lunedì 14 novembre 2022

Recensione: Avere tutto, di Marco Missiroli

Avere tutto, di Marco Missiroli. Einaudi, € 18, pp. 160 |

Da quando mi sono trasferito a Torino, mio padre mi telefona ogni sera. Abbiamo vissuto insieme tutta la vita senza mai saperci rivelare molto l'uno dell'altro. Tra noi avvengono conversazioni goffe, brevissime, piene di convenevoli. “Hai cenato?”, “Com'è il tempo?, “I coinquilini, il lavoro, lo smog?”. Un copione reiterato, sera dopo sera, da pronunciare a memoria quando ci si vuole bene, ma si è d'altri tempi e di poche parole. Ho trovato la stessa laconicità e la stessa tenerezza nell'ultimo Marco Missiroli, tornato in libreria a tre anni di distanza dal controverso Fedeltà. Lontano da temi spinosi e ambiguità sentimentali, questa volta non sembra scontentare i lettori. Avere tutto è un romanzo intimo e minimalista sui non detti tra un padre e un figlio all'alba di una tragedia: il vecchio, vedovo da un po', sta morendo di un male inguaribile; il giovane, pubblicitario di città non più così giovane, si prende cura di lui con le parole e, soprattutto, con i fatti. Quindi c'è Nando, che in gioventù faceva faville nelle balere e che ora, alla stregua di un animale sofferente, tende a nascondersi a bordo della sua sgangherata Renault. E poi c'è Sandro, il figliol prodigo, che torna a Rimini con la coda tra le gambe per fuggire al vizio del gioco d'azzardo e correre incontro al destino amaro del genitore.

Gli confidavo tutto senza confidargli niente. Da bambino gli parlavo nella testa e subito speravo di notargli una reazione: il sopracciglio ad arco, il tamburellare delle dita, una moina complice come se mi avesse ascoltato per telepatia. E la felicità nelle ore in cui lo seguivo e lui sceglieva mansioni dove potevo osservarlo: sturare un lavandino, potare il roseto, pulire l'abitacolo della macchina. Gli incantesimi delle sue mani.

Tra i due corrono silenzi, segreti e sigarette; un'intimità dolente, animata dagli sbuffi e dai mugugni di due uomini soli. Già nel romanzo precedente, d'altronde, l'autore romagnolo aveva raggiunto i picchi migliori alle prese con il personaggio di un'anziana: Anna, la madre di Margherita. Proprio come in Fedeltà, tuttavia, finisce per appesantire la narrazione con un vizio superfluo: non più le lotte clandestine tra cani, bensì il poker. Le digressioni sull'argomento frammentano l'intensità di una vicenda già esile di per sé e fanno sentire la mancanza di Nando, l'attore non protagonista che vorremmo fosse sempre in scena. Il tema della malattia, per quanto sentito, è affrontato in maniera consueta. Tutto va come previsto, fra imbarazzi iniziali e dettagli meticolosi dell'agonia conclusiva. Tutto è ben scritto, comprese le dinamiche al tavolo da gioco, ma purtroppo già svelato in quarta di copertina. Si può riprendere il controllo della propria vita mentre un padre sta perdendo il controllo della propria? Si può ricominciare daccapo al principio di una fine annunciata? L'ultimo Missiroli (si) emoziona senza bluffare. Ma, un po' come le telefonate con papà, racconta smanie e nostalgie in un sussurro che nulla aggiunge e nulla toglie al lessico del dolore.

