martedì 15 dicembre 2015

Recensione: Io non ti conosco, di S.J. Watson

Non è quello che cerchiamo di fare tutti, a livelli diversi? Mostrare al mondo il nostro lato migliore e nascondere l'oscurità che abbiamo dentro? Internet rende solo tutto più semplice.

Titolo: Io non ti conosco
Autore: S.J. Watson
Editore: Piemme
Prezzo: € 19,90
Numero di pagine: 447
Sinossi: Da quando sua sorella Kate è morta, aggredita a Parigi da uno sconosciuto, la vita di Julia Plummer non è più la stessa: la stabilità che si era conquistata è in pericolo, e lei sente il richiamo del suo vecchio insidioso nemico, l'alcol. L'unica persona con cui Julia può parlare di Kate è Anna, la coinquilina di Parigi, la persona che forse conosceva Kate meglio di tutti. È lei a confidarle una cosa che nessuno sa: Kate si divertiva a vivere mille vite. Andava on-line fingendosi una persona diversa ogni volta, conosceva uomini, li incontrava. Così, Julia non resiste alla tentazione e, usando le credenziali della sorella, decide di provarci anche lei, e vivere per una volta la vita, almeno quella virtuale, di Kate, per capire cosa può esserle successo. È così che, protetta dal nome falso di Jayne, Julia contatta Lukas, uno degli ultimi amanti di sua sorella. All'inizio, lo tratta con sospetto, poi pian piano tra i due nasce qualcosa che Julia scambia per amore. Finché, quando Lukas comincia a cambiare, Julia sarà costretta a domandarsi se le mani che adesso la toccano, con dolcezza ma anche con violenza, non siano le stesse che hanno fatto del male a sua sorella...
                                        La recensione
Julia Plummer, quarant'anni non ancora compiuti, ha già vissuto due vite. La prima, che l'ha vista giovane e disinibita nella Berlino dei tardi anni ottanta, le ha lasciato il ricordo di un amore agrodolce – non c'è giorno in cui non pensi almeno una volta al compianto Marcus – e una dipendenza da alcool e stupefacenti a cui, accanto all'uomo giusto, ha detto addio. La seconda, invece, la vuole perfetta donna di casa, con l'hobby della fotografia e un talento naturale per la cucina: ha un marito facoltoso e presente, Hugh, e un nipote, Connor, che ha portato con pazienza alle soglie dell'adolescenza, come fosse figlio suo. Costante dell'una e dell'altra vita, una sorella minore, Kate, che con la sua misteriosa morte, in un vicolo di Parigi, darà il via inconsapevolmente alla terza esistenza della protagonista. Online, Julia diventerà Jayne – alter ego provocante, sensuale, senza legami – per tentare di scoprire le frequentazioni della sorella scomparsa, iscritta a diversi siti d'incontri, e dare un volto al suo pericoloso assassino. Cosa nasconde il bel Lukas, che da innocua voce in chat è diventato un amante in carne e ossa? Con chi confidarsi, se si è andati ormai troppo oltre? Nella ricerca, Julia perderà il lume della ragione; si perderà. Con il rischio di non rinunciare soltato alla vita che più le si addice – il compagno che ha cieca fiducia in lei, il figlio adottivo traumatizzato dalla scomparsa di quella madre biologica sconosciuta -, bensì a tutte e tre. In pericolo, la sua incolumità – fisica, psicologica - e tutto ciò in cui crede. A più di qualche anno dal successo di Non ti addormentare, oggetto di una trasposizione cinematografica tanto discreta quanto passata in sordina, con una Nicole Kidman in parziale spolvero e il sempre impeccabile Colin Firth, l'inglese S.J. Watson ritorna con un altro thriller. E, giacché gli editori di ogni dove sono convinti che ai lettori piacciano tutte queste assurde assonanze, Second Life diventa Io non ti conosco, con il passaggio all'italiano. Così, perché faceva pendant con il titolo precedente. Non ti addormentare mi aveva convinto, sì, ma con moderazione. Letto un anno e mezzo fa, si fa ancora ricordare per la credibilità della voce narrante, la trama contorta e originalissima – Christine, andando a letto, automaticamente perdeva i suoi ricordi – e perché il mio gatto, in quello stesso periodo, era la new entry di casa. 
Ricordo, ancora, un epilogo grossolano – in cui la verosimiglianza era messa in discussione da un colpo di scena ad effetto – e Ciro, una palla di pelo grigia che non voleva lasciarmi leggere in pace. Da me non particolarmente atteso, ma da colleghi fidati tanto apprezzato, Io non ti conosco ha sabotato uno dei miei pochi buoni propositi: ossia, quello di dedicarmi, a dicembre, soltanto a libri belli e bellissimi. Il romanzo, un malloppone di quasi cinquecento pagine, con un font adatto ai non vedenti e margini laterali in cui potrei scrivere la storia della mia vita nel tempo libero, ha un prezzo esorbitante, rari pregi e una trama da poco, che a stento dà il poco che promette. S.J. Watson, sorprendentemente a proprio agio con le narratrici donne, firma un thriller già letto, con un'altra attrazione fatale – e un altro amore infedele; tanto del cinema di Lyne, comunque – e la cornice non del tutto innovativa di queste chat infuocate. Storia da giallo di Rai Due, in parole povere, di una casalinga disperata che combatte le vampate di calore e le noie di angelo del focolare, con fantasie a occhi aperti e pensieri fedifraghi – poi debitamente messi in pratica -, nell'illusione di una seconda giovinezza. Il pensiero di trovare un perché alla morte della sorella è appena passeggero; compare una volta ogni tanto, come per scrupolo, negli incontri carnali in albergo, tutti i martedì pomeriggio, e mentre è a gambe all'aria, incerta sull'identità del suo appassionato corteggiatore. Non si empatizza con i personaggi, molto viscidi, e la complicata Julia, alla scoperta di una nuova sessualità e delle tentazioni della rete, sembra una figura post Cinquanta sfumature di grigio
Watson, uomo, non è stato così meticoloso in quel lavoro di introspezione di cui, la volta scorsa, lo avevo reputato naturalmente capace; anzi. Julia, instabile e immatura, ragiona con le parti intime. Il sogno di essere seguita e presa con la forza – ma che sogno è? - che, quando diventa realtà, somiglia più a un incubo. L'autore vorrebbe rendere la sua protagonista moderna, infatti, contraddittoria in senso buono, ma ad ogni passo sui tacchi alti Julia perde la dignità e il vero motivo della sua presenza su quel sito di incontri. A lungo sembra un romanzo erotico per signore in là con gli anni, con gli uomini che non devono chiedere mai, le cougar in tiro, questi amanti che – durante l'atto – profumano di pepe e sandalo. Sudano, beati loro, Eau de toilette? Nonostante il sesso sia presente in filigrana, ma in effetti non trovi poi ampie e minuziose descrizioni, il romanzo ha una prosa laccata – l'equivalente, al cinema, di quella fotografia che più patinata non si può – che lo rende, oltre che noioso, anche un po' volgare; quando Sulla pelle, esordio non riuscitissimo di Gillian Flynn, con i protagonisti voraci e le adolescenti precoci, il linguaggio pane al pane e vino al vino, al contrario, sapeva sedurre, a modo suo. Ci si ricorda che è un thriller – c'è scritto a mo' di promemoria sulla copertina, che tra l'altro è un collage informe che sottoporrei volentieri alla mia amica Irene; che il titolo si riferisca alla sua famosa rubrica, Photoshop non ti conosco, obbrobrio non ti temo, Paint ti amo? - sul finire, quando i colpi di scena si susseguono in fretta. E sono tanti, impossibile negarlo, anche se alcuni li avevamo indovinati quattrocento pagine prima e alcuni no. Con il rischio, anche nel suo secondo scritto, che l'effetto sorpresa metta a soqquadro la solidità della narrazione; qui, già debolissima di per sé. Per fortuna, ho gradito l'ultima pagina; quel finale aperto e senza ritorno. Io non ti conosco è un thriller senza infamia e senza lode, nelle corde dell'altrettanto mediocre e pubblicizzato La ragazza del treno. Un appuntamento al buio e con il rischio, di cui ci pentiamo per l'avventatezza della scelta – dell'acquisto – e per aver desiderato accendere la luce. 
Elementare, Watson. Qualcuno diceva così, no?
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Denmark + Winter – Every Breath You Take (The Police)

