Un
anno fa, quando dicevo ancora di odiare Shailene Woodley, Insurgent
l'avrei forse aspettato con ansia. L'arrivo al cinema del primo
episodio mi aveva convinto, ma passo dopo passo, avevo visto
dissolversi tutto il potenziale della saga della Roth, che non aveva
avuto chissà quale idea brillante o, complice uno stile acerbo, non
aveva saputo metterla a fuoco. Il dente avvelenato, in particolare,
ce l'avevo contro questo seguito, che mi aveva annoiato in maniera
indicibile: non a caso ricordavo giusto il colpo di scena finale; non
a caso – a marzo – non sono corso al cinema. E Insurgent
il prezzo pieno del biglietto non lo valeva, ma mi aspettavo peggio.
Fila liscio, lì dove il romanzo vegetava. Quanto sia rispettosa la
trasposizione questa volta non so dirvelo. Il film riparte nel
momento in cui si era fermato e scorre, ma – soprattutto all'inizio
– manca di un collante. Ha l'aria di una maratona di episodi
dell'ultima produzione The CW. Più avvincente che nel romanzo,
invece, la seconda parte, che non salva il film da un aggettivo che
ha un suo peso: Insurgent
è gradevole, ma trascurabile. Nonostante i paragoni si sprechino,
non è Hunger
Games:
prendiamo i pochi colpi di scena, ad esempio, snocciolati così,
senza emozione. Il metaforico mastice – nonostante la regia di
Schwentke, che con l'azione e gli effetti speciali ci sa fare –
purtroppo sembrano averlo perso anche i membri del cast.
Singolarmente convincenti, ma incapaci di amalgamarsi senza
imbarazzi. Dei due premi Oscar – e mezzo – con una Octavia
Spencer di passaggio e una Naomi Watts mai così spaesata, sarà
perché madre impossibile di un trentenne, solo la fedelissima Kate
Winslet sta al gioco. Il monolitico Quattro di Theo James, che regala
tanti sospiri alla sua Tris, ne regalerà molto meno alle
spettatrici; Ansel Elgort ci prova a scrollarsi di dosso l'aria
adorabile da eterno Augustus Waters, ma ci riuscirà?; semplicemente
terribile Miles Teller che, dopo il trionfo di Whiplash,
fa passi indietro per colpa di un pedante epigono di Malfoy scritto
da una che non è la nuova J.K Rowling. A capitanare la rivolta, la
Shailene Woodley che adesso non odio più: White
Bird in a Blizzard me
l'ha fatta scoprire sexy, Colpa
delle stelle me
l'ha fatta piangere. Bravina, qui, anche se se la
cava meglio a spezzare cuori che ossa: nonostante il capello corto e
le braccia muscolose, non crede neanche lei fino in fondo alla sua
aggressività d'intrepida. (6)
Qualche
giorno fa ho rievocato il carnevale di un'infanzia lontana. Quando mi
vestivo da supereroe e da grande dicevo di voler essere un
fumettista. I sogni non avevano un numero fisso, e in alternativa
avrei trovato stimolante anche la vita da agente segreto. Stravedevo
per Spy Kids; poi
alle medie per AgenteCody Banks
– e Hilary Duff. Adesso non guardo cinecomic né pellicole di
spionaggio. A me piace poco l'azione, ma parecchio due fattori che
solitamente cozzano: l'elegante e il tamarro. In Kingsman,
in due ore che volano, cafonate e alta moda si incrociano e danno
vita a uno sposalizio irresistibile, anche per me, spia mancata senza
rimpianti. Con la firma del Matthew Vaughn di Kick
Ass,
altra perla, questo film è una parodia di un genere che o si ama o
si odia: ma come odiarlo se è riproposto in chiave ironica, con
invasioni massive di effetti speciali, una regia strabiliante,
combattimenti coreografici e dialoghi gustosi? In Kingsman
non
mancano le missioni impossibili, i cattivi che vogliono distruggere
il mondo, le rivincite personali: il protagonista combatte contro le
smanie dei figli di papà, sventa piani criminali, conquista
principesse ninfomani. A fargli da guida, un magnifico Colin Firth
che si congeda con un colpo di scena ad effetto ed è re di una
tavola rotonda di moderni cavalieri. Picchia duro, ha pantaloni dalla
piega perfetta, beve il té delle cinque in punto. Samuel L. Jackson
caratterizza un antagonista che è uno spasso, a metà tra un Mark
Zuckemberg pazzo e uno coi difetti di pronuncia del primo Muccino;
Michael Caine dice due parole ed è subito un'icona; Mark Strong
trova il supporto di uno script che, questa volta, lo vuole più
presente del solito. A mancare in copertina, il nome del giovane
Taron Egerton, quando questo poi è il suo picaresco romanzo di
formazione. Chiassoso, sopra le righe, chic. Vive dei tòpoi
dell'action movie e cita My
Fair Lady.
Con un fucile tra le mani e un paio di intramontabili Oxford lucide
in cui specchiarsi. Kingsman
ha
la violenza esagerata dei cartoni, rumori fortissimi e colori che
fulminano la cornea. Le scene d'inseguimento più spettacolari che
vedrò quest'anno e uno degli intrecci più spiritosi che mi godrò
nei sei mesi a venire. (7,5)
In
una Spagna che ancora porta le cicatrici del conflitto mondiale, la
storia di un soffocante mènage familiare. Un appartamento abitato da
due sole donne, l'arrivo di un vicino di casa a comprometterne le
fragili dinamiche. Montse, che non ha mai oltrepassato l'uscio del
suo mondo asfissiante, dopo l'abbandono del padre orco, vive come una
reietta, barricata nelle sue stanze piene di pizzi, sete, bottoni. Fa
la sarta. Sognerebbe, un giorno, una boutique in centro e un rapporto
esclusivo con quella sorella che non ha un nome e che, semplicemente,
definisce la sua bambina. Anche se ha diciotto anni, è una giovane
donna che fa innamorare tutti al primo sguardo e ha rubato le
attenzioni di lui, Carlos, l'uomo ferito che le due accudiscono sotto
il loro tetto. Ma Carlos, a letto con le gambe rotte, ha i suoi
segreti, proprio come la paziente Montse: gli scatti di ira, le mani
che tremano, l'ossessione di avere tutto, e tutti, sotto controllo.