Il mio voto: ★★★

lunedì 31 ottobre 2022

Storie vere, storie nere: The Staircase | Landscapers | Pam e Tommy | Black Bird

Quando la moglie viene trovata in un bagno di sangue riversa ai piedi delle scale, Michael Peterson (scrittore, padre di cinque figli, segretamente bisessuale, bugiardo patologico) diventa il famigerato protagonista di un'ordalia giudiziaria lunga quasi vent'anni. Si è trattato di un incidente, di un delitto passionale o, ancora, del bizzarro attacco di un rapace notturno? Il ritrovamento di un cadavere con ferite simili e un polverone mediatico sulla corruzione del sistema giudiziario americano semineranno confusione, mentre i figli dell'imputato tentano di ricostruirsi una vita e lui, di nuovo innamorato, entra ed esce di galera. L'agghiacciante caso di cronaca, tutt'ora irrisolto, diventa l'ennesimo gioiello di regia, scrittura e recitazione di casa HBO: vedasi le nomination agli Emmy. L'avvocato difensore è un umano Michael Stuhlbarg, la documentarista francese che fa battere il cuore all'imputato una sempre incantevole Juliette Binoche, i figli alcuni fra i giovani attori più promettenti della nuova generazione (Odessa Young, Sophie Turner, Dane DeHaan, Patrick Schwarzenegger). Ma sono la nevrotica Toni Collette e Colin Firth, per me protagonista della performance della vita, a seminare brividi tra visioni di morte e indimenticabili sguardi in camera. Nell'impossibilità di portare alla luce alla verità, ambiguo fino alla fine, The Staircase conquista diventando la visione più oscura di American Beauty. Il sogno americano? Genera mostri. (8)

La storia, verissima, di due coniugi inglesi all’apparenza insospettabili accusati di aver ucciso e sepolto in giardino i genitori di lei. La storia, d’amore, sconfinato e scriteriato amore, tra due alieni con il pallino dei film d’altri tempi e delle bellezze di Parigi, in fuga da un fatto di sangue e da un mondo, forse, che non li ha mai compresi fino in fondo. Landscapers, passata ingiustamente sotto silenzio, regala quattro episodi metatelevisivi, folli e sopra le righe, che infrangono le regole consolidate del true crime e sperimentano ora il bianco e nero della Nouvelle Vague, ora i colori saturi di David Lynch e Dario Argento, ora il 16:9 degli intramontabili western di Sergio Leone. Il regista Will Sharpe non porta a processo i suoi assassini della porta accanto. Ma ci porta, piuttosto, nel loro mondo: oscuro e tenerissimo, farebbe sincera invidia a Jean Paul Jeunet. Il tutto, già destinato a finire nel meglio dell’annata presente, con un David Thewlis finalmente in un ruolo da protagonista e una Olivia Colman straziante, che puntualmente alza l’asticella del suo indicibile talento. Qual è il vero crimine nella società odierna: l’omicidio, o essere diversi da tutti gli altri? (8)

Una serie TV per raccontare la diffusione del sex tape con i divi più iconici degli anni Novanta. Lei sogno erotico tutto curve, nel suo costume rosso sgamato. Lui batterista maledetto e narcisista, così orgoglioso del suo pene da arrivare perfino a dialogarci. I diretti interessati si sono tirati fuori dall’ideazione della serie. Una vicenda, a ben vedere, dolorosissima: portò la coppia al tracollo e Pamela a riabilitare faticosamente la propria immagine. All’apparenza dissacrante, sfrontata e sopra le righe, Pam & Tommy sceglie il regista di I, Tonya e i toni della commedia. Ma, nonostante il sesso, i nudi e le sequenze grottesche, ha molto a cuore i suoi personaggi. Io stesso partivo scettico: a torto, la immaginavo pura speculazione. C'è tanta umanità, invece, nel personaggio di Seth Rogen: un manovale non pagato che, stanco di vivere di espedienti, si rende l'eroe di una lotta di classe a colpi di vendetta. E, vero, c'è un po' di benevolenza di troppo verso il rocker di Sebastian Stan: si ghigna per gli sbarellamenti e le esagerazioni di Lee, finendo per dimenticare il dettaglio che fosse un violento – presumibilmente anche con sua moglie. Ma Pam & Tommy, per fortuna, appartiene soprattutto a Pam. E appare una lunga e sentita lettera di scuse alla vittima che fu trasformata nella colpevole della storia. Durante una deposizione, nell'episodio più toccante, è costretta a vedere stralci del video trafugato in una stanza piena di avvocati maschi. E lei, ragazza di provincia candida anche quando ammiccante, Alice nel paese delle meraviglie nella mansion di Playboy, si sente d'un tratto sporca. E, peggio, degna di essere sbeffeggiata dall'opinione pubblica. Attualissimo e potente, il messaggio passa attraverso la prova da applausi di un'irriconoscibile Lily James: quanta emozione sotto il trucco prostetico, quante riflessioni oltre il pregiudizio. (7,5)

