Quattro
stagioni fatte fuori in un'estate. E io, che eppure non amo né le
maratone ser(i)ali né i recuperi in grande, con Scandal mi
ero fissato. Con i gladiatori in doppiopetto della bellissima e
spietata Olivia Pope, dopo aver fatto l'errore di ignorarli per anni
e anni, avevo fatto pace, infatti, consacrandogli i mesi fatidici in
cui il sole batte, la televisione è spenta, i cinema chiudono.
Nonostante il gran parlarne, nonostante i “guardalo, guardalo”,
che sorpresa: me lo aspettavo più serio o forse
l'esatto opposto, trash e senza redenzione. Invece, tra comprimari
iconici, dialoghi brillanti e loschi intrighi alla Casa Bianca, ero
rimasto conquistato dalla Rhimes amata dai più. Una
furiosa carrellata, giusto in tempo per la quinta stagione. Sono in
pari: guardo un episodio, un altro... arrivo al decimo. E poi? C'è
che, poi, di Scandal ho fatto indigestione. Gli ho
detto arrivederci durante la pausa invernale e solo mesi dopo, a
stagione conclusa e già doppiata, ho prosegito. Ma sempre perché la
concorrenza scarseggiava, in sala così come sui palinsesti, e nelle
sere a casa non sapevo come impiegare il tempo. Indigestione,
a ripensarci, o delusione? La quinta, probabilmente, è la stagione
meno riuscita. E gli episodi introduttivi, lenti, disinformativi e
patinati come una puntata speciale di Verissimo, erano
l'equivalente dei rotocalchi che leggi – e scordi – nelle sale
d'attesa. Dopo lunghi tira e molla e infinite chiamate notturne, il
Presidente e il suo braccio destro, quella Olivia
suscettibile e sentimentale che non mi è mai stata troppo simpatica,
hanno l'occasione di essere felici. Ma le cene di gala, le mani
sventolate e i compiti di una first lady non si addicono alla Pope,
che trascura il suo team e, momentaneamente, la sua anima
battagliera. La squadra, così, rischia il disfacimento: manca il
collante, che indossa abiti color avorio e procura succulenti
ingaggi. Scandal si perde fino a metà. Poi, è
tempo di presidenziali: il mandato di Fitz sta scadendo, lui e lei si
accorgono che si amavano di più se lontani e ostacolati, il
magnifico Commando muove le fila – e, a sorpresa, trova una moglie
per Jake, l'altro lato del triangolo. Ritorna Mellie, in gran spolvero, reduce dalla tragica morte del figlio e dal chiacchierato
divorzio: sa cosa vuole, e vuole essere la prima donna al potere.
Olivia, da sua nemica giurata, sposerà la sua causa. Mi è mancato
Cyrus (protagonista di una grottesca relazione con la sua guardia del
corpo, mentre il marito, affascinante gigolò affrancato, rode per la
gelosia) e qualche episodio in surplus – dieci, diciamolo pure –
mi hanno traviato, in accordo con la mia incostanza.
Però Scandal rimonta in sella, si rialza senza
graffi sanguinanti, e torna lo stesso di sempre o quasi. A
ricordarti che nel profondo del suo essere è una soap opera, sì, ma
che un cast straordinario – guidato dall'affidabilissima Kerry
Washington – e una scrittura che si va man mano rinvigorendo e
raffinando fanno miracoli contro la catastrofe delle prime
impressioni. (7)
Danny
Kelly, diciassette anni, viene ammesso in una prestigiosa scuola
privata in cui appare subito fuori posto. Ha una famiglia d'immigrati, che gli dà tanto
supporto e anche un po' di vergogna, e un solo talento. Il nuoto è e
sarà il suo lasciapassare. "Pariah" tra i coetanei, in piscina si
muove come un delfino. Anzi, come un pesce cane. Le bracciate
precise, il corpo perfetto e i tempi folgoranti lo porteranno a
essere ben visto nella squadra, a guadagnarsi un soprannome su
misura. Forse, alle Olimpiadi. Tratto da un romanzo dell'autore di Lo
schiaffo e liberamente ispirato alle imprese in vasca di Ian
Thorpe, Barracuda è una miniserie che ho visto per
caso. Ed è così che spuntano le belle
sorprese. Partita come un teen drama, canonica ma coinvolgente già a
prima vista, la serie australiana sul liceale con la stoffa del
campione si evolve in fretta: la popolarità, infatti, fa sì che il timido Danny venga ammesso nei salotti, e nella casa delle vacanze, di una
famiglia in vista. Corteggiato dalla primogenita, in segreto pensa