Personaggi prigionieri di una casa che è impossibile abbandonare;
tutti vittime. Musarañas
ha nel titolo i toporagni: roditori che vivono al buio, protetti a vita nel loro nido. Thriller
psicologico dello scorso anno, è la rinnovata conferma di un cinema
spagnolo pensato meravigliosamente, che sa intimorire con originalità
e immensa eleganza. Sorpresa per molti? Non per me, che ai cugini
d'oltralpe invidio le commedie romantiche a ai vicini spagnoli gli
horror più rigorosi in circolazione. Questo, diretto a quattro mani
da due esordienti, ha un intreccio classico e la tensione alle
stelle. Girato interamente in un appartamento dal perimetro
circoscritto, ospita tra i suoi corridoi i fantasmi della pedofilia e
i tragici traumi che si trascina dietro. Si sguazza perciò nel
sangue delle vittime della sarta assassina, una Misery
che
non potendo scappare dal suo incubo vuole trascinarci dentro anche
chi le è vicino, ma a impressionare sono i chiaroscuri di personaggi
con la guerra in testa. Nel cast, uno Hugo Silva poco approfondito,
il viscido Luis Tosar di Bed
Time, ma
– ormai nomi di grido internazionali – sono nullità in confronto
all'ipnotica Macarena Gòmez, che regge divinamente il tutto con una
prova che vive di tic stizzosi e minuzie. Un personaggio ambiguo con uno spiazzante segreto che il finale,
puntualmente, ci svela. Facendo pensare allo spettatore che Musarañas
fosse bello già prima, ma dopo quella svolta a fior di nervi - già
intuita ma cattiva - più bello ancora. (7)
Che
è banale in maniera esasperante lo si capisce già dal titolo.
Girato con quattro soldi e inaspettato successo, ha la
storia dell'ennesima attrazione fatale. Virtuosa prof divorziata
finisce a letto col suo vicino di casa pazzo. La bella Jennifer Lopez
– sempre più sexy -
non vincerà l'Oscar, ma la sua prova è dignitosa e in biancheria fa la sua porca figura. Con lei, dopo un paio di Step
Up, Ryan Guzman: che va ancora
al liceo non ci credo neanche se lo vedo con zaino in spalla, ma è
un convincente squilibrato; meno pesce lesso del collega ballerino
Channing Tatum, ha la faccia giusta e palpeggia le grazie della Lopez
con la nonchalance di chi non deve chiedere mai. Questo
thriller in rosa è scontato e classico così come appare. Ma fila,
nonostante la trama la sappiano pure i sordi, e ha l'apprezzabile
faccia tosta di cullarsi spudorato nei luoghi comuni, non
arrampicandosi sugli specchi in cerca di novità impossibili. E'
esattamente come lo si immagina, ma per quell'ora e mezza lo si
tollera. Piacevole il giusto. E trash. (5)
L'estate
del 2009: quella in cui Andrea perderà la verginità, quella in cui
il fratello minore perderà il suo idolo. La storia delle loro prime
volte – l'amore, il lutto – s'incrocerà con quella di un
pensionato convinto di essere il loro nonno, di un cacciatore di
alieni, di un viaggio verso la fine del mondo. Maicol Jecson è
una commedia italiana e, a tratti, non ci si crede. La trama è vista
e rivista. La voce fuori campo ricorda più quella di uno YouTuber
qualsiasi che John Green. C'è una scrittura che va affinita, ma
sulla resa non posso mettere bocca: non segue standard televisivi, è
girato con intelligenza e con gusto internazionale, gli attori più
giovani, ineditamente – anche merito del doppiaggio; ma perché
doppiarli? -, non sono dei cani totali. Un
bravo d'incoraggiamento ai registi, per l'idea e la buona
realizzazione, e al cast di esordienti, capitanati del veterano Remo
Girone. Maicol Jecson va visto come un vincente
esperimento di prima commedia adolescenziale nostrana. Solo così può
essere osservato con occhi diversi e un po' compiaciuti. E' la
variante young adult di Il ragazzo invisibile,
ma l'esperimento è dello stesso tipo. Territorio raramente
esplorato, dunque, soprattutto con questi deliziosi toni indie. (6,5)
Titolo
lungo, durata ridotta, un assassino mascherato che per i fanatici
dell'horror, forse, è una vecchia conoscenza. The
Town That Dreaded Sundown è
il remake di uno slasher degli anni '70, e uno dice che noia. Ma
questo film si rivela un'autentica chicca; un gioiellino
insanguinato. Il regista è Alfonso Gomez-Rejon, nome di punta nella
direzione di Asylum,
il migliore degli American
Horror Story,
e ha un talento sorprendente. Nonostante la trama esilissima,
uno Scream vintage
che qualche colpo di scena ben piazzato lo regala, il film si fa
guardare dal cinefilo attento con gli occhi a cuore. Non c'è una
scena che non sia confezionata ad arte. Sangue contenuto, morti
fantasiose e i volteggi funambolici di una macchina da presa che non
sa stare ferma, in cerca delle angolazioni più originali, dei giochi
naturali delle ombre, della qualità che nel genere di serie B per
eccellenza si è raramente riscontrata. Il resto è roba che Craven,
con più ironia e vivacità, ha già affrontato. Uno script più
memorabile, al prossimo giro, e Gomez-Rejon potrebbe essere il
profeta del nuovo modo di far paura, ma con classe. (6,5)
Buongiorno,
buongiorno! Come state? Chiudiamo la settimana come si deve, con un
nuovo appuntamento della recentissima Qui pro cover – rubrica nata
per mettere a confronto, senza nessun intento polemico, cover
gemelle, cover sorelle, cover imparentate alla lontana. Come sempre,
anche questa mattina due gruppi di copertine. Le prime tre riprendono
lo stesso soggetto presente sulla copertina della ristampa economica di Divergent – questa
settimana la Roth e la sua trilogia sono state onnipresenti, da
queste parti. Film, romanzo e adesso cover. Cover – francamente –
molto bruttina, nonostante sia la più decente tra le tre. Le altre due
appartengono ai romanzi Virtuosity
e a Hidden,
parte, quest'ultimo, dell'infinita (ma quanti volumi sono?) saga della
Casa della
notte.
