lunedì 30 novembre 2015

Recensione in anteprima [libro e film]: Quel fantastico peggior anno della mia vita, di Jesse Andrews

Questo libro contiene zero lezioni di vita, zero piccole verità sull'amore, zero momenti di calde lacrime in cui abbiamo tipo capito di aver abbandonato l'infanzia per sempre. E, a differenza di quasi tutti i libri in cui una ragazza si ammala di leucemia, non ci sono quelle frasi lunghe come un paragrafo e super mielose, che dovrebbero sembrare profonde solo perché sono in corsivo. Scordatevele.

Titolo: Quel fantastico peggior anno della mia vita
Autore: Jesse Andrews
Editore: Einaudi – Stile Libero Big
Prezzo: € 17,50
Numero di pagine: 250
Data di pubblicazione: 1 dicembre 2015
Sinossi: Greg è il ragazzo più nerd e più asociale della scuola e tutto cambia quando un giorno sua mamma gli comunica che Rachel, una sua compagna di classe, si è gravemente ammalata di leucemia e lui dovrebbe fare qualcosa per starle vicino. Ma come fare? Anche perché proprio qualche giorno prima che Rachel scoprisse di avere questa terribile malattia, Greg ci aveva maldestramente provato con lei e si era sentito dire in faccia un gigantesco no a lettere cubitali. Il ragazzo non ha voglia di uscire dal suo guscio di solitudine, dover parlare con gli altri, relazionarsi a loro costerebbe troppa fatica e troppo sforzo, con il rischio poi di fallire. L’unico forse con cui potrebbe rapportarsi è Earl, l’altro nerd della scuola, altrettanto solitario e restio alle relazioni sociali. Insieme decidono di fare l’unica cosa che li appassiona e di cui forse sono capaci: un film per Rachel, un appassionato e divertente film a lei dedicato. Il risultato è probabilmente deludente e atrocemente brutto, ma la devozione e i ringraziamenti della ragazza nei loro confronti li spingono a dare il meglio di se.
                                      La recensione
Doveva chiamarsi Io, Earl e la tipa, poi Il mio peggiore amico. Doveva uscire prima in estate, poi in autunno. Il romanzo d'esordio di Jesse Andrews, dico, che ancora prima delle librerie aveva conquistato il mio amatissimo Sundance. Il premiato lungometraggio di Alfonso Gomez-Rejon, talmente sui generis, in teoria, da non trovare – per lunga tradizione – posto in sala. Invece, colpo di scena, arriva a giorni anche da noi, rovinato da un titolo libero e indicibilmente logorroico che, conoscendo il protagonista, a posteriori, non sembra così insensato; sapete? Davanti alla possibilità di vederlo in lingua, un mese e passa fa, la nascita di un amletico dilemma. Mi si dava il permesso di dare la precedenza alla trasposizione cinematografica, per passare solo poi alla lettura della storia di Greg, regista dei corti più brutti del mondo; Earl, il suo socio in affari; Rachel, la ragazza con la leucemia che, un po' per pietà e un po' per amicizia, entrambi coccolano e tormentano, nel suo ultimo anno al mondo? Sul Colpa delle stelle d'autore, popolato da figure geniali che non credono nella forza salvifica dell'amore, ma nel cinema d'avanguardia e nell'umorismo nonsense, pesavano, da parte mia, aspettative un po' esagerate e compiti impossibili. Sarebbe riuscito, come mi si assicurava ovunque, a intenerire e divertire, senza struggimenti di sorta e rapporti dai giorni contati? Purtroppo no, non proprio. Non ci si scopre innamoratissimi e non ci si lascia andare a toccanti conti alla rovescia, tranquilli. A volte si sorride, altre si è come dietro un vetro anti-proiettile. Una finestra che dà su un bislacco trio, in una stranza meravigliosamente kitsch e piena zeppa di poster di Hugh Jackman. Attraverso, le emozioni erano attutite e i dialoghi buffi, ma quasi rubati. Mi sono sentito spesso fuori luogo, durante la visione: i loro discorsi sopra le righe mi lasciavano stranito e, a coinvolgermi, solo la chiusa. Per forza di cose toccante, ma un po' banale – diversa, comunque, rispetto a quella del romanzo; più delicata. Me and Earl and The Dying Girl, in sala, si divide perciò tra ultime gioie e riflessioni esistenziali, omaggi a un cinema che a volte mi piace e altre odio di vero cuore: i colori da diabete di Wes Anderson; le missioni segrete e i dialoghi sopra le righe dell'unico Gondry che non sopporto - quello di Be Kind Rewind; le emozioni algide, perché forse eccessivamente messe al vaglio, di Restless. Trovo noioso il tergiversare, fastidioso il cercare vie alternative quando non è il caso. E avevo trovato, in quel caso, personalissima la regia di un Gomez-Rejon che va matto per il virtuosismo e per la tecnica dello stop-motion; ottimi due giovani protagonisti – lui è stato un Link perfetto in quel Beautiful Creatures troncato sul nascere; lei era già moribonda e adorabile in Bates Motel – che hanno il difetto, purtroppo per loro, di avere ruoli che non fanno né ridere, né piangere. Si doveva chiamare così o colì, doveva uscire e non uscire. 