Su AppleTV c'è da un po' una nuova serie true crime. Perfetta per i fan di Mindhunter e True Detective, racconta la storia (ancora una volta, vera) di uno spacciatore dalla lingua sciolta che, in cambio del completo annullamento della pena, cerca di strappare una confessione a un serial killer di adolescenti. Larry, allevato in una famiglia di becchini, è realmente un orco o un mitomane, come tutti pensano? Nonostante scriva il Dennis Lehane di Shutter Island e Mystic River, la sceneggiatura ha ritmi imperdonabilmente televisivi e, molto piatta a tratti, si dilunga eccessivamente nella sottotrama investigativa per poi brillare nei testa a testa dietro le sbarre: tesi, vibranti, teatrali, sono retti alla perfezione da Taron Egerton – muscolosissimo, conserva l'aria truce ma ha lacrime di rabbia perennemente in agguato – e da un gigantesco Paul Walter Hauser, capace di suscitare insieme tenerezza e disgusto profondi; con loro c'è il compianto Ray Liotta, scomparso a qualche mese dalle riprese. Chiudendo un occhio sui difetti sparsi, Black Bird resta una miniserie tutt'altro che indimenticabile, ma il quinto episodio – un piccolo capolavoro di scrittura e recitazione – garantisce agli spettatori una sfida attoriale da applaudire fino a spellarsi le mani. (7)

lunedì 26 settembre 2022

Recensione: Il cardellino, di Donna Tartt

Il cardellino, di Donna Tartt. Rizzoli, € 17, pp. 890 |

Ho iniziato a leggerlo ad agosto, su un treno per il Salento. Quel tomo ingombrante, dalla copertina avorio, aveva attirato le attenzioni di più di qualcuno – compreso il controllore che, stupito per la mia buona volontà, si era complimentato per la scelta. Era un grande fan di Donna Tartt. Avevo letto altro dell'autrice Premio Pulitzer? Sì, avevo risposto, Dio di illusioni: affascinantissimo, mi aveva irretito nella prima metà e deluso nell'ultima. A distanza di anni ricordavo una penna di sconfinata classe, atmosfere torbide e affascinanti, ma un mistero dalla gestione un po' goffa. Potrei scrivere lo stesso del Cardellino: straordinario all'inizio, ma destinato a una parabola discendente – rocambolesca, delirante, retorica – mai completamente metabolizzata. Arrabbiato, a fine lettura avevo richiesto confronti con alcuni lettori. Cercavo il romanzo dell'estate, infatti, ma la frustrazione del momento lo aveva trasformato nella mia memoria in qualcosa di ben peggiore di un'esperienza mediocre: una lettura – di quasi 900 pagine, per di più – destinata a scontentare proprio sul più bello. Come aveva potuto Tartt fidelizzarmi per poi lasciarmi in balia di un epilogo febbricitante, dove l'azione avviene fuori scena e la morale della storia è condensata in uno spiegone grossolano? All'epoca del viaggio, però, non potevo saperlo. E con il controllore avevo scambiato impressioni entusiastiche sulle disavventure d'altri tempi di Theo Decker: un orfanello di dickensiana memoria che, dopo la morte della madre amatissima durante un attentato terroristico, si muove tra benefattori e carcerieri, tragedie e fortune esagerate, in città piene di bellezze insidiose.

Tutto ciò che sopravvivere alla Storia dovrebbe essere considerato un miracolo.