La modella è la stessa su tutte e tre, cambia giusto lo sfondo.
Fastidioso il rosso cupo di Divergent,
da pubblicità di creme depilatorie quello di Virtuosity,
orientaleggiante quello di Hidden.
Resta, quindi, una fanciulla che ha detto evidentemente no ai push up
e agli interventi al seno – avere due cocomeri davanti avrebbe però giustificato la sua posa parecchio scomoda – ma ha detto sì a
Valsoia ai capelli che fanno swish. A Jared Leto piacerebbe questo
elemento. Le altre tre, invece, sono praticamente identiche,
eliminato o aggiunto qualche dettaglio. I colori delle farfalle
cambiano, ma la canotta da camionista resta. Preferisco, perciò, la
cover di The Ice
Queen,
almeno – se c'è – non si vede. Più delicata, no? Le altre
appartengono a Fate
e all'edizione americana del M-E-R-A-V-I-G-L-I-O-S-O Luna.
Leggetelo. La mia recensione qui.
Le vostre preferite? Ditemi la vostra, su. Un abbraccio e buona
domenica, M.
Dopo
il post precedente con la recensione del film, torno a parlare della
saga di Divergent. E per l'ultima volta. Ho finito ieri Allegiant e,
tra alti e bassi, l'ho trovato una degna conclusione. Quel finale che
tanti hanno trovato distrubante, per me aggiusta tutto, magicamente.
La recensione non contiene spoiler!
Avevo
paura che, se fossimo rimasti insieme, avremmo solo continuato a
cozzare per sempre, e che alla fine tutti quegli scontri mi avrebbero
mandata in pezzi. Ma ora so che io sono la lama e lui è la cote.
Sono troppo forte per rompermi, e ogni volta che lo tocco divento
migliore, più affilata.
Titolo:
Allegiant
Autrice:
Veronica Roth
Editore:
DeAgostini
Numero
di pagine: 540
Prezzo:
€ 14,90
Sinossi:
La
realtà che Tris ha sempre conosciuto ormai non esiste più,
cancellata nel modo più violento possibile dalla terrificante
scoperta che il "sistema per fazioni" era solo il frutto di
un esperimento. Circondata solo da orrore e tradimento, la ragazza
non si lascia sfuggire l'opportunità di esplorare il mondo esterno,
desiderosa di lasciarsi indietro i ricordi dolorosi e di cominciare
una nuova vita insieme a Tobias. Ma ciò che trova è ancora più
inquietante di quello che ha lasciato. Verità ancora più esplosive
marchieranno per sempre le persone che ama, e ancora una volta Tris
dovrà affrontare la complessità della natura umana e scegliere tra
l'amore e il sacrificio.
La recensione
“Sto
con lui perché lo scelgo ogni giorno quando mi sveglio, ogni giorno
in cui litighiamo o ci mentiamo o ci deludiamo a vicenda. Lo scelgo
continuamente, e lui sceglie me.”Dovrei
provare struggimento. Dovrei avvertire le fitte di un cuore infranto.
Dovrei dire che odio la Roth e che, da ora in poi, è mia nemica
giurata, a vita. Dovrei? Sono domande, ma senza punto interrogativo.
Quello manca, ma la risposta c'è. Forse: forse dovrei. Invece sapete
che i mancati lieto fine a me piacciono. Sono quelli che ricordo
malvolentieri; gli unici che ricordo più a lungo. Parto così, dalla
fine di Allegiant, ma senza
svelarvi nulla. Gli stati arrabbiati su Facebook, le emoticon
dall'aria triste, le recensioni che rimandano a notti insonni e a
kleenex umidi, gli articoli e gli spoiler più vari vi hanno messo in
guardia da tempo: le cose non vanno bene per tutti. Veronica Roth è
così, un po' crudele. Come la Collins prima di lei, come Lauren
Oliver. I distopici sono lotte, sono canti che inneggiano alla
rivoluzione, sono parate di gente armata – e le vittime, i martiri,
i militi ignoti sono necessari. Non puoi far guerra senza polvere da
sparo, non puoi farla senza caduti. La Roth non è più coraggiosa,
intrepida o cattiva dei suoi colleghi. Francamente, non è nemmeno
più in gamba: per nulla. Soltanto giusta. Ho finito il libro
e solo la fine mi ha suggerito che, in fondo, mi era piaciuto:
nonostante tutto. Quella fine – forte, d'impatto, senza ritorno -
che fa un effetto strano, ma che fa pur sempre effetto. Non ti
scivola tra le dita con leggerezza. Ha il colore cupo del lutto,
lieve ruvidezza al tatto. Ma non mi è sembrato il frutto sgradevole
della spietatezza di una giovane autrice che gioca a fare Dio, né il
definitivo raggiungimento della maturità di una ragazza – già
nota a livello planetario – che ancora tanto ha da imparare. Non è
una mattanza gratuita. Argina i contagi, limita i danni, salva il
salvabile. Riassume in un gesto i valori di ogni Fazione e mette a
tacere i contrasti idelogici. I vestiti si mescolano, non c'è più
un confine. Lo dice il vestiario grigio pallido degli Abneganti da
cui, liberi, fan capolino i tatuaggi degli Intrepidi. Perché si può
essere sinceri, gentili, altruisti, coraggiosi senza bisogno di
etichette superflue. Il discusso epilogo mette fine a tanto – vite,
istituzioni, mondi – ma in quella tomba chiusa non ci sei anche tu.
