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sabato 23 maggio 2015

Mr. Ciak: Insurgent, Kingsman, Musarañas, The Boy Next Door, Maicol Jecson, The Town That Dreaded Sundown

Un anno fa, quando dicevo ancora di odiare Shailene Woodley, Insurgent l'avrei forse aspettato con ansia. L'arrivo al cinema del primo episodio mi aveva convinto, ma passo dopo passo, avevo visto dissolversi tutto il potenziale della saga della Roth, che non aveva avuto chissà quale idea brillante o, complice uno stile acerbo, non aveva saputo metterla a fuoco. Il dente avvelenato, in particolare, ce l'avevo contro questo seguito, che mi aveva annoiato in maniera indicibile: non a caso ricordavo giusto il colpo di scena finale; non a caso – a marzo – non sono corso al cinema. E Insurgent il prezzo pieno del biglietto non lo valeva, ma mi aspettavo peggio. Fila liscio, lì dove il romanzo vegetava. Quanto sia rispettosa la trasposizione questa volta non so dirvelo. Il film riparte nel momento in cui si era fermato e scorre, ma – soprattutto all'inizio – manca di un collante. Ha l'aria di una maratona di episodi dell'ultima produzione The CW. Più avvincente che nel romanzo, invece, la seconda parte, che non salva il film da un aggettivo che ha un suo peso: Insurgent è gradevole, ma trascurabile. Nonostante i paragoni si sprechino, non è Hunger Games: prendiamo i pochi colpi di scena, ad esempio, snocciolati così, senza emozione. Il metaforico mastice – nonostante la regia di Schwentke, che con l'azione e gli effetti speciali ci sa fare – purtroppo sembrano averlo perso anche i membri del cast. Singolarmente convincenti, ma incapaci di amalgamarsi senza imbarazzi. Dei due premi Oscar – e mezzo – con una Octavia Spencer di passaggio e una Naomi Watts mai così spaesata, sarà perché madre impossibile di un trentenne, solo la fedelissima Kate Winslet sta al gioco. Il monolitico Quattro di Theo James, che regala tanti sospiri alla sua Tris, ne regalerà molto meno alle spettatrici; Ansel Elgort ci prova a scrollarsi di dosso l'aria adorabile da eterno Augustus Waters, ma ci riuscirà?; semplicemente terribile Miles Teller che, dopo il trionfo di Whiplash, fa passi indietro per colpa di un pedante epigono di Malfoy scritto da una che non è la nuova J.K Rowling. A capitanare la rivolta, la Shailene Woodley che adesso non odio più: White Bird in a Blizzard me l'ha fatta scoprire sexy, Colpa delle stelle me l'ha fatta piangere. Bravina, qui, anche se se la cava meglio a spezzare cuori che ossa: nonostante il capello corto e le braccia muscolose, non crede neanche lei fino in fondo alla sua aggressività d'intrepida. (6)

Qualche giorno fa ho rievocato il carnevale di un'infanzia lontana. Quando mi vestivo da supereroe e da grande dicevo di voler essere un fumettista. I sogni non avevano un numero fisso, e in alternativa avrei trovato stimolante anche la vita da agente segreto. Stravedevo per Spy Kids; poi alle medie per Agente Cody Banks – e Hilary Duff. Adesso non guardo cinecomic né pellicole di spionaggio. A me piace poco l'azione, ma parecchio due fattori che solitamente cozzano: l'elegante e il tamarro. In Kingsman, in due ore che volano, cafonate e alta moda si incrociano e danno vita a uno sposalizio irresistibile, anche per me, spia mancata senza rimpianti. Con la firma del Matthew Vaughn di Kick Ass, altra perla, questo film è una parodia di un genere che o si ama o si odia: ma come odiarlo se è riproposto in chiave ironica, con invasioni massive di effetti speciali, una regia strabiliante, combattimenti coreografici e dialoghi gustosi? In Kingsman non mancano le missioni impossibili, i cattivi che vogliono distruggere il mondo, le rivincite personali: il protagonista combatte contro le smanie dei figli di papà, sventa piani criminali, conquista principesse ninfomani. A fargli da guida, un magnifico Colin Firth che si congeda con un colpo di scena ad effetto ed è re di una tavola rotonda di moderni cavalieri. Picchia duro, ha pantaloni dalla piega perfetta, beve il té delle cinque in punto. Samuel L. Jackson caratterizza un antagonista che è uno spasso, a metà tra un Mark Zuckemberg pazzo e uno coi difetti di pronuncia del primo Muccino; Michael Caine dice due parole ed è subito un'icona; Mark Strong trova il supporto di uno script che, questa volta, lo vuole più presente del solito. A mancare in copertina, il nome del giovane Taron Egerton, quando questo poi è il suo picaresco romanzo di formazione. Chiassoso, sopra le righe, chic. Vive dei tòpoi dell'action movie e cita My Fair Lady. Con un fucile tra le mani e un paio di intramontabili Oxford lucide in cui specchiarsi. Kingsman ha la violenza esagerata dei cartoni, rumori fortissimi e colori che fulminano la cornea. Le scene d'inseguimento più spettacolari che vedrò quest'anno e uno degli intrecci più spiritosi che mi godrò nei sei mesi a venire. (7,5)

In una Spagna che ancora porta le cicatrici del conflitto mondiale, la storia di un soffocante mènage familiare. Un appartamento abitato da due sole donne, l'arrivo di un vicino di casa a comprometterne le fragili dinamiche. Montse, che non ha mai oltrepassato l'uscio del suo mondo asfissiante, dopo l'abbandono del padre orco, vive come una reietta, barricata nelle sue stanze piene di pizzi, sete, bottoni. Fa la sarta. Sognerebbe, un giorno, una boutique in centro e un rapporto esclusivo con quella sorella che non ha un nome e che, semplicemente, definisce la sua bambina. Anche se ha diciotto anni, è una giovane donna che fa innamorare tutti al primo sguardo e ha rubato le attenzioni di lui, Carlos, l'uomo ferito che le due accudiscono sotto il loro tetto. Ma Carlos, a letto con le gambe rotte, ha i suoi segreti, proprio come la paziente Montse: gli scatti di ira, le mani che tremano, l'ossessione di avere tutto, e tutti, sotto controllo. Personaggi prigionieri di una casa che è impossibile abbandonare; tutti vittime. Musarañas ha nel titolo i toporagni: roditori che vivono al buio, protetti a vita nel loro nido. Thriller psicologico dello scorso anno, è la rinnovata conferma di un cinema spagnolo pensato meravigliosamente, che sa intimorire con originalità e immensa eleganza. Sorpresa per molti? Non per me, che ai cugini d'oltralpe invidio le commedie romantiche a ai vicini spagnoli gli horror più rigorosi in circolazione. Questo, diretto a quattro mani da due esordienti, ha un intreccio classico e la tensione alle stelle. Girato interamente in un appartamento dal perimetro circoscritto, ospita tra i suoi corridoi i fantasmi della pedofilia e i tragici traumi che si trascina dietro. Si sguazza perciò nel sangue delle vittime della sarta assassina, una Misery che non potendo scappare dal suo incubo vuole trascinarci dentro anche chi le è vicino, ma a impressionare sono i chiaroscuri di personaggi con la guerra in testa. Nel cast, uno Hugo Silva poco approfondito, il viscido Luis Tosar di Bed Time, ma – ormai nomi di grido internazionali – sono nullità in confronto all'ipnotica Macarena Gòmez, che regge divinamente il tutto con una prova che vive di tic stizzosi e minuzie. Un personaggio ambiguo con uno spiazzante segreto che il finale, puntualmente, ci svela. Facendo pensare allo spettatore che Musarañas fosse bello già prima, ma dopo quella svolta a fior di nervi - già intuita ma cattiva - più bello ancora. (7)

Che è banale in maniera esasperante lo si capisce già dal titolo. Girato con quattro soldi e inaspettato successo, ha la storia dell'ennesima attrazione fatale. Virtuosa prof divorziata finisce a letto col suo vicino di casa pazzo. La bella Jennifer Lopez – sempre più sexy - non vincerà l'Oscar, ma la sua prova è dignitosa e in biancheria fa la sua porca figura. Con lei, dopo un paio di Step Up, Ryan Guzman: che va ancora al liceo non ci credo neanche se lo vedo con zaino in spalla, ma è un convincente squilibrato; meno pesce lesso del collega ballerino Channing Tatum, ha la faccia giusta e palpeggia le grazie della Lopez con la nonchalance di chi non deve chiedere mai. Questo thriller in rosa è scontato e classico così come appare. Ma fila, nonostante la trama la sappiano pure i sordi, e ha l'apprezzabile faccia tosta di cullarsi spudorato nei luoghi comuni, non arrampicandosi sugli specchi in cerca di novità impossibili. E' esattamente come lo si immagina, ma per quell'ora e mezza lo si tollera. Piacevole il giusto. E trash. (5)

L'estate del 2009: quella in cui Andrea perderà la verginità, quella in cui il fratello minore perderà il suo idolo. La storia delle loro prime volte – l'amore, il lutto – s'incrocerà con quella di un pensionato convinto di essere il loro nonno, di un cacciatore di alieni, di un viaggio verso la fine del mondo. Maicol Jecson è una commedia italiana e, a tratti, non ci si crede. La trama è vista e rivista. La voce fuori campo ricorda più quella di uno YouTuber qualsiasi che John Green. C'è una scrittura che va affinita, ma sulla resa non posso mettere bocca: non segue standard televisivi, è girato con intelligenza e con gusto internazionale, gli attori più giovani, ineditamente – anche merito del doppiaggio; ma perché doppiarli? -, non sono dei cani totali. Un bravo d'incoraggiamento ai registi, per l'idea e la buona realizzazione, e al cast di esordienti, capitanati del veterano Remo Girone. Maicol Jecson va visto come un vincente esperimento di prima commedia adolescenziale nostrana. Solo così può essere osservato con occhi diversi e un po' compiaciuti. E' la variante young adult di Il ragazzo invisibile, ma l'esperimento è dello stesso tipo. Territorio raramente esplorato, dunque, soprattutto con questi deliziosi toni indie. (6,5)

Titolo lungo, durata ridotta, un assassino mascherato che per i fanatici dell'horror, forse, è una vecchia conoscenza. The Town That Dreaded Sundown è il remake di uno slasher degli anni '70, e uno dice che noia. Ma questo film si rivela un'autentica chicca; un gioiellino insanguinato. Il regista è Alfonso Gomez-Rejon, nome di punta nella direzione di Asylum, il migliore degli American Horror Story, e ha un talento sorprendente. Nonostante la trama esilissima, uno Scream vintage che qualche colpo di scena ben piazzato lo regala, il film si fa guardare dal cinefilo attento con gli occhi a cuore. Non c'è una scena che non sia confezionata ad arte. Sangue contenuto, morti fantasiose e i volteggi funambolici di una macchina da presa che non sa stare ferma, in cerca delle angolazioni più originali, dei giochi naturali delle ombre, della qualità che nel genere di serie B per eccellenza si è raramente riscontrata. Il resto è roba che Craven, con più ironia e vivacità, ha già affrontato. Uno script più memorabile, al prossimo giro, e Gomez-Rejon potrebbe essere il profeta del nuovo modo di far paura, ma con classe. (6,5)

