisione – ricorda con una risata, per esempio, quella volta in cui un uomo vomitò su un poliziotto o, con un brivido, l'altra in cui una mamma perse l'affidamento dei suoi stessi figli per colpa della bottiglia – e seziona la mente umana come fosse una biblioteca che i fumi dell'alcol hanno messo in disordine. Psicoanalisi spiccia, ma sensibilità e buonsenso a palate: cose dettate dall'età, insegnamenti suggeriti dall'esperienza. Dopo una vita di stragi efferate, con il tono mesto ed evocativo dei grandi addii, Stephen King si concede quel pizzico di bontà che non guasta. Meno cattivo, ma sempre in forma smagliante, torna in libreria per provarci – se mai ce ne fosse stato bisogno – che non ha perso il tocco e lo smalto. Doctor Sleep è un'altra storia. Di Shining, da bambino, ho avuto paura. In questo caso, la paura provata era di un altro tipo: paura di andare avanti, di portarlo a termine. Di trovarmi a leggere un epilogo così emozionante, così bello, così definitivo. Paura di vedere svanire la luccicanza in Dan e di veder balenare, per una volta, un tremulo lucchichio nei miei occhi, mai stanchi di cotanta maestria.
Il mio voto: ★★★★ 
Il mio consiglio musicale: Elisa - Labyrinth