Prima ospite della famiglia Barbour nella signorile New York, poi affidato al padre e alla nuova compagna in una Las Vegas indimenticabile nella sua dissolutezza, Theo potrò contare su una manciata di costanti in un'esistenza per il resto raminga: il negozio di antiquariato di Hobie, sua guida e maestro; l'amore platonico per Pippa e l'amicizia autodistruttiva con Boris, adorabile “lucignolo” dall'inconfondibile accento russo; soprattutto, il dipinto-feticcio di Carel Fabritius, rubato e mai restituito nella confusione dell'attentato terroristico iniziale. Conoscerà la ricchezza e la misera più sfrenate, sperimenterà droghe leggere e pesanti per fuggire al disturbo post-traumatico da stress, diventerà genio e criminale per mezzo delle sue naturali capacità seduttive. Soprannominato Potter per via degli occhiali a fondo di bottiglia e della frangia impettinabile, si fa voler bene proprio come il personaggio di J.K. Rowling: eroe di un'epopea varia, coinvolgente, totalizzante, in cui l'assoluta libertà del protagonista diventa anche specchio della sua struggente solitudine. Come l'uccellino immortalato dal pittore fiammingo, Theo trasmette insieme energia e inquietudine: benché il suo petto sembri continuamente pulsare di vita, è prigioniero del proprio trespolo. Esiste, per lui, via di fuga? Bisogna forse ricercarla nella bellezza, nell'arte, nell'amore? Il cardellino fallisce quando prova ad abbozzare risposte, a cercare un senso al girotondo del suo primattore, ad arginare il suo caos – cosmico e narrativo – in una struttura da thriller americano. La scrittura di Donna Tartt è sconvolgente: l'esplosione di una bomba. Ma quando prova a mettere ordine, a trarre una morale di fondo, compie il medesimo errore di Fabritius. E mette un capolavoro in una cornice laccata; una catena d'argento alla zampa della sua creaturina piumata, condannandola, infine, alla cattività.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – Karma Police

giovedì 15 settembre 2022

Recensione: La notte scorsa al Telegraph Club, di Malinda Lo

La notte scorsa al Telegraph Club, di Malinda Lo. Mondadori, € 20, pp. 456 |

Come in Carol, lo splendore intramontabile degli anni Cinquanta fa da sfondo all'amore proibito fra due donne. Come in Victor Victoria, la maggiore attrazione di un nightclub è una cantante che si esibisce in abiti maschili e, seducente, ammicca alle spettatrici sedute in prima fila. Come nella Fantastica Signora Maisel, la vita notturna della città offre sorprese e talenti: peccato che i raid della polizia siano all'ordine del giorno. Risulta semplice immaginare il frusciare delle gonne a campana, l'odore della lacca, le luci e le ombre delle insegne al neon. Ma siamo nella multietnica San Francisco, in una famiglia cinese tutta d'un pezzo. Allevata con rigore per diventare una brava donna di casa, la diciassettenne Lily sogna le dive del cinema e di andare sulla luna. Ritaglia fotografie di Katherine Hepburn sui giornali, occhieggia le donne prorompenti sulle copertine dei romanzi rosa, custodisce gli articoli sulla artista di punta del Telegraph Club. Bravissima nella resa di un contesto storico attendibile e dettagliato, Malinda Lo firma una storia per giovani lettori che racconta i primi palpiti, le gioie del contatto fisico, lo sconcerto dello scoprirsi diversi dagli altri. Per farlo si affida ai suoi personaggi, lasciandosi guidare alla scoperta della loro identità – di genere, sessuale, culturale. Ma talora ne risentono i ritmi, piatti soprattutto nella seconda metà, e appesantiti da qualche tematica di troppo. Accanto ai classici espedienti del genere (il ballo scolastico da organizzare, una migliore amica da sostenere per un concorso di bellezza a Chinatown, l'attrazione ricambiata per una coetanea con il mito di Amelia Earhart), infatti, ci sono gli sconvolgimenti politici (la minaccia di russi e giapponesi, la caccia ai simpatizzanti comunisti) e i flashback sugli immigrati di prima generazione (i genitori di Lily, la zia paterna). Combattuto al pari della sua protagonista fra senso d'appartenenza e desiderio di ribellione, La notte scorsa al Telegraph Club è la cronaca discontinua ma toccante dell'ultimo anno di libertà prima del college. Cosa comporta uscire dai confini angusti del proprio quartiere? Cosa significa, oggi come ieri, sentirsi parte di una minoranza? Bisogna spingersi fino a Marte, colonizzare un altro pianeta, per trovare il coraggio di mostrarsi senza maschere? In un momento storico in cui appariva più plausibile un'odissea nello spazio che la parità – nel 1969 Armstrong volerà sulla luna, ma bisognerà aspettare il nuovo millennio per la legalizzazione delle unioni omosessuali –, Lily scoprirà con meraviglia che non è necessario spingersi troppo lontano per liberarsi dalla forza di gravità e dalle convenzioni sociali. Basta un bacio in un vicolo deserto. O la luce rivelatrice di un torbido locale notturno.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Ronettes – Be My Baby

