domenica 18 maggio 2014

Recensione: Io che amo solo te, di Luca Bianchini

Ciao a tutti, amici lettori, e buona domenica. Come state? Io insomma. Ho prenotato il terzo esame di giugno. In dieci giorni dovrei farne tre, ahahahahah. Morirò. Intanto sto preparando il primo – Storia della lingua – e poi si vedrà. Questa mattina, rubando tempo ad altri tre libri ceramente meno piacevoli di questo, vi parlo della mia ultima lettura: Io che amo solo te. Nella scheda, trovate i dati dell'edizione Flipback, che ho acquistato la settimana scorsa. Io trovo sia comodissima, anche se i prezzi non sono particolarmente convenienti. Unica eccezione, il libro di Bianchini, che contiene, alla fine, anche La cena di Natale, un racconto uscito nel periodo di dicembre che costava una decina di euro di per sé. Quello conto di recensirlo e leggerlo in un'altra occasione. Intanto, ecco la recensione del primo libro. Piacevole, a volte profondo, carinissimo: non lo nego. Ho sentito, tuttavia, che mancasse qualcosa. Capirete meglio leggendo. Io scappo e vi auguro una bellissima giornata: il sole ha deciso di farci compagnia. 
Ricordati che c'è un conto per tuttiE più amore daimeno dovrai pagare alla fine.

Titolo: Io che amo solo te (e La cena di Natale)
Autore: Luca Bianchini
Editore: Mondadori
Collana: Flipback
Numero di pagine: 648
Prezzo: € 12,00
Sinossi: Ninella ha cinquant'anni e un grande amore, don Mimì, con cui non si è potuta sposare. Ma il destino le fa un regalo inaspettato: sua figlia si fidanza proprio con il figlio dell'uomo che ha sempre sognato, e i due ragazzi decidono di convolare a nozze. Il matrimonio di Chiara e Damiano si trasforma così in un vero e proprio evento per Polignano a Mare, paese bianco e arroccato in uno degli angoli più magici della Puglia. Gli occhi dei 287 invitati non saranno però puntati sugli sposi, ma sui loro genitori. Ninella è la sarta più bella del paese, e da quando è rimasta vedova sta sempre in casa a cucire, cucinare e guardare il mare. In realtà è un vulcano solo temporaneamente spento. Don Mimì, dietro i baffi e i silenzi, nasconde l'inquieto desiderio di riavere quella donna solo per sé. A sorvegliare la situazione c'è sua moglie, la futura suocera di Chiara, che a Polignano chiamano la "First Lady". È lei a controllare e a gestire una festa di matrimonio preparata da mesi e che tutti vogliono indimenticabile: dal bouquet "semicascante" della sposa al gran buffet di antipasti, dall'assegnazione dei posti alle bomboniere - passando per l'Ave Maria -, nulla è lasciato al caso. Ma è un attimo e la situazione può precipitare nel caos, grazie a un susseguirsi di colpi di scena e a una serie di personaggi esilaranti.
                                                 La recensione
L'anno scorso, un particolare romanzo aveva portato con sé l'estate. Erano ovunque mi girassi: l'estate, e quel particolare romanzo. Avevo capito che la bella stagione aveva fatto il suo puntuale arrivo dalle persiane aperte nelle case dei turisti: i parcheggi pieni di camper, i parcheggi che non si trovavano. In spiaggia, con lidi balneari sempre più ampi e una striscia di bagnasciuga sempre più ristretta, tra lombi cotti dal sole, bikini, trikini, cocco e balli di gruppo, l'ultimo libro di Luca Bianchini. In mano alle signore e ai mariti, sulle sdraio e nelle borse. Lo leggevano in tanti, dietro gli occhiali da sole e i cappelli di paglia. Le cravatte, le maschere e le chiavi d'ottone delle famigerate Cinquanta Sfumature non si vedevano quasi più. Rare e solitarie, su quei volumetti tascabili a cinque euro che anche le poste italiane vendevano con malizia. Io sbircio le letture della gente in treno, dei passeggeri degli autobus, delle hostess in volo: in vacanza, l'occhio corre, invece, ai miei vicini d'ombrellone. Abbronzatura da guiness, crema protettiva leggera ma non troppo, Io che amo solo te. Copertina bianca, due peperonici incrociati come le gambe dei tangheri argentini, il titolo di una bella e vecchia canzone di Sergio Endrigo. Per sognare luoghi di villieggiatura, anche se le ferie e un prezzo ragionevole ti hanno regalato uno spicchio blu di Adriatico, per quell'anno. Per andare in vacanza anche tu, che in vacanza non ci vai, che hai il mare sotto casa, che hai un mare che non ti basta. Benvenuti a Polignano, Puglia. 
Case bianche, mare azzurro, cielo riflesso, rocce levigate. Sembra la Grecia più bella, una Grecia entrate ed uscita dalla crisi. Natura vivente, sole onnipresente, vento sfiancante. La statua del buon Domenico Modugno affacciata sul porto turistico, il belvedere che è lo scenario di filmini di nozze a prova di Oscar. Il maestrale, arrivato anche senza invito, fa volare i veli di tulle, le ciocche di capelli sfuggite dagli chignon, le code dei frac, come in un videoclip di quelli all'avanguardia. Questa Puglia ti accoglie, calorosa, tradizionalista, accomodante, nel segreto delle sue grandi bellezze e tra le righe di una prosa che tenta di coglierne l'essenza nascosta. E' una casa sempre aperta, con il mare ad un passo, trecce di peperoncino e aglio in veranda, piante di basilico alte quanto bambini dinoccolati. I protagonisti fissi della commedia all'italiana, invecchiati di vent'anni, s'incontrano e si scontrano nei territori del Tavoliere, a un matrimonio che non è il loro. La mamma dello sposo, una vedova sola e affascinante, con un seducente abito rosso che fa parlare: si dice l'abbia visto, su una rivista, addosso a Susan Sarandon e che l'abbia cucito uguale, per filo e per segno, con le sue mani di sarta esperta. La mamma dello sposo pensa alle sue polpette: le prepara e si sente meno triste. Per l'impasto: carne di prima scelta, uova, mollica, formaggio grattucciato, prezzemolo, qualche lacrima sfuggita via dagli occhi. Il padre dello sposo si fa chiamare Don e regna su campi di patate che anche gli egiziani gli invidiano: è un uomo laconico, che si concede pochi gesti d'affetto e pochissimi attimi di commozione. Piange solo una volta all'anno, guardando I ponti di Madison County e pensando alla sua futura consuocera: la sua Ninella bella, con gli abiti a fiori e gli stessi seni generosi che aveva anche da giovane, quando loro erano una coppia che il paese, per invidia e calunnia, aveva diviso. Da allora si guardano in chiesa, in fila per l'ostia. Accendono una candela e pregano tutti i santi di non cadere in tentazione: il loro amore è grande, ma proibito. Sono Montecchi e Capuleti alle prese con un'amnistia. Una pace temporanea. Volano rivelazioni, corna, abbracci spontanei. Il matrimonio è un affare di stato. Un rischioso “buona la prima”. Una cosa di famiglia! Luca Bianchini contempla le vite di tutti loro dall'alto e la sua prosa pulita è un zoom che avanza non visto sulle loro esistenze. Lui siede tra gli invitati al banchetto, in chiesa; passeggia per le strade battute dal sole, mantiene il phon al parrucchiere, gli ombretti al truccatore, il cavalletto al fotografo. E' una figura invisibile e presente che non giudica, non invade spazi vitali, non stila una lista di preferenze. Ogni personaggio ha importanza: non solo gli sposi, Chiara e Damiano, sono protagonisti del loro grande giorno. Loro che si scopriranno innamorati solo dopo aver detto sì, lo voglio. E poi c'è chi si scopre sessualmentte dalla persona del sesso "sbagliato", come Orlando; chi, come la vispa Nancy, sogna una carriera da cantante solista, il peso forma, un belloccio che le tolga la verginità. Ancora, c'è chi scopre la sua anima gemella due figli, due matrimoni, una vita intera dopo. L'amore è una collana di corallo indossata in pieno aprile, un amplesso nel bagno di un ristorante con la paura matta di essere beccati, il sogno di una romantica prima volta in un trullo, la conta dei regali dei parenti e una prima notte di nozze passata a dormire, perché troppo stanchi.
E' un romanzo che ti prende per la gola. In treno, avevo lo stomaco che brontolava, davanti a pane, amore... e a un ricco menù a fantasia. Si respira aria diversa, aria nuova. Un'aria che vibra illuminata dai giochi di luce dei dischi in vinile, non dagli iPod. Pittoresco, all'antica, mai kitsch. Un passionale mambo italiano che, però a ritmo di pizzica, celebra la sacralità del pranzo della domenica, di famiglie al femminile come in Piccole donne e Mamma mia, di rapporti fraterni che toccano. Le descrizioni sono veloci, dirette. I personaggi parlano tanto, eppure parlano poco i sé. I salti, le anticipazioni, i rimandi con cui gioca l'autore sono gli stacchi di una sceneggiatura. Al cinema, sarebbe una commedia funzionale e riuscita: bella, davvero. Un po' alla Oggi Sposi, un po' alla Mine Vaganti. Un po' più vicina a Luca Lucini, che a Ferzan Ozpetek. Io che amo solo te, infatti, è una commedia corale che ha temi simili, colori che fanno pendant, ma quella storia di spettri stanchi, aspiranti scrittori, omosessuali in incognito, vecchi dolori e nuovi rimpianti, firmata dal regista italo-turco, aveva tutta un'altra potenza. E' un mondo a parte, impossibile da arrivare o imitare. Il primo romanzo di Bianchini che leggo, dunque, racconta una storia buffa e umana, estremamente piacevole, ma con un retrogusto amaro ben celato dal piccante dei peperoncini e dal dolce dello zucchero. L'ho trovata, sul finire, leggermente incompiuta. 
Il libro finisce e i protagonisti vanno avanti con le loro vite, salutandoti di sfuggita. L'allegria, mai forzata, è in rima con la malinconia delle seconde occasioni. La storia si snoda all'ombra della bandiera tricolore, che sventola sulla costa in un turbinio di rossi, bianchi, verdi. Il difetto è uno e, da meridionale doc, l'ho percepito: per quanto onesto, il romanzo va avanti a suon di educati luoghi comuni. Si avverte che nelle vene dell'autore, nato nella distante Torino, non scorre quel sangue caldo. L'accento sa imitarlo, e non è mai parodia fine a sé stessa. Però di certe cose non può semplicemente ricalcare le orme. O le conosci, o non le conosci. In determinati contesti bisogna esserci immersi notte e giorno, per saperli rendere. Come descrivere l'oceano a chi non l'ha mai visto? Come parlare d'amore se non l'hai mai provato? Come parlare, allora, della Puglia, se la Puglia non parla a te? Bianchini è una persona simpatica, gentile, mite. Studia, apprende, esplora. C'è curiosità verso le tradizioni, le tendenze linguistiche locali, le specialità del posto, ma c'è poco cuore. O meglio, un cuore diverso da quello che pulsa laggiù. Le battute fanno sorridere, le confessioni ad anima nuda fanno riflettere, ma è stata una cosa inaudita a farmi sentire elettrizzato e un tantino scioccato. A un certo punto, leggo il nome della città in cui vivo da dieci anni. Termoli. Trentatremila e rotti abitanti, contro i diciassettemila della piccola Polignano. Chiara, la sposa, dice che è una città carina: vorrebbe farci un salto, vorrebbe fuggire qui da me. Mi sono affidato immediatamente a Google Maps: Termoli – Polignano a Mare. Duecento chilometri, poco più di due ore, tutta autostrada. La nuova estate è vicina, quasi quanto questo angolo di paradiso. Convincerò i miei genitori a portarmici. Subito dopo averli convinti a leggere Io che amo solo te. Dove tutti amano, ma non è detto che si amino. La taranta dell'amore perduto. 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sergio Endrigo – Io che amo solo te (Bellissima.)