Alla fine, Quel fantastico peggior anno della mia vita è arrivato sotto Natale – arriverà domani, in realtà: sono io a essere un passo nel futuro – e con in copertina il poster di quel film da me incompreso. Restava l'urgenza di procedere al recupero, al tipico confronto, se la pellicola, nel frattempo, l'avevo già scordata, ma conservavo, sui denti, ancora la sensazione zuccherosa di quei suoi conturbanti – e non i senso erotico - colori pastello? Il romanzo di Jesse Andrews è tra i più assurdi che abbia letto, e il record è un punto a suo favore. Uno di quei libri, come l'altrettanto inclassificabile Il manifesto degli attori anonimi, che reputano loro stessi inutili, mera carta straccia – il narratore, ogni tanto, si domanda infatti se qualcuno sia ancora in ascolto, dall'altra parte e, in caso affermativo, ci fa sapere che non siamo nel pieno delle nostre facoltà mentali -, e che trovano ragione d'essere in quel miscuglio metaletterario di autocritica e falsa modestia. Il tasso di gradimento dipende un po' dalla tua tolleranza verso il cinismo, le parole zozze, i voli pindarici, i capricci di una prosa che – cito testualmente - “è una calamità per la lingua inglese”. Io, nonostante avessi i miei dubbi, ho alquanto gradito. Quel fantastico peggior anno della mia vita è infatti solo un caso, l'ennesimo, in cui il romanzo è superiore al film. Sarà che leggendo capisco e familiarizzo molto più che guardando. Chessò: trovo l'umanità in un serial killer, la dolcezza in due innamorati che nella vita vera odierei di sicuro, interesse nei riguardi di creatori senza cuore di corti sperimentali. I protagonisti, tra le pagine, sono più definiti, più bizzarri, più scorretti. 
Greg è sovrappeso, molliccio, inensibile; Earl – non un amico, ma il suo braccio destro – è un nano da giardino del ghetto, che fuma quanto Jigen e stordisce a colpa di calci rotanti; Rachel ha i denti a zappa e i capelli crespi – il caso vuole che la leucemia, più efficace di qualsiasi shampoo, dia loro una radicale sistemata – e, con Greg, giullare di corte, ebbe una mezza liaison alla scuola ebraica. La differenza, tra film e libro, è la stessa che passa tra un pantalone rotto sulle ginocchia, perché consumato, e un jeans acquistato già strappato, ché fa cool; quella tra gli accostamenti di colore di un daltonico e quelli di una fashion blogger dal gusto discutibile. Nel romanzo si è trasandati senza applicarsi; nel film, invece, i vestiti spaiati e le minime pieghe seguono la moda del calzino vintage, del risvoltino. I protagonisti sono impresentabili per finta e curiosi per copione, anche se in gamba. Stuati, però. In Andrews, allo stato brado e nocivi, per gli altri e loro stessi – non sottovalutate il potere dei brutti film su commissione: portano alla morte, non solo a quella sociale -, stilano corpose liste per punti, intavolano dialoghi le cui battute sono indicate come in una sceneggiatura, annotano come me sul blog – con data, dettagli tecnici, stelline di valutazione – progressi o regressi. Ci sono battute fulminanti, consigli cinematografici e neanche l'ombra di una frase che nobiliti l'amicizia dei tre – poco costruttiva, tutt'altro che disinteressata – e dia un senso alla malattia. Greg, impegnato o a prenderle e a farci sghignazzare, non ha pensieri profondi per Rachel – anzi, è indelicato e dissacrante per tutto il tempo – e ci ricorda che nella malattia, nella vita e nella morte, non c'è senso. Perché dovrebbe averlo, allora, il libro su cosa non ha imparato durante il senior year, che si augura nessuno leggerà per intero - sgraziato, diseducativo, pasticcione e, suo malgrado, divertentissimo? Quel fantastico peggior anno della mia vita ha tre protagonisti in posa, in mano un ghiacciolo, e uno sfondo blu in cui, una volta che ci fai l'occhio, scorgi casette stilizzate, qualche faccia, il sogno di diventare uno scoiattolo. Una volta che ti fai l'occhio, capirai che oltre la cacofonia del dolore, le orecchie che fischiano – che non sia un sick lit diamolo per assodato sin dal principio, okay – c'è qualcos'altro. 
“Quando trasformi un buon libro in un film, accadono solo cose stupide. E Dio solo sa cosa accadrebbe se provassi a trasformare questa vomitosa tirata in una pellicola. C'è qualche possibilità che venga considerato un atto terroristico”, ironizza il protagonista. Non è andata tanto catastroficamente, caro Greg. Anzi, ti sei beccato due premi. Per me, che sono della dua idea, è un prodotto carino, ma profondamente hipster. Troppo, perfino per me. Che eppure ho la barba lunga, la mia nutrita collezione di camicie a quadri, il pallino per un certo tipo di cinema che nessuno si disturba, di solito, a doppiare. Il romanzo, invece, è carinissimo. Con il superlativo, senza rancori.
Il mio voto: ★★★★ Il film: 6,5
Il mio consiglio musicale: The Smiths - Asleep

