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lunedì 20 maggio 2019

Pillole di recensioni: Enrico (Francesca Garofalo) | Respira con me (Raffaella Romagnolo)

Enrico, di Francesca Garofalo
Bookabook, € 11, pp. 123
★★★½
Sono nato negli anni Novanta e mi sento fortunato. Ho conosciuto le lire, i televisori con il tubo catodico, le videocassette e i walkman, i floppy disk. E mi ha cresciuto, fra librerie e cinema, una J.K. Rowling a cui resto tutt'ora affezionatissimo. Su un quaderno era nata perfino una storia su quei mondi: Harry Potter, occhialuto come me, era più vicino di quanto pensassi. Abbastanza da diventarmi amico. A fantasticherie simili devono essersi dati anche Francesca Garofalo, che frequenta l'ambiente cinematografico e si sente, e il suo adorabile protagonista. In un paesello di centoventinove abitanti, l'ingenuo Enrico rischia ogni primo settembre una commozione cerebrale. Pensando che l'invito da Hogwarts non sia giunto per i ritardi delle poste, si schianta contro i muri della stazione di Zapponè. Che fine ha fatto il binario 9 e ¾? Proprio come Harry, l'omonimo pugliese ha una cicatrice che pulsa – il graffio di un topo sul naso –, un volatile in gabbia – un piccione affetto da dissenteria –, una famiglia disfunzionale – nato dall'amore di un giostraio e una giramondo, è cresciuto con la zia in un bar che disconosce gli aperitivi cenati, figuriamoci la burrobirra. Enrico e i suoi inseparabili amici hanno fatto di una cava il santuario della Divina Rowling. Ma quel paese senza librerie e senza internet non è un posto per fanboy. Ed Enrico Epitaffio, trentacinque anni, non ha più l'età per sognare. Questo esordio divertentissimo, con personaggi degni di Fabio Bartolomei e una spigliatezza invidiabile, è la storia di un ultimatum. Il protagonista sta pensando di rinunciare alle pozioni fai-da-te, alle visite presso i robivecchi, alla coltivazione delle erbe mediche. L'autrice gli dipinge attorno un mondo crudele e pessimista, che ordisce truffe e sbeffeggiamenti ai danni dei puri di cuore. E se i servi del Signore Oscuro si fossero davvero trasferiti a un passo da lui? Nato come soggetto cinematografico, a Enrico si addice bene il formato del racconto lungo nonostante il desiderio di averne ancora. Con la scusa che ci sarebbe altro da dire, che vorrei sapere sviluppati meglio sketch comici e comprimari, ammetto che mi piacerebbe volentieri ritrovarmi a Zapponè. Non domando mica una saga in sette volumi: soltanto qualche capitolo in più! Don Chisciotte combatteva mulini a vento, Enrico insegue binari invisibili. Si sollazza nel mentre con caciocavallo e vini rossi, e attinge con leggerezza al folklore del Sud, facendo del malocchio l'antenato degli Horcrux. Il suo romanzo potrebbe somigliare alle pozioni che inventa, un semplice pasticcio: in realtà, è pieno di magia. Ogni lasciata è persa. Il proverbio vale anche per i treni in transito? Quello per Hogwarts, speriamo da oggi, farà tappa anche in Puglia.

