mercoledì 13 novembre 2013

Mr Ciak #22: Questione di tempo, Separati Innamorati, Carnage

Ciao a tutti, amici miei. Oggi, anche se a distanza di pochi post rispetto all'appuntamento precedente con la rubrica, torno ad essere Mr Ciak e a parlarvi di tre film che meritano moltissimo. Quindi, non perdeteli. Tre film sui sentimenti – e sui sentimenti più disparati – che vantano cast fantastici, grandi registi e piccoli colpi di genio. Per una volta, potete – rullo di tamburi! - trovarli tutti in italiano. Questioni di tempo è al cinema dalla settimana scorsa e, mi raccomando, non perdetelo: altrimenti si vede che non ci meritiamo Checco Zalone, mah! Separati Innamorati, invece, è passato parecchie volte su Sky, mentre l'ultimo – Carnage – non è propriamente una novità e anche sui canali del Digitale Terrestre, precisamente su Iris, l'hanno dato più volte. Io vi abbraccio tutti e vi do appuntamento ai prossimi giorni, con la recensione di Il richiamo del cuculo. Lo sto leggendo lentamente, con la speranza di godermelo come si deve. A presto, M.

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, come molti lettori ormai sapranno, è praticamente il mio libro preferito. Il mio libro preferito in assoluto. Molti, quando mi domandano di cosa parli, si sentono rifilare una risposta ambigua, ma che, secondo me, rispecchia perfettamente il meraviglioso esordio della Niffenegger: quel romanzo, infatti, è l'amore vero. Punto. E io, romantico in incognito, amo l'amore. E amo i viaggi nel tempo. E' per questo che so che avrei amato dal primo istante About Time – Questione di tempo. Finalmente l'ho visto e, come da programma, l'ho adorato senza riserve. Sarà che a me questi film fanno sempre un certo effetto, bho. Anche Click – con quello scemotto di Adam Sandler, infatti – mi aveva emozionato non poco. Questa delicata e brillante commedia britannica vive, respira, ride. Pulsa di ricordi, emozioni, gioie, dolori e momenti irripetibili. Ha un cuore che pulsa e che batte, in cui scorre, senza freno, vita pura. E poi fa ridere, ma tanto: adorabile, adorabilissimo, adorabilerrimo. Mi verrebbe voglia di fare un salto a ieri sera e di rivederlo tutto da capo, come se fosse la prima volta; il primo colpo di fulmine. Coglierei tanti dettagli, appunterei tante piccole perle, mi godrei meglio ogni momento. Guarderei il protagonista e, con un moto di riconoscenza, affetto e stima verso l'ex Bill Weasley, direi: Ah, però. Guarda. Sono più bello io, quasi quasi! Domhnall Gleeson, oltre ad avere un nome di battesimo impronunciabile, non è bellissimo, vero. Alto, dinoccolato, magro come un chiodo. Ma è convincente, bravissimo, fresco come un verde filo d'erba appena raccolto. Nuovo, genuino, buono. Similissimo a me, con il suo fare sbadato e insicuro che lo rende maestro di brutte figure; imperfetto, con quelle mani che non sa mai dove mettere e quelle parole che, pur essendo un avvocato dilettante, non sa dosare, e nemmeno un po'. Mi lamenterei della presenza di Rachel McAdams e dei suoi ruoli sempre uguali – vedi La memoria del cuore e The Notebook, Un amore all'improvviso e questo - ma vederla accendersi come per magia e illