giovedì 3 giugno 2021

Recensione: Mare aperto, di Caleb Azumah Nelson

| Mare aperto, di Caleb Azumah Nelson. Atlantide, € 16, pp. 198 |

Ci sono romanzi che vorresti amare, ma con cui non scatta la scintilla. Ci sono libri con pagine meravigliose, ma che faticano ad amalgamarsi con il resto della narrazione. Mare aperto, nel mio caso, è stato uno di quelli. Storia d'amore e razzismo nello stile di Se la strada potesse parlare e Un matrimonio americano, rinfresca il genere sposando il punto di vista di un giovanissimo. L'autore, classe 1993, è più vicino alla generazione di Sally Rooney che a quella James Baldwin. Al pari di Connell e Marianne, idoli istantanei dei miei coetanei, i protagonisti di Caleb Azumah Nelson – per tutto il tempo senza nome – si amano, s'inseguono, ma faticano ad ammettere i propri sentimenti. Artistici, irrequieti e indecisi, sono amici e molto più che faticano a fare il passo successivo. Agli occhi degli altri, tuttavia, appaiono già una coppia. Cosa li separa? Da un lato, la distanza geografica: lei, ballerina, studia a Dublino; lui, fotografo, vive nella periferia di Londra. Dall'altro, invece, le inibizioni del protagonista maschile: troppo pensieroso, guarda con paura crescente gli attacchi della polizia alla comunità nera e non riesce ad aprirsi con sincerità alla partner.

Tra voi due c’è qualcosa. Non so cosa, ma tra voi due c’è qualcosa. C’è chi la chiama una storia, chi amicizia, chi amore, ma tra voi due, tra voi due c’è qualcosa.

Com'è innamorarsi all'epoca del Black Lives Matter? Cosa significa commuoversi guardando un film di Barry Jenkins o indignarsi con una pellicola di Spike Lee? Quant'è importante coltivare un senso d'appartenenza, le proprie radici, tra club affollati e concerti martellanti? Abbondano i cenni, urgenti, alla cronaca nera. Ma anche le citazioni di saggi che non ho letto, di canzoni che non conosco, di lungometraggi che non ho visto. La cultura “black” straborda e, impreparato, ho forse colto la metà delle troppe citazioni presenti. Emotivamente poco ho colto, purtroppo, anche dei drammi del protagonista: vittima di un razzismo ormai connaturato e destinato alla perenne insicurezza, viene raccontato con uno stile che all'inizio ho trovato poetico e infine lezioso. Costituito da squarci sparsi di violenza e bellezza, il romanzo sceglie la seconda persona singolare. Brevissimo, propone pagine introspettive e intrise di lirismo, vicine al gusto della slam poetry, ma non sempre adatte a costruire una vicenda compiuta. Per via della ricerca costante della frase a effetto, ho fatico a scorgere sviluppi significativi.

Ti sei interrogato sul rapporto che hai con il mare aperto. Ti sei interrogato sul trauma e sul fatto che riesce sempre ad affiorare in superficie, e a galleggiare nell’oceano. Ti sei interrogato su come potevi fare a proteggere quel trauma dal logoramento. Ti sei interrogato sulla partenza, sull’essere altrove. Avevi sempre creduto che se aprivi la bocca in mare aperto saresti annegato, ma se non aprivi la bocca saresti soffocato. E allora eccoti qui che anneghi.

Profondamente contemporaneo ma con uno stile rarefatto, sospeso nel tempo, il romanzo parla di tanto e di poco al tempo stesso. Mi piacevano moltissimo, eppure, questi protagonisti intrecciati stretti come succede ai fili delle cuffiette. Mi piacevano i dialoghi fitti fitti, in quei primi appuntamenti che ci trasformano tutti in ragazzini timidi e smaniosi; i passi coordinati; le playlist condivise. Mi piacevano le linee e i sentieri che tracciavano l'uno verso l’altro, inconsapevoli delle biforcazioni impreviste con l'avvicinarsi di un'estate crudele. Peccato che lui la allontani spesso; peccato che, così facendo, allontani anche il lettore. Non mi sono sentito a mio agio nel bozzolo di lenzuola della coppia protagonista; nei gorghi del loro mare immenso. Sfortunatamente deve essermi sfuggito qualcosa, e mi dispiace sinceramente. Il rollio delle onde lontane e la voce calda di Nelson facevano un rumore bellissimo.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Bee Gees - How Deep is Your Love

12 commenti:

  1. Ecco, ne avevo letto bene, qua mi sorprendi. Tengo molto in considerazione il tuo parere e allora rimando.
    Ciao Michele!

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    1. Buongiorno, Lory, e scusa per il ritardo della risposta. Te lo confermo: non è un brutto romanzo, anzi, ma non mi sento di consigliarlo. Un po' aria fritta.

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  2. 👍
    Sei già tornato al cinema?
    Io si, ho inaugurato con "The Father"

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    1. Purtroppo no, nella mia cittadina (ina-ina-ina), sono ancora chiusi.
      Aspetto che finiscano le lezioni per andare altrove, per espatriare.
      Stanno uscendo belle cose!

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  3. Ecco, sono andata a leggere la tua recensione su "The Father" e concordo abbastanza....
    Lui devo dire mi è piaciuto moltissimo, il film l'ho trovato un po' pesante, mi è mancato qualcosa.....
    Ma lui mi ha intenerito davvero.
    Concordo comunque con quanto hai scritto, gli avrei dato una svolta, avrei reso più incisiva la trama, che resta fondamentalmente la storia di una malattia che si è fermata ai margini, evitando di mostrare il peggio, meglio così o forse no...

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    1. Felice di essere d'accordo. Riconosco che la scrittura è a orologeria, che sono tutti immensamente talentuosi e in parte (Colman compresa), ma non mi è rimasto molto impresso. Il paradosso di un film che parla proprio di dimenticanza.

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  4. Si, un film che non rivedrei, vedere Anthony Hopkins così...credimi però mi ha fatto star male, i due schiaffi....
    Stranamente, nonostante quello è il mio lavoro, sono stata male per lui (Anthony l'attore), che non per il personaggio, o una persona qualunque nella stessa circostanza, non so se sono stata chiara....non sono riuscita a scindere l'attore dal personaggio, chi lo sa, forse perché è una situazione che già conoscevo? Mah!?

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    1. A volte capita, sì! Però io uno Hopkins così fragile e dimesso non lo avevo mai visto, quindi ho scisso attore e personaggio con facilità.

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  5. E le tue lezioni? Maturità? Mi sembra di ricordare.... verrai riconfermato?

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    1. Ciao Lory! Perdonami per il ritardo: sì, ricordi bene, maturità, infatti latito dal blog proprio per quel motivo. Sarà impegnato negli ultimi dieci giorni di giugno. Per ora, mi riposo un po'.
      No, dubito che sarò riconfermato. Il mio contratto di lavoro finisce qui, quindi settembre è un buco nero.

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  6. Se la scintilla non scatta, non scatta. Non c'è niente da fare...

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    1. No, inutile forzarsi. Però c'è chi lo ha amato alla follia.

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