sabato 12 dicembre 2015

I ♥ Telefilm: Scream Queens, Jessica Jones, London Spy

Scream Queens
Stagione I
Riti di iniziazione, giuramenti di sangue, prove del fuoco. Sei abbastanza testardo per superare indenne la loro selezione? Sei abbastanza alla moda per fare parte del loro mondo di debuttanti assatanate e figli di papà senza arte né parte? Un college americano come tanti e come nessuno è il regno indiscusso di Chanel Oberlin, l'avvente e capricciosa regina delle Kappa Kappa Tau. Bionda ossigenata ma naturalmente cattiva, ha la cieca fedeltà delle sue consorelle – minions ingioiellate con un nome proprio sacrificato alla causa – e quella, assai meno cieca però, di Chad Radwell, presidente dei Tirati a Lucido e impenitente dongiovanni. Insieme, sono ai vertici di una dittatura di griffe e terrore, finché il decano Munsch – donna tutt'altro che candida, ma acerrima nemica dello strapotere dei rampolli – non decide di aprire le porte delle confraternite a tutti. Le sorelle Kappa, strette nelle loro pellicce prima per il disgusto, poi per la paura, dovranno imparare a convivere con le nuove studentesse – povere, trasandate e, a volte, con la lingua decisamente lunga – e a dormire con un occhio aperto e uno chiuso. Nel campus si aggira, infatti, un serial killer vestito come la mascotte della Wallace, Red Devil, e spinto da un immortale desiderio di vendetta – chi era la ragazza morta, vent'anni prima, in quella casa e cosa ne è stato del bambino che aveva dato alla luce? - farà in mille pezzi quell'impero di privilegi e i loro antipatici, ma indispensabili membri. Scream Queens, nello stesso anno in cui il soprendente The Final Girls arriva al cinema per ricordarci, con una risata spontanea e uno spruzzo di sangue, i cliché a fantasia e la poetica spiccia dello slasher vecchio stile, fa il suo debutto su Fox – un debutto che, tra l'altro, non ottiene gli ascolti sperati, ma che infiamma gli animi di chi ama l'horror e la teen comedy – con lo stresso scopo. Omaggiare divertendo. O è forse parodiare, il compito di un Ryan Murphy gaio e intelligente quantomai, che dà ottimi segni di ripresa, dopo la stancante deriva delle ultime stagioni di Glee e di American Horror Story? Aria colorata, anni novanta, e caricaturali reminescenze d'autore che hanno dell'epico, quasi: i drughi che marciano a ritmo dei Backstreet Boys, un Haloween con il labirinto ghiacciato di Shining in giardino, la doccia di Jamie Lee Curtis – autoironica, affascinante, senza paura di mostrare la sua età – con un altro Psycho al di là della tendina. Il cast è di belli e pop, con passate conoscenze telefilmiche – Diego Boneta, Skyler Samuels e una sorprendente Lea Michele, non più la Rachel Berry che conosciamo - e ex bambini prodigio – Abigail Breslin, Nick Jonas, Keke Palmer e Ariana Grande; la peggiore attrice dell'anno, ques'ultima, e al centro di una esilarante scena di morte. A urlare più forte di tutti, però, la superba Emma Roberts. La nipote di zia Julia, a lungo ragazza della porta accanto in film per famiglie, così bella e detestabile non si era davvero mai vista. Scream Queens è spassoso, violento, verso il trash infinito e oltre. Idiota con cura, semiserio con ironia. La parodia di un genere che ha detto tutto e adesso sa finalmente prendersi per i fondelli. Ma è troppo gore per gli schizzinosi, troppo all'acqua di rose per gli amanti del thriller nudo e crudo e, nella seppure piacevole chiusa, poteva esserci più azione e qualche spiegone in meno. Per me, che ho sempre sognato un Mean Girls o un Ragazze a Beverly Hills sul piede di guerra, è stato comunque solo bene. (7,5)

Jessica Jones
Stagione I
In quella New York che, dopo l'avvento distruttivo degli Avengers, non è stata più la stessa, si muovono fan calorosi, ombre minacciose e tanti nuovi, aspiranti eroi. Tra questi, anche una lei. Cosa nota, però, la mia indifferenza verso il cinecomic. L'arrivo in città degli Avengers l'ho scoperto solo qui, unendo i puntini, e non faccio propriamente parte della folla che, davanti alle insegne della Marvel, scalpita con l'entusiasmo dei bambini. Però mi piacciono le storie di eroi post Cavaliere Oscuro e, soprattutto, quelle prodotte dall'insostituibile Netflix. Quando sono nuove conoscenze, poi, amo lasciarmi il beneficio del dubbio e provarci. Convinceranno anche me, spettatore scettico? Quest'anno ho già detto di sì, meravigliato, davanti allo straordinario Daredevil. Non totalmente nuovo, in quel caso – c'era già stato il dimenticabile film con Ben Affleck –, ma sorprendente. Le interpretazioni memorabili, la regia elaborata, le tinte dark. L'eroe cieco, che di giorno lavorava in tribunale e di notte perseguitava i suoi nemici nei vicoli di Hell's Kitchen, mi aveva convinto senza riserve. Era ed è tra le migliori serie dell'anno. Jessica Jones figurava tra i titoli di richiamo della Netflix - finalmente giunta anche da noi, e in pompa magna - e sembrava essere abbastanza forte da potere combattere i miei classici pregiudizi. Tredici abbondanti episodi per conoscersi e, in fine, giudicare. L'introduzione di una nuova figura dei fumetti – una giovane donna sarcastica, istintiva e un po' romantica, che fa l'investigatrice privata e prova a gestire come può la sua forza fuori dal comune – e della sua inseparabile nemesi. Kilgrave è un diavolo tentatore che, con una parola, può indurti a fare qualsiasi cosa. Uccidere, seminare il caos e, se sei una testarda eroina che si è ribellata alle sue manipolazioni, indurti ad amarlo. La causa: folli esperimenti in laboratorio e un accento inglese che, già di suo, fa abbastanza. La riscrittura moderna della Bella e la Bestia, l'ennesima, fa da cornice a pochi casi – un'adolescente che, soggiogata, ha ucciso i suoi familiari a colpi di pistola, ad esempio – e a tanti comprimari con la loro da dire – i simpatici e umani vicini di casa, una spietata avvocatessa rampante, la sorella adottiva famosa e Luke Cage, amico, amante e altro supereroe in cerca di spin-off. Jessica Jones non dispiace, né pesa in alcun modo, ma non è ciò a cui la Netflix, sempre di alti livelli, ci ha abituato. Un passo indietro. Siamo più dalle parti di Arrow o The Flash, questa volta. Regia anonima, sceneggiatura senza guizzi personali – anche se dalla creatrice di Twilight e Step Up potevamo aspettarci il peggio -, atmosfere da The CW. Di buono c'è l'inizio e la fine. Al centro, puntate mediocri, che non annoiano – i ritmi sono oggettivamente meno lenti e le battute spiritose portano quella leggerezza che non guasta – e niente che, essenzialmente, vorrò tenere a mente. Eccezione fatta, ovvio, per Krysten Ritter – irresistibile, lei, con quel fascino da mancata musa di Tim Burton e una misantropia molto nelle mie corde – e per David Tennant, gran maestro di carisma. Una Veronica Mars noir, con ancora pochi clienti e poteri dall'utilità assai discutibile, per una produzione che si limita a essere carina o giù di lì. Le recensioni d'oltreoceano, molto positive, e un lancio in grande mi avevano fatto sperare, però, in un en plein, dopo il colpo di fulmine con Daredevil. Colpa mia, suppongo. Pensiero azzardato? (6,5)