lunedì 5 settembre 2022

Recensione: Il senso di una fine, di Julian Barnes

Il senso di una fine, di Julian Barnes. Einaudi, € 11, pp. 150 |

Siamo davvero le brave persone che millantiamo di essere? Tony Webster – un pacato inglese sulla sessantina, divorziato ma in ottimi rapporti con l'ex moglie, padre e nonno – ha sempre immaginato di sì. Bontempone nostalgico ma non senza ironia, mette tutto in discussione quando il passato torna a bussare alla porta sotto forma di un lascito misterioso. E allora che, scoperchiando un vaso di Pandora ormai dimenticato, riallaccerà i rapporti con una vecchia fiamma di gioventù, la timida ma spregiudicata Veronica, e diventerà il protagonista di un enigmatico amarcord. Nessuna identità, infatti, è abbastanza solida da restare incolume dopo lo scrupoloso esame di coscienza firmato da Julian Barnes.

Sì, certo, eravamo presuntuosi, se no a che serve essere giovani?

Lo scrittore britannico, vincitore un decennio fa del Booker Prize, accumula aneddoti color seppia, corrispondenze via email, interrogativi sul mistero di Finn – il migliore amico di Tony – e sul conto del suo stesso protagonista. Si sposta, così, dalla routine sonnacchiosa del pensionato – rianimata, all'improvviso, dal sopraggiungere di una nuova ossessione – alla rievocazione palpabile della Swinging London, quando i personaggi filosofeggiavano di sesso, vita e morte ai tempi d'oro dell'università. Cosa accadde nel weekend trascorso a casa dei genitori di Veronica ben trent'anni prima? Perché tutti, insegnanti compresi, si contendevano così accanitamente le attenzioni di Finn – talentuoso e dannato in parti uguali? Soprattutto, di quale colpa si macchiò Tony, messo sotto processo dal lettore in persona? A metà tra L'attimo fuggente ed Espiazione, ma decisamente meno memorabile di entrambi, Il senso di una fine sfodera un amato-odiato narratore inaffidabile e un intreccio bipartito, dove la nostalgia lascia presto spazio a un profondo rimorso.

Non è affatto vero che la storia è fatta delle menzogne dei vincitori, come sostenni una volta disinvoltamente, con il vecchio Joe Hunt; adesso lo so. È fatta più dei ricordi dei sopravvissuti, la maggior parte dei quali non appartiene né alla schiera dei vincitori né a quella dei vinti.

La verità, benché addolcita dal tempo, è comunque destinata a riemergere con il suo carico di amarezze e tragedia. L'irruenza della gioventù è forse un'attenuante? Le parole hanno un peso specifico. E a volte, se usate a sproposito, generano anatemi. Barnes, al contrario, sa usare quelle più giuste: sintetico e rigoroso, anche se sin troppo algido per i miei gusti, è abilissimo nell'infarcire la voce del suo narratore tanto di sentenze sgradevoli quanto di poetiche perle di saggezza. Il suo è un superbo esercizio di stile, perfetto nella forma ma incerto nelle intenzioni. Sul finire mi sono trovato spesso a domandarmi quale fosse il punto della storia: lo scoppio di un amore tardivo, un inno alle seconde occasioni, un giallo in tocco e toga, o tutto insieme? Vizi e virtù di un thriller dei sentimenti prolisso, perfino con i suoi infiniti non detti.