Sei all'aria aperta, e hai altra vita ancora, e hai altra speranza
ancora. Le ultime pagine le leggi
con un'ottica diversa. Qualcosa è venuto meno, e più di qualcuno.
L'assenza diviene presenza nell'attimo in cui realizzi che è così
che le cose dovevano andare e che sarebbe stato un imperdonabile
passo falso affidarsi a una chiusa alternativa. Termine giusto:
imperdonabile. Non
gliel'avrei perdonato, e Allegiant,
senza quel tocco lieve di disperazione, non sarebbe stato Allegiant.
Il libro che, tra alti e bassi
evidenti, mi è però piaciuto. Per quell'epilogo granata che diventa
stranamente salvifico. Turba, abbindola, e ho lasciato che lo facesse
senza troppe reticenze. Divergent mi
era piaciuto, Insurgent no
– ultime pagine a parte - e Allegiant è
stato una lunga incognita fino alla fine. Ha tanti e troppi difetti,
ma dire addio a quest'avventura senza l'anima in pace mi avrebbe
fatto sentire... sbagliato. Ho potuto farlo grazie a un finale che
disintegra qualcosa, ma aggiusta tutto. Mi ha aggiustato, mi ha
soddisfatto. Gli epiloghi tutti rose e fiori non hanno fatto mai per
me: me l'ha ricordato ieri anche mamma, al telefono. Sono d'altro
tipo quelli che non si scordano. E dell'ultimo capitolo di questa
trilogia il resto si scorda in fretta, purtroppo. L'immagine
conclusiva la ricorderò, il resto meno. In un anno, dopo
l'entusiasmo iniziale legato a Divergent,
ho rivalutato questa serie, iniziata a marzo 2012 letteralmente col
botto. Vedere il film mi ha ricodato quello che mi era piaciuto e
quello che s'era perso, quando i toni – da dinamici e frizzanti -
si erano fatti più seri, ripetitivi, pigri, libro dopo libro. Con
Insurgent avevo avuto
diverse difficoltà: per quanto scorrevole, avevo dovuto combattere
contro il più duro tra gli avversari. La noia. Strategie che seguivo
tra gli sbadigli, pagine superflue, personaggi di cui ignoravo
beatamente l'esistenza e che morivano in passaggi senza sentimento,
una società distopica dai tratti vaghi e sbavati. Comprimari dalle
doppie facce e con ruoli ambigui non dotati di vita propria, ma
agganciati a caratterizzazioni sbrigative che di loro mi facevano
conoscere – a stento – il nome. Poi era arrivato il finale.
Veronica Roth e i finali vanno d'accordo. Avrei voluto sapere, avrei
voluto indagare, avrei voluto conoscere il peso dei segreti nascosti
oltre i confini di Chicago.
Tutto veniva messo in discussione, tutto
era una bugia. Tutto mi aveva elettrizzato. Avrei dovuto aspettare un
anno intero per soddisfare la mia curiosità – come potevo? Ho
iniziato Allegiant con
il terrore di trovarmi tra le mani un secondo, lentissimo Insurgent.
Prevenuto, psicologicamente pronto. Invece la scrittura della Roth è
soggetta a molte pecche, ma non contempla lentezza. Tra i lati
positivi, indubbiamente, una velocità che si scambia per furia e
impeto e fa di queste 538 pagine un intenso concentrato da bere d'un
fiato. Il ritmo serrato è quello che era presente, in parte, nel
primo volume. I difetti sono gli stessi che, più consapevole, ho
riscontrato nel secondo. Lo stile: un tracciato del tutto piatto, che
non asseconda le linee di una trama che prevede cime aguzze e abissi.
Manca di personalità, potenza, luce. Linearissimo, non ha quasi
colore. Le descrizioni rapidissime ed essenziali dei volumi
precedendi lo nascondevano. Qui - quando è richiesta una maturità
aggiunta, una marcia in più – la giovane autrice mette in luce la
sua inesperienza, le sue lacune. Si percepisce per due fattori:
l'introduzione di un duplice punto di vista, il poco discreto e
massiccio intervento della Roth per girare e rigirare le carte in
tavole. Continuamente. L'espediente di una seconda voce narrante –
particolarmente in voga nei romanzi distopici, da Requiem
a Crossed – è di
per sé intelligente, se usato bene. Si possono sperimentare registri
diversi, si può rivoluzionare l'intreccio con uno sguardo tutto
nuovo. Si può, potenzialmente.
Le voci di Tris e Tobias, invece, risultano interscambiabili,
identiche. I nomi all'inizio di ogni capitolo ci dicono a chi
appartengono, altrimenti sarebbe impossibile distinguere lui da lei.
Tobias si omologa al solito coro, canta nella tonalità scelta –
due libri prima – per Tris. Il più interessante è lui. Sarà che
la fermezza della protagonista, a volte, si scambiava per freddezza
e, nei suoi confronti, erano cresciuti minuscoli momenti di
insofferenza; sarà che, in un plot a tratti ripetitivo, lui è la
novità autentica ed è novità autentica leggere sensibilità e
vulnerabilità nel cuore dell'uomo che non ha paure. In mezzo a
comparse fugaci, a comprimari di cui tra qualche tempo dimenticherò
perfino l'esistenza, degno di nota il personaggio di Caleb: il
fratello, il traditore. Ha qualcosa – e non so cosa – che,
nonostante i suoi vecchi gesti, rende aberrante l'idea di marchiarlo
come un capro espiatorio. Sbaglia, impara, resiste agli schiaffi e
alle occhiate torve della sorella con impassibilità assoluta. E' di
un'umanità che comprendi.“La
pelle del viso di lui e quella delle nocche di lei hanno la stessa
sfumatura, tra il viola, il blu e il verde, come se se la fossero
colorata con i pennarelli. Questo è quel che succede quando due
fratelli si scontrano, si fanno male entrambi nello stesso modo.”