London Spy
miniserie tv
Danny, stordito dalla musica alta, esce dalla solita discoteca mentre fuori albeggia e Londra si sveglia. Pensa agli errori di una gioventù vissuta nella promiscuità e s'intristisce. Finché un passante in tenuta da jogging non gli domanda se è tutto okay. Il ragazzo sul ponte di chiama Alex e qualche volta, quando siede solo e pensieroso, desidererebbe la compagnia di qualcuno – uomo o donna non importa. Ex bambino prodigio, dotato di grande talento per i numeri e i codici, si è iscritto all'università a quindici anni e, da allora, si sente costantemente fuori posto. Si piacciono a prima vista, anche se così diversi, e Danny insegna ad Alex – che conosce poco il sesso e ancora meno l'affetto - a seguire la propria natura. Ma Alex scompare nel nulla. Danny, nella soffitta del compagno, trova un armadio pieno di strumenti erotici e un baule chiuso a chiave. All'interno, un cadavere nudo. Chi era il ragazzo che, al primo incontro, aveva capito tutto di lui, pur rimanendo un'incognita? Cosa c'era di vero tra i due, se Alex vestiva per tutto il tempo un'identità fittizia? Il primo episodio di London Spy, con i dialoghi realistici e quell'intimità quasi spiata, mi aveva subito rubato uno spassionato consenso. Probabilmente, avevo visto il pilot più bello dell'anno. Esemplare ed elegantissimo, con la timidezza dei suoi ottimi protagonisti, il mistero fitto, quel finale che si chiudeva con la scoperta del lutto e della bugia. Sullo sfondo, una Inghilterra vagamente indie, con le luci baluginanti, il cielo uggioso, lo sguardo malinconico. Le puntate successive dell'inconsueta miniserie BBC – originale perché non scritta con il pilota automatico, cosa che spesso rimprovero agli inglesi, e per la sessualità della spia protagonista in absentia, tra notizie e articoli in cui, in futuro, si ipotizzava un Bond omosessuale – hanno però ritmi lenti, più domande che risposte. Alex, un Alan Turing in erba, aveva messo in allerta le principali compagnie governative con il suo ultimo progetto. Unica soluzione: colpirlo dove faceva più male. Colpire Danny, che fragile e spaesato, eppure testardo, cerca la verità, scomodando figure nell'ombra – un anziano agente segreto, l'imperturbabile suocera – e procurandosi, a ogni passo, mortali inimicizie. Peggio delle minacce, le congetture della stampa; il volere trasformare una cosa bella in una cosa brutta, gettando fango su ciò che c'è stato tra loro, anche se per pochissimo. E ancora meglio della parentesi spionistica, un giallo che in definitiva non soddisfa abbastanza, quel senso di struggimento che perdura. L'impressione che London Spy, se solo ci fossero state più scene – e più tempo – per loro, non avrebbe avuto grossi difetti. Scrive Tom Rob Smith, l'autore di Bambino 44, e attori di prima scelta fanno il resto. Il caratterista Broadbent, la glaciale Rampling, l'esordiente Edward Holcroft e perfino il nostro Riccardo Scamarcio, nel breve ruolo di un gigolò doppiogiochista. Nota a parte per un magistrale Ben Whishaw – già indispensabile aiutante in Skyfall e presto Freddie Mercury, nell'atteso biopic – che, nella staziante scena in cui si scopre sieropositivo, per dirne una, dà il meglio di sé; forse addirittura il meglio dell'anno. London Spy, tra Weekend e Orphan Black, è tante cose. Spesso troppe, con il rischio di risultare tutto e niente. Poco a fuoco. Mostra, però, monito per gli spettatori più omofobi del cosmo, che c'è qualcosa di indescribile quando lui incontra lei, nei boy meets girl di ogni dove, ma che quando un lui incontra un altro lui – nella storia della spia e dell'uomo che la amò, ad esempio – la magia è la stessa. (7)

giovedì 10 dicembre 2015

Recensione: Stanza, letto, armadio, specchio - Room, di Emma Donoghue

Noi ci riconosciamo anche al buio, vero?