però al fratello di lei, Martin: nuotatore che il protagonista ha
scalzato, e che a volte sembra assecondare il suo sentimento, altre
respingerlo. Barracuda, tra le righe, parla del tabù
dell'omosessualità nel mondo dello sport, ma con assoluta
discrezione. Parla di quei giovani dati per sconfitti che invece ce la fanno. Ancora, di quant'è difficile rialzarsi
dopo una caduta: se si atterra in acqua, c'è il serio rischio di
morirne. Nella seconda parte, emozioni intense e notevoli picchi
di struggimento. La serie punta sul viso pulito dell'esordiente Elias
Anton, fisicamente e emotivamente provato; sugli sguardi con Ben
Kindon, viziato e impenetrabile; su una calorosissima dimensione
familiare e sulla sinergia con l'ottimo Matt Nable, allenatore saggio e
fragile quanto Stallone nell'ultimo Creed. Barracuda punta al cuore. Un cuore grande e
sciupato – per l'oro olimpico, per l'amore -, che ricorda un Veloce
come il vento. Come lì, coinvolgimento assicurato anche per i
non appassionati; solo, più amarezza. Il greco Christos Tsiolkas
cura la biografia immaginaria di una meteora degli anni
Novanta: un atleta che un giorno emerge, l'altro sprofonda
nell'oblio. La notorietà, in un mondo di competizione e sacrificio,
dura un niente: quattro episodi appena. E se si annega e poi si torna
a respirare, come in quelle storie di rivincita che mi emozionano
sempre, qui ci si concentra più sullo scivolone, sulla caduta,
sul piede messo in fallo. Quanto è umiliante deludere le attese?
Quanto fa male reinventarsi, anche se a soli vent'anni? (7,5)
La
famiglia Hawthorne è sinonimo di denaro e potere.
Costruttori da generazioni, lavano i panni sporchi lontani da occhi
indiscreti e custodiscono gelosamente i loro misteri. In seguito a un
crollo, viene trovata la
prova schiacciante che il Killer delle Campanelle, assassino che
strangolava le proprie vittime con una cintura di pelle e lasciava
una campanella d'argento sulla scena del crimine, ha mietuto un'altra
preda prima di scomparire nel nulla. Forse, è uno di loro: al di
sopra di ogni sospetto, con tutto da perdere. Quel patriarca, magari,
che è morto portandosi nella tomba il suo ultimo segreto? American
Gothic, libero rifacimento di una serie degli anni Novanta a me
sconosciuta, ha un titolo che rimanda al dipinto a olio di Grant Wood
e a un celebre romanzo del Robert Bloch di Psycho. Giallo
in tredici episodi, patinatissimo ma dal decoroso taglio stilistico,
è in realtà una soap – da quel che leggevo, già in onda su
Rai Due – ambientata tra passato e presente, dei cui misteri si
viene a capo solo alla fine. Semiserio intrattenimento estivo, trash
ma non così tanto, è una partita a Cluedo giocata dai membri della
famiglia protagonista: chi perde muore. Eredità e delitti svelati
portano gli Hawthorne a riunirsi, sotto i flash e le domande dei
giornalisti d'assalto. Una buona Virginia Madsen, mamma chioccia
senza scrupoli, accoglie in salotto la figlia maggiore, che si è
data alla politica; la piccola di casa, che ha poco intuito e un
marito poliziotto; il tenebroso Antony Starr di Banshee
– incrocio tra Fassbender e Ian
Somerhalder –, che torna suo malgrado all'ovile, dopo una
gioventù ribelle; da Shameless, un Justin Chatwin
fumettista e tossicodipendente, padre di un bambino inquietantissimo
e compagno di un'artista che salta da una clinica all'altra. Cinque
pedine, ognuna con le proprie sottotrame da portare avanti, la giusta
quantità di curiosità e qualcosa che non torna, anche se sei stato
un fedelissimo perfino delle discutibili vendette di Revenge.
Lo seguivo a tempo perso, ma American Gothic mi
piaceva oppure no? Un epilogo non all'altezza – il season finale è forse la parte peggiore -,
infine, mi ha suggerito di no. Quello, non del tutto scontato, ma
raffazzonato e strascinato, ha fatto più danni di un cast che
recitava senza crederci davvero e di un intrattenimento discreto,
tutto sommato, nonostante i buchi narrativi e le leggere
noie in mezzo. La metà esatta degli episodi avrebbe fatto a
metà del patimento. Richiesta esagerata, se parliamo a tu per tu con
un irredento guilty pleasure? (5,5)