Mentre
i rapporti familiari risultano alquando ben delineati, l'intreccio
scivola su cardini non bene oleati. E ho usato la parola intreccio
non a caso, tra tanti possibili sinonimi. Di Allegiant si
vedono da lontano, ad occhio nudo, i fili e le trame che ne
compongono l'ordito. Tutto è molto macchinoso, schematico: a
determinate azioni seguono determinate reazioni, perché è così e
basta. Lo dice la Roth. L'autrice non ti porta gradualmente alla
meta. Delimita una strada precisa che non puoi oltrepassare, lungo la
quale devi obbligatoriamente proseguire: come lungo le rotaie del
tunnel della paura di un luna park standard. La distopia, in
Allegiant, si rivela
quel luna park fatto di rotaie fisse. Nel secondo fa una promessa
solenne e, sin dalle prime pagine, il compito dell'autrice è quello
di portarti a vedere cosa c'è fuori.
Come vivono oltre la Recinzione? Immaginavo un colpo di scena alla
The Village, in cui
una comunità senza tempo si teneva lontana dalla nostra società e
dall'avvento della modernità per scelta. Invece, scoprire che tra
dentro e fuori
passa una differenza trascurabilissima mi ha deluso profondamente. Si
nascondono, lì, segreti che non sconvolgono e lotte che, di peso,
sono trasportate dal mitico covo degli Intrepidi a laboratori
tecnologici che hanno fatto di Chicago un esperimento vivente.
Momenti di stasi non ne sono presenti e l'azione pura, di tanto in
tanto, viene stemperata con qualche raro momento di intimità. Ci
sono troppi baci tra i protagonisti, ma l'intimità sincera, reale,
si respira solo alcune volte. Baci che, ripetuti, esasperanti,
onnipresenti, diventano l'atto meno romantico di questo mondo. Ci
sono, in Allegiant e
nella saga tutta, cose che oggettivamente non vanno: tratti da
cesellare, una “personalità stilistica” da creare dal nulla,
scivoloni grossolani. A volte, anche la struttura della distopia
stessa – tutt'altro che infallibile - sembra fare acqua e il
messaggio appare semplicistico e vago. Il solito. Le cose brutte, da
dire, apparentemente superano numericamente quelle belle, ma tre
libri sono passati in fretta e l'anno prossimo, senza il bisogno di
aspettarne uno nuovo, potrei sentirne una certa mancanza. Le
sensazioni negative, con un po' di inevitabile malinconia, sono
surclassate dalle positive. Tutto merito – o colpa? - di un finale
che si fa ricordare, anche se in un volume non perfetto. Dopo gli
epiloghi svogliati di Multiversum
e Delirium, quello
della trilogia di Divergent è
il primo – quest'anno – a convincermi. E' coerente. Coerentemente
si trascina dietro i difetti di sempre, coerentemente rende omaggio a
personaggi privi di contraddizioni. Allegiant,
infatti,è fatto di
quella tristezza che non deprime. Non è una mezzanotte che scende
per non abbandonarti mai più. Non è eclissi totale del cuore.
Potrebbe giocarti un tiro mancino, ma sa portati su luoghi che
conosci e lasciarti nel posto giusto. Nel modo giusto. Dove tutto è
iniziato e dove un salto nel vuoto può ricordati di cosa hai paura,
perché hai paura, e che la vertigine che percepisci la percepisci
perché, in te, scorre ancora vita liquida. Intorno, gli amici, le
nuvole, la cenere. Ricordi sparsi di prime volte che hanno imparato a
non far più male.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Ellie Goulding – Beating Heart
Ciao
a tutti e buon inizio di settimana! Brevissimo appuntamento di Mr
Ciak, oggi, con una recensione un tantino più lunga del solito, ma
mi perdonerete. Quando parliamo di trasposizioni, i paragoni con il
libro si sprecano. Eh, lo sapete anche voi. Vi parlo, infatti,
dell'attesissimo Divergent, che ho visto ieri in lingua. Il 3
Aprile potrete vederlo tutti nei cinema italiani. Al momento, ho in
lettura il terzo capitolo della saga e, in settimana, avrete la mia
recensione. Che settimana “Veronica Roth” sia, dai! Ditemi
qualcosa anche voi. Un saluto, M.
Ho
Allegiant sul letto. L'ho acquistato l'altro giorno e il
segnalibro è fermo a metà. In questi giorni, ho pensato spesso alla
saga della Roth. A perché mi piaceva. Perché mi piaceva? In
Insurgent ho perso di vista la domanda e, senza sbilanciarmi troppo,
posso dire che nemmeno con il terzo capitolo è amore puro. C'era
qualcosa, prima, che ora manca. Un entusiasmo che è andato scemando.