domenica 6 aprile 2014

Qui pro cover #3


Buongiorno, buongiorno! Come state? Chiudiamo la settimana come si deve, con un nuovo appuntamento della recentissima Qui pro cover – rubrica nata per mettere a confronto, senza nessun intento polemico, cover gemelle, cover sorelle, cover imparentate alla lontana. Come sempre, anche questa mattina due gruppi di copertine. Le prime tre riprendono lo stesso soggetto presente sulla copertina della ristampa economica di Divergent – questa settimana la Roth e la sua trilogia sono state onnipresenti, da queste parti. Film, romanzo e adesso cover. Cover – francamente – molto bruttina, nonostante sia la più decente tra le tre. Le altre due appartengono ai romanzi Virtuosity e a Hidden, parte, quest'ultimo, dell'infinita (ma quanti volumi sono?) saga della Casa della notte. La modella è la stessa su tutte e tre, cambia giusto lo sfondo. Fastidioso il rosso cupo di Divergent, da pubblicità di creme depilatorie quello di Virtuosity, orientaleggiante quello di Hidden. Resta, quindi, una fanciulla che ha detto evidentemente no ai push up e agli interventi al seno – avere due cocomeri davanti avrebbe però giustificato la sua posa parecchio scomoda – ma ha detto sì a Valsoia ai capelli che fanno swish. A Jared Leto piacerebbe questo elemento. Le altre tre, invece, sono praticamente identiche, eliminato o aggiunto qualche dettaglio. I colori delle farfalle cambiano, ma la canotta da camionista resta. Preferisco, perciò, la cover di The Ice Queen, almeno – se c'è – non si vede. Più delicata, no? Le altre appartengono a Fate e all'edizione americana del M-E-R-A-V-I-G-L-I-O-S-O Luna. Leggetelo. La mia recensione qui. Le vostre preferite? Ditemi la vostra, su. Un abbraccio e buona domenica, M.

mercoledì 2 aprile 2014

Recensione: Allegiant, di Veronica Roth

Dopo il post precedente con la recensione del film, torno a parlare della saga di Divergent. E per l'ultima volta. Ho finito ieri Allegiant e, tra alti e bassi, l'ho trovato una degna conclusione. Quel finale che tanti hanno trovato distrubante, per me aggiusta tutto, magicamente. La recensione non contiene spoiler
Avevo paura che, se fossimo rimasti insieme, avremmo solo continuato a cozzare per sempre, e che alla fine tutti quegli scontri mi avrebbero mandata in pezzi. Ma ora so che io sono la lama e lui è la cote. Sono troppo forte per rompermi, e ogni volta che lo tocco divento migliore, più affilata.