Respira con me, di Raffaella Romagnolo
Pelledoca Editore, € 15, pp. 133
★★★
L'ho conosciuta con Tutta questa vita, romanzo per ragazzi con una protagonista femminile memorabile, e l'ho ritrovata al premio Strega con La figlia sbagliata, dramma domestico con la tensione della tragedia greca. Da poco è tornata in libreria con Destino, saga familiare tradottissima e già in attesa sul mio comodino. Ma Raffaella Romagnolo, insegnante prestata alla narrativa, non ha scordato i suoi ragazzi né l'importanza delle loro letture. Insieme a lei ci ha pensato anche un editore in crescita, specializzato sin dal nome in storie da (piccoli) brividi, mentre l'alta montagna ha prestato sfondi e pericoli. Siamo a ottobre, ma sembra estate. Lontano dalle nebbie di Milano, un padre e un figlio ai ferri corti si spingono su alture dove volano le aquile. Amedeo soffre di vertigini: sotto il cappuccio calato si finge impavido e adulto come può, ma la sua idea di natura corrisponde a un balconcino fiorito per il gatti Oliver. L'adolescente, nell'indifferenza generale, marina la scuola da un mese. Colpa di una mamma che se n'è andata all'improvviso, lasciando liste della spesa incomplete e portando con sé il segreto delle parole giuste. Colpa di un padre che ci prova, sì, ma a mancare sono purtroppo il dialogo e la sincerità. Quale famiglia felice si regge su una messinscena? Tagliato fuori dal mondo per due giorni, e per di più con un genitore che sente estraneo, il protagonista abbandona a malincuore il cellulare nel cruscotto e si accompagna con le schitarrate dei Pearl Jam nelle orecchie. Fino a quando prima un rifugio chiuso per ristrutturazioni, poi una frana, lo costringeranno a diventare eroe della sua stessa avventura: lui che, in balia del lutto, aveva rinunciato a vivere. Semplice e immediato, fatto di capitoli lampo e grandi consigli musicali, Respira con me è un survival intimista e toccante ma inferiore all'affine Voce di lupo. Un inno alla resistenza, fisica e psicologica, i cui esiti prevedibilmente lieti annullano ogni suspance. Nella sua ora d'aria lontano dai romanzi più impegnati, così, Raffaella Romagnolo corre pochi rischi e non sorprende nel cambio di genere, ma garantisce un discreto viaggio interiore all'ombra di una natura splendida perché terribile.

mercoledì 13 luglio 2016

Recensione: La figlia sbagliata, di Raffaella Romagnolo

L'amore vero è questa cosa qui, Pietro: abituarsi. Che fastidio ti dà uno che parla un po' troppo forte al telefono? L'amore vero, che dura tutta una vita, deve essere ragionevole.

Titolo: La figlia sbagliata
Autrice: Raffaella Romagnolo
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 170
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Un sabato sera come tanti in una cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da oltre quarant’anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di seppellire l’uomo con cui ha condiviso l’esistenza. Comincia così un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio, una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità e follia si fa labile.
                                          La recensione
Sabato sera, interni borghesi. Primo piano su una donna di spalle, curva e appesantita, che si affaccenda all'acquaio della cucina. Insapona i piatti, Ines, e li sciacqua con cura: sgrassa, sfrega e strofina, li passa sotto il getto d'acqua senza sollevare zampilli. Presumibilmente, della lavastoviglie non si fida, come tutte le signore che hanno superato i sessanta e, tradizionaliste, preparano i tortellini a mano, fanno orecchie da mercante davanti alle proposte dei centralinisti stranieri che suggeriscono l'internet veloce e, con l'acqua saponata fin sopra i gomiti, pescano posate e bicchieri dalla schiuma che, nel frattempo, cresce nel lavello. Con la coda dell'occhio, segue un po' i volteggi degli ammiccanti ballerini di Ballando con le stelle e un po' gli spasmi del compagno di lunga data, Pietro, stroncato da un infarto fatale durante il dopo cena. Continua a rassettare, accoglie con un moto di approvazione il vincitore che, quella sera, ha decretato la presentatrice Rai e, spenta la luce, va a letto: al buio, il cadavere del marito. Il volto pallido di Pietro, la smorfia della bocca e la posizione leggermente scomposta, non le suscitano né commozione né allarmismo. Qual è stata mai, in vita, la colpa dell'anziano capo famiglia per giustificare l'indifferenza di una consorte che imbocca la porta della stanza da letto senza neanche pensarci su? Cosa ha trasformato una moglie e una mamma perfetta, con il tempo, in una macchina dai sentimenti difettosi, che mangia e coltiva i suoi hobby alla presenza di un cadavere in lenta decomposizione, senza colpo ferire? La figlia sbagliata è la storia di una donna sola che ragiona di malintesi, segreti e legami di sangue con il marito morto. Zoom spietato sugli acciacchi, le rughe profonde, i parenti che non passano a salutare e un campo lungo abbastanza, poi, da includere le vite separate di chi forse rinverrà il cadavere, forse aiuterà il genitore superstite con le spese da sostenere e l'immondizia da buttare. 
Ci si stringe tutti e quattro, perciò, per l'occasione. Sullo stesso sofà, come nelle cartoline di Natale, e nelle stesse duecento pagine scarse. Scatta (e scrive) la  Romagnolo, da me già molto apprezzata con l'inconsueto young adult Tutta questa vita. Raffaella è veloce, ed è tutto un attimo: i Polizzi si sciolgono presto da quelle pose plastiche, forzate, e ringraziano per un ritratto di famiglia rapido e indolore. Sono usciti bene, sì? La figlia sbagliata continua a riflettori spenti, però: distolti gli obiettivi. C'è una regista (e un'autrice) che ti mette a tuo agio, ti fa assumere la posizione consona – braccio sulle spalle di papà, la mano tra le mani di mamma – e continua a raccontarti anche quando il momento clou, il quarto d'ora delle famiglie felici, sembra svanito. Il suo ultimo romanzo, che mi sono reso conto di aver inspiegabilmente trascurato solo all'indomani della candidatura allo Strega, ha un incipit shock e un prosieguo che procede sul medesimo andante: essenziale, caustico, drammatico. Giallo psicologico con parole pesate – ma pronunciate a sproposito, a volte, se si è in preda al malumore – e un quartetto di personaggi indagati fin negli spigoli più dolorosi, ha la mano ferma e le ginocchia ballerine, un rigoroso impianto teatrale e gli ansimi di una tragedia contemporanea. 
L'autrice fuga in fretta i dubbi: Pietro, sposato quarant'anni prima a mo' di chiodo schiaccia chiodo, non era un irreprensibile aguzzino, un temibile padre padrone. Perché la repressa Ines, allora, reagisce imbellettandosi, cucinando pasti generosi e rispolverando l'antica passione per il disegno a mano libera? Perché quello del figlio Vittorio, vecchia gloria del nuoto e ingegnere di successo, è considerato talento con la lettera maiuscola, mentre i provini e i ruoli da comparsa della sorella minore, Riccarda, sono un capriccio da scacciare con un gesto vago della mano? Ines, tipica mamma chioccia, accudisce un primogenito che è il suo capolavoro – solo una volta le ha disubbidito,  il giovane Vittorio, saltando dallo scoglio più alto in vacanza – e combatte guerre perse con una figlia scorbutica, ribelle, allevata all’ombra di un piccolo uomo, ma con pesi immani sulle ampie spalle da nuotatore. E’ una cattiva massaia chi distingue, nella sua prole, figli e figliastri? E’ un marito codardo il camionista che tra sé e la propria casa mette chilometri e chilometri? Meglio le mancate telefonate dell’indesiderata Riccarda o la stanchezza di Vittorio, soffocato nel nido? Quattro personaggi fragili e sgradevoli, a tratti, che non trovano il coraggio o la redenzione, ma che, come ospiti spettrali, infestano un salotto inquietante – disseminato com’è di carta straccia, ricordi spolverati di fresco, morte – e i capitoli di un romanzo bellissimo, che si legge la sera, con il fresco, in cambio di un letto scomodo e una notte piena di pensieri. E, al mattino, si è tutti un dolore a colazione. Se sei parte di una casa in cui tutto e tutti sono al posto giusto, se sei fortunato, si uniranno a te, per il rito del caffè, i tuoi familiari. Eccoli lì: una mamma apprensiva, un padre che fa straordinari non necessari, fratelli spinti a competere. Ti guardi attorno e li guardi, turbato.
Se sei fortunato?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Damien Rice – It Takes a Lot to Know a Man

giovedì 7 novembre 2013

Recensione: Tutta questa vita, di Raffaella Romagnolo

Ciao a tutti, amici miei! Un'altra settimana di università finita, almeno per me. Ieri – finalmente – ho trovato Il richiamo del cuculo, quindi – per il weekend – non ci sarò per nessuno nessuno. Solo per zia Rowling. Oggi, intanto, vi propongo la recensione di un romanzo velocissimo, che ho letto velocissimamente e a cui mi sono legato altrettanto velocissimamente. Ringraziando Lucia e Arianna per avermi dato modo di leggerlo, lo consiglio a tutti i lettori che hanno amato i romanzi di Sara Rattaro e Benedetta Bonfiglioli. A presto e buona lettura, M.
Sono con lui, e non ho scampo. Quando tocco le sue lacrime, capisco che Antonio è la passaporta, il passaggio segreto, e noi siamo già altrove, nel mondo che vorrei.