Un anno fa, avrei piantonato i cinema della mia zona come solo un
vero fan(atico) fa. Adesso è da un po' che i trailer e le pubblicità
della trasposizione cinematografica di Divergent mi lasciano
freddo. Ho visto il film in lingua, senza aspettare. Avevo
l'impressione, tanto, che non ne sarebbe valsa la pena. Invece
Divergent mi è piaciuto e mi ha ricordato perché Divergent
mi era piaciuto. Una trasposizione rispettosa e con i tempi giusti,
coinvolgente, scorrevole, fresca. Giovane. La Roth mi piaceva così,
come Neil Burger mostra il suo mondo: impavida, ribelle, leggera come
l'aria. Si capisce subito che non siamo al cospetto del nuovo Hunger
Games: non c'è particolare struggimento, non c'è paura, non c'è
quel nodo che ti lega stretto stretto ai personaggi. Ma dov'è scritto che un
distopico debba darti il dormento a tutti i costi? Divergent mi ha lasciato addosso
una sensazione incredibilmente positiva. Mi ha dato carica, energia,
vigore. Ti contagiano i protagonisti - con la loro euforia, il loro
entusiasmo, la loro giovinezza. Dà adrenalina, qualche brivido,
fervore. Come un buon action movie. Come un salto nel vuoto. La
storia l'ho rivalutata col tempo e così audace, effettivamente, non
è. Ha un messaggio – almeno – che ancora devo cogliere. Le
introduzioni apportate dal romanzo sono riproposte al grande
pubblico, da regista e sceneggiatori, anche con una certa
intelligenza. Non ti sommergono con effetti visivi senza utilità. E'
fisico, immediato, senza trucchi. Ricrea quella Chicago avveniristica
così come la immagini: i treni, il Covo, la ruota panoramica, il
momento della Scelta. Scelta di un destino - di un futuro - che ha
ricordato al Michele di oggi il Michele dell'anno scorso. In balia di
grandi insicurezze, incerto: più del solito. Divergent è
l'adolescenza che ti mette alla prova e ti chiede di diventare
grande. Prendete quelle generazione intere di medici, ad esempio. Poi
arriva un figlio che vuole fare il poeta. Generazioni di operai, e
poi arriva un figlio che vuole studiare. Questa mi è sembrata la mia
storia, e lo sembrerà ai lettori e agli spettatori che – prima o
poi – conosceranno la famiglia Prior. Prove su prove, decisioni su
decisioni: quello è crescere. Avevo scritto qualcosa di simile nella
recensione del romanzo. Lo so. Be', mi ripeto. Il film mi ha fatto pensare
alle stesse cose. Pensieri semplici, comuni, ma che mi erano
“piaciuti” e che mi sono “piaciuti”, essenzialmente per questo
motivo. Prima che la Roth rendesse le cose troppo adulte, troppo
posticce, troppo seriose. I comprimari potrebbero risultare un
tantino compressi, ma è un difetto che il film eredita direttamente
dal romanzo. La Roth, per me, non ne ha mai creati di straordinari o
memorabili. Ma la storia prende subito e il cast è all'altezza –
nonostante i miei ragionevoli dubbi. Eppure adoro smentirmi; eppure
ho detto più volte che detesto a pelle Shailene Woodley. Traumi da
Vita segreta di una teenager americana, suppongo. Lei non è una
bellezza, non è una maestra di carisma, ma è una Tris che convince.
Si scopre più volitiva, forte, caparbia insieme al suo personaggio.
Acquisisce un temperamento che cambia la luce nei suoi occhi e la
rende stranamente bella, a tratti. Il suo Quattro è Theo James –
volto televisivo, visto in Golden Boy
e Bedlam. La
differenza d'età tra i due non si percepisce e lui è il solito
Quattro che conosciamo tutti: taciturno, scontroso, burbero. Il film
non vuole essere la loro storia d'amore – mai – e non ci sono
inutili dilungaggini, inutili abusi di zucchero e miele. L'intimità
è in un gesto: lui che le sfiora la mano in treno, di nascosto,
mentre tutti sono sotto simulazione. Ci sono gli allenamenti, i
riuscitissimi scenari della paura, e la tanto mostrata scena dei
tatuaggi – con la brava Ellie Goulding che canta in sottofondo –
dura il giusto. Neil Burger limita le risatine, i commenti delle
ragazzette giulive di turno, i tipici movimenti da fandom. Ashley Judd è
bellissima come sempre, nonostante gli anni passino per tutti; Kate
Winslet è una cattiva algida, carismatica, senza sbavature; Ansel
Elgort – prossimamente con la Woodley in Colpa delle
stelle – ha un ruolo piccolo,
ma una naturalezza che non è da tutti. L'uso del travelling e
l'interessante colonna sonora mettono l'accento sui momenti migliori e il
finale, ovviamente aperto, è appagante come pochi. E' la fine di un
film, quella che vedi, non del singolo episodio di un serial magari lunghissimo. Procede spedito, dunque, come un treno in corso. E non
come uno di quelli della nostra Trenitalia. Non
conosce cos'è la noia, nonostante la durata sfori di qualche
minuto le due ore. Carica, soddisfa, convince. Non è una storia
che farà storia, ma
intrattiene ad hoc. Non ha poi tanta sostanza, ma grossomodo è
quello che penso anche del romanzo, a cui il film si attiene in tutto
e per tutto. Mi ha divertito, e questo è l'importante. Potrebbe anche
mettere pace tra la Roth e i suoi lettori più invipetiti, chissà. Non
dico che, per tornare a casa, la settimana prossima, salterà
direttamente dal treno, ma – al posto dell'ascensore – sceglierò
di farmi qualche rampa di scale a piedi. Ero un Intrepido, a fine visione, sì. E'
l'effetto Divergent? (7-)
Ciao
a tutti! In vista dell'uscita imminente del seguito, mi sono gettato a capofitto su
Divergent. Che dire...Suggerimenti
sul perché diavolo non l'abbia letto prima?! Ditemi come sempre la
vostra. Per inciso, personalmente, sono a dir poco entusiasta del cast scelto per l'imminente trasposizione cinematografia: anche per Shailene Woodley, che odio dai tempi di Vita Segreta di una Teenager americana, pensate un po'!Un
abbraccio e buona lettura, M ;)
Titolo:
Divergent
Autrice:
Veronica Roth
Editore:
De Agostini
Numero
di pagine: 480
Prezzo:
€ 16,90 (€ 9,90 nella recente ristampa)
Sinossi:
Dopo la firma della Grande Pace, Chicago è suddivisa in cinque
fazioni consacrate ognuna a un valore: la sapienza per gli Eruditi,
il coraggio per gli Intrepidi, l'amicizia per i Pacifici, l'altruismo
per gli Abneganti e l'onestà per i Candidi. Beatrice deve scegliere
a quale unirsi, con il rischio di rinunciare alla propria famiglia.