Titolo: Stanza, letto, armadio, specchio – Room
Autrice: Emma Donoghue
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 341
Prezzo: € 19,50
Sinossi: Jack ha cinque anni e la Stanza è l'unico mondo che conosce. È il posto dove è nato, cresciuto, e dove vive con Ma': con lei impara, legge, mangia, dorme e gioca. Di notte Ma' chiude al sicuro nel Guardaroba, e spera che lui dorma quando il Vecchio Nick va a fare loro visita. La Stanza è la casa di Jack, ma per Ma' è la prigione dove il Vecchio Nick li tiene rinchiusi da sette anni. Grazie alla determinazione, all'ingegnosità, e al suo intenso amore, Ma' ha creato per Jack una possibilità di vita. Però sa che questo non è abbastanza, né per lei né per lui. Escogita un piano per fuggire, contando sul coraggio di Jack e su una buona dose di fortuna, ma non sa quanto potrà essere difficile il passaggio da quell'universo chiuso al mondo là fuori...
                               La recensione
Noi non apparteniamo a lui”. “Giusto.” 
Il dottor Clay sorride. “Sai a chi appartieni, Jack?” 
“Sì-ì.” “A te stesso.” Si sbaglia, io appartengo a Ma'.
Jack ha imparato presto a contare. Ha venti denti – li sfiora con la lingua, per prendere sonno e qualche volta, quando perde il conto, risultano diciannove, il che vuol dire ricominciare da capo – e cinque libri, con più figure che parole. La sua Ma' è vecchissima – ha ventisei anni e i denti che ballano tutti, per via delle mancate cure dentistiche – e, insieme, vivono nella Stanza. Undici metri quadri, in cui gli oggetti, come fossero gli amici di sempre, hanno un nome proprio – senza l'articolo determinativo davanti, la prima lettera scritta in maiuscolo – e in cui la Faccia di Dio, una sfera gialla che si oscura quando il cielo è coperto, entra dall'unica finestra nel tetto. Sul tappeto, una macchia scura scura. Il sangue di Ma', quando Jack è sceso giù dal Cielo ed è venuto al mondo. E cos'è, poi, il mondo? Il mondo è il Fuori, ma tanto esiste solo in televisione. Finché arriva il suo compleanno e Jack è abbastanza grande per conoscere finalmente la verità. Le bugie vanno dette, se a fin di bene, e Ma' gli ha mentito a lungo. Oltre la Stanza, oltre Porta, c'è qualcos'altro. A negare loro la libertà, Old Nick. Jack non l'hai mai visto in faccia – Ma' lo chiude nell'armadio, quando la porta fa bipbip, e urla all'uomo le cose peggiori, se solo osa avvicinarsi al piccolo – e non capisce perché le molle del letto cigolino cinquanta, cento volte, prima che l'ospite indesiderato ritorni da dov'è venuto. Portando via l'immondizia e lasciando sacchetti pieni di spesa. Permettendo a Jack, qualche volta, di scegliere il Premio della Domenica, quando un'altra settimana termina. “Ricordi come va a finire Il conte di Montecristo?”, gli domanda il giorno del suo compleanno Ma', che l'ha cresciuto con l'esercizio fisico, le prove di coraggio e i resoconti di straordinarie storie di fuga. Sarà Jack, la cui fortitudine, come ci direbbe lui, si annida in una chioma folta e indomabile quanto quella dell'eroe del mito greco, a fare però un regalo all'amata mamma, con l'arrivo dei cinque anni. La libertà. Qual è il vostro primo ricordo in assoluto? Io avevo compiuto due anni da qualche mese e ricordo di essermi svegliato al buio. Quello non era il mio letto. Ho iniziato a piangere, inconsolabile, e la luce si è accesa, nella solita stanza di sempre. Ma accanto a me c'era mia nonna, non mamma, e senza di lei tutto mi sembrava vuoto. Il letto era quello, ma più strano. Senza i corpi dei miei genitori a destra e sinistra, che mi tenevano stretto come in una confortante parentesi, io che facevo? Nonna Angelina – la mia nonna paterna che non c'è più da qualche anno e di cui, grossomodo, conservo giusto questo ricordo, avendola conosciuta poco, per i rancori degli adulti – continuava a ripetermi in dialetto che mamma era andata all'ospedale, a comprare un bambino. Il rigonfiamento sotto la sua maglia era mio fratello. Ero curioso di conoscerlo? 
Così tanto che, quando lo vidi, chiesi di poterlo buttare nella betoniera dei muratori. Mi permisero di scegliere il nome – e mio fratello si chiama Diego, cosa che vi sorprenderà, perché amavo i cartoni di Zorro, non perché in famiglia tifassero Napoli – ma, per forza di cose, non acconsentirono al'infanticidio. Volevo fare il muratore, all'epoca, e il movimento dell'impastatrice mi ipnotizzava. La mamma di Gesù aveva lo stesso nome della mia, imparai presto, e della scuola, non in ordine cronologico, ricordo lo straziante primo giorno – mia madre che piangeva vedendomi piangere, l'inevitabile distacco – e Diego, il famoso bambino sottratto alla betoniera, che prendeva il latte dal suo seno. Preferiva il sinistro, come Jack; l'altro bleah. E, come Jack o quasi, si sarebbe fatto allattare fino a una veneranda età. All'asilo, si puliva la bocca con la manica del grembiule a quadretti azzurri e bianchi, prima di correre a combinare guai. Stanza, letto, armadio, specchio – titolo splendido, libero adattamento dell'inglese Room – è un romanzo che ho scoperto per caso e desiderato fortemente, dopo che l'omonimo film aveva commosso il Festival di Roma, lo scorso autunno, e prima che la sicura presenza agli Oscar, a febbraio, mi intimidisse un po', per le attenzioni rinnovate, le immancabili ristampe dal prezzo alto, le luci della ribalta. Uscito cinque anni fa e pagato cinque euro su Ebay – cinque, tra l'altro, è il numero preferito di Jack -, parla di una vicenda agghiacciante di rapimento, violenza sessuale, prigionia, la cui massima originalità è data dai toni delicatissimi e da un narratore speciale. E' un thriller psicologico, ma sembra una fiaba per la buonanotte, la storia che mi ha fatto pensare ai miei primi ricordi e a come, in ognuno di essi, fosse presente la mia mamma. 
La disegnavo enorme – più grande di papà, più alta delle montagne – con i pastelli ben temperati. Me la volevo addirittura sposare. I ricordi sono più dolci della realtà e il romanzo di Emma Donoghue, qui autrice magistrale, è claustrofobico e terrificante per le prime duecento pagine. Però, e se ve lo dicessi dal vivo la mia voce tremerebbe, perché è un pensiero che mi colpisce molto, ha in Jack – tenuto all'oscuro dalla verità, frutto degli strupri reiterati ai danni di una studentessa segregata in un capanno - la sua unicità. Tutto è un gioco: chiudere gli occhi, non muoversi, urlare forte. Come in La vita è bella, in cui le buffe scuse di Benigni, le sue allegre menzogne, servivano a Giosuè per vivere con spensieratezza la tragedia dei campi di concentramento. Il premio, ambitissimo: il carro armato degli alleati americani. Si seguono con il cuore in gola, così, i tentativi di fuga di Jack e, nella seconda parte, questo novello Piccolo Principe mette per la prima volta il naso fuori. E il romanzo, dallo sguardo animato da meraviglia pura, raccontato ad altezza bambino, travolge per la novità delle percezioni, le esplorazioni vaganti dei cinque sensi, la vastità sconfinata del mondo esterno. I parenti stretti, strette anche le scarpe. Le macchine, i dentisti, lo zaino rosa di Dora l'Esploratrice, le forbici, lo spettacolo del mare, la pioggia in cui si teme di affogare. Essere lontano da Ma', spesso, e lei che si dispera per le domande dei giornalisti d'assalto. Perché non ha mai provato a chiedere al suo aguzzino di portare via il bambino, per assicurargli un futuro normale? Ha mai pensato, mossa dall'orrore per gli abusi, di soffocarlo con un cuscino? Jack ha qualche problema con il participio passato, i superlativi assoluti e fa divertenti sandwich di parole. Con tutto il candore e la saggezza dei suoi anni, però, è tra i narratori più teneri e indimenticabili che incontrerai in vita tua. Protagonista di un legame simbiotico, che il Fuori metterà alla prova per dispetto, e di un romanzo che è lui sputato. Fresco e sincero. Pieno di domande, soprattutto, in cerca di risposta. Quanto amore possono contenere undici metri? Quanto bene e quanto male queste trecento pagine? Stanza, letto, armadio, specchio è il miracolo raro del mondo visto per la prima volta. Come se ci avessero regalato un paio di occhi nuovi – e ogni tanto si inumidiscono; chissà come si toglie via la ruggine dalle ciglia – e tutta la speranza che serve. Un'altra infanzia ci viene restituita, recuperata sana e salva dall'ufficio oggetti smarriti della nostra memoria.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Damien Rice – One (U2)


"One Love. One Blood.
One Life. "

martedì 8 dicembre 2015

Giveaway [Fuori Tutto] - Cosa ti regalo a Natale?


Ciao a tutti, amici lettori, e un saluto anche a voi, che siete capitati qui per caso, solo oggi. Come state? A patto che non mi chiediate come sto anch'io – è un momento un po' buio e ci vorrebbe uno spazio a parte per parlarne, cosa che forse prima o poi accadrà -, il post di oggi nasce come un pensiero per voi, sui cui, da quasi quattro anni, si sa che posso contare. Il Natale sta arrivando e oggi, che è l'Immacolata, il calendario è segnato di rosso. Il blog, quest'anno, non si vestirà di luci e ghirlande – sempre per il momento un po' buio di cui sopra, sempre per il mio spirito del Natale che è agonizzante -, ma immancabile è un giveaway a tema pensato per voi. E quest'anno, nonostante tutto, i libri in palio sono di più e le possibilità di vincita maggiori. Voglio premettere, inoltre, che i romanzi partiranno da me – sono tutti in mio possesso, alcuni letti ma in condizioni ottime, sapete che ci tengo; altri mai sfogliati – e che, per una variazione sul tema, in una sorta di fuori tutto, ho preferito inserire qui e lì qualche titolo non dico meno noto, quanto meno recente. Ci sono tanti colleghi che, in questi stessi giorni, vi permettono di tentare la sorte con romanzi appena arrivati in libreria. Perché non vedere, allora, cosa vi era sfuggito nel mentre? Divisi in cinque categorie – la narrativa italiana e straniera, i titoli indirizzati ai più giovani, il giallo ed il fantasy – ci sono venti libri. Potete sceglierne almeno due, in base ai vostri gusti – e non per forza devono essere dello stesso genere, anzi. I vincitori saranno, in totale, tre. Il primo ne riceverà due; il secondo uno; il terzo – affidandosi a un mio insindacabile capriccio – non saprà fino alla fine quale titolo, sempre uno, ma a sorpresa, gli avrò recapitato: però abbiate fede, non sono solito fare brutti scherzi. Potete partecipare fino a domenica, 20 Dicembre. Nei giorni successivi, in privato, contatterò i fortunati. Le regole, poche e semplici. Vi vorrei creativi e estroversi, ma quest'anno non sapevo davvero cosa inventarmi; sempre viva la sincerità.

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lunedì 7 dicembre 2015

Recensione: Anna, di Niccolò Ammaniti

La vita non ci appartiene, ci attraversa (…) Anna, nella sua inconsapevolezza, intuiva che tutti gli esseri di questo pianeta, dalle lumache alle rondini, uomini compresi, devono vivere. Questo è il nostro compito, questo è stato scritto nella nostra carne. Bisogna andare avanti, senza guardarsi indietro, perché l'energia che ci pervade non possiamo controllarla, e anche disperati, menomati, ciechi continuiamo a nutrirci, a dormire, a nuotare contrastando il gorgo che ci tira giù.

Titolo: Anna
Autore: Niccolò Ammaniti
Editore: Einaudi – Stile Libero Big
Prezzo: € 19,00
Numero di pagine: 274
Sinossi: In una Sicilia diventata un'immensa rovina, una tredicenne cocciuta e coraggiosa parte alla ricerca del fratellino rapito. Fra campi arsi e boschi misteriosi, ruderi di centri commerciali e città abbandonate, fra i grandi spazi deserti di un'isola riconquistata dalla natura e selvagge comunità di sopravvissuti, Anna ha come guida il quaderno che le ha lasciato la mamma con le istruzioni per farcela. E giorno dopo giorno scopre che le regole del passato non valgono più, dovrà inventarne di nuove. Con "Anna" Niccolò Ammaniti ha scritto il suo romanzo più struggente. Una luce che si accende nel buio e allarga il suo raggio per rivelare le incertezze, gli slanci del cuore e la potenza incontrollabile della vita. Perché, come scopre Anna, la "vita non ci appartiene, ci attraversa".
                               La recensione
Sono stato così fortunato da non dovere aspettare. Quest'estate, l'imperdonabile ritardo nello scoprire quanto mi piacesse Niccolò Ammaniti mi ha permesso di saltare a piè pari i tre anni di attesa dal pare non riuscitissimo Il momento è delicato e gli strascichi di quella che, dalle interviste rilasciate, sembrava essere una tormentata crisi artistica. L'autore, raccontandosi a Che tempo che fa, parlava di mancanza di ispirazione; di un blocco. Come superarlo, se non tornando su sentieri che ci fanno sentire al sicuro? Anna, con una protagonista tredicenne e il futuro del mondo nelle mani dei bambini, ricorda più la storia di Michele e Filippo che le altre dell'autore romano – lo stesso Mezzogiorno infuocato a fare da sfondo, i giovani contro il dolore, il cielo rosso che fa sperare nella bontà del giorno dopo, i toni insolitamente delicati – ma, allo stesso tempo, ha il pregio di non essere scritta sulla falsa riga di nessun'altra. Perché ci sono stati sì due romanzi e una raccolta di racconti prima, ma Io non ho paura – ormai quindici anni fa – ha segnato la svolta vera. Quello è il suo romanzo che consiglierei per iniziare, meno grottesco e più lineare, ma altrettanto importante. Quello è il romanzo che, quando ti chiedono Ammaniti cosa ha scritto, puntualmente citi. Messo in scena in un futuro non troppo lontano, Anna immagina una Terra spopolata – gli abitanti sono stata decimati da un virus, la Rossa – in cui la Sicilia è l'originalissimo specchio di un mondo agli sgoccioli. Le catastrofi, come insegnano i blockbuster, accadono solo a New York; no? A essere colpiti, fagocitati dalla natura incontrastata, però, non i simboli delle metropoli internazionali – l'Empire State Building in frantumi, la Statua della Liberà decapitata di netto –, ma spiagge e porti della mia infanzia. Cefalù, di cui ricordo le rocce a strapiombo sul mare, i sassi sul fondo dell'acqua, i castelli di sabbia. Messina, dove mia madre, nel duemilauno, ha subito un intervento per correggere la miopia e dove, sotto le feste, prendevamo il traghetto per muoverci in libertà, finalmente, lungo lo Stivale. Si parlava da quando ero bambino del famoso ponte sullo Stretto, ma anche nel vicino futuro di Anna, alla fine, del progetto non se ne è fatto nulla. La tana di Scilla e Cariddi è larga tre chilometri appena e, oltre, potrebbe esserci la solita vita, secondo le fantasie, almeno, di una ragazzina che si muove solitaria in un'apocalisse che ha ucciso tutti gli adulti e che, per non gettare la spugna, racconta favole della buonanotte a suo fratello. Anna è quasi una donna – come le ha spiegato la mamma prima di morire, a breve avrà le prime mestruazioni e l'adolescenza che arriva rappresenta la perdita dell'immunità alla pandemia – e a quella di un nuotatore provetto, ad esempio, che regge l'isola sulle proprie spalle non crede ormai più. Ma quando si è abbastanza grandi per rinunciare alla dolce illusione del cambiamento? Cosa ci sarà oltre gli scheletri delle pale eoliche; dall'altra parte, nel Continente? 
Il sogno di raggiungere lo Stretto, però, si complicherà presto. Il piccolo Astor – convinto che oltre i confini del Podere del Gelso non ci sia ossigeno, coprotagonista tenero e ingenuo come è – viene rapito, un giorno, dai bambini blu e portato al Grand Hotel Terme Elise per una notte di fuoco e bagordi. Per ritrovarlo, Anna dovrà superare indenne capannelli di bambini selvatici – i riti violenti, le collane di ossa, le fede pazza in una divinità vendicativa – e imparare a fidarsi, lei che è cresciuta nel timore del prossimo, dei suoi compagni di avventura. Un cane con tre nomi, a cui non resta che l'ultima delle sue sette vite; il giovane e sfortunato Pietro, che guarda Anna con gli occhi dell'amore ed è convinto che un paio di leggendarie Adidas gialle saranno la sua personale cura. Il pensiero comune, allora, corre al Signore delle mosche, La strada, La lunga marcia e, titoli sconosciuti ai lettore tipo di Ammaniti, troppo adulti per sapere cosa c'è sugli scaffali della narrativa per ragazzi, ai recenti distopici The Young World e Berlin. Non è il solito Ammaniti, però, e quest'ultimo lavoro, personale omaggio agli autori che ne hanno influenzato lo stile amaro e il gusto pulp, è un filino troppo citazionista, ma con la sua da dire. 
Resta riconoscibile la voce, nobile l'intenzione. E Anna, soprattutto, una piccola, grande padrona di casa. Il narratore è esterno, si esprime in terza persona, ma Ammaniti – questa volta, meno onnipotente; meno Padreterno – segue i suoi protagonisti in silenzio, senza anticiparci se il destino sarà con loro benevolo o maligno. L'autore sembra gordersi le tappe del viaggio insieme a noi e il non prevederne gli scossoni e i tornanti, con l'ironia nera di cui spesso lo conosciamo capace, lo mostra quantomai coinvolto, vulnerabile, emozionato. Nonostante i paesaggi funerei, l'apocalisse fuori, in Anna – e per me è una novità - manca lo schiacciante senso di fatalismo. Quella sensazione che, da un momento all'altro, potrebbe succedere tutto a tutti. Ai personaggi non si risparmiano scelte estreme, dolori profondi, bagni di sangue, ma per la prima volta c'è davvero la speranza, che somiglia al lasciarsi il beneficio del dubbio. Questo Ammaniti, meno nichilista, non ne vuole sapere delle radiografie minuziose, dei back-up di anime. Questo Dio ogni tanto si assopisce: sarà quel che sarà. Vivere è più facile, ad occhi chiusi. Se capaci come lui, dunque, ci si può forse dimenticare come scrivere? E' come andare in bicicletta. Può passare il tempo, nel mentre, ma gli arti sanno da sé dove andare – le mani sul manubrio, i piedi sui pedali – e l'equilibrio, provvidenziale, ritorna dal nulla. Così è il talento di Ammaniti. Le dita ricordano su quale tasto battere, quale corda ferita sfiorare, e l'ispirazione arriva, come una parola sulla punta della lingua; un tecnicismo che, a un esame importante, ti salva. Eppure, durante il ripasso, al mattino, ci sfuggiva. Eppure ci eravamo già dati per vinti, e invece...
Bastava prepararsi a un nuovo viaggio, ma verso casa. La pagina bianca e il silenzio, sconfitti tornando in Sicilia. Al metaforico punto di partenza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Blackbird

venerdì 4 dicembre 2015

Mr. Ciak: Spectre, The Visit, Generazione Perduta, Io che amo solo te, Lo stagista inaspettato