Titolo: Tutta questa vita
Autrice: Raffaella Romagnolo
Editore: Piemme
Numero di pagine: 219
Prezzo: € 15,00
Sinossi: A sedici anni tutto è da scoprire, la vita è ancora intera, possibile, e il futuro un'opportunità. Così anche per Paoletta, che di avere "tutta la vita davanti", però, non è entusiasta. Forse perché odia le frasi fatte o semplicemente perché è diversa dalle altre ragazze: detesta Facebook, legge Anna Karenina, filosofeggia su Harry Potter, invece delle sit-com guarda vecchi film, si ingozza di dolci infischiandosene della bilancia e allo shopping con le amiche preferisce di gran lunga le passeggiate silenziose con il fratello minore, Richi. O forse è proprio lui a renderla diversa: Richi ha dodici anni, le gambe così fragili che possono reggere solo pochi passi strascicati, un braccio difficile da controllare e una vita tanto più complicata davanti. Non parla molto, e quando lo fa, non sempre gli altri lo capiscono. Ma Paoletta sì; brevi frasi che hanno, per lei, il sapore della sincerità che manca nella villa di famiglia. Un'autentica prigione. Una tortura di menzogne, cose non dette, segreti pericolosi, da cui la ragazza scappa ogni volta che può. E insieme a Richi attraversa il confine, immaginario eppure così reale, che divide lo splendido giardino di casa loro dalle Margherite, il quartiere popolare, dove gli appartamenti sono modesti, le giostrine arrugginite e i padri non sono imprenditori di successo ma cassintegrati in difficoltà. E dove c'è Antonio, anche lui, a modo suo, diverso. L'unico, a parte Richi, che sa leggerle dentro e che l'aiuterà...
                                                    La recensione
Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, e il nostro modo è il silenzio.” Il nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo è tra quei libri che ti ispirano una gran simpatia sin dal primo sguardo, come a volte – anche se a me raramente - capita con quelle persone che speriamo possano diventare le più importanti: i nostri migliori amici, magari. Suggerisce allegria, dipinge cieli azzurri da solcare a braccia spalancate, simili a tante navi umane con il caschetto biondo e il trench rosso. L'ho iniziato cercando uno di quei libri freschi e leggeri che, in questo periodo di stress e cambiamenti, su di me hanno l'effetto benefico della medicina più efficace; uno di quei libri di cui non ho mai abbastanza. L'ho letto, per la gran parte del tempo, con la sensazione che fosse sempre la solita storia, solo scritta con più carattere e fegato: tutto nella norma, quindi; tutto quello che volevo. L'ho terminato, l'altra mattina, che ero un po' distrutto per via della potenza esplosiva nascosta tra le pagine, in mezzo alle parole sparse di Paoletta, sotto i nostri stessi piedi di passanti e lettori inconsapevoli. Parla poco, la protagonista. Per paura di risultare troppo saputella o troppo sciocca. Per paura di dare troppo nell'occhio. La sua vecchia psicologa userebbe un termine che le piace tanto, laconica. Paola è, in gran segreto, una regista all'avanguardia di lunghi film mentali, e Tutta questa vita è il suo primo film. Il migliore. La bilancia, ogni mattina, le urla – e lo fa letteralmente: ecco le cattive conseguenze delle tecnologie troppo avanzate! – che è grassa e brutta. Che è a un passo dall'obesità. Ma i chili di troppo non sono il suo unico difetto: lei è snob, decisamente snob. Guarda tutto con gli occhi dei nuovi ricchi, anche se le piace reputarsi migliore di loro. Anche se sentirsi semplicemente diversa – più brutta, più grassa, più alternativa – la fa sentire, strano ma vero, migliore. Non gira per le vie del centro, affrontando il corso della sua città come fa un nuotatore provetto con una vasca da guinness dei primati. Se ne va dove tutto è sporco, grigio; dove sorgono le industrie e gli arcobaleni più improvvisi. Dove non ci sono specchi, al contrario che in casa, che riflettano la sua persona, mostrandole che la sua vita – anche se ha appena sedici anni – è già un mezzo fallimento così. 