Prendere una decisione non è facile e il test che dovrebbe
indirizzarla verso l'unica strada a lei adatta, escludendo tutte le
altre, si rivela inconcludente: in lei non c'è un solo tratto
dominante ma addirittura tre! Beatrice è una Divergente, e il suo
segreto - se reso pubblico - le costerebbe la vita. Non sopportando
più le rigide regole degli Abneganti, la ragazza sceglie gli
Intrepidi: l'addestramento però si rivela duro e violento, e i posti
disponibili per entrare davvero a far parte della nuova fazione
bastano solo per la metà dei candidati. Come se non bastasse,
Quattro, il suo tenebroso e protettivo istruttore, inizia ad avere
dei sospetti sulla sua Divergenza... Età di lettura: da 12 anni.
La recensione
I
casi editoriali sono studiati a tavolino per attirare in libreria
sciami e sciami di curiosi. Sono come tante piccole lune che, per
un'alchemica attrazione gravitazionale, influenzano maree di lettori.
E' questo il senso di tutta quella pubblicità, il suo scopo
principale.A
me, sinceramente, fa una paura matta. Mi ci allontano per istinto
naturale. Non mi fido. Lascio che le acque si plachino e che il
livello di quelle maree umane si abbassi. Preferisco acque calme per
fare un tuffo nell'intrigante abisso che nasconde i mondi più vari.
Sì, preferisco aspettare: lunghi anni, semplici mesi, momenti
migliori.
Divergent
è arrivato in Italia il 22
Marzo 2012, seguito da ovazioni generali che – dall'inglese –
sono state rapidamente tradotte alla lettera da giornalisti e blogger
italiani. Dico alla lettera perché sull'esordio della giovanissima
Veronica Roth nessuno aveva dubbi: era originale, moderno ed era
anche un gran bel romanzo. Sono arrivato tardi alla festa che
celebrava il trionfo di una nuova promessa del panorama
internazionale, al debutto in società di una talentuosa ragazza. Io
ho letto Divergent un
anno e un mese dopo.In
un ritardo che, all'inizio ben motivato e sorretto da solide
considerazioni personali, a fine romanzo mi è sembrato
imperdonabile.In
questi 365 giorni la fama del romanzo non si è eclissata.
Tutt'altro: si sono aggiunti un film di prossima
realizzazione dal cast strepitoso, un sequel – Insurgent
– che a Maggio approderà anche da noi, un capitolo conclusivo
ancora da concludere, ma già attesissimo in patria. Quindi che
Veronica Roth è brava non devo venirvelo di certo a dire io! Parafrasando liberamente il famoso detto latino, le parole volano, gli scritti parlano. E il suo romanzo parla una
lingua tutta sua, fatta di suoni a metà tra l'aspro dialetto del
Distretto di Panem e quello più dolce ed evocativo dei “babbani”
emigrati nella lontana Hogwarts. Una lingua che, nei primi attimi,
non mi ha coinvolto, ma che poi si è erta ad inno ufficiale della
distopia per i più giovani.
Ogni
storia ha inizio con una scelta, e quella scritta dall'autrice non fa
eccezione. La scelta della protagonista Beatrice è una di quelle
scelte che modificano la vita per sempre. A sedici anni, in una
futuristica Chicago in cui l'equilibrio è tutelato da cinque rigide
fazioni, Beatrice sceglie di far parte degli Intrepidi. Di chiudere
con un passato di sottomissioni e silenzio, di lasciarsi
dolorosamente alle spalle la sua famiglia e la sua fazione
d'appartenenza, di cambiare perfino nome. Quello dell'angelica
fanciulla amata da Dante fino alle profondità dell'inferno è
sostituito dal diminutivo Tris: breve, efficace, immediato. Un nome
nuovo per una ragazza nuova e con un futuro da scrivere su pagine
tutte bianche.Una
ragazza che nasconde un segreto così pericolo che, se svelato alle
persone sbagliate, le costerebbe l'unica cosa che le rimane: la vita. E' una Divergente, anche se ancora non sa cosa esattamente significhi e quali
rischi ciò comporti. Per la brama di potere dei freddi e avidi Eruditi è
sinonimo di minaccia. Di ostacolo da scovare... ed eliminare. Non
sono mai stato un fan dei film d'azione, né dell'attività fisica.
Non gioco a calcio, non gioco a basket, più che nuotare riesco a stare a galla, non corro nemmeno sotto minaccia. Eppure
per raggiungere Tris ho dovuto correre a perdifiato verso un treno in
corsa, aggrapparmi al nudo metallo e lanciarmi in uno dei portelloni
lasciati aperti solo per me. Con il fiatone e le fitte al fianco
destro, anch'io ho dovuto superare la mia prima prova d'Iniziazione.
La seconda è stata un salto nel vuoto, la terza un combattimento
corpo a corpo contro un nemico dieci volte più massiccio di me. Le
sono stato vicino anche se lei, forte e caparbia com'è, non ne aveva
bisogno. Probabilmente ne avevo bisogno io.Entrare
nel covo degli Intrepidi è stato fisicamente faticoso, ma
assolutamente fantastico. Loro sono una grande e rumorosa famiglia
contro la quale nessun vicino di casa oserebbe lamentarsi per i
troppi schiamazzi. Mi hanno ricordato antichi Vichinghi a raduno e
una congrega di dissoluti pirati in mezzo al mare dei Caraibi:
ricoperti di piercing e tatuaggi, chiassosi e rozzi, amanti
dell'alcol e di stimoli estremi, ma coraggiosi nelle battaglie di
tutti i giorni e in quelle più grandi ancora.