Si parlava, a proposito dell'entusiasmante Kingsman, di spie. Il lavoro che sognavo di fare, da bambino, affascinato dai tanti viaggi e dall'eleganza dello smoking. Dalla capacità, ricordo, che avevano di atterrare sempre in piedi, come succede ai gatti. Sono diventato, crescendo, uno che però non ama il cinema d'azione. Mi annoio lì dove, in genere, dovrebbe scattare l'applauso – gli occhi sbarrati, i piedi che scalpitano nelle scarpe. Finché, almeno, l'improbabile Daniel Craig – biondo, segaligno, sarcastico – non ha sostituito Pierce Brosnan, il Bond della mia infanzia a cui non mi ero mai appassionato davvero. Uno splendido inizio con Casino Royale; il dimenticabile – e infatti l'ho dimenticato – Quantum of Solace; il picco con Skyfall, denso e autoriale, che si era inserito ai vertici delle migliori visioni della sua annata. Non è passato molto. Tre anni, attesa ragionevolissima, con la promessa di grandi arrivi e grandi ritorni. Il maestro Sam Mendes di nuovo alla regia, per il ventiquattresimo 007. Forse l'ultimo, e l'epilogo lo lascia bene intendere, con il Craig che permise ai profani di avvicinarsi alla spia di Fleming. Com'è questo Spectre, visto solo adesso per i ritardi delle proiezioni nella mia città, ma rigorosamente al cinema? Un film lungo ma piacevole, che intrattiene senza annoiare e il cui massimo difetto è uno soltanto. Lo stesso che ricade su Writing's On The Wall: brano di apertura nostalgico e bondiano nel dna che ha la sfortuna, purtroppo, di arrivare dopo la hit di Adele. Spectre si muove nell'ombra del predecessore, Skyfall, e prova – con un cantante dalla vocalità similmente elegante, con strascichi emotivi che riecheggiano – a rinnovare i fuochi d'artificio. Bond raccoglieva l'eredità del Cavaliere oscuro, si immalinconiva, vestendosi a lutto, e il suo personaggio diventava pensieroso. Maturo, dopo generazioni e generazioni. In Spectre, Craig è in forma ma ha il volto segnato: quasi cinquantenne – l'attore, il personaggio – pensa al pensionamento e, con rimpianto, alle donne della sua vita: Vesper Lynd, mai dimenticata, e la compianta M. Il film, dall'incipit accattivante, si apre con un piano sequenza straordinario a Città del Messico. Seguono un inseguimento spericolato a Roma, che finisce con un tuffo nel Tevere, e botte e corteggiamenti, in treno, che omaggiano Hitchcock. Per tutto il tempo, c'è quel senso di addio, forte. Più forte senz'altro delle scene d'azione, coreografate nel dettaglio, e di una trama molto debole, a cui manca il guizzo. Lo si nota nei cattivi – Dave Bautista, rubato al ring, e un Cristoph Waltz tutto preso a interpretare il sopravvalutato ruolo di Cristoph Waltz – e nelle amanti – una Monica Bellucci che ci ricorda le sue scarse doti recitative e quella bellezza che non tramonta; una Léa Seydoux troppo scialba per rimpiazzare la Green, nei cuori nostri e in quello della spia, e giustificare un radicale cambio di vita. Ciliegine sulla torta, però, i comprimari – su tutti, Moneypenny e Q, a cui si vuole tanto bene – e la percezione del tempo che passa. Un beverone salutista, al posto del classico martini “agitato, non mescolato”; l'Aston Martin che chissà se passa la revisione, al prossimo giro; un Craig impeccabile ma che, nelle interviste, senza girarci attorno, si dice stanco morto di questa vita spericolata. Meglio ricordarlo che salta giù dai tetti, annienta il crimine e sistema i gemelli della camicia, prima di pensare a dispensare amore alle sue dame in pericolo. Saggio fermarsi qui, anche se poteva essere meglio - o peggio. (7)

Becca e Tyler non hanno mai conosciuto i loro nonni. Sono bambini responsabili e spigliati e, a malincuore, sono cresciuti in fretta. Sua madre, la stessa che aveva tagliato i ponti con la famiglia in nome dell'amore, è stata abbandonata dall'uomo della sua vita. Lasciare che lei torni a essere felice, accanto al nuovo compagno, comporta un piccolo sacrificio: ad esempio, una settimana con quei nonni da scoprire da zero. Una fattoria isolata, una casa che si sveglia al tramonto, una telecamera per immortalare la felice riconciliazione - e qualcos'altro. Cosa succede alla nonna durante la notte? Perché c'è l'obbligo di tenersi alla larga dalla cantina? The Visit, commedia horror che sfrutta il found footage e la paura verso ciò che dovrebbe essere rassicurante – un tempo erano i clown, adesso i miei adorati vecchietti -, è il ritorno di Shyamalan alla macchina da presa. Uno che, dopo un esordio che aveva fatto gridare al miracolo, arrivato al misterioso The Village, ha però collezionato flop su flop. A sfavore del suo nuovo film, una tecnica che mi ha stufato e risvolti semplici. Però, a sorpresa, The Visit è un gradito ritorno alla base. Lontano dai fasti dei vecchi film, ma estraneo alle note stridenti degli ultimi. Da prendere così com'è, ma carinissimo. Lo spunto ricorda il miglior racconto del Re e la telecamera traballante ha una sua ragione d'essere, in mano a due protagonisti dalla bella faccia tosta, che ci divertono, ci preoccupano e ci colpiscono con moderazione. I toni sono lievi, inadatti a chi cerca un horror nudo e crudo, e Shyamalan fa bene, ma latita – all'appello mancano la sua strana spiritualità, il lato fantastico. Firma, però, una sorta di favola mistery – a rendere instabili i due anziani sono possessioni demoniache o i realistici mali raccontati in Amour? - e, dalla sua, ha scene vagamente disgustose che fanno tanto ridacchiare, protagonisti convincenti – in particolare, Deanna Dunagan, inquietante nonna hippie – e una chiusa, con un colpo di scena e subito dopo il perdono, a modo suo anche toccante. La riscrittura non dichiarata di Hansel e Gretel trova uno Shyamalan insolito, disimpegnato per precisa intenzione, e un pubblico molto favorevole: un'avventura di ragazzini intraprendenti e cattivi da cartone animato – penso a un Disturbia per l'infanzia – che sarà modesta sì, ma va oltre le previsioni iniziali e sta bene col Natale imminente. (6,5)

Sono amici stretti, giovani cadetti tornati a casa per l'estate. In un'enorme residenza inglese, studiano – e, di rimando, vengono studiati – la sorella del loro compagno. Com'è testarda la giovane che, in una casa di frivolezze, lotta per il diritto allo studio e si sogna scrittrice. Come possono non innamorarsi dell'orgogliosa Vera il cagionevole Victor e il sensibile Roland, che compone sonetti? L'inizio di Testament Of Youth – in Italia, passato direttamente su Sky, come Generazione Perduta – sembra sbucato da quel quadro famosissimo di Manet. Rampolli allegri, colti, distesi su un prato in compagnia di una ragazza che, bella e estroversa, li affascina tutti. L'idillio c'è – Vera sceglie il poeta e, per un po', i due si godono passeggiate nel verde e la speranza delle nozze – ma subito si rompe. La realtà entra, nella campagna incontaminata, con i titoli sui giornali e la leva obbligatoria. Scoppia la Grande Guerra. Gli aerei, all'orizzonte, al posto di Oxford e dell'amore. Quanti strazi può contenere una sola esistenza? Quanto può essere triste un melodramma, quanto equilibrata una produzione BBC, senza che le tragedie sembrino troppe o l'emozione venga svilita? Testament Of Youth, nel nostro paese trattato alla stregua di un film televisivo ma ribattezzato, per una volta, con un titolo forse anche migliore, impiega due ore appena per riassumere una storia vera – quella della a me sconosciuta Vera Brittain, autrice e attivista – e, con il suo gusto pittorico e un cast di professionisti, riesce a non sfigurare accanto a Espiazione e Una lunga domenica di passioni, per me tra i migliori titoli sul tema. James Kent, che si è fatto le ossa con tante mini-serie, prende da Wright e Jeunet l'eleganza della confezione, la fotografia curata, i sentimenti intensi. Ma se Testament Of Youth scuote molto, anche di più, è perché i titoli di coda ne rafforzano la già forte verosimiglianza e perché a raccontarsi è l'unica sopravvissuta a una generazione di vittime, impersonata dalla rivelazione dell'anno. Alicia Vikander, prossimamente agli Oscar, poco ma sicuro, per The Danish Girl, è una inumana macchina di emozioni. Non si strugge due volte allo stesso modo, espressiva e bellissima, e nel mentre quanto ci commuove? Insieme all'atipica olandese, strana per i capelli corvini e un accento british perfetto, i soliti grandi nomi della scuola inglese – West, la Watson, la Richardson – e giovani conoscenze telefilmiche – il promettente Egerton; quegli Harrington e Morgan intimiditi ma accettabili. Il memoir della Brittain, portato al cinema, ha tanta umanità e rispetto. Il conflitto visto da tre prospettive diverse – il soldato, la volontaria, il nemico tedesco che muore proprio come il nostro amico inglese: spaventosi, a tal proposito, gli sguardi in camera dei singoli protagonisti – e la vita che, nelle trincee e nelle stazioni affollate, ci ricorda che le donne sono d'acciaio e che si sopravvive a tutto. Perfino a noi stessi. (7,5)