giovedì 15 maggio 2014

I ♥ Telefilm: Glee, Revenge, Bates Motel

Buongiorno! Come state? Rieccomi, con un nuovo appuntamento di I love Telefilm. Da rubrica a cadenza casuale, questa, potrebbe diventare puntualissima in queste ultime settimane di maggio: in programma, ci sono tanti finali di stagione di cui parlare. Oggi vi parlo di Glee e Revenge, giunti a conclusione questa settimana, e di Bates Motel, che li ha preceduti appena di qualche giorno. Tra i tre, Revenge si conferma un grande intrattenimento che, con classe e divertenti colpi di scena, sa farsi perdonare tutto, anche le virate verso Beautiful & Co. Bates Motel, proprio come la prima stagione, promette cose che non dà e, per quanto piacevole, si conferma un tantino inutile: come farsi sfuggire di mano un'idea geniale. Ultimo, Glee, di cui ho visto il ventesimo episodio proprio ieri: una quinta serie pessima. La peggiore. E non tanto per l'assenza del povero Cory Monteith, che già nella quarta stagione aveva un ruolo altamente sottovalutato dagli autori, ma per la mancanza di idee di fondo e di numeri musicali salvabili. Salvo due episodi su venti: il resto, lo dico dispiaciuto, è una noia. Ditemi la vostra. Seguite qualcuna di queste serie? Cosa ne pensate? Io scappo a studiare! Un abbraccio, M.

Glee
V Stagione
Glee. Istruzioni per l'uso. Cosa salvare di Glee. In generale, due episodi su venti, per una quinta stagione che percorre allegramente i sentieri più pericolosi del trash. Lo sapete. E' in onda da ormai cinque anni e posso dire di esserci cresciuto. Cinque sono gli anni delle superiori e cinque anni fa, io ne avevo appena quindici. Non è facile descrivere cosa sia diventato Glee. Oggettivamente, non più il solito già da qualche stagione a questa parte. Ma, quest'anno, il peggio, veramente. Personaggi insulsi, svolte stupide, cover che non meritavano un secondo ascolto. Sceneggiatori... Ah, perché, Glee ha una sceneggiatura?! Naaa. I fan all'opera, probabilmente, avrebbero fatto qualcosa di meglio. Sicuramente, l'avrebbero trattato con maggiore rispetto e cura. Nella seconda parte di questa serie, si decide di seguire i vecchi protagonisti alle prese con la vita da adulti, in una New York di bar canterini, vecchie volpi, esordi a teatro. Si perde il liceo, si perdono le cricche e le classiche tematiche, si perde il perché di ogni cosa. Gli autori hanno voluto tenere troppo a lungo due piedi nella stessa scarpa, poi, scomodissimi, hanno voluto cambiare. Di botto. Alle vecchie glorie, già precedentemente, avevano affiancato nuovi personaggi: alcuni riusciti, altri scialbi, altri da definire. Nel caso di Marley, Unique e Jake, personaggi dalle doti evidenti. Non a caso le loro versioni di If I were a boy e Wide Awake, proposte nella prima parte, sono tra le cover più degne di nota di questa stagione sonnolenta. A un certo punto, tabula rasa. I personaggi introdotti di recente spariscono nel nulla, tutto si concentra sulle nostre vecchie conoscenze. Un anno fa, avrei trovato la cosa entusiasmante. Peccato che, a lungo andare, anche le persone più piacevoli di questo mondo vengano a noia e i legami farlocchi che si formano tra loro possano sfiorare il limite massimo del ridicolo. La relazione tra l'aspirante modello Sam e Mercedes non è credibile nemmeno per un secondo; Artie in versione sciupafemmine, con i suoi gilet a rombi del nonno e gli occhiali senza fondo, è credibile quanto la Spears che canta Pavarotti; Kurt e Blaine – prossimi alle nozze – sono noiosi, antipatici, stucchevoli. Okay che di Colfer non ho mai avuto un'ottima impressione: mi irrita come poche persone al mondo. Colori da pavone, voce da soprano, la capacità di rovinare a colpi di note perfino la canzone più caruccia dei criticati One Direction, Story of my life (qui). Il collega, Darren Criss, ha sempre avuto la mia stima: bravissimo, alle prese con ogni genere musicale. Bravo lo è sempre, ma a stonare sono i tratti sbiaditi del suo personaggio macchietta. Agli autori: per studiare una coppia omosessuale realistica e affiatata, guardare quel capolavoro di Shameless. Per il resto, temi ovvi, tanta e troppaRachel Berry, tanti primi piani da wow della splendida Santana Lopez, brani narcolettici personalizzati male e coreografati ancora peggio, in una stagione che si conclude con una ruffiana Pompeii e un destino infausto da sit-com. Discorso a parte, per gli episodi numero tre e tredici. Gioiellini di scrittura, commozione vera. Il primo (la mia recensione qui) al compianto Cory Monteith, il secondo l'addio al Glee Club. Quel tredicesimo episodio aveva l'aspetto di un addio nostalgico. E penso che sarebbe stato non solo un ottimo finale di stagione, ma un ottimo finale per la serie stessa che – so già – continuerà a trascinarsi stancamente per un altro anno ancora. Quel giorno avevo la febbre, pensavo ad altro, ma l'immagine dell'auditorium vuoto mi aveva fatto scendere le lacrime, giuro. Due funerali nell'arco dello stesso show: Finn e il Glee club come noi lo conosciamo. Un 9 a loro, uno spietato 4,5 al resto.

Revenge 
III Stagione
Tre anni di Revenge. Negli Hamptons, la vendetta va presa per le lunghe. Altro che piatto da servire freddo! Il cammino della novella Contessa di Montecristo continua a essere lastricato di colpi di scena, vittime, bersagli a cui mirare. Le X sui nemici da punire sono sempre più numerose. Quella famosa foto con il peggio dell'alta borghesia costiera è sempre più piena di facce sbarrate col pennerello, sempre più vuota. Restano in pochi, ormai. Eppure ci sarà una quarta stagione. Un quarto anno di Revenge, e un quinto? Gli ascolti, in caso, sosterrebbero la causa e gli sceneggiatori, anche se non sembra, sfornerebbero nuove idee. Anche le più assurde. Tutto, purché lo show di Emily vada avanti. E a testa alta. La serie TV Abc, basata su un tema semplice e affascinante, prende spunto dal capolavoro di Dumas, ma non dura un romanzo. Ormai le intenzioni della protagonista sono cambiate, nuovi personaggi si sono aggiunti, altri hanno lasciato il serial in una bara, ma la sua vendetta non più a freddo non è diventata stantia. Ha il gusto sfizioso e fresco degli inizi. Come il McDonald, mica viene a noia: ingrassi, ma hamburger, coca-cola e patatine continui a metterle in conto. No? Vestiti firmati, case che non avrai mai, amori proibiti che speri di non avere: questo è Revenge. Un coro di personaggi bellissimi nell'aspetto, ma dall'anima nera. Personaggi che, ogni tanto, fanno anche un po' ridere, ma che ormai fanno parte della tua settimana: il geniale e simpaticissimo Nolan che cambia un partner – maschile o femminile che sia: non si butta via niente, da queste parti – a stagione; Daniel e la sua faccia da schiaffi; Jack e la sua aria perennemente imbambolata; i superbi coniugi Grayson. Il mio sogno è andare a cena da loro: volerebbero rivelazioni, piatti, coltelli appuntiti. I pantaloni, in casa, li porta Victoria: l'ape regina. Una delle cattive più carismatiche e amate del piccolo schermo. Sempre ben vestita, sempre velenosissima. Imprevedibile. A darle il volto, Madeleine Stowe: l'immortale. Cinquantasei anni portati alla grande. Più bella e più brava che da giovane, la Stowe si diverte e ci diverte con la sua malignità, i suoi amanti, i suoi figli sbucati dal cilindro magico. Ho il sospetto che, in ogni finale di stagione, la ibernino... o la mettano sotto sale. Complimenti alla mamma, e al chirurgo: good job! Degna rivale, altrettanto seducente, altrettanto padrona della scena, Emily VanCamp. Nata e cresciuta in tv, si scopre sempre più convincente, l'innocente biondina di Everwood. Fa da indossatrice, fa il doppio-gioco, fa tele di menzogne in cui non si perde mai. Sono loro il segreto di Revenge, una serie TV che è donna nel sangue. Eva contro Eva. Non posso che parlarne bene, ma oggettivamente è un prodotto pieno di difetti, sin dalla lontana immatricolazione. Il confine con Beautiful è labile; i “Sono tua madre!”, “Sono tuo padre!”, “Sono tua sorella!”, “Sono tua nonna!” a volte si sprecano; come in The Following i morti risorgono. E' una soap, nel profondo del suo essere. Però davanti a uno dei finali di stagione più entusiasmanti degli ultimi palinsesti, ci passi sopra. Concitato, teso, tragico, divertentissimo. Non vedo l'ora di sapere cosa succederà, ed è risaputo: io mi annoio subito. Ma non questa volta. Un trashata di estrema classe, firmata Armani e Mike Kelley. (7+)