Titolo: Allegiant
Autrice: Veronica Roth
Editore: DeAgostini
Numero di pagine: 540
Prezzo: € 14,90
Sinossi: La realtà che Tris ha sempre conosciuto ormai non esiste più, cancellata nel modo più violento possibile dalla terrificante scoperta che il "sistema per fazioni" era solo il frutto di un esperimento. Circondata solo da orrore e tradimento, la ragazza non si lascia sfuggire l'opportunità di esplorare il mondo esterno, desiderosa di lasciarsi indietro i ricordi dolorosi e di cominciare una nuova vita insieme a Tobias. Ma ciò che trova è ancora più inquietante di quello che ha lasciato. Verità ancora più esplosive marchieranno per sempre le persone che ama, e ancora una volta Tris dovrà affrontare la complessità della natura umana e scegliere tra l'amore e il sacrificio.
                                                  La recensione
Sto con lui perché lo scelgo ogni giorno quando mi sveglio, ogni giorno in cui litighiamo o ci mentiamo o ci deludiamo a vicenda. Lo scelgo continuamente, e lui sceglie me.” Dovrei provare struggimento. Dovrei avvertire le fitte di un cuore infranto. Dovrei dire che odio la Roth e che, da ora in poi, è mia nemica giurata, a vita. Dovrei? Sono domande, ma senza punto interrogativo. Quello manca, ma la risposta c'è. Forse: forse dovrei. Invece sapete che i mancati lieto fine a me piacciono. Sono quelli che ricordo malvolentieri; gli unici che ricordo più a lungo. Parto così, dalla fine di Allegiant, ma senza svelarvi nulla. Gli stati arrabbiati su Facebook, le emoticon dall'aria triste, le recensioni che rimandano a notti insonni e a kleenex umidi, gli articoli e gli spoiler più vari vi hanno messo in guardia da tempo: le cose non vanno bene per tutti. Veronica Roth è così, un po' crudele. Come la Collins prima di lei, come Lauren Oliver. I distopici sono lotte, sono canti che inneggiano alla rivoluzione, sono parate di gente armata – e le vittime, i martiri, i militi ignoti sono necessari. Non puoi far guerra senza polvere da sparo, non puoi farla senza caduti. La Roth non è più coraggiosa, intrepida o cattiva dei suoi colleghi. Francamente, non è nemmeno più in gamba: per nulla. Soltanto giusta. Ho finito il libro e solo la fine mi ha suggerito che, in fondo, mi era piaciuto: nonostante tutto. Quella fine – forte, d'impatto, senza ritorno - che fa un effetto strano, ma che fa pur sempre effetto. Non ti scivola tra le dita con leggerezza. Ha il colore cupo del lutto, lieve ruvidezza al tatto. Ma non mi è sembrato il frutto sgradevole della spietatezza di una giovane autrice che gioca a fare Dio, né il definitivo raggiungimento della maturità di una ragazza – già nota a livello planetario – che ancora tanto ha da imparare. Non è una mattanza gratuita. Argina i contagi, limita i danni, salva il salvabile. Riassume in un gesto i valori di ogni Fazione e mette a tacere i contrasti idelogici. I vestiti si mescolano, non c'è più un confine. Lo dice il vestiario grigio pallido degli Abneganti da cui, liberi, fan capolino i tatuaggi degli Intrepidi. Perché si può essere sinceri, gentili, altruisti, coraggiosi senza bisogno di etichette superflue. Il discusso epilogo mette fine a tanto – vite, istituzioni, mondi – ma in quella tomba chiusa non ci sei anche tu. Sei all'aria aperta, e hai altra vita ancora, e hai altra speranza ancora. Le ultime pagine le leggi con un'ottica diversa. Qualcosa è venuto meno, e più di qualcuno. L'assenza diviene presenza nell'attimo in cui realizzi che è così che le cose dovevano andare e che sarebbe stato un imperdonabile passo falso affidarsi a una chiusa alternativa. Termine giusto: imperdonabile. Non gliel'avrei perdonato, e Allegiant, senza quel tocco lieve di disperazione, non sarebbe stato Allegiant. Il libro che, tra alti e bassi evidenti, mi è però piaciuto. Per quell'epilogo granata che diventa stranamente salvifico. Turba, abbindola, e ho lasciato che lo facesse senza troppe reticenze. Divergent mi era piaciuto, Insurgent no – ultime pagine a parte - e Allegiant è stato una lunga incognita fino alla fine. Ha tanti e troppi difetti, ma dire addio a quest'avventura senza l'anima in pace mi avrebbe fatto sentire... sbagliato. Ho potuto farlo grazie a un finale che disintegra qualcosa, ma aggiusta tutto. Mi ha aggiustato, mi ha soddisfatto. Gli epiloghi tutti rose e fiori non hanno fatto mai per me: me l'ha ricordato ieri anche mamma, al telefono. Sono d'altro tipo quelli che non si scordano. E dell'ultimo capitolo di questa trilogia il resto si scorda in fretta, purtroppo. L'immagine conclusiva la ricorderò, il resto meno. In un anno, dopo l'entusiasmo iniziale legato a Divergent, ho rivalutato questa serie, iniziata a marzo 2012 letteralmente col botto. Vedere il film mi ha ricodato quello che mi era piaciuto e quello che s'era perso, quando i toni – da dinamici e frizzanti - si erano fatti più seri, ripetitivi, pigri, libro dopo libro. Con Insurgent avevo avuto diverse difficoltà: per quanto scorrevole, avevo dovuto combattere contro il più duro tra gli avversari. La noia. Strategie che seguivo tra gli sbadigli, pagine superflue, personaggi di cui ignoravo beatamente l'esistenza e che morivano in passaggi senza sentimento, una società distopica dai tratti vaghi e sbavati. Comprimari dalle doppie facce e con ruoli ambigui non dotati di vita propria, ma agganciati a caratterizzazioni sbrigative che di loro mi facevano conoscere – a stento – il nome. Poi era arrivato il finale. Veronica Roth e i finali vanno d'accordo. Avrei voluto sapere, avrei voluto indagare, avrei voluto conoscere il peso dei segreti nascosti oltre i confini di Chicago. 
Tutto veniva messo in discussione, tutto era una bugia. Tutto mi aveva elettrizzato. Avrei dovuto aspettare un anno intero per soddisfare la mia curiosità – come potevo? Ho iniziato Allegiant con il terrore di trovarmi tra le mani un secondo, lentissimo Insurgent. Prevenuto, psicologicamente pronto. Invece la scrittura della Roth è soggetta a molte pecche, ma non contempla lentezza. Tra i lati positivi, indubbiamente, una velocità che si scambia per furia e impeto e fa di queste 538 pagine un intenso concentrato da bere d'un fiato. Il ritmo serrato è quello che era presente, in parte, nel primo volume. I difetti sono gli stessi che, più consapevole, ho riscontrato nel secondo. Lo stile: un tracciato del tutto piatto, che non asseconda le linee di una trama che prevede cime aguzze e abissi. Manca di personalità, potenza, luce. Linearissimo, non ha quasi colore. Le descrizioni rapidissime ed essenziali dei volumi precedendi lo nascondevano. Qui - quando è richiesta una maturità aggiunta, una marcia in più – la giovane autrice mette in luce la sua inesperienza, le sue lacune. Si percepisce per due fattori: l'introduzione di un duplice punto di vista, il poco discreto e massiccio intervento della Roth per girare e rigirare le carte in tavole. Continuamente. L'espediente di una seconda voce narrante – particolarmente in voga nei romanzi distopici, da Requiem a Crossed – è di per sé intelligente, se usato bene. Si possono sperimentare registri diversi, si può rivoluzionare l'intreccio con uno sguardo tutto nuovo. Si può, potenzialmente. Le voci di Tris e Tobias, invece, risultano interscambiabili, identiche. I nomi all'inizio di ogni capitolo ci dicono a chi appartengono, altrimenti sarebbe impossibile distinguere lui da lei. Tobias si omologa al solito coro, canta nella tonalità scelta – due libri prima – per Tris. Il più interessante è lui. Sarà che la fermezza della protagonista, a volte, si scambiava per freddezza e, nei suoi confronti, erano cresciuti minuscoli momenti di insofferenza; sarà che, in un plot a tratti ripetitivo, lui è la novità autentica ed è novità autentica leggere sensibilità e vulnerabilità nel cuore dell'uomo che non ha paure. In mezzo a comparse fugaci, a comprimari di cui tra qualche tempo dimenticherò perfino l'esistenza, degno di nota il personaggio di Caleb: il fratello, il traditore. Ha qualcosa – e non so cosa – che, nonostante i suoi vecchi gesti, rende aberrante l'idea di marchiarlo come un capro espiatorio. Sbaglia, impara, resiste agli schiaffi e alle occhiate torve della sorella con impassibilità assoluta. E' di un'umanità che comprendi. La pelle del viso di lui e quella delle nocche di lei hanno la stessa sfumatura, tra il viola, il blu e il verde, come se se la fossero colorata con i pennarelli. Questo è quel che succede quando due fratelli si scontrano, si fanno male entrambi nello stesso modo.
Mentre i rapporti familiari risultano alquando ben delineati, l'intreccio scivola su cardini non bene oleati. E ho usato la parola intreccio non a caso, tra tanti possibili sinonimi. Di Allegiant si vedono da lontano, ad occhio nudo, i fili e le trame che ne compongono l'ordito. Tutto è molto macchinoso, schematico: a determinate azioni seguono determinate reazioni, perché è così e basta. Lo dice la Roth. L'autrice non ti porta gradualmente alla meta. Delimita una strada precisa che non puoi oltrepassare, lungo la quale devi obbligatoriamente proseguire: come lungo le rotaie del tunnel della paura di un luna park standard. La distopia, in Allegiant, si rivela quel luna park fatto di rotaie fisse. Nel secondo fa una promessa solenne e, sin dalle prime pagine, il compito dell'autrice è quello di portarti a vedere cosa c'è fuori. Come vivono oltre la Recinzione? Immaginavo un colpo di scena alla The Village, in cui una comunità senza tempo si teneva lontana dalla nostra società e dall'avvento della modernità per scelta. Invece, scoprire che tra dentro e fuori passa una differenza trascurabilissima mi ha deluso profondamente. Si nascondono, lì, segreti che non sconvolgono e lotte che, di peso, sono trasportate dal mitico covo degli Intrepidi a laboratori tecnologici che hanno fatto di Chicago un esperimento vivente. Momenti di stasi non ne sono presenti e l'azione pura, di tanto in tanto, viene stemperata con qualche raro momento di intimità. Ci sono troppi baci tra i protagonisti, ma l'intimità sincera, reale, si respira solo alcune volte. Baci che, ripetuti, esasperanti, onnipresenti, diventano l'atto meno romantico di questo mondo. Ci sono, in Allegiant e nella saga tutta, cose che oggettivamente non vanno: tratti da cesellare, una “personalità stilistica” da creare dal nulla, scivoloni grossolani. A volte, anche la struttura della distopia stessa – tutt'altro che infallibile - sembra fare acqua e il messaggio appare semplicistico e vago. Il solito. Le cose brutte, da dire, apparentemente superano numericamente quelle belle, ma tre libri sono passati in fretta e l'anno prossimo, senza il bisogno di aspettarne uno nuovo, potrei sentirne una certa mancanza. Le sensazioni negative, con un po' di inevitabile malinconia, sono surclassate dalle positive. Tutto merito – o colpa? - di un finale che si fa ricordare, anche se in un volume non perfetto. Dopo gli epiloghi svogliati di Multiversum e Delirium, quello della trilogia di Divergent è il primo – quest'anno – a convincermi. E' coerente. Coerentemente si trascina dietro i difetti di sempre, coerentemente rende omaggio a personaggi privi di contraddizioni. Allegiant, infatti, è fatto di quella tristezza che non deprime. Non è una mezzanotte che scende per non abbandonarti mai più. Non è eclissi totale del cuore. Potrebbe giocarti un tiro mancino, ma sa portati su luoghi che conosci e lasciarti nel posto giusto. Nel modo giusto. Dove tutto è iniziato e dove un salto nel vuoto può ricordati di cosa hai paura, perché hai paura, e che la vertigine che percepisci la percepisci perché, in te, scorre ancora vita liquida. Intorno, gli amici, le nuvole, la cenere. Ricordi sparsi di prime volte che hanno imparato a non far più male.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ellie Goulding – Beating Heart