Non ci è voluto molto affinché un successo editoriale diventasse un successo cinematografico. Questo il destino di Io che amo solo te, bestseller di Luca Bianchini, che per una settimana e qualcosa è stato campione di incassi. Da meridionale doc, avevo trovato il romanzo omonimo piacevole, ma disseminato di innocui cliché sull'estremo sud: la nostra famosa ospitalità, le grandi abbuffate, gli scorci suggestivi e, nelle occasioni importanti, quella voglia di fare che spesso è ai confini del kitsch. Aveva gli occhi del torinese che parla di una Puglia che ha visto solo in vacanza. Meglio aveva fatto un turco, Ferzan Ozpetek, in quel Mine Vaganti che era stato un fantastico ritorno alla commedia all'italiana. Quel libro con lo stesso titolo di un'intramontabile canzone un po' lo ricordava, con i parenti serpenti, gli outing, le bugie a tavola. Sul grande schermo, sarebbe stata altrettanto forte la somiglianza? Con Scamarcio nuovamente a bordo, un ricco – ma male assortito, in definitiva – cast, lo sfondo di quella Polignano così affascinante in Spring, mi auguravo di sì. Ma Ponti non è Ozpetek e, tradotto in immagini, lo stile fresco di Bianchini risulta impalpabile: guardando la trasposizione cinematografica, la matrice letteraria si perde. Io che amo solo te è scorrevole, ma privo di stile: televisivo e senza particolari meriti. Occasione persa se, con toni simili e un identico protagonista, ci si poteva giocare la carta di una riscrittura, quasi, del film più bello del regista di La finestra di fronte. Amori presenti e passati – due innamorati di vecchia data allo stesso matrimonio, ma come consuoceri – si incrociano. Quella che avevo definito una nostralgica taranta dell'amore perduto, però, diventa una folcloristica barzelletta sul meridione, in cui la presenza della splendida Maria Pia Calzone – accanto a lei non spiccano i soliti volti di casa nostra, bensì una esilarante Riccobono e il giovane Eugenio Franceschini, qui omosessuale in cerca di una fidanzata di copertura – tenta, come può, di bilanciare i disastri di una pessima voce narrante e i cameo trash – Salvi, la Amoroso. Comunque modesto di suo, con attori che talvolta non si sforzano nemmeno di far proprio l'accento barese e comportamenti assurdamente sopra le righe, Io che amo solo te sembra una specie di cinepanettone “all stars” giunto in anticipo. (5)

Anne Hathaway, nella commedia che avrebbe definitavamente lanciato una fortunata carriera nata sotto i castelli Disney, abbandonava una limousine in corsa quando il suo capo spietato, la superba Meryl Streep, ammetteva che le due – ambiziose e stacanoviste – avevano, in realtà, molto in comune. E la famiglia? E l'amore? Dopo tanti anni e un premio Oscar, la Hathaway – tornata fisicamente in forma, all'indomani della breve e struggente prova in Les Misèrables – interpreta Joules: direttrice di un'azienda di shopping online che, devota alla causa, tenta come meglio può di rimanere a galla, tra orari improponibili, concorrenza mostruosa, marito e figlia. Finché, da donna in crisi, trova aiuto e sollievo nell'assunzione di un collaboratore un po' particolare: Ben – vedovo e pensionato, eppure giovane dentro -, infatti, sarà la sua ancora di salvataggio. Il Robert De Niro più in parte dell'ultimo periodo, un angelo custode in giacca e cravatta, darà infatti lezioni gratuite di garbo, benevolenza e stile, in una redazione da mettere in sesto e in uno scontro generazionale, a tratti, nostalgico e divertente. Lo stagista inaspettato, nuova fatica di Nancy Meyers, regina di un certo fare cinema e parziale erede di Nora Ephron, è una commedia innocua che, per un gioco di rimandi più o meno voluti, somiglia a Il diavolo veste Prada, pur non avendone il cinismo, il piglio, l'aria iconica. Senza infamia e senza lode, si direbbe, visto un epilogo classico e immagini laccate, ma non troppo. Ma quale infamia può esserci, con due grandi attori che fanno conoscenza e se la ridono di gusto, due ore dai ritmi perfetti, un senso di bontà diffuso? Una commedia sofisticata, fieramente vecchio stile, dove gli anziani sono i nuovi giovani, le mamme i nuovi papà e le passate assistenti di capi diabolici nuovi boss aperti alle istanze del prossimo. (6)

mercoledì 2 dicembre 2015

I ♥ Telefilm: Flesh and Bone, Red Oaks, Billy and Billie

Provano con violenza a entrare nella sua stanza, ma un lucchetto blocca la porta. Dall'altra parte, c'è una persona più determinata e forte: il catenaccio non reggerà. Prima che la porta venga divelta, però, e la sua camera invasa, Claire – vent'anni – scappa dalla finestra. In borsa ha un biglietto per New York e un paio di scarpette a punta. I suoi piedi e il suo talento la porteranno lontano in tempi brevi. Entra subito in una compagnia di ballo, con quel miscuglio di mistero e delicatezza che seduce maestri e investitori, e su di lei – le linee perfette, un corpo pieno ma leggero – viene cucito un ruolo da protagonista, per l'evento della stagione. I coreografi la venerano, i colleghi – le colleghe, soprattutto – la temono. Da dove sbuca quella spietata rivale, che per un anno, chissà perché, ha abbandonato il palcoscenico? Cosa raccontano i suoi silenzi, il suo rigore e l'incapacità a lasciarsi andare, anima e corpo, a un'altra persona? Flesh & Bone – miniserie in otto episodi sceneggiata dall'autrice di Breaking Bad, prodotta dalla Starz e subito distribuita, dopo un'ottima accoglienza al Festival di Roma, nel nostro Paese – ha più di qualche debito nei confronti del cinema di Altman e Aronofsky, ma i paragoni, tanto ragionevoli quanto immediati, sorprendentemente reggono. La serie firmata da Moira Walley-Beckett non li teme. Elegantissima, oscura, scritta a meraviglia. Ormai, non ci si sorprende neanche più davanti a produzioni pensate per il piccolo schermo che rigorose, di altissimi livelli, concorrono con il cinema d'autore. Ma in un anno di delusioni in sala e, al contrario, di grandi avventi telefilmici, Flesh & Bone – rivelazione, come lo fu lo scorso anno The Affair – ha, invece, ulteriori motivi per sorprendere. La perfezione con cui si muovono i suoi ottimi protagonisti, che nascono come ballerini classici e non come attori, e l'accuratezza con cui si esprimono. Le coreografie magnifiche, i dialoghi intensi. Qualcuno, alla regia, che per tutto il tempo ne sa catturare con classe i movimenti eterei e i discorsi contingenti. La storia dell'inquieta Claire – ma anche di comprimari tratteggiati con meticolosità, che è un dovere ricordare: il poetico clochard del palazzo, il coreografo amareggiato e vendicativo, la coinquilina invidiosa e il fratello possessivo – mostra, con riflettori puntati più sui retroscena che sulla ribalta, i livori e le difficoltà, la pressione psicologica e la dura concorrenza. La musica classica sposa i toni noir, in uno spettacolo conturbante e impalpabile, perfino sottilmente erotico, per scoprire il costo dell'ambizione e il talento di una stella in ascesa. Sara Hay, come il personaggio che impersona, si lascia guardare con occhi incantati: è la Portman rigida di The Black Swan, quella fatale di Closer. Gli occhi da cerbiatto, un esordio dalla forte credibilità e forme da capogiro, giacché anche l'occhio vuole la sua parte, che quest'anno – nel famoso listone – rimpiazzeranno quelle della disinibita D'Addario di True Detective. Insieme a lei, degni di nota, lo straordinario Damon Herriman – il visionario senzatetto Romeo, con un nome che ci rivela già la sua propensione alla tragedia – e il superbo Ben Daniels – un diabolico direttore, l'equivalente per il balletto di ciò che J.K Simmons è stato per il jazz, le cui follie da tiranno sono bilanciate da segrete debolezze. Serie nuda e cruda, questa, ma anche estremamente limata, sul peso degli angeli e dei sogni, in cui la carne è tutta un livido – le unghie degli alluci saltano, si dorme scomodi per mantenere una determinata postura – e le ossa, con una piroetta sbagliata, si spezzano in mille pezzi. Sull'abbracciare il proprio lato oscuro, per conoscere prima com'è fatto il corpo, poi com'è fatta l'anima. Claire insegue la perfezione, ricerca la trascendenza e, se il suo fisico non ha limiti, deve però esplorare la propria sessualità, i propri vergognosi segreti, per eccellere. Perché non c'è un cigno bianco, senza il cigno nero. (7,5)