Bates Motel
II Stagione
Ho legato dal primo momento con quel pazzo furioso di Norman Bates. C'ho legato dalla prima serie. Le puntate erano finite, il titolo era sparito dai palinsesti televisivi e quella famiglia decisamente fuori aveva iniziato a mancarmi. Sono tornati un anno dopo, puntuali e da molti indesiderati. Bates Motel non aveva fatto faville e, effettivamente, non mi era difficile capire il perché. Una storia potenzialmente splendida buttata alle ortiche. Ingabbiata in un formato spiccatamente televisivo, ripulita per bene da sangue, omicidi, rapporti incestuosi, morti su morti. Un tiepido thriller da bollino verde, o al massimo giallo. Le puntate di questa seconda stagione sono volate, senza intoppi, ma sono sempre stato in attesa di una scintilla, di uno scoppio, del botto. Invece, niente. Attese e aspettative vane. Bates Motel si accontenta di poco e mi dà fastidio solo per quello. Perché sciupare così un'opportunità simile? Perché non raccontare a regola d'arte i dolori del giovane Norman e la sua trasformazione bestiale nel Psyco ricordato da tutti? Gli sceneggiatori cercano nuove strade, inseriscono nuovi personaggi e nuovi intrecci, ma la verità è che importano poco. L'attenzione è per il protagonista, non per il fratello coinvolto in un giro di narcotrafficanti, per gli amori di turno, per i misteri di paese. Alla rete che lo trasmette, evidentemente, non piace sporcarsi le mani. Ma io adoro il torbido, adoro il “malato” e, mentre perfino la puritana Lifetime con Flowers in the attic giocava con il sadismo e il proibito, trovavo Bates Motel sempre meno a fuoco. Un teen drama gestito discretamente, ben recitato, privo di tempi morti, ma che raccontava una storia diversa – nei toni e nelle intenzioni – da quella resa nota dall'immenso Hitchcock. Ci sono piccoli e insoddisfacenti cenni a tutto. Minuscoli. Il candido Norman si macchia d'omicidio, ma involontariamente; il suo cervello e il suo autocontrollo iniziano a spegnersi in momentanei black out; si avvertono le conseguenze di un latente complesso di Edipo. La cosa più inquietante di questa stagione, invece, si ha nei primi episodi, quando l'affascinante Norma trascina il suo recalcitrante figlio a... lezione di musical. Che ben vengano i pensieri cattivi, ma i duetti con mamma no! Anche se questa mamma è la bellissima Vera Farmiga: intensa, convincente, impegnata e al massimo, nonostante la modestia del tutto. Sfoggiando una gran bella voce in una magistrale versione a cappella di Maybe this time, un caschetto biondo e vestiti floreali da casalinga anni '50, anima un personaggio senza lati oscuri. Affettuoso, petulante, oppressivo, materno. Senza malizia; fatta eccezione per un bacio sulle labbra, piuttosto candido, dato al suo giovane partner, nel finale di stagione. Sono dell'idea che Freddie Highmore, con il suo viso da eterno bambino, sia un protagonista perfetto, ma il problema sta nella costruzione del suo carattere, nella scarsa complessità del suo personaggio. La sceneggiatura lo vuole un adolescente complessato, con buchi nel passato e nella memoria. Problematico, ma non volontariamente nocivo. D'effetto, però, lo sguardo in camera che lui – sempre più psicopatico? - rivolge allo spettatore, alla fine. Bates Motel ha un pregio che si chiama Vera Farmiga. Ha un'ambientazione moderna che gioca con i colori del vintage, una colonna sonora retrò a cui si alternano "sputtanatissimi" pezzi radiofonici, l'aspetto delle occasioni perse. Mi ci appassiono, lo seguo bene, ma poi penso che dovrebbe essere il prequel di Psyco e dico Peccato! (6)

martedì 13 maggio 2014

Recensione: Promettimi che ci sarai, di Carol Rifka Brunt

Io voglio immaginare il tempo con le sue pieghe, e boschi pieni di lupi, e lande desolate a mezzanotte. Sogno persone che non hanno bisogno di fare sesso per sapere di amarsi. Sogno persone che non vanno oltre un bacio sulla guancia.