20 commenti:

  1. Il libro entra subito nella mia lista...il film lo vedrò più in là, senza urgenze :)

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    1. Lettura stramba, ma da provare. :)

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  2. devevo guardarlo da un po' ancora non ci riesco...

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    1. Pare piaccia. Io, forse, parto prevenuto per via delle somiglianze con Anderson.
      Odio a dir poco il suo gusto stilistico. ;)

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    2. Wes. Di Paul Thomas non sono il fan numero uno, ma non oso dirgli male neanch'io.

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  3. Troppo carino questo libro, felice che ti sia piaciuto :) Il film non ho ancora deciso se guardarlo o meno xD

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    1. Se piace quello stile, di certo apprezzerai.

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  4. Il libro non so, ma il film io invece l'ho adorato.
    E non l'ho trovato manco troppo wesandersoniano o hipster.
    Un po' sì, ma al punto giusto. :)

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    1. Per te, niente è abbastanza wesandersoniano ;)

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  5. Il film è pronto per la visione, anche se abbasso un po' le aspettative... staremo a vedere!

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    1. Qualcosa mi dice, però, che potrebbe piacerti.
      Per quanto riguarda il Cannibale, tra l'elemento teen e i colori pastello di Anderson, non avevo dubbi proprio, invece. ;)

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  6. Bellissimo il pezzo degli Smiths!
    Confesso che libro e film in questione erano completamente sfiggiti al mio radar. :D

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    1. Questo pezzo si può dire che l'ho scoperto, qualche anno fa, con un libro e un film più belli ancora: Noi siamo infinito. ;)

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  7. Del libro ho sempre sentito parlare bene, ma non mi aveva mai catturata così tanto da lanciarmi in una lettura in inglese. Ora che è uscito in italiano chissà, un pensierino ce lo farò sicuramente.

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    1. Oltretutto, penso che in inglese sia molto difficile, chissà.
      Questi neologismi dei protagonisti sono già un po' incomprensibili tradotti. ;)

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  8. Asdfghjkl aaaaaah voglio questo libro! *-* poi magari mi vedo anche il film!

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  9. Il libro l'ho letto l'anno scorso e, come sai, mi era piaciuto un sacco. Ero tanto curioso del film, l'ho aspettato tanto, l'ho visto di recente e, devo dirti, l'ho apprezzato anche abbastanza; preferisco sicuramente il romanzo di Andrews, ma anche la trasposizione cinematografica non è niente male ;)
    Un saluto :)

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  10. Hai detto bene: uno dei libri più assurdi mai letti... però nel mio caso è un punto a sfavore :P
    Mentre leggevo non vedevo l'ora che finisse... l'autore voleva essere realistico, ma io l'ho trovato fuori come un balcone :s e noioso da morire...
    Sul film sono un pelo curiosa...

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