Siamo nel cuore degli anni ottanta. David, diciannove anni, ha rimediato un impiego per la bella stagione. Per tre mesi, insegnerà tennis e, con qualche amico, trascorrerà in allegria il periodo dei grandi cambiamenti  in un prestigioso club privato. Mentre i suoi genitori pensano a una probabile separazione – il padre si è ripreso per miracolo da un infarto, la mamma nasconde tendenze omosessuali -, il protagonista, come la tradizione del romanzo di formazione prevede, metterà in discussione sogni e vecchi propositi. Vuole diventare un noioso contabile, come il suo vecchio? Vuole avere una famiglia, un giorno, con la bella Karen, insegnante di aerobica, o abbandonerebbe tutto per posare, come mamma l'ha fatto, per la fatale Skye, figlia del boss? Accanto a lui, l'inseparabile amico Wheeler, cotto di una bagnina biondissima e coinvolto in un traffico di stupefacenti, e il collega Nash, immaturo quarantenne. Red Oaks, comedy in dieci episodi prodotta da Amazon, debutta ufficialmente quest'anno, dopo che il pilot – diretto dal David Gordon Green – era stato bene accolto in rete. Dalla sua ha la ricostruzione riuscita degli anni che mi sono perso e la voglia di omaggiare personalmente la commedia americana di Hughes e Landis. Si inseguono i cliché – i capelli cotonati; i pantaloni a vita alta; i campus che solo in un certo tipo di cinema – e, a volte, in venti minuti, si girano piccoli, liberi remake. In uno degli ultimi episodi, infatti, senza ombra di dubbio il più divertente, David e suo padre si scambiano i ruoli: per una giornata, l'uno nel corpo dell'altro, giocheranno al gioco di Quel pazzo venerdì. Metteteci un protagonista impacciato il giusto, come il bravo Craig Roberts della rivelazione Submarine – rivelazione che a me, a onor del vero, non si è ancora rivelata: non l'ho visto -, e la partecipazione di un'autentica meteora, la Jennifer Grey che non si vedeva sugli schermi dai fasti di Dirty Dancing. Gli episodi volano e, sulla falsa riga di serie con le quali non ho poi proseguito, il noioso Aquarius e l'idiota Wet Hot American Summer, ad esempio, si eleva a protagonista un decennio mai passato di moda e puntualmente rimpianto dai nostalgici. E si fa bene così, molto. Una stagione per parlare di un'estate cruciale, in cui a non convincere – o meglio, a convincere più la critica che il pubblico – è la pretesa di serietà che la partecipazione del braccio destro dell'impegnato Soderbergh, tra gli autori, vorrebbe assicurare. A ricordarci che è pimpante, leggero, scanzonato, più le apparenze – un protagonista in cui mi rivedo un po' e uno sfondo da sogno - che la scrittura, indecisa tra il serio e il comico. Stranamente, si rimpiangono le becere risate che mancano: con più umorismo, e anche più volgarità, l'omaggio poteva risultare meno studiato ma maggiormente di cuore. Con meno rigore nascosto, Red Oaks – per me, comunque carino - poteva diventare un'indispensabile compagnia per le estati presenti e future. (6,5)

Lui ha l'indiscreto fascino del nerd e scrive per una rivista che si occupa di cinema e dintorni. Lei mostra meno dei suoi anni e fa l'artista. Loro, che hanno quasi lo stesso identico nome, si svegliano insieme e insieme vanno a dormire, in un appartamentino affacciato su una New York spassionatamente indie. Ma quello che, nel primo episodio, sembra il più classico dei boy meets girl – con tanto di dialoghi che durano minuti e minuti e personaggi fatti a modo loro – ha in serbo un colpo di scena. Lui, infatti, ha conosciuto lei quando erano adolescenti, a casa di papà. I loro genitori si sono sposati in seconde nozze e questo fa di loro, all'inizio scontrosi e da grandi amanti appassionati, fratello e sorella. Più precisamente, fratellastri. Cosa direbbero, scoprendo la loro relazione nascosta, i parenti, i colleghi, la cameriera della tavola calda? Il mondo è pronto a vederli come coppia, senza trovare la cosa strana o, peggio, morbosa? Billy & Billie è una commedia (alternativamente) romantica a episodi. Ha una fotografia e un gusto che non sapete – o forse sì? - quanto mi vanno a genio e tutti gli ingredienti giusti. Una narrazione originale – i trenta minuti sono scanditi, infatti, come se leggessimo una sceneggiatura – e due protagonisti belli e valenti. Non manca nemmeno una specie di autorialità di fondo. Le puntate sono state scritte e dirette dalla stessa mano: regista e ideatore, un Neil LaBute – quello dell'esecrabile The Wicker Man, ma anche del buon Possession: Una storia romantica – che dal suo ultimo Some Velvet Morning, ben orchestrato e recitato meglio ancora, prende l'impianto teatrale, ciò che piace al TriBeCa. Lì i protagonisti erano appena due, qui non mancano i comprimari – i genitori angosciati, gli amici stravaganti, i fratelli che gli strani innamorati hanno, loro malgrado, in comune. Lo spettatore, però, non ha occhi che per Lisa Joyce e per Adam Brody; idolatrato dal sottroscritto, quest'ultimo, per The O.C, quando ero appena un bambino e Seth Cohen mi pareva il massimo dello stile. Quando sono insieme, nella stessa inquadratura, piacciono tanto. Separati, invece, meno, con routine che interessano fino a un certo punto e rimpiazzi amorosi che, appunto, sono solo meri rimpiazzi. Billy and Billie ha i suoi ritmi, che possono piacere oppure no, ma una storia che poteva stare nei canonici novanta minuti. Avrei apprezzato maggiormente e non lo avrei trovato, a tratti, tanto statico. Mi sarebbero sembrati meno ripetitivi i tiri e molla e le controversie, alla luce della mia mentalità aperta – non siete parenti effettivi, fate un po' come vi pare e viva l'amore – e di scheletri nell'armadio a forma di Cesaroni, che mi ricordano che nella nostra arretrata Italia, ancora prima di Billy e Billie, c'erano la Mastronardi e Branciamore. E, dal poco che avevo colto facendo zapping, non la facevano mica così difficile. (5,5)