Il mio voto: ★★★

sabato 3 settembre 2022

Al blog ancora non l'ho detto

Sono cambiamenti solo se spaventano”, cantavano i Subsonica nella loro Domenica. Spaventato, ho preferito metabolizzarli gradualmente in un'estate di latitanza: ho letto poco e scritto meno ancora. Questi cambiamenti, in realtà, sono cominciati nella prima metà dell'anno. Correva il mese di febbraio quando il Ministero dell'Istruzione, dopo due anni di fermo a causa dell'emergenza sanitaria, ha deciso di ripristinare dall'oggi al domani il concorso ordinario. Ho avuto un mese scarso per prepararmi e per raggiungere le sedi dall'altra parte d'Italia. Cinquanta domande a risposta multipla su tutto lo scibile umano, cento minuti. Al concorso per insegnare alle scuole medie sono stato bocciato. Scoraggiato, dieci giorni dopo sono salito nuovamente per quello per le superiori: si è svolto lo stesso giorno del mio ventottesimo compleanno e, a sorpresa, l'ho passato con un ottimo punteggio. Per l'orale ho avuto altri due mesi: ventiquattro ore prima della discussione ho estratto una traccia – la mia era di letteratura italiana, sul poeta triestino Umberto Saba – e in una giornata al cardiopalma ho preparato un'unità di apprendimento lunga trenta slide (comprensiva di normativa scolastica, studiata dal nuovo proprio per l'occasione). Ho atteso la pubblicazione dei risultati con una Tennent's ghiacciata, in un cortile a settecento chilometri da casa mia, mentre il mio destino imprevedibilmente cambiava. Il primo settembre, alle otto in punto, ho firmato la presa di servizio. Per farlo ho saltato il matrimonio di alcuni fra i miei amici più cari. Con la penna in mano, ho avuto un attimo di titubanza ma poi ho barrato la casella esatta: docente a termo indeterminato. Sono professore di ruolo nel liceo di Orbassano, Torino: discipline letterarie e latino. Mi sono trasferito in Piemonte ormai da qualche giorno. A volte mi manca il mare della mia piccola città, altre mi autosaboto dicendomi che non sarò mai all'altezza – avrò venti ore settimanali, un totale di cinque classi. Con il tempo che scarseggia, mi è più facile raccontarmi grazie all'immediatezza della pagina Instagram, ma ho intenzione di mettere radici quanto prima e di tornare a scrivere a tempo pieno anche su Diario di una dipendenza. Avrò bisogno di voi, miei compagni d'avventura da un decennio, e del coraggio che naturalmente infondete. Al blog, sapete, ancora non l'avevo detto.


venerdì 12 agosto 2022

Recensione: Patria, di Fernando Aramburu

Patria, di Fernando Aramburu. Guanda, € 19, pp. 640 |

Quando andavo a scuola, la mia professoressa prediligeva un aggettivo alternativo per spiegarci la tragedia delle guerre civili: preferiva definirle intestine. Mentre prendevo appunti, tra me e me mi figuravo un groviglio di budella dolorosamente intrecciate; un corpo umano che, a un certo punto, si autosabota. Qualcosa di violento: contronatura. Ho ripensato alla violenza di quella definizione – guerre intestine –, leggendo il mio primo Fernando Aramburu: stando a oggi, il romanzo più bello dell'anno. Ambientato tra passato e presente, scava nei traumi del terrorismo di estrema sinistra: i Paesi Baschi, in cerca d'indipendenza dalla Spagna, seminarono per decenni molotov e intimidazioni. Alcuni baschi videro nell'ETA l'incarnazione dell'eroismo: i giovani terroristi, infatti, erano disposti perfino a perdere la libertà pur di salvaguardare la cultura, la lingua e l'identità del proprio popolo. Altri invece, lontani dagli eccessi nazionalistici e accusati di tramare dunque contro la patria stessa, furono giustiziati a sangue freddo dai reazionari. Omicidi spietati o atti di giustizia?