lunedì 31 marzo 2014

Mr Ciak #32: Divergent - Il film

Ciao a tutti e buon inizio di settimana! Brevissimo appuntamento di Mr Ciak, oggi, con una recensione un tantino più lunga del solito, ma mi perdonerete. Quando parliamo di trasposizioni, i paragoni con il libro si sprecano. Eh, lo sapete anche voi. Vi parlo, infatti, dell'attesissimo Divergent, che ho visto ieri in lingua. Il 3 Aprile potrete vederlo tutti nei cinema italiani. Al momento, ho in lettura il terzo capitolo della saga e, in settimana, avrete la mia recensione. Che settimana “Veronica Roth” sia, dai! Ditemi qualcosa anche voi. Un saluto, M.



Ho Allegiant sul letto. L'ho acquistato l'altro giorno e il segnalibro è fermo a metà. In questi giorni, ho pensato spesso alla saga della Roth. A perché mi piaceva. Perché mi piaceva? In Insurgent ho perso di vista la domanda e, senza sbilanciarmi troppo, posso dire che nemmeno con il terzo capitolo è amore puro. C'era qualcosa, prima, che ora manca. Un entusiasmo che è andato scemando. Un anno fa, avrei piantonato i cinema della mia zona come solo un vero fan(atico) fa. Adesso è da un po' che i trailer e le pubblicità della trasposizione cinematografica di Divergent mi lasciano freddo. Ho visto il film in lingua, senza aspettare. Avevo l'impressione, tanto, che non ne sarebbe valsa la pena. Invece Divergent mi è piaciuto e mi ha ricordato perché Divergent mi era piaciuto. Una trasposizione rispettosa e con i tempi giusti, coinvolgente, scorrevole, fresca. Giovane. La Roth mi piaceva così, come Neil Burger mostra il suo mondo: impavida, ribelle, leggera come l'aria. Si capisce subito che non siamo al cospetto del nuovo Hunger Games: non c'è particolare struggimento, non c'è paura, non c'è quel nodo che ti lega stretto stretto ai personaggi. Ma dov'è scritto che un distopico debba darti il dormento a tutti i costi? Divergent mi ha lasciato addosso una sensazione incredibilmente positiva. Mi ha dato carica, energia, vigore. Ti contagiano i protagonisti - con la loro euforia, il loro entusiasmo, la loro giovinezza. Dà adrenalina, qualche brivido, fervore. Come un buon action movie. Come un salto nel vuoto. La storia l'ho rivalutata col tempo e così audace, effettivamente, non è. Ha un messaggio – almeno – che ancora devo cogliere. Le introduzioni apportate dal romanzo sono riproposte al grande pubblico, da regista e sceneggiatori, anche con una certa intelligenza. Non ti sommergono con effetti visivi senza utilità. E' fisico, immediato, senza trucchi. Ricrea quella Chicago avveniristica così come la immagini: i treni, il Covo, la ruota panoramica, il momento della Scelta. Scelta di un destino - di un futuro - che ha ricordato al Michele di oggi il Michele dell'anno scorso. In balia di grandi insicurezze, incerto: più del solito. Divergent è l'adolescenza che ti mette alla prova e ti chiede di diventare grande. Prendete quelle generazione intere di medici, ad esempio. Poi arriva un figlio che vuole fare il poeta. Generazioni di operai, e poi arriva un figlio che vuole studiare. Questa mi è sembrata la mia storia, e lo sembrerà ai lettori e agli spettatori che – prima o poi – conosceranno la famiglia Prior. Prove su prove, decisioni su decisioni: quello è crescere. Avevo scritto qualcosa di simile nella recensione del romanzo. Lo so. Be', mi ripeto. Il film mi ha fatto pensare alle stesse cose. Pensieri semplici, comuni, ma che mi erano “piaciuti” e che mi sono “piaciuti”, essenzialmente per questo motivo. Prima che la Roth rendesse le cose troppo adulte, troppo posticce, troppo seriose. I comprimari potrebbero risultare un tantino compressi, ma è un difetto che il film eredita direttamente dal romanzo. La Roth, per me, non ne ha mai creati di straordinari o memorabili. Ma la storia prende subito e il cast è all'altezza – nonostante i miei ragionevoli dubbi. Eppure adoro smentirmi; eppure ho detto più volte che detesto a pelle Shailene Woodley. Traumi da Vita segreta di una teenager americana, suppongo. Lei non è una bellezza, non è una maestra di carisma, ma è una Tris che convince. Si scopre più volitiva, forte, caparbia insieme al suo personaggio. Acquisisce un temperamento che cambia la luce nei suoi occhi e la rende stranamente bella, a tratti. Il suo Quattro è Theo James – volto televisivo, visto in Golden Boy e Bedlam. La differenza d'età tra i due non si percepisce e lui è il solito Quattro che conosciamo tutti: taciturno, scontroso, burbero. Il film non vuole essere la loro storia d'amore – mai – e non ci sono inutili dilungaggini, inutili abusi di zucchero e miele. L'intimità è in un gesto: lui che le sfiora la mano in treno, di nascosto, mentre tutti sono sotto simulazione. Ci sono gli allenamenti, i riuscitissimi scenari della paura, e la tanto mostrata scena dei tatuaggi – con la brava Ellie Goulding che canta in sottofondo – dura il giusto. Neil Burger limita le risatine, i commenti delle ragazzette giulive di turno, i tipici movimenti da fandom. Ashley Judd è bellissima come sempre, nonostante gli anni passino per tutti; Kate Winslet è una cattiva algida, carismatica, senza sbavature; Ansel Elgort – prossimamente con la Woodley in Colpa delle stelle – ha un ruolo piccolo, ma una naturalezza che non è da tutti. L'uso del travelling e l'interessante colonna sonora mettono l'accento sui momenti migliori e il finale, ovviamente aperto, è appagante come pochi. E' la fine di un film, quella che vedi, non del singolo episodio di un serial magari lunghissimo. Procede spedito, dunque, come un treno in corso. E non come uno di quelli della nostra Trenitalia. Non conosce cos'è la noia, nonostante la durata sfori di qualche minuto le due ore. Carica, soddisfa, convince. Non è una storia che farà storia, ma intrattiene ad hoc. Non ha poi tanta sostanza, ma grossomodo è quello che penso anche del romanzo, a cui il film si attiene in tutto e per tutto. Mi ha divertito, e questo è l'importante. Potrebbe anche mettere pace tra la Roth e i suoi lettori più invipetiti, chissà. Non dico che, per tornare a casa, la settimana prossima, salterà direttamente dal treno, ma – al posto dell'ascensore – sceglierò di farmi qualche rampa di scale a piedi. Ero un Intrepido, a fine visione, sì. E' l'effetto Divergent? (7-)

giovedì 18 aprile 2013

Recensione a basso costo: Divergent, di Veronica Roth

Ciao a tutti! In vista dell'uscita imminente del seguito, mi sono gettato a capofitto su Divergent. Che dire... Suggerimenti sul perché diavolo non l'abbia letto prima?! Ditemi come sempre la vostra. Per inciso, personalmente, sono a dir poco entusiasta del cast scelto per l'imminente trasposizione cinematografia: anche per Shailene Woodley, che odio dai tempi di Vita Segreta di una Teenager americana, pensate un po'! Un abbraccio e buona lettura, M ;)
 