Far parte del loro
gruppo non comporta l'imparare ad essere spietati, senza paura o
debolezze. Ma imparare a coltivare l'altruismo, a combattere insieme
ogni timore, a superare ogni ostacolo esterno.Ho immaginato le scene d'azione che costellano il romanzo nitidamente, alla perfezione, grazie all'inserimento di quelle vivide
ed efficaci descrizioni che, invece, avevo trovato tanto mediocri nei romanzi di
Suzanne Collins. L'autrice, inoltre, fa una certa simpatia: inevitabilmente, la si finisce per confondere con la narratrice
stessa. E' un'eroina ed una sognatrice. Una cazzutissima
principessa guerriera del futuro; ma una guerriera pur sempre
romantica. Quella tra Tris e Quattro – il suo taciturno e tenebroso istruttore – è una
storia d'amore nata in una sala d'allenamento, ricoperta di lividi di
avversari vinti e di punti di sutura, nutrita con segreti condivisi,
lotte, incubi ed immensa dolcezza. Le ambientazioni, poi, sono ristrette,
ma di un fascino senza limiti. Soprattutto, leggere Divergent è
come assistere alla vita di ogni adolescente che, in mani abili,
diventa materiale di un'avvincente e metaforica distopia, dove gli
esami non finiscono mai, la voglia di altrove è in contrasto con la
paura di abbandonare il nostro nido di affetti e consolazioni, le
scelte terrorizzano a morte. Invece, bisognerebbe avere il fegato
della protagonista: quello necessario per superare la paura che ci
impedisce di amare liberamente, fisicamente; per tatuarsi ogni
centimetro quadrato di pelle; per farsi i buchi a naso, sopracciglia
e orecchie. Per avere il coraggio di scegliere, anche ciò per cui
non siamo nati.Pieno
di sacrificio, personaggi straordinari, commozione, valori e virtù,
il romanzopompa
adrenalina pura nelle vene. Ti tiene sospeso a lungo ed in bilico su
un cornicione pericolante, ti dà la forza fisica e morale che
pensavi di non avere. Ma quando l'effetto dell'adrenalina finisce ha
inizio il dolore. Per tutte le perdite, le morti e le cicatrici che
un solo libro è riuscito a causare. Divergent è
un intrattenimento perfetto, una figata assoluta.E'
un libro che spacca. Ma tutto, tutto: cemento, vetro, cuori,
resistenze scioccamente credute infrangibili. Spacca la voce dei lettori che, tra il disperato e l'esaltato, reclamanoun degno seguito.
Il
mio voto: ★★★★★
Il
mio consiglio musicale: Christina Aguilera – Fighter
Usciranno
a Marzo due attesissimi titoli del panorama Young Adult . Si tratta
di due romanzi di grande successo, capaci di mescolare azione e
sentimenti . Il primo è l'atteso sequel di Dentro Jenna ( La mia
recensione qui ) e , proprio ieri, la Giunti ha organizzato sul suo
sito ufficiale un fantastico contest in cui , a tre fra coloro che si
cimenteranno nell'aiutare i membri della redazione nella
realizzazione del booktrailer, verrà inviata una copia
del romanzo.
Il
secondo, invece, è il primo volume di una trilogia di enorme
successo, i cui diritti cinematografici sono già stati acquistati
dalla Summit. Il sequel , Insurgent , sarà rilasciato negli Stati
Uniti a Maggio. Sto parlando di ...
Titolo
: L'eredità di Jenna
Autrice:
Mary E. Pearson
Editore
: Giunti “ Y”
Numero
di pagine : 272
Data
di pubblicazione : 7 Marzo 2012
Prezzo:
€ 14,50
Sinossi:
Jenna, Kara e Locke, tre amici inseparabili, tornando da una festa
rimangono uccisi in un terribile incidente. I loro corpi non possono
essere salvati ma le loro menti vengono tenute in vita e intrappolate
in un computer. Jenna è la prima a risvegliarsi con un corpo
artificiale grazie a un esperimento di biotecnologia avanzata. Kara e
Locke invece vengono dimenticati e rimangono in un lunghissimo limbo
dove esistono solo i loro pensieri e i loro sentimenti. Passano gli
anni e poi i secoli e finalmente Locke e Kara si trovano di nuovo
nelle loro sembianze, riprodotte in laboratorio. Ma il mondo in cui
si risvegliano è un luogo estraneo dove tutto e tutti quelli che
conoscevano sono ormai scomparsi. Tutti tranne Jenna Fox.
Hanno
detto del romanzo : “ Avvincente e profonto” - Suzanne
Collins, autrice di Hunger Games
Un
estratto
Mi
sorride con due occhi freddi come il ghiaccio. Non riesco a smettere
di fissarla, ma so che sarebbe la cosa migliore da fare. Non riesco a
smettere di fissarla perché lei ha un vantaggio su di me. Non riesco
a smettere di fissarla per una ragione che lei conosce fin troppo
bene. Perché la amo. Lei è tutto quello che ho.
Titolo:
Divergent
Autrice:
Veronica Roth
Editore:
De Agostini
Numero
di pagine: 480
Data
di pubblicazione : 22 Marzo 2012
Prezzo:
€ 16,90
Sinossi:
La società distopica in cui vive Beatrice Prior è suddivisa in 5
fazioni, ognuna delle quali è consacrata a una virtù: sincerità,
altruismo, coraggio, concordia e sapienza. Il momento cruciale nella
vita dei cittadini è il Giorno della Scelta, che cade allo scoccare
del 16° compleanno: ogni giovane sceglie a quale fazione votare il
proprio futuro. Ora tocca a Beatrice, e la sua scelta non solo
sorprenderà tutti, ma segnerà per sempre il suo destino. Nella fase
iniziale altamente competitiva, la protagonista rinominando se stessa
(Tris), lotta per determinare chi sono realmente i suoi amici,
interrogandosi se la sua storia d'amore possa adattarsi alla vita che
ha scelto. Catapultata in un mondo duro e violento Beatrice
scoprirà le crepe di una società che è tuttotranne che perfetta.
Una società che la vorrebbe morta se scoprisse il suo segreto...
Perché Beatrice non è una ragazza qualunque, lei è una divergent.
Una diversa.