Si rivolge, ogni tanto, a un'amica immaginaria che ha chiamato Carmen, in ricordo di una gelataia piena di buon gusto e poteri fatati; si perde dietro a voli pindarici dell'ultimo minuto e a digressioni che farebbero un baffo a quelle del buon vecchio Manzoni; vive in una villa splendida e piena di specchi, abitata da un uomo troppo assente e pieno di colpe indicibili e da una donna più vanitosa e bella della regina cattiva di Biancaneve. Sua madre. Nella casa da cui non si allontana mai troppo, standosene distesa a bordo piscina con la sua introvabile copia di Anna Karenina tra le mani, vede susseguirsi le stagioni, ruotare la terra in un girotondo inavvertibile, esplodere quella vita che – per pigrizia, o forse paura? - non ha il coraggio di guardare in faccia. Tutti vivono, mentre lei si limita a guardare, formulando giudizi e crogiolandosi in precoci rimpianti: sua nonna – che nella mia mente ha il sorriso contagioso e la classe della fantastica Loretta Goggi – rivive una seconda giovinezza con il suo amore perduto di gioventù, un giardiniere romantico e burbero come il fedele Florentino Ariza di quel capolavoro che è L'amore ai tempi del colora; Nina, la domestica rumena sottopagata eppure sempre dannatamente ottimista, che riesce, in maniera sorprendente, a tenere testa alla padrona di casa e a regalare, nel suo italiano stentato, le perle di saggezza più preziose; la sua amica Marta, con un cognome altisonante, le fette di prosciutto sugli occhi e discorsi pieni di numeri esagerati e lettere maiuscole; e poi c'è Richi, il fratellino minore di Paola. Che guarda Billy Elliot con gli occhi lucidi, consapevole che con le sue gambe fragili e il suo braccino difettoso non potrà mai saltare, ballare, correre e divertirsi come, invece, fa quell'adorabile monellaccio londinese che stima e invidia tantissimo; che è chiamato Sfi come Sfigato dalla sorella maggiore e che, a sua volta, senza offendersi troppo, l'ha ribattezzata allo stesso modo, con la sua vocina flebile flebile da bambino piccolo piccolo; Richi che, infagottato come E.T nella scena più toccante del film di Spielberg, viene portato sulla sua sedie a rotelle, nel bel mezzo della notte, nel cuore velenoso di un segreto che giace sepolto dove i genitori hanno sempre proibito loro di andare a curiosare. E alla fine arriva lui, Antonio. Il suo Aragorn in incognito, il suo gigante buono. Antonio, che abita nelle case popolari di proprietà della famiglia di Paoletta, con la madre e il fratellino. Lui è bello, lei è brutta. Lui è povero, lei è ricca. Antonio è alto. Allora un pensiero... Possono essere alti insieme. Perché lei – che, alle sue spalle, chiamano tutti quanti cavallona – diventa un coniglietto impaurito quando lui le accarezza i capelli, bagnati da una pioggia fitta che nemmeno il cappellino targato Prada può contrastare. S'incontrano, con la presenza costante di Richi tra i piedi, in un parchetto pieno di animali di plastica mutilati e sbiaditi, presso il quartiere di lui, che – tempo prima – i nonni di Paola hanno chiamato le Margherite. Un nome poetico, che ricorda la dolcezze e il calore dell'estate. Ma l'estate è il mese più crudele e, paradossalmente, alle Margherite non ci sono fiori: mai cresciuti...
Finché Paola, come Jim Carrey in The Truman Show, non si renderà conto che, appena dietro la sua porta chiusa, c'è uno mondo che fa schifo e che persone molto vicine a lei hanno contribuito a rendere tale. La protagonista di questo piccolo young adult ha tanta maturità nella voce. L'autrice è una persona adulta, Paoletta è una sedicenne che si finge tale. Il gioco funziona, e il risultato è realistico e decisamente credibile. Sostanzialmente, quella della narratrice che impariamo, pagina dopo pagina, a conoscere è un'adolescenza come tante, solo più triste e più materiale. Nonostante questo, le memorie dei suoi quasi sedici anni hanno ritmo, leggerezza, brio, sound da vendere. Hanno un'originalità tutta loro e Paoletta, che ha la vocina acuta e i modi di fare dell'adorabile Lisa Simpson e che ha fatto di Harry Potter la sua personale filosofia di vita, sarebbe, secondo me, la protagonista perfetta di una di quelle sit-com televisive che lei sembra odiare profondamente. La immagino, davanti a una web-cam, raccontare le sue giornate, nello stile piacevole e originale di Super Fun Night e Una mamma imperfetta. La brava Raffaella Romagnolo, senza risparmiarci brividi e rabbia, ci descrive l'Italia di Acciaio e di Il rumore dei tuoi passi guardandola dall'altra parte dell'inferriata, in un gioco prospettico di sensazioni e colori che, nell'epilogo, diventa inaspettatamente un'indagine vera e propria; una gara disputata contro i sensi di colpa di persone da buttare via. Tutta questa vita è un romanzo sfizioso, a tratti comico e a tratti brutale. Deliziosamente vero. Assordante, stonato, potente. Come una canzone. Come un grido che domanda Perché non ti lasci trovare?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Cixi - Non sono l'unica