Titolo: Divergent
Autrice: Veronica Roth
Editore: De Agostini
Numero di pagine: 480
Prezzo: € 16,90 (€ 9,90 nella recente ristampa)
Sinossi: Dopo la firma della Grande Pace, Chicago è suddivisa in cinque fazioni consacrate ognuna a un valore: la sapienza per gli Eruditi, il coraggio per gli Intrepidi, l'amicizia per i Pacifici, l'altruismo per gli Abneganti e l'onestà per i Candidi. Beatrice deve scegliere a quale unirsi, con il rischio di rinunciare alla propria famiglia. Prendere una decisione non è facile e il test che dovrebbe indirizzarla verso l'unica strada a lei adatta, escludendo tutte le altre, si rivela inconcludente: in lei non c'è un solo tratto dominante ma addirittura tre! Beatrice è una Divergente, e il suo segreto - se reso pubblico - le costerebbe la vita. Non sopportando più le rigide regole degli Abneganti, la ragazza sceglie gli Intrepidi: l'addestramento però si rivela duro e violento, e i posti disponibili per entrare davvero a far parte della nuova fazione bastano solo per la metà dei candidati. Come se non bastasse, Quattro, il suo tenebroso e protettivo istruttore, inizia ad avere dei sospetti sulla sua Divergenza... Età di lettura: da 12 anni.
                                                La recensione
I casi editoriali sono studiati a tavolino per attirare in libreria sciami e sciami di curiosi. Sono come tante piccole lune che, per un'alchemica attrazione gravitazionale, influenzano maree di lettori. E' questo il senso di tutta quella pubblicità, il suo scopo principale. A me, sinceramente, fa una paura matta. Mi ci allontano per istinto naturale. Non mi fido. Lascio che le acque si plachino e che il livello di quelle maree umane si abbassi. Preferisco acque calme per fare un tuffo nell'intrigante abisso che nasconde i mondi più vari. Sì, preferisco aspettare: lunghi anni, semplici mesi, momenti migliori.
Divergent è arrivato in Italia il 22 Marzo 2012, seguito da ovazioni generali che – dall'inglese – sono state rapidamente tradotte alla lettera da giornalisti e blogger italiani. Dico alla lettera perché sull'esordio della giovanissima Veronica Roth nessuno aveva dubbi: era originale, moderno ed era anche un gran bel romanzo. Sono arrivato tardi alla festa che celebrava il trionfo di una nuova promessa del panorama internazionale, al debutto in società di una talentuosa ragazza. Io ho letto Divergent un anno e un mese dopo. In un ritardo che, all'inizio ben motivato e sorretto da solide considerazioni personali, a fine romanzo mi è sembrato imperdonabile. In questi 365 giorni la fama del romanzo non si è eclissata. Tutt'altro: si sono aggiunti un film di prossima realizzazione dal cast strepitoso, un sequel – Insurgent – che a Maggio approderà anche da noi, un capitolo conclusivo ancora da concludere, ma già attesissimo in patria. Quindi che Veronica Roth è brava non devo venirvelo di certo a dire io! Parafrasando liberamente il famoso detto latino, le parole volano, gli scritti parlano. E il suo romanzo parla una lingua tutta sua, fatta di suoni a metà tra l'aspro dialetto del Distretto di Panem e quello più dolce ed evocativo dei “babbani” emigrati nella lontana Hogwarts. Una lingua che, nei primi attimi, non mi ha coinvolto, ma che poi si è erta ad inno ufficiale della distopia per i più giovani. 
Ogni storia ha inizio con una scelta, e quella scritta dall'autrice non fa eccezione. La scelta della protagonista Beatrice è una di quelle scelte che modificano la vita per sempre. A sedici anni, in una futuristica Chicago in cui l'equilibrio è tutelato da cinque rigide fazioni, Beatrice sceglie di far parte degli Intrepidi. Di chiudere con un passato di sottomissioni e silenzio, di lasciarsi dolorosamente alle spalle la sua famiglia e la sua fazione d'appartenenza, di cambiare perfino nome. Quello dell'angelica fanciulla amata da Dante fino alle profondità dell'inferno è sostituito dal diminutivo Tris: breve, efficace, immediato. Un nome nuovo per una ragazza nuova e con un futuro da scrivere su pagine tutte bianche. Una ragazza che nasconde un segreto così pericolo che, se svelato alle persone sbagliate, le costerebbe l'unica cosa che le rimane: la vita. 
E' una Divergente, anche se ancora non sa cosa esattamente significhi e quali rischi ciò comporti. Per la brama di potere dei freddi e avidi Eruditi è sinonimo di minaccia. Di ostacolo da scovare... ed eliminare. 
Non sono mai stato un fan dei film d'azione, né dell'attività fisica. Non gioco a calcio, non gioco a basket, più che nuotare riesco a stare a galla, non corro nemmeno sotto minaccia. Eppure per raggiungere Tris ho dovuto correre a perdifiato verso un treno in corsa, aggrapparmi al nudo metallo e lanciarmi in uno dei portelloni lasciati aperti solo per me. Con il fiatone e le fitte al fianco destro, anch'io ho dovuto superare la mia prima prova d'Iniziazione. La seconda è stata un salto nel vuoto, la terza un combattimento corpo a corpo contro un nemico dieci volte più massiccio di me. Le sono stato vicino anche se lei, forte e caparbia com'è, non ne aveva bisogno. Probabilmente ne avevo bisogno io. Entrare nel covo degli Intrepidi è stato fisicamente faticoso, ma assolutamente fantastico. Loro sono una grande e rumorosa famiglia contro la quale nessun vicino di casa oserebbe lamentarsi per i troppi schiamazzi. Mi hanno ricordato antichi Vichinghi a raduno e una congrega di dissoluti pirati in mezzo al mare dei Caraibi: ricoperti di piercing e tatuaggi, chiassosi e rozzi, amanti dell'alcol e di stimoli estremi, ma coraggiosi nelle battaglie di tutti i giorni e in quelle più grandi ancora. 
Far parte del loro gruppo non comporta l'imparare ad essere spietati, senza paura o debolezze. Ma imparare a coltivare l'altruismo, a combattere insieme ogni timore, a superare ogni ostacolo esterno. Ho immaginato le scene d'azione che costellano il romanzo nitidamente, alla perfezione, grazie all'inserimento di quelle vivide ed efficaci descrizioni che, invece, avevo trovato tanto mediocri nei romanzi di Suzanne Collins. L'autrice, inoltre, fa una certa simpatia: inevitabilmente, la si finisce per confondere con la narratrice stessa. E' un'eroina ed una sognatrice. Una cazzutissima principessa guerriera del futuro; ma una guerriera pur sempre romantica. Quella tra Tris e Quattro – il suo taciturno e tenebroso istruttore – è una storia d'amore nata in una sala d'allenamento, ricoperta di lividi di avversari vinti e di punti di sutura, nutrita con segreti condivisi, lotte, incubi ed immensa dolcezza. Le ambientazioni, poi, sono ristrette, ma di un fascino senza limiti. Soprattutto, leggere Divergent è come assistere alla vita di ogni adolescente che, in mani abili, diventa materiale di un'avvincente e metaforica distopia, dove gli esami non finiscono mai, la voglia di altrove è in contrasto con la paura di abbandonare il nostro nido di affetti e consolazioni, le scelte terrorizzano a morte. Invece, bisognerebbe avere il fegato della protagonista: quello necessario per superare la paura che ci impedisce di amare liberamente, fisicamente; per tatuarsi ogni centimetro quadrato di pelle; per farsi i buchi a naso, sopracciglia e orecchie. Per avere il coraggio di scegliere, anche ciò per cui non siamo nati. Pieno di sacrificio, personaggi straordinari, commozione, valori e virtù, il romanzo pompa adrenalina pura nelle vene. Ti tiene sospeso a lungo ed in bilico su un cornicione pericolante, ti dà la forza fisica e morale che pensavi di non avere. Ma quando l'effetto dell'adrenalina finisce ha inizio il dolore. Per tutte le perdite, le morti e le cicatrici che un solo libro è riuscito a causare. Divergent è un intrattenimento perfetto, una figata assoluta. E' un libro che spacca. Ma tutto, tutto: cemento, vetro, cuori, resistenze scioccamente credute infrangibili. Spacca la voce dei lettori che, tra il disperato e l'esaltato, reclamano un degno seguito.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Christina Aguilera – Fighter

