giovedì 29 aprile 2021

Recensione: Il primo che passa, di Gianluca Nativo

Il primo che passa, di Gianluca Nativo. Mondadori, € 17, pp. 216 |

Dall'apice del suo condominio, che svetta sullo squallore della periferia napoletana quasi a prenderne le distanze, Pierpaolo Tammaro guarda tutto dall'alto in basso. Primogenito di una famiglia in vista, vive in un microcosmo di antichi privilegi e falso perbenismo in cui ci si sforza di camuffare l'accento partenopeo. Il futuro è una promessa rosea; tutto andrà per il verso giusto. Dal suo terrazzo, intanto, si snoda una Napoli vista di rado: privilegiata anziché proletaria. Affacciato, il ventenne sdegnoso si sente estraneo alla volgarità del dialetto, alle chiacchiere dei coetanei, al culto solenne del Santo Patrono. Soprattutto, si sente estraneo a sé stesso.

Avrei potuto avere un nome più comune – Giuseppe, Mimmo, Enzo –, passare l’adolescenza in sella a un motorino, andare alle giostre della festa patronale come tutti i miei coetanei, sposarmi passati i vent’anni, fare carte false per un posto di lavoro nel pubblico. E invece no. Studiavo, sarei diventato un medico, ma quando? Al momento non ero niente. Continuavo a dissiparmi nel mio pendolarismo.

Pierpaolo somiglia alle narratrici di Elena Ferrante: come quella di La vita bugiarda degli adulti, oscilla tra salotti borghesi e bassifondi, tra radici e slanci. Abbandona la sua postazione sopraelevata per correre, affamato, incontro a una città i cui lati selvaggi, tuttavia, sono raccontati con discrezione. Solo e circondato da altri passanti senza pace, Pierpaolo scandaglia i coni d'ombra anche a rischio di perdere le chiavi per rincasare. Poco amabile, si arrovella e qualche volta si arrende. Ha una vita interiore ricchissima e una vita sociale, al contrario, sconfortante. Perfino la sua ricerca spasmodica dell'intimità, nonostante tutto, è pervasa di terrore. In tenuta da jogging, corre o forse scappa via. Pierpaolo somiglia a me. Pavido e un po' frustrante, mi è simile negli atti mancati, nell'indecisione e nelle contraddizioni. A tratti l'ho trovato sgradevolissimo, ho dissentito con le sue (non) scelte e con la piattezza della sua routine, ma nel farlo nascondevo la coda di paglia: ho gli stessi difetti, infatti, che imputo a lui. Chi si prenderebbe la briga di scrivere un romanzo nudo e crudo su qualcuno come me, come noi, senza abbellimenti retorici né licenze poetiche?

Era questa l’idea che avevo dell’amore: una predestinazione. Nulla a che vedere con quell’impazienza che mi spingeva da un quartiere all’altro, in casa di persone che non conoscevo. Mentre il desiderio dei miei genitori era cresciuto come una pianta al sole, io andavo in giro a chiedere conferma del mio al primo che passa.

Il coraggioso si chiama Gianluca Nativo, esordiente bravissimo classe 1990, che in medias res ci mostra Pierpaolo in un vicolo cieco: mentre sta per scrivere una nuova pagina della propria esistenza – in macchina con un ragazzo, finalmente, sta per abbracciare la propria sessualità tormentata –, viene interrotto dalla polizia. La sua famiglia reclama attenzioni. Mentre il padre è costretto ai domiciliari, Pierpaolo approda timidamente sulle app d'incontri. Con uno stile signorile e pudico, mosso però da un'innegabile urgenza sotterranea, l'autore segue gli ansiti sommessi e la smaniosa curiosità di un anti-eroe sempre a spasso. Lungo via Toledo brama il contratto fisico, gli sguardi indiscreti, il tocco spinto dei borseggiatori. A differenza di Latte arcobaleno, la cui carnalità irrefrenabile appariva a tratti elettrica, Il primo che passa si concede rapporti occasionali, un sottobosco di figuranti anonimi e una sola costante: Elia, un libraio ospitale e affettuoso di cui Pierpaolo ricerca il calore a momenti alterni. Fedelissimo allo spirito del suo protagonista – poco avventuroso –, il romanzo sceglie un taglio realistico e non si concede colpi di testa neanche nell'epilogo: benché narrativamente piatto, è la riprova di come Nativo sacrifichi tutto – perfino le simpatie del lettore – per aderire con coerenza agli andirivieni di un protagonista teneramente imbelle. Sospeso tra essere e dover essere, il giovane Tammaro è un animale a sangue freddo in attesa che arrivi la stagione del proprio amore. Intanto, come il ragazzo ritratto in copertina, scaccia via il torpore strofinandosi forte gli occhi. Inconsapevole che perfino la dolorosa ricerca di un habitat naturale possa diventare materia per un romanzo, nelle mani di un madrelingua che conosce tutte le sfumature della parola appocundria.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Madame – Sciccherie

6 commenti:

  1. Non lo conoscevo, però la trama mi incuriosisce molto 🤗🤗

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  2. Scoprire la propria identità non è mai facile se poi si vive in una microsocietà,che non accetta chi non si uniforma al comune sentire, allora tutto si complica ancor di più. Lasciare che siano gli altri a scegliere per noi è sbagliato anche se può risultar comodo per vivere in una pace solo apparente. Siamo noi gli artefici del nostro destino, mai accettare di seguire la strada che gli altri ci indicano :)

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    1. Dici benissimo, Aquila! Diciamo che Pierpaolo è così abituato a fare da spettatore alla vita altrui da non essere più in grado di vivere la propria. O così si dice. Ma ha vent'anni, e vent'anni sono pochissimi per dichiarare resa. Grazie per le tue riflessioni, sempre!

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  3. Ma quindi va letto con i sottotitoli attivati? :)

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    1. No no, Pierpaolo è snob, non usa mai dialetto!

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