Mi sono resa conto di una storia. Ci sforziamo di dare un senso, una forma, un ordine alla vita, e alla fine la vita fa di noi quello che le va.

In maniera esemplare, l'autore spagnolo esemplifica il conflitto facendo specchiare in esso le dinamiche di due famiglie agli antipodi: prima amiche, poi rivali, naufragheranno in un rancore senza fine quando il figlio dell'una ucciderà il patriarca dell'altra. Sul cemento, una macchia rosso ruggine che neanche la pioggia più persistente riuscirà a cancellare. Tutt'intorno, nel “paese dei muti”, i compaesani volgeranno lo sguardo altrove. Cos'è dei protagonisti oggi? Bittori, la vedova della vittima, madre di un chirurgo impegnatissimo e di un'avvocata perennemente innamorata dell'amore, si è trasferita altrove e altrove ha sepolto il compianto Txato per proteggerlo dai vandali: ai piedi della tomba, a riparo sotto un ombrello rosso, dialoga col morto e borbotta al ricordo di come rifiutò di finanziare la lotta armata. Miren, la madre dell'assassino, ha altri due figli – la prima immobilizzata da un ictus, il secondo scrittore omosessuale – e un marito pensionato, dedito alla cura dell'orto: non ha mai smesso di professare l'innocenza di Joxe Mari, torturato dalla polizia e condannato a 126 anni di carcere.

Però un uomo può essere una nave. Un uomo può essere una nave con lo scafo d'acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di lì passa l'acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l'acqua della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare all'errore, e quell'acqua che corrode tanto, quella del pentimento che si sente e non si dice per paura, per vergogna. E così l'uomo, ormai nave incrinata, andrà a picco da un momento all'altro.

La trama prende avvio nel momento in cui Bittori osa tornare in paese, riaprire le tapparelle impolverate, esporre un geranio in balcone: perché semina inquietudine e medita vendetta, mentre tutti gli altri – passato il peggio – vorrebbero soltanto dimenticare? Fluviale, struggente e caleidoscopico, Aramburu architetta una saga familiare indimenticabile dove i capitoli brevissimi e l'alternanza dei punti di vista ci gettano a capofitto nel caos della storia contemporanea. Come in una puntata del family drama This is us, il tempo si frantuma: a volte accelera e a volte rallenta, per indugiare spesso lungo il perimetro di un “ground zero” di rancore e solitudine. Mentre gli uomini, miti, se ne stanno ai margini dell'intreccio, Bittori e Miren – stoiche, orgogliose, titaniche – vivono esistenze a metà e simboleggiano le contraddizioni di un luogo spaccato in due dalla paura del diverso, del vicino di casa, dei fantasmi del passato. Sarebbe stato meglio sostenerli oppure denunciarli, quei figli idealisti e ribelli? Gli imprenditori come Txato avrebbero fatto meglio a piegarsi alle minacce?

In realtà, la cosa strana e eccezionale è essere vivi.

Ormai anziane, le protagoniste si aggrappano a ciò che resta della loro vita in nome dell'orgoglio: cresciute insieme ma diventate tristemente rivali, domandano giustizia in un'appassionata epopea a corto tanto di vincitori quanto di vinti. Con l'arma più potente di tutte – la parola scritta –, Aramburu marcia lungo le strade sbeccate e guida un movimento reazionario di liberazione personale. La lotta armata è finita da tempo, ma non ha portato la pace sperata. Perdonare significa forse dimenticare? Quando il tetto dell'abitazione ti frana sul tavolo della cucina, non curarti dello stato. Senza pasti consumati gomito a gomito, non c'è casa. Senza casa, non c'è umanità. E senza umanità, non c'è patria.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – Povera patria