venerdì 24 febbraio 2012

L'eredità di Jenna e Divergent. 1984 e Hunger Games hanno nuovi eredi !

Usciranno a Marzo due attesissimi titoli del panorama Young Adult . Si tratta di due romanzi di grande successo, capaci di mescolare azione e sentimenti . Il primo è l'atteso sequel di Dentro Jenna ( La mia recensione qui ) e , proprio ieri, la Giunti ha organizzato sul suo sito ufficiale un fantastico contest in cui , a tre fra coloro che si cimenteranno nell'aiutare i membri della redazione nella realizzazione del booktrailer, verrà inviata una copia del romanzo. 
Il secondo, invece, è il primo volume di una trilogia di enorme successo, i cui diritti cinematografici sono già stati acquistati dalla Summit. Il sequel , Insurgent , sarà rilasciato negli Stati Uniti a Maggio. Sto parlando di ...

Titolo : L'eredità di Jenna
Autrice: Mary E. Pearson
Editore : Giunti “ Y”
Numero di pagine : 272
Data di pubblicazione : 7 Marzo 2012
Prezzo: € 14,50
Sinossi: Jenna, Kara e Locke, tre amici inseparabili, tornando da una festa rimangono uccisi in un terribile incidente. I loro corpi non possono essere salvati ma le loro menti vengono tenute in vita e intrappolate in un computer. Jenna è la prima a risvegliarsi con un corpo artificiale grazie a un esperimento di biotecnologia avanzata. Kara e Locke invece vengono dimenticati e rimangono in un lunghissimo limbo dove esistono solo i loro pensieri e i loro sentimenti. Passano gli anni e poi i secoli e finalmente Locke e Kara si trovano di nuovo nelle loro sembianze, riprodotte in laboratorio. Ma il mondo in cui si risvegliano è un luogo estraneo dove tutto e tutti quelli che conoscevano sono ormai scomparsi. Tutti tranne Jenna Fox.
Hanno detto del romanzo : “ Avvincente e profonto” - Suzanne Collins, autrice di Hunger Games
Un estratto
Mi sorride con due occhi freddi come il ghiaccio. Non riesco a smettere di fissarla, ma so che sarebbe la cosa migliore da fare. Non riesco a smettere di fissarla perché lei ha un vantaggio su di me. Non riesco a smettere di fissarla per una ragione che lei conosce fin troppo bene. Perché la amo. Lei è tutto quello che ho.

 

Titolo: Divergent
Autrice: Veronica Roth
Editore: De Agostini
Numero di pagine: 480
Data di pubblicazione : 22 Marzo 2012
Prezzo: € 16,90
Sinossi: La società distopica in cui vive Beatrice Prior è suddivisa in 5 fazioni, ognuna delle quali è consacrata a una virtù: sincerità, altruismo, coraggio, concordia e sapienza. Il momento cruciale nella vita dei cittadini è il Giorno della Scelta, che cade allo scoccare del 16° compleanno: ogni giovane sceglie a quale fazione votare il proprio futuro. Ora tocca a Beatrice, e la sua scelta non solo sorprenderà tutti, ma segnerà per sempre il suo destino. Nella fase iniziale altamente competitiva, la protagonista rinominando se stessa (Tris), lotta per determinare chi sono realmente i suoi amici, interrogandosi se la sua storia d'amore possa adattarsi alla vita che ha scelto.
Catapultata in un mondo duro e violento Beatrice scoprirà le crepe di una società che è tuttotranne che perfetta. Una società che la vorrebbe morta se scoprisse il suo segreto... Perché Beatrice non è una ragazza qualunque, lei è una divergent. Una diversa.