Titolo: Promettimi che ci sarai
Autrice: Carol Rifka Brunt
Editore: Piemmme
Numero di pagine: 418
Prezzo: € 17,90
Sinossi: Quando hai quattordici anni, il tuo cuore è un luogo oscuro, un labirinto di sentimenti che non sai decifrare. Timida, goffa e sognatrice, June è a disagio tra i coetanei. Preferisce rifugiarsi nel bosco dietro la scuola, con ampie gonne e strambi stivali, fingendo di essere stata catapultata a New York dal Medioevo, l'epoca in cui sarebbe potuta diventare un falconiere. Sarebbe bello riuscire a richiamare a sé, proprio come creature alate, le persone che non ci sono più. Come lo zio Finn: grande pittore e migliore amico di June, l'unico in grado di capirla, strappato troppo presto alla vita da una malattia di cui in famiglia è proibito parlare. Un giorno, June riceve un pacco misterioso. All'interno c'è la teiera preferita di Finn, accompagnata da una lettera firmata da un certo Toby: l'uomo che nessuno, al funerale dello zio, ha osato avvicinare. E che ora chiede proprio a lei di incontrarlo in segreto. June dovrà fare i conti con la paura e la gelosia prima di accettare il fatto di non essere stata l'unica persona speciale nella vita dello zio. E prima di aprirsi a un'amicizia che potrebbe aiutare sia lei che Toby a colmare quel grande vuoto. Dopotutto, era quello che avrebbe voluto Finn: fare incontrare le persone che più aveva amato, unirle come in un'unica cornice affinché si prendessero cura l'una dell'altra. Ecco il suo ultimo desiderio, ecco il suo più grande capolavoro.
                                                 La recensione
Sapevo tutto sulle piccole cose. Sulla proporzione. So tutto dell'amore che è troppo grande per stare in un piccolo secchio. Che schizza dappertutto nel più imbarazzante dei modi. Ho puntato questo libro appena è arrivato da noi. Era gennaio, e ricordo che faceva freddo. L'inverno si era concentrato tutto in quei trentuno giorni dell'anno nuovo. Non è passato molto prima che prendesse posto sul mio scaffale. Celeste, voluminoso, nuovo, era lì, a portata d'occhio. C'era un non so cosa a trattenermi. Scuse su scuse. La sessione d'esami prima, altri libri poi: l'ordine naturale delle cose, nella vita di un blogger. L'ho portato insieme a me, in valigia, in un weekend lontano da casa. Speravo che sapesse farmi compagnia, anche se il caldo era scoppiato e la sua stagione – quella rigida, piovosa, pungente – era passata da un po'. C'è stata tanta cura nel portarlo nelle nostre libreria. Un nuovo titolo, una frase di lancio, una nuova cover. Una copertina dai toni pastello diversa da quella a stelle e strisce, ma dettagliata, originale, bellissima. Ombre cinesi, alberi che compongono un disegno, un ricamo. I rami, le fronde, i tronchi sono il corpo di un lupo che ulula al cielo azzurro del primo mattino. A una luna che si è spostata dalla mezzanotte, all'ora della prima colazione. E io? Io vorrei parlarvi di Promettimi che ci sarai con la stessa cura, con la stessa tangibile passione. Sfortunatamente, non posso. Non completamente, almeno. Il decollo della storia è stato più lungo e tortuoso del previsto. Rimandato di qualcosa come centocinquanta, duecento pagine per il cattivo tempo. O un funerale. Ho trovato lento lo svelarsi di ciò che veniva raccontato nella quarta di copertina, e mi sono stancato prima di arrivare al più bello. Al meglio. L'autrice sembrava attardarsi nell'introdurci i suoi personaggi e una vicenda familiare riassumibile in poco tempo. La mia attenzione si disperdeva. Non a caso, cosa che non faccio mai, l'ho alternato con altri due romanzi brevi: che era un esordio promettente lo riconoscevo e non volevo, francamente, trascinarmelo a peso morto. Non se lo meritava. Ho concluso prima quelli della Gamberale, poi, sul comodino, mi è rimasto questo e basta. Ero prevenuto, ero alquanto stufo. Centellinavo le pagine con falsa scrupolosità, perdevo i personaggi e li ritrovavo sempre allo stesso punto. Una mattina è semplicemente accaduto. La luce dell'abat jour mi ha svelato l'anima di Carol Rifka Brunt, nella pace di un giorno festivo. Ho letto questo passo e l'ho amato, con occhi nuovi: Se trovavi una persona così, non è che dovevi per forza farci sesso. Potevi semplicemente tenertela, no? Sedertici vicino, stringerti al suo corpo fino a sentire il movimento della sua macchina interna. Potevi premere l’orecchio contro la schiena di quella persona e ascoltarne il ritmo, sapendo che eravate fatti entrambi allo stesso modo. Potevi fare cose del genere. A volte, se si sta proprio vicino a qualcuno, non si capisce nemmeno di chi è lo stomaco che brontola. Ci si guarda, tutti e due, si chiede scusa e si dice Era il mio e poi si scoppia a ridere. Non hai bisogno di fare sesso per queste cose, perché il tuo corpo si dimentica di dirti se ha fame. Perché scambi la fame dell’altro per la tua.
Parole di June, quattordici anni. Non si rivolge a nessuno di preciso, lei. Non ha un pubblico. Parla tra sé e sé, per sé stessa. Per l'importanza di custodire certi ricordi, di porsi certi dubbi, di amare a voce altra certe persone. La comunicazione, nella prima parte, mi è risultata leggermente ristretta. Promettimi che ci sarai, visto al cinema, emozionerebbe forse di più. La verità è che quell'adolescente saggia ti mette il cuore in mano e tu sei in imbarazzo. Non sai come prenderlo, hai paura di schiacciarlo, temi ti scivoli via dalle mani. Strizzi gli occhi e lo tieni lontano da te. Come si fa con le cose disgustose, scivolose, o solo fragili. Scopri che lei sa che, nella società, esistono tanti tipi d'amore. L'amore verso un pesce rosso, quello verso un parente, quello verso un'anima che consideriamo nostra gemella. Non sa, però, cosa fare se i tipi d'amore si invertono. E se ci troviamo ad amare un nostro familiare fedelmente, ciecamente, ma senza la malizia degli adulti. Con lo stomaco e tutto il resto. Lei vive per le passeggiate nel bosco, le gonne lunghe e i maglioni sformati, gli stivali di cuoio e suo zio Finn. Lui è gay, lo sa da quand'è piccola. Non è mica un problema. Non ama le donne, si ripete, e amerà lei, solo e soltanto. Sarà quella quattordicenne un po' matta la sua donna per la vita. L'unica. Una vita che s'interrompe bruscamente. I fili tenuti tesi dalle Parche rosicchiati dai mostri dell'Aids; quei mostri che si sono attaccati come pesci carnivori a un amo umano. Erano gli anni '80. Si moriva, tra le altre cose, anche d'amore. La narrazione ha inizio nel bel mezzo del periodo delle tasse. Vale a dire che i genitori di June sono sempre fuori per lavoro. Vale a dire che lei e sua sorella, Greta, campano di surgelati, cibo da asporto, bibite frizzanti. Un tempo si fingevano orfane, si divertivano. Un tempo... Ora qualcosa è cambiato. E' cambiato tutto. Greta è diventata cattiva e dispettosa e lo zio Finn è morto. Lui dipingeva e, nel cavò sotterraneo di una banca, resta l'ultima quadro che ha realizzato. Il ritratto delle due sorelle, ferme all'inverno del 1986, con lo sguardo fisso e la sagama di un lupo invisibile tra di loro. 
L'enigmatico titolo dell'opera: Dite ai lupi che sono a casa. I segreti nascosti nell'ultimo capolavoro del compianto artista costituiscono, in realtà, la sottotrama dell'esordio della Brunt. Una parentesi separata, con un certo spazio e e una certa importanza, ma che non riuscivo a trovare interessante. Non mi importava dell'interesse dei giornalisti verso quell'ultimo ritratto, non mi convincevano le scene che come protagonista a sorpresa avevano il mondo dell'arte. Il romanzo vince nel momento in cui da Tell the Wolves I'm Home si accontenta di diventare il più scontato Promettimi che ci sarai. Allora è arrivata la commozione. Nella rievocazione spontanea del sentimento profondissimo che legava June a Finn. Nella promessa solenne fatta a un angelo volato in cielo da una bambina rimasta sulla terra. Sulla terra, sotto un cumulo di foglie secche, nel bosco, lei deve ricordare di non essere sola. I lupi vivono in branco e c'è un lupo con la scabbia che ha bisogno di lei, mentre tutti lo schivano o lo prendono a sassate. Il colpevole, l'assassino, l'uomo a cui nessuno rivolge la parola al funerale dello zio. Il compagno di Finn: Toby. Ha l'accento inglese, il corpo come un giunco, la voce di chi fuma quaranta sigarette al giorno ma che sa dare nuovo smalto ai ricordi. Quel Toby che ride come se avesse ingoiato il sole e con cui June ha sempre avuto, incosapevolmente, un rapporto fantasma. Toby e Finn erano la vergogna della loro famiglia, lo scandalo del loro quartiere: persone che si nascondevano nel rifugio segreto in cantina, pur di non farsi vedere insieme da occhi indiscreti. Carol Rifka Brunt ha un nome difficile e una prosa convincente. Semplice, immediata, intrisa di tenerezza e crudeltà. Ha lavorato tanto d'introspezione, fino a rendere il suo scritto il diario segreto di una quattordicenne. Credibilissimo. Ho creduto a quello che la narratrice mi confidava, e ho credo al fatto che lei avesse quattordici anni sul serio. Tanta onestà, in un adulto, non penso l'avrei trovata. June ha altruismo e personalità. Fuma e tossisce. E' convinta di tornare indietro nel tempo, saltando con la corda al contrario, il più velocemente possibile. Infonde calore, infonde fiducia e, schiva e di poche parole, dà spazio agli altri: un padre pacato, una madre con sogni repressi, un compagno di scuola carino, una sorella da stritolare. Con brutalità, ma con tutta la brutalità con cui si possa dare un abbraccio. Quello di Greta è un personaggio detestabile, ma che arrivi a comprendere. Sente il peso di essere la figlia perfetta; sente di dover andare presto all'università, e coltiva il rimpianto taciuto di non aver passato abbastanza tempo con le persone “per cui valeva la pena”. Se non nell'imperdibile Luna, non credo di aver mai conosciuto due sorelle altrettanto umane. Le pagine si facevano di meno, gli sproloqui sul quadro diminuivano e gli occhi si appannavano di autentica emozione. Quel Finn si scopre il primo, grande amore di June e Toby: vedovi di cui nessuno è disposto a riconoscere il dolore. Con la voce di June a guidarti, ti stupisci della sua innocenza. Ti ci soffermi, perché quando racconta il primo incontro dei suoi due zii maschi pensa che quella sia la vera faccia dell'amore. Perché questo mondo dovrebbe essere governato da un bambino. Promettimi che ci sarai è un libro che implode. Non esplode. E' una supernova. La detonazione è interna. Non manifesta. Ma, forse per quello, più fragorosa.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Rent – Seasons of Love 


domenica 11 maggio 2014

Mr Ciak #35: Boy A, Alabama Monroe, Gimme Shelter - Non lasciarmi sola, Mine Vaganti

Buongiorno, amici! Questa settimana, sono più puntuale di un orologio svizzero. Vi sto proponendo QUASI un post nuovo al giorno. Record? Record. Oggi sono felice di parlarvi, con la rubrica Mr Ciak, di alcuni film imperdibili. I primi due mi hanno semplicemente demolito: recuperate il primo, andate al cinema per guardare il secondo - il vincitore morale, a mio dire, dell'Oscar per il Miglior Film Straniero. Il terzo, anche se evitabile, merita soprattutto per la protagonista: chi, come me, è cresciuto con High School Musical e non se ne vergogna, troverà una Vanessa Hudgens potenziata, maturata, cambiata. Ultimo, Mine Vaganti, commedia italiana di qualche anno fa firmata dal bravissimo Ferzan Ozpetek. Alla fine del post, inoltre, in breve, vi parlo di alcune pellicole viste di recente. Alcune nei cinema al momento, alcune ancora inedite. Purtroppo, niente di rilevante. Tra i cinque, mi ha divertito il criticato Pompei. Vampire Academy: segni particolari, orrido! Io vi lascio, per il momento, e vi auguro buona visione. Credetemi sulla parola e recuperate i primi quattro film. Boy A non si scorda più. Buona domenica, M.

In una Inghilterra periferica, di magazzini, mattoni a vista, rotaie e nuvole nere vive Jack: il cappuccio grigio ben calato sul capo, la schiena ricurva, gli occhi schivi. E' uno che vive a testa bassa, lui. Lavora come un mulo, si spacca le ossa, vive nella mansarda di una premurosa padrona di casa, eppure l'anonimato lo conforta. Non può permettersi anonimato, non può permettersi libertà: quell'anonimato e quella vita monotona sono la sua libertà. Timidissimo e impacciato, lo seguiamo in una routine priva del per sempre: si fa degli amici, balla come un pazzo in discoteca, s'innamora, costruisce un rapporto paterno con un uomo che – da lontano – lo tiene d'occhio. Uno zio, un padre, un tutore? Jack non è soltanto un insicuro cronico. Si guarda intorno continuamente, non compare nelle foto di gruppo con gli amici, dice bugie, si nasconde. Jack non è neanche il suo vero nome. Ho letto la trama di questo film, nei giorni scorsi, e ho deciso che era l'ora di recuperarlo. Mi sono seduto in poltrona, telecomando alla mano. Wikipedia mi diceva che era una storia vera e che, inizialmente pensato per la tivù inglese, Boy A aveva esordito a sorpresa, nel 2007, al Toronto Film Festival. L'enciclopedia online che sa tutto di tutti mi raccontava la storia di un piccolo miracolo: una distribuzione in Gran Bretagna e negli USA, riscontri positivissimi, premi grossi. Lì c'è tutto quello che volete sapere. Io sono giusto una cosa: che è doveroso recuperare questo gioiellino. So che Boy A è una struggente parabola sulle seconde possibilità che ci vengono concesse, una storia che fa pensare e che tanta gente – il piu possibile - dovrebbe vedere. Questo ragazzo senza nome e senza pace, con la timidezza del Charlie di Noi siamo infinito e i segreti oscuri di ...E ora parliamo di Kevin, t'insegna – in un'ora e mezza – a farsi volere profondamente bene, e ti spappola irrimediabilmente il cuore. L'esordio di John Crowley alla regia ha lo stampo dei migliori film indipendenti. Minuscolo, povero, rannicchiato su sé stesso, ma con uno sguardo pieno di cose. Pure di lacrime, tra le altre. Lo sguardo acuto, originale e inedito di chi le cose le guarda in disparte, dalla prospettiva del perdente, attraverso una cortina di ciglia che schermano la malizia dei bambini, l'ottusità degli adulti, le strade senza uscita di un mondo che ha troppi abitanti e pochi, inutili nascondigli. Assisti, ammutolito e toccato a tutto ciò, e anneghi nei tuoi perché. Perché certa gente è condannata dal peso di stelle avverse, perché vediamo il bene e mai il male, perché chi nasce triste non può morire felice. Perché storie nate nella violenza devono chiudersi nella violenza. Protagonista magnifico e sconvolgente, un giovane Andrew Garfield – e non pensate a Spider-Man, ma pensate al ragazzo con un piede nella fossa che, nel finale Never let me go, si concedeva un grido talmente disperato da lacerare le corde vocali, scassare i timpani. Quell'Andrew Garfield che con questa prova si era portato a casa il Bafta come migliore attore, quando nessuno lo conosceva. Ecco, Garfield in Boy A – da protagonista assoluto – ha un'intensità ancora maggiore. Infantile, ingenuo, misteriso, mi ha messo a soqquadro il cervello, ha staccato qualche spina e, sui miei occhiali, è comparso un bel Game Over. A fine film, avevo perso. Ero perso. Il suo personaggio, che ha preso vita da un romanzo di Jonathan Trigell che è ovviamente finito in lista, merita perdono sin dal suo ingresso in scena. Si è macchiato di una colpa orribile, da bambino, e ha passato l'adolescenza in carcere. Quando esce, con un nuovo nome e un futuro tutto da scrivere, ha la speranza dei bimbi che gli arde dentro. In una delle poetiche e semplici sequenze iniziali, guarda – dal finestrino – quel mondo che gli è stato nascosto lontano dagli occhi per metà della sua vita e si emoziona. Io mi sono emozionato con lui e, come un genitore, l'avrei tenuto per mano, mentre si districava tra le risse, le droghe e gli amori di una splendida adolescenza tardiva. Come puoi abbandonare quel bambino cresciuto – che non pensa di meritarsi un Ti amo, che sbaglia e si corregge, che cade e si rialza – in una giungla di rancore? Siamo deboli, siamo senza pietà e strappiamo la sua mano dalla nostra. Vaga, salta sui treni, si rifugia sul molo di Blackpool, lui. E' quando i giornalisti diventano mostri e i presunti mostri diventano cani randagi da scacciare che capisci quant'è bello e triste questo scricciolo di film qui. Le due cose fanno a pugni e si abbracciano, proprio. Grato nel profondo che mi abbia tolto qualcosa come qualche giorno di vita. Nel momento stesso in cui la rabbia e l'emozione si sono esaurite, però, ho iniziato a consigliarlo a gran voce. Guardatelo presto. (9)

L'Oscar l'abbiamo vinto noi. La vera, inconfondibile, inarrivabile Grande Bellezza, però, proveniva dal vicino Belgio. Arrivava a cavallo di un pentagramma, su una canzone romantica. L'avevano detto in tanti, e in tanti avevano ragione. Quella famosa canzone parla della splendida storia d'amore tra un cowboy dalla voce d'angelo e una bionda principessa con il corpo interamente tatuato e l'indole distruttiva e malinconica delle rock star. Si conoscono dietro un microfono, mentre cantano. Si danno un bacio dietro un cappello da sceriffo. Si sposano in un bar, con un finto prete che imita Elvis e con un tavolo da biliardo verde come altare. Improvvisamente, si trovano in tre. La loro è una bambina perfetta, ma non così tanto. Si ammala, il suo sangue diventa bianco, e loro si spezzano, insieme al cerchio che avevano costruito con cura, fedeltà, passione. Alabama Monroe è un dramma in musica che arriva nel profondo di te, cantando. Suggestivo, trascinante, struggente.  Nobili briganti, cuori zingari. Tutti possono farsi case. C'è tanta carne al fuoco, ma la pellicola – colma di brividi e di canzoni - sa generosamente far tesoro di ogni tassello. Dio è ovunque, anche se non sembra. La vita è ovunque, anche se la tragedia la offusca. Ci sono bambine che si trasformano in uccelli, uccelli che si trasformano in stelle, passeri che scambiano il vetro di una finestra per il cielo... e si schiantano. Voci cristalline, interpreti magistrali, un furioso e liberissimo montaggio alla 21 Grammi che ci mostra i protagonisti in ordine sparso – felici, tristi, giovani, vecchi, innamorati, feriti a morte, insieme, separati, con la speranza e senza. Johan Heldenbergh e Veerle Beatens sono la metà di un tutto: Alabama e Monroe. Alabama Monroe. Lui sembra un po' Josh Brolin, lei è sensuale ninfa e sensibile mamma. Due attori fantastici, che ci regalano una prova d'intensità mai vista. Non li conoscevo e, guardandoli, come mi era successo con La vita di Adele, ho pensato che quei due sconosciuti avessero sempre vissuto in quel film. Lì, nell'intercapedine oscuro tra due anime appassionate. Fanno a gara di sensi di colpa, si fanno scudo coi rimpianti, fanno l'amore e la doccia insieme, nudi. Io so che il biglietto del cinema, in questi giorni, viene tre euro appena. E so che questo è film che dovete necessariamente andare a vedere. Alabama Monroe: “il mio canto libero, sei tu.” Una ballad rara che fa ballare i piedi e sanguinare copiosamente i cuori, che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo ribelle, gitano, inadatto può costruirsi una famiglia. E un amore - tenero e violento - con cui marchiarsi la carne per l'eternità. Le opere da ricordare. La sequenza finale merita di entrare negli annales. (8,5)

Gimme Shelter: Dammi rifugio. Una semplice richiesta d'aiuto. Ho aperto la porta a questo film nel pomeriggio del primo maggio, io. Ho lasciato che entrasse, si ambientasse, si facesse conoscere. Io non amo avere ospiti, io non ho particolare empatia verso le persone che mi circondano, ma per Apple Bailey ho fatto un'eccezione, per una volta. Mi sono avvicinato al suo dramma sin dal trailer. Quello di una sedicenne realmente esistente che si allontana da una mamma violenta, da una vita di povertà e sregolatezza, in cerca di un posto nel mondo. Per lei, e per un bambino che deve ancora nascere. L'idea dell'aborto non le passa neanche per la mente: è egoista, ma sa che con quella nuova vita accanto non sarà mai più sola. Attende un miracolo nei nove mesi di una nuova nascita. Mi aspettavo un film indipendente, spoglio, sporco, ma Gimme Shelter è qualcosa di diverso, con pregi e difetti annessi. E' a stelle e strisce: americano nel dna. Si parla di speranza, redenzione, riscatto, fede e seconde possibilità, ma con toni che fanno, talora, breccia. A un inizio promettente, però, segue una seconda parte in cui la morale cristiana si fa ingombrante, didascalica e un po' buonista. Da sermone. Il cammino di questa ragazza perduta fa tappa per La ricerca della felicità e The Blind Side, infatti, e la porta in una casa di ragazze madri – quelle di Girl Interrupted, ma meno “fuori”, e con il pancione di Teen Mom -, che vanno in chiesa ogni domenica e vivono di poco. Speranza, soprattutto. Una svolta poco in linea con il resto, quasi inverisimile, ma eppure coerente. Il web racconta che questa è una storia vera e che le cose, per la reale Apple, sono andate così davvero. Buon per lei. Il perché del film sta proprio nella protagonista: un maschiaccio coi capelli corti, i piercing ovunque, cicatrici sul viso, un tatuaggio sul collo, vestiti larghi e neri. Ha gli occhi di un cane abbandonato che ringhia, ma cerca affetto: uno di quelli che, al primo rimprovero per averla fatta sul tappeto del salotto, inferociti, scappano via, nel traffico notturno. La sporcizia la avvolge come un esoscheletro: è esterna. Ha uno sguardo pulito e un animo malinconico. Il suo ostile mascherone è apparenza. Si capisce quando cerca di rubare una coperta a un barbone, quando si rifugia in un'auto lasciata aperta e lascia che le sue lacrime siano tutt'uno con la pioggia. E c'è Lana Del Rey che canta. Rivelazione del film, una Vanessa Hudgens rancorosa, brutta e sofferente, al centro di un'impressionante metamorfosi. Da applausi. Ha una grezza passionalità che le sfocia da dentro. Vederla imbruttita è strano; vederla perfettamente in parte lo è meno. Dice tutto anche senza parlare. Comunica con quel volto arrossato da marionetta rotta, come fanno poche. La star di High School Musical è cresciuta e, da qualche anno, sta scegliendo ruoli interessanti. Già nel trascurabile Il cacciatore di donne era sorprendente: aveva una maturità che la faceva duettare con attori di spicco senza abbassare lo sguardo. Qui, accanto a un discreto Brendan Fresar (che piacere rivederlo), c'è una Rosario Dawson a mille: denti e anima marci, lunghi pianti, scatti d'ira isterici. Gimme Shelter è comunque da vedere, anche soltanto per l'intensità della prima parte e per assistere al piccolo trionfo personale di un'attrice piena di potenzialità. (6,5)

Un omaggio alla vecchia commedia all'italiana. Un film impeccabile e pienamente convincente, sotto tutti i fronti. Una commistione personalissima di comicità e dramma, con una colonna sonora da balera che culla e il sole di una Puglia ignorante, sincera e splendida che ipnotizza. I film di Ozpetek dialogano continuamente. Chiacchierano di pettegolezzi e rivelazioni, di verità e bugie. Si scambiano ricordi e confidenze. Mine Vaganti ha verve, toni brillanti, figure sguaiate e caricaturali. Temi, toni e colori che celebrano Il Vizietto. Ma il regista ha interessi, passioni, esigenze che vanno ben oltre il semplice omaggio. Mine Vaganti è pieno di cose che piacciono ad Ozpetek. E' il film più suo. Agrodolce. I film di Ozpetek parlano sempre d'amore: di amori perduti e d'amori impossibili. Quelli che non si scordano, quelli di una vita intera. Come La finestra di fronte, il film parte da lontano. Con l'immagine incredibilmente suggestiva di una muta Carolina Crescentini che, in abito da sposa, fugge tra i gialli e i verdi, tra i sorrisi e i singhiozzi. Dove scappa? Via dal dovere, verso il proibito. Davanti a una scelta. Il Massimo Poggio della Finestra di fronte – sempre muto, sempre in fuga – faceva dolci: aveva le mani sporche di farina, lavorava in una bottega che odorava di pasta e pane. Ancora una volta, i dolci. Ancora la pasta. La famiglia del personaggio di Riccardo Scamarcio ha una fabbrica di pasta: è l'Italia. Riunioni intorno a un tavolo, brindisi a sorpresa, sapori e dissapori. La mina esplode lì, in una domenica che è sacra. Mine Vaganti è una barzelletta che si scopre realistica. Ridi, ti stupisci dell'apparente paradossalità di alcune situazioni, ma non smetti di pensare. Ha risvolti di una bellezza che non ti aspetti. Di quella bellezza che è bella perché si annida nelle piccole cose. Negli atti di fraternità, negli abbracci nascosti, tra le righe delle lettere. Le lettere. I film del regista sono pieni di lettere meravigliose. Come gli scrittori più bravi, lui ha uno stile che riconosci a colpo d'occhio. Una scrittura esemplare, nell'ambito di un cinema che è narrativa. I dialoghi sono infiniti, le voci fuori campo sono onnipresenti, la colonna sonora va da Mina all'estremo oriente. I personaggi sono anime in cerca di felicità. Vedete qualche altro film del regista, scopriteli tutti collegati tra loro. C'è qualcosa di spettrale, qualcosa di magico. Anche gli attori si ripetono: squadra vincente non si cambia. Nicole Grimaudo fa bene e male al cuore, Ilaria Occhini è monumentale, Alessandro Preziosi è meno detestabile del solito. Riccardo Scamarcio è un grande narratore e un attore italiano convincente come pochi. Sì, lui, che si è fatto criticare per anni e anni per il suo Tre metri sopra il cielo. Che era bravo l'ho capito da un po', ma recuperare questo Mine Vaganti me l'ha confermato in pieno. Recuperatelo anche voi. E' esilarante. E' autentico. E' italianissimo. Lo finisci di vedere e ti trovi al cospetto di una di quelle rarissime volte in cui affermi: Eccola, ho trovato la commedia perfetta. (8)
- Ma quant'è brutto. Uno dei film più atroci, strani e inutili di sempre. Cani di attori, battute patetiche, regia da sit-com. Alla macchina da presa, eppure, c'è il Mark Waters del cult Mean Girls. Perché, Mark? Perché. Sembra il pilot di un telefilm a basso costo che non vorrai seguire più. Vorrebbe farsi il simpatico, essere il Diario di una nerd superstar dei vampiri. In realtà, può ambire giusto a Pretty Little Liars. Ma è peggio, con i suoi effetti speciali fatti con Paint, gli orridi flashback, la protagonista bella, ma insipida. Che roba. I distributori italiani non sono poi così scemi... L'accademia delle cagate. (0/5)
- Ma sapete che a me è piaciuto, Pompei? E' il genere di film messo a punto per il 3D, e per essere massacato dalla critica. Divertente, fatto bene, lineare, storicamente attendibile quanto la Melevisione. Un protagonista che ha più addominali che espressioni; una Emily Browning bellissima; la tragica storia di un amore ostacolato che ha il suo solito fascino. Combattimenti che catturano, intreccio elementare, finale carico carico, colonna sonora riciclata qui e là. Un romantico, affascinante e spettacolare fritto bisto all'ombra del Vesuvio: il figlio bastardo, ma caruccio, di Titanic e Il Gladiatore. Paul W.S Anderson - dopo I tre moschettieri steampunk e Resident Evil vari - ritorna, e ci piace così. Svelto, leggero e un po' tamarro. (3/5)
- Pallido e opaco thriller giudiziario, ispirato a un controverso caso di cronaca nera.
Un caso nebuloso e irrisolto che fa di Devil's Knot un film nebuloso e irrisolto.
Ben fatto, ma frammentario, documentaristico, impersonale. Non osa percorrere né la strada della violenza, né quella della commozione. Assente la mano solitamente riconoscibile di quell'adorabile “malatone” che è Egoyan, la Whiterspoon e Firth sottotono. Lui spento, lei destinata a rari momenti di esplosione. Trascurabile. Leggete del misterioso omicidio di questi bambini su Wikipedia: non vi dirà niente di più, niente di meno. (2/5)
- Commedia lieve, garbata, realistica su un'insegnante che legge troppi libri e fa troppi sogni. Non pienamente riuscita, ma equilibrata e divertente. Una storia nella storia, una sceneggiatura nella sceneggiatura. Brava, come al solito, la Moore. Una zitella "inside" con in testa le voci normative della Austen e di Jane Eyre. Originale l'idea della fastidiosa voce over, simpatici i comprimari. Indipendente, carino, innocuo. (2,5/5)
-That awkward Moment: that awkward movie. New Girl diventa film, ma senza una Girl. Una commedia scialba, inutile, noiosetta e banale che non ha nemmeno il coraggio di essere volgare, per strappare qualche risata. Le cose più simpatiche le mostra già il trailer: tipo overdose di Viagra, sesso, gente che fa la pipì a cavallo del water. Poteva essere carino, invece no. Mentre la Hudgens svela la sua bravura in Gimme Shelter, qui il collega Efron mostra addominali e spicchi di chiappe. A ognuno il suo. (1,5/5)

venerdì 9 maggio 2014

BLOG TOUR - Reborn, di Miriam Mastrovito: La recensione

Buongiorno a tutti, amici! Questa settimana, sì che sono orgoglioso di me: vi ho riempito di post, e si tratta – in tutti i casi – di recensioni. Quella che vi propongo oggi, in realtà, è diversa dalle altre. Perché il libro in questione è di un'amica blogger e perché è la tappa di un Blog Tour iniziato, ormai, da qualche tempo. Qui, orientandovi con un comodo calendario, potrete scoprire o recuperare le precedenti tappe: sarà la stessa Miriam – mente dei blog Il flauto di Pan e Leggere è magia – a parlarvi della gestazione del romanzo, della sua colonna sonora, dei miti e delle ispirazioni che sono alla base di tutto. Vi consiglio vivamente di farvi un giro sui blog indicati, dunque, e di partecipare al giveaway finale. Io ringrazio Miriam per la gentilezza e l'immensa disponibilità, la abbraccio e vi abbraccio. Aspetto i vostri commenti. Buon weekend a voi, buono studio a me: primo esame del secondo semestre prenotato. Che guaio! Perdonate la fretta, ma scappo. A presto, M.
Gli occhi delle bambole ti guardano. Amore, odio, dolore, compassione; riflettono quello che hai dentro o ti riempiono di emozioni nuove. Gli occhi delle bambole ti guardano e, a volte, sembrano scusarsi per non essere abbastanza vivi.

Titolo: Reborn
Autrice: Miriam Mastrovito
Editore: youcanprint
Prezzo: Ebook € 2,99 Cartaceo: € 16,00
Numero di pagine: 290
Sinossi: Una bambina venuta dal passato. Una madre in lutto. Un folle eroe romantico. Un cocchiere dall’occhio di vetro. Una storia d’Amore e Morte che vi condurrà al confine tra i mondi.
                                                 La recensione
Conosco Miriam Mastrovito da quando Diario di una dipendenza esiste, ma la seguo da prima. La leggo da anni. Sempre come blogger, mai come autrice, però. L'ho vista alle prese con i generi più diversi. Parlare di romanzi d'esordio, di horror e young adult, di fantasy ed erotici. E' una delle poche addette ai lavori, credo, capace di masticare di tutto. Senza pregiudizi, con una grande capacità d'analisi. Quando mi ha contattato per un'opinione su Reborn è stata la prima volta che l'ho sentita parlare di una storia che fosse sua. Con già diverse pubblicazioni alle spalle, si metteva di nuovo in gioco. Questa volta, un po' più delle altre. Dopo collaborazioni varie, sperimentava il Self Publishing, per far conoscere le tetre vicende di una bambina tornata dal passato, di una madre a metà, di un romantico beccamorto. Il mio sì alla proposta di ospitare una tappa del Blog Tour è stato immediato. Dico sempre che è arduo giudicare il lavoro di persone che conosci, ma più arduo è resistere a una storia che ti chiama. A una tentazione. Quando, dopo una manciata di giorni, sono arrivato all'ultima pagina del suo romanzo, la prima cosa che ho fatto è stata aprire il portatile e mandarle una lunga e prolissa email delle mie. Le scrivevo questo: “Ciao, Miriam! Eccomi qui, come promesso. Ho chiuso Reborn cinque minuti fa e ti scrivo. E' ancora presto per mettere in ordine i pensieri e lavorare a una recensione come si deve, ma ti do le mie impressioni a caldo. E ti do quell'onestà che, non ho dubbio alcuno, aperta alle critiche come sei, ti farà piacere ricevere. La domanda: mi è piaciuto? Sì, in generale mi è piaciuto, il tuo Reborn. Io amo il genere e mi ha ricordato, per un motivo o per un altro, una serie di pellicole o romanzi che ho particolarmente amato. Mi ha ricordato il cinema horror spagnolo. Sai che io vivo di film, quindi mi basta un dettaglio per farmi pensare ad altro. Mi viene naturale, e magari si tratta di film che tu non hai nemmeno mai visto: La madre, The Orphanage, La spina del diavoloNameless. In comune, questi titoli, hanno il tema della maternità; protagonisti assoluti, bambini tristi e coraggiosi non sempre destinati a un finale lieto.” Le dicevo che avevo apprezzate alcune cose, altre meno. Quelle che meno avevo preferito, in realtà, non le avevo messe a fuoco come avrei sperato. L'input racconta un incubo domestico che strega: una giovane donna alle prese con un incidente avvolto nel buio e con due tombe a cui fare visita. Suo marito e la sua amata bimba, Martina, non ci sono più. Elga vive in una casa piena delle bambole che costruisce, ma ha pochi clienti – in paese – e nessuna figlia a cui regalarle. Prepara torte che nessuno mangerà, le riempie di candeline che nessuno spegnerà, per un ultimo compleanno ancora da compiersi. Finché, nelle notti della mite Gioia Del Colle, accade qualcosa di bizzarro. E inquietante. Alla torta al cioccolato manca un pezzo, le candeline sono state spente, quella casa spaventosamente vuota si riempie di risate cristalline. Elga va a dormire con il ricordo di una figlia nella tomba, ma – il mattino successivo – si sveglia, e una figlia ce l'ha ancora. Una bambina che, urla e giura, non è la sua, ma che tutti riconoscono come tale. Di Martina sono scomparse le foto, i disegni, i ricordi nella mente di coloro che ha incontrato. Ma una mamma non dimentica... Come può? Come la Coraline di Neil Gaiman, Elga si trova a vivere in una dimensione distorta, che ha l'ombra dei suoi desideri inconsci. I genitori di Coraline avevano bottoni per occhi, la piccola Rea – che odora di terra bagnata, che sembra sbucata dagli anni '60, che ha paura dell'orco che l'ha messa al mondo – ha il viso di una bambola di porcellana. 
Occhi espressivi, che a volte diventano di vetro, aperti sui segreti di altre vite. Quelli non erano i genitori di Coraline, questa non è la figlia di Elga. Il macabro snodo iniziale, successivamente, si tinge di porpora. Si passa, infatti, alla rievocazione di un amore lontano, a memorie passate, che dal noir fanno virare il romanzo verso un fantasy intriso di romanticismo, dove chi ha amato veramente ricorda e dove inconsapevoli anime gemelle possono riunirsi. In quei momenti – come ho rivelato alla stessa Miriam – ho pensato ai temi di Grande amoreFallen, Dark HeavenReborn, tuttavia, non ha come nucleo una storia d'amore: non parla di angeli e demoni, non parla di baci sdolcinati dati al liceo. La storia guarda al rock duro, spietato, cattivo, ma in realtà ha uno stile piacevolissimo: puro, delicato, cristallino, fresco. L'autrice ha la sensibilità di chi è mamma, nella vita, e si vede. Si sente, inoltre, l'influenza della medesima teoria che aveva ispirato Leonardo Patrignani e il suo notissimo Multiversum, nei discorsi sul caos, sulla casualità, sull'equilibrio di un mondo senza Dio. Come in musica, però, è pur vero che le idee fluiscono in uno stesso fiume. Le note musicali sono sette e gli accordi, talora, possono somigliarsi. Non c'ho dato peso, sinceramente. Perché i protagonisti – simili, eppure diversi da tutti gli altri – mi sono subito stati a cuore e perché, mentre Patrignani guardava alla dea scienza, la Mastrovito adotta un approccio più focoso, lampante. Pagano. Il rapporto tra Rea e Elga è pieno di intimità, Iuri ha un animo da eroe d'altri tempi e il cocchiere Ogma – così ambiguo e ipnotico – ha il carisma dei vecchi villains della Disney. Mi riferisco ad Ade, a Scar, ma soprattutto al Papa Legba dei culti vodoo. Con il cappello a cilindro, l'occhio di vetro e le fattezze androgine, sembra uscito da una leggenda della splendida New Orleans. Ecco un altro punto: vedere i personaggi di Reborn muoversi nelle paludi della Louisiana sarebbe stato naturalissimo, invece Miriam inscena il tutto nella sua città. Scelta ottima, una ventata d'aria nuova! La Puglia di Elga è lontana da quella di Ozpetek e delle sue Mine Vaganti. E' piovosa, stretta, superstiziosa. Ha le limitatezze e la segreta bontà di tutti i paesini del Sud, e io li conosco bene: ne provengo da uno anch'io. 
L'umidità persistente dei paesi, i vicoli, le case vecchie coi loro vecchi abitanti, il piccolo comune che conta – ormai – più morti che vivi. A Gioia, però, manca il fascino. Mancano i mostri e i lati marci. Ho ritrovato tanto della vita dei miei nonni nelle chiacchiere e negli appuntamenti al cimitero, nelle descrizioni di una religiosità soffocante e bigotta, ma avrei voluto sentire la città più viva e presente. Come un ennesimo personaggio sceso in campo. Come la Echo del recente e discreto Quando il diavolo mi ha preso per mano. Adorabile, invece, la coloritura dialettale che, spesso, i discorsi acquisiscono: Santino “il matto” e il suo italiano stentato, le parole di bimba di Rea, le litanie di una nonna con il rosario alla mano e con un pappagallo più aperto alle preghiere di una figlia orgogliosa e disubbidiente. I desideri sono cuciti su misura, ogni persona ne ha di diversi, e, personalmente, avrei voluto assaporare il gusto della leggenda, della fiaba nera. La scrittura di Miriam è lineare, sa dire tanto dei suoi personaggi, ma manca un po' di convinzione. Di un ruggito. Lato negativo, questo, ma positivo al tempo stesso: verso la fine, ho scoperto in Reborn un intreccio densissimo, in cui le tematiche sono tante e la carne al fuoco è tanta. Troppa? La reincarnazione, il rapporto genitori-figli, l'ateismo, il lutto, l'omosessualità. Una cosa è, tuttavia, palese. Miriam ha tante passioni, Miriam legge tanto: e, come dice Stephen King, leggere è il primo trucco per saper scrivere. L'abilità dell'autrice l'avevo capita una vita fa, dai suoi soli post. Ho visto, nel suo romanzo, spunti vari, e questo è bello. C'è un certo gusto per l'orrido, qualche scena onirica particolarmente riuscita, perfino un'elegante sensualità di fondo. Uno connubio di elementi classici, con uno stile che si amalgama, all'occorrenza, ai contenuti. Ha tanti dialoghi, ma una narratrice timida, mai ingombrante, discreta, dal tocco spiccatamente femminile. Miriam adotta la terza persona, ma è la voce di questa mamma “al limite” che prevale, generalmente. La voce della ragione. A volte, invece, in discorsi e supposizioni sul Dio Caos, ad esempio, sembra non prevalare nessun punto di vista in particolare, e Reborn pare perdere la sua personale dea: una narratrice che sia autentica. L'ultimo lavoro della Mastrovito, dunque, è un buon racconto, ma che avrebbe potuto far di più. Fare della nostra Puglia, magari, il setting degno di un Southern Gothic americano. Purtroppo, ci sono state cose che non mi hanno entusiasmato, e non l'ho nascosto all'autrice. Avevo finito quella famosa e lunga email con un consiglio, per le storie future: una maggiore cura nella costruzione delle ambientazioni e la ricerca di uno sguardo più soprendente. Da inguaribile amante della narrazione in prima persona e dei narratori insoliti, le avevo suggerito di affidare tutto a quel piccolo Dio beffardo, romantico e subdolo dal cappello a cilindro. Concludevo dicendo che, nella voce, aveva ed ha a disposizione tanti toni diversi. Veramente. E che mi dispiaceva nel profondo per lo sproloquio infinito e per le sporadiche critiche. Mi faceva strano. La sua risposta è arrivata venti minuti dopo, puntualissima: “Personalmente contavo sulla tua sincerità e l'ho apprezzata tantissimo, proprio per questo, oltre che ottimo recensore, penso di poterti considerare un amico. I complimenti fanno piacere indubbiamente ma le critiche motivate e i suggerimenti aiutano a migliorarsi per cui li accolgo a braccia aperte.” Sono giorni come questi – e parole come queste – che mi fanno capire perché adoro quello che faccio. Grazie, Miriam.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Cascade – Siouxsie And The Banshees

giovedì 8 maggio 2014

Recensione: Per dieci minuti, di Chiara Gamberale

Lo sapevo. Sapevo che vi avrei parlato presto di un altro romanzo di Chiara Gamberale. Ma non immaginavo che fosse tanto presto! In realtà, dopo Quattro etti d'amore, ne ho letti uno e mezzo. Per dieci minuti e il racconto L'amore quando c'era, di cui spero di parlarvi a breve, in un post cortissimo. Ad ogni storia, ho scoperto che mi piace, sempre di più. Con uno stile che sa rinnovarsi, con tematiche che sono belle perché sono sentite e sempre simili. Abbracciandovi, vi do appuntamento a domani: ospiterò la tappa del Blog Tour di un'amica! Ps. Se ho commesso qualche "errore di calcolo", ditemi pure! E, tra parentesi, voglio dirvi che gli estratti non sono stati riportati per intero, giusto per motivi di spazio/praticità.
Leggiamo per noia, per curiosità, per scappare dalla vita che facciamo, per guardarla in faccia, per sapere, per dimenticare, per addomesticare i mostri fra la testa e il cuore, per liberarli. Non ci somigliamo per niente anche se teniamo in mano, amiamo, detestiamo, e se per Natale regaleremo a chi ci è più caro, lo stesso libro (...) Uguali a noi stessi, con la speranza di affidare a un'altra storia la nostra. Per perderla, per ritrovarla. Per rimediare, in qualche modo, all'esistenza.

Titolo: Per dieci minuti
Autrice: Chiara Gamberale
Editore: Feltrinelli
Numero di pagine: 187
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Dieci minuti al giorno. Tutti i giorni. Per un mese. Dieci minuti per fare una cosa nuova, mai fatta prima. Dieci minuti fuori dai soliti schemi. Per smettere di avere paura. E tornare a vivere. Tutto quello con cui Chiara era abituata a identificare la sua vita non esiste più. Perché, a volte, capita. Capita che il tuo compagno di sempre ti abbandoni. Che tu debba lasciare la casa in cui sei cresciuto. Che il tuo lavoro venga affidato a un altro. Che cosa si fa, allora? Rudolf Steiner non ha dubbi: si gioca. Chiara non ha niente da perdere, e ci prova. Per un mese intero, ogni giorno, per almeno dieci minuti, decide di fare una cosa nuova, mai fatta prima. Lei che è incapace anche solo di avvicinarsi ai fornelli, cucina dei pancake, cammina di spalle per la città, balla l'hip-hop, ascolta i problemi di sua madre, consegna il cellulare a uno sconosciuto. Di dieci minuti in dieci minuti, arriva così ad accogliere realtà che non avrebbe mai immaginato e che la porteranno a scelte sorprendenti. Da cui ricominciare.
                                                 La recensione
Sessanta: i minuti in un'ora. Millequattrocentoquaranta: i minuti in una giornata. Moltiplicandoli per trentuno, ecco i minuti in un mese, se la matematica – come si dice - non è un'opinione. Molti. Tanti. Abbastanza. Be', quello è sicuro. Dieci minuti sono un momento, un abbaglio, un niente. Li spendiamo al bagno, in fila alla posta, per raggiungere a piedi il supermercato, aspettando sotto una pensilina in plexiglass che passi una circolare puntualmente in ritardo. Rubiamoli. Sottraiamoli alla schiuma da barba e al filo interdentale, alle bollette da pagare, alle buste della spesa, agli autobus urbani. Rubiamoli, e regaliamoli a noi stessi. Volersi bene è un attimo. Volersi bene è Per dieci minuti. Ho lasciato Chiara Gamberale alla cassa di un mini-market solo sabato. Tra noi, un weekend e basta. Ho iniziato a leggere l'ultimo dei suoi romanzi arrivati in libreria di lunedì mattina, di sfuggita, sul pullman. Non avevo intenzione di prenderlo troppo sul serio. Forse, l'avrei intervallato con qualcos'altro. A bordo del pullman ho letto il suo diario di bordo. O almeno ho cominciato. L'avventura di un mese. Le annotazioni giorno per giorno su un piccolo esperimento, sulle novità, sugli amori e i disamori, sui tesori che dieci minuti, seicento seconti, un sesto di ora possono portare alla nostra porta. E niente. Ho scoperto che la Gamberale, con poco, sa farmi star bene. Rieccola. Questa volta senza carrelli, nomi fittizi, false identità. Semplicemente Chiara. Per dieci minuti è un autobiografia che non è la sua. Cosa strana. La Chiara del romanzo fa la scrittrice, ha vissuto a lungo a una melanzana e a una zucchina di distanza dai suoi genitori, ha amato per metà della sua vita un ragazzo conosciuto all'ultimo anno di liceo. Quando lui aveva gli occhi gialli di un gatto, lei le codine di un'adolescente bambina. Hanno fatto un errore insieme: crescere insieme. Il trentaseiesimo Natale di Chiara si prospetta solitario e nostalgico, all'insegna delle tradizioni e dei ricordi - lei, poi, che odia entrambe le cose. Suo Marito è andato a Dublino per lavoro; poi l'ha chiamata, per avvisare gentilmente che sarebbe rimasto lì, con un'irlandese che ama i pancakes e le tenerezze; poi l'ha chiamata ancora, ma per dire, questa volta, che sarebbe tornato. Da lei? Per sempre? Il Suo Capo l'ha licenziata; la rubrica che curava per una rivista le è stata portata via, e dalla vincitrice morale del Grande Fratello. Il Suo Romanzo – che parla di due donne diversissime che, al supermercato, si sbirciano la spesa: vi dice qualcosa? - non procede come dovrebbe procedere. La Sua Vita, come il Suo Cuore: in cocci dolorosi. Chiara è una giovane donna che fa abuso di pronomi possessivi, che ha pregiudizi infondati, che non vede ciò che le sta intorno. Come quella Roma, nella quale si è trasferita quando l'amore c'era, che non le piace, perché no. Indifferente, vuota, cinica, piena di piccioni, turisti, occasioni sprecate e marziani in incognito. Ho letto la sua storia nel parco che sta dietro l'università. Si parla di prime volte e, per la prima volta, ci sono andato. Mi spostavo, da una panchina all'altra, come si spostava il sole. Dieci minuti lì, dieci minuti qui. Un cane mi ha leccato le mani, una coccinella mi si è poggiata sugli occhiali, una pioggia di polline mi ha bagnato i capelli. Bella la primavera, bella quell'oasi tutta verde, bello perfino il primo giorno della settimana. Quell'idea dei dieci minuti, anche vissuta dall'esterno, era il rimedio per i miei lunedì. Parlando di cose mai fatte, ho letto il romanzo in ebook. E sul mio cellulare. Ho passato il pomeriggio su una panchina, con il cellulare in mano, a sorridere a tutti e a nessuno. Magari, quel gesto mi dava anche un'aria... misteriosa? 
La gente passava, vedeva quel ragazzo in tuta seduto su una panchina verde, e sempre magari si domandava il perché di quel cellulare appiccicato al naso, il perché di quel vago sorriso. Per chi erano i miei messaggi, per chi erano i miei occhi fissi e attenti. Battevo sui tasti, in realtà, per memorizzare i passaggi più belli tra le bozze. Parlavo con una persona mai vista, ma che stava simpatica a pelle: se l'avessi conosciuta, sarebbe stata tra le mie persone preferite. Speciale, ti fa sentire. Uno degli ottantanove invitati alla sua festa di Natale. Una persona migliore a tal punto da poterle insegnare qualcosa di buono, mentre lei insegna qualcosa di buono a te, tra smalti dai colori sgargianti, chiacchiere con mamma, pannolini sporchi, lauree di sconosciuti, visite sperimentali sul sopravvalutato YouPorn e sul magico ButtaLaPasta.it. Chiara, anche se ci sono già stato, alla prossima festa che fai, mi c'inviti, per davvero? Per una nuotata tra personaggi troppo strani per essere solo fantasia. Per un bagno di sole. La prosa si fa più semplice e diretta di quella di Quattro etti d'amore, grazie – bello, anche con le sue nevrosi, i suoi strilli, i suoi dubbi assilanti. Resta la voglia di raccontare, ma soprattutto di raccontarsi, e di allestire una piccola Cappella Sistina di creature fluttuanti, fatate, ironiche, esilaranti con realismo. Da quando la mia vita è vuota, non mi ero accorta che fosse così piena, scrive Chiara, facendo un salto dal suo palazzone di timidezza e pacata indifferenza situato nei pressi dell'inospitale Egoland. 
Nel suo salotto, ha l'arca di Noè: un amico con le pailettes nella voce, che nasconde boa di piume sotto i completi da bancario e che pronuncia tutto, ma proprio tutto, al femminile (La Tua Marita, Le Pancakes, Gianpietro che diventa Zia Piera...); il violinista degli Afterhours il cui motto solenne, nato da una triste constatazione, è “Nel frigo di Chiara c'è solo la luce”; il cinese dietro l'angolo, l'estetista, gli innumerevoli ospiti della sua vecchia rubrica, le piccole scrittrici in erba conosciute durante le presentazioni nei liceai, i coinquilini di gioventù; e poi c'è Ato. Un italiano stentato, la pelle diversa, una famiglia al di là del mare, della guerra, della povertà. Un figlio mancato, nato già diciottenne, dipendente da Harry Potter e The Vampire Diaries, con cui seguire lezioni di hip-hop e lasciare andare lanterne voltanti come in Rapunzel, il cartone che entrambi preferiscono. L'aiuto Babbo Natale di Chiara, in un ventiquattro dicembre passato con il berretto rosso e la barba finta, in una metropoli che si scopriva più accogliente e calorosa ad ogni scampanellio, ad ogni risata, ad ogni Jingle Bells - con Gianpietro che faceva la diva, Ato che si nascondeva e Chiara che sperimentava. Di quella follia restano le parole in questo libro e un'autentica foto in bianco e nero, riportata tra le pagine. Perché è accaduto davvero. Per dieci minuti è una commedia brillante per i romantici cronici: quelli che hanno una lunga storia d'amore con la loro vita e la loro felicità. Ma è anche il diario di una professione, di un impegno, di una passione. Ci sono le idiosincrasie del lettore medio, infatti, che, ogni tanto, fanno capolino e, dagli angoli di una libreria da cui la protagonista spia i loro acquisti, parlano in libertà. Una radicale sferzata al nostro sorriso. La rotazione di quella parentesi che, da triste a allegra, fa luccicare quei due punti fermi come fossero occhi d'uomo. Lasciamo entrare il sole. "E allora mi dico che, se nel mondo ci sono persone che suonano il violino, cambiano i pannolini, girano video porno amatoriali, insegnano hip-hop, seminano e leggono Harry Potter, fra sette miliardi ce ne sarà almeno una che stava aspettando proprio me, nei dieci minuti in cui io la incontrerò."
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lea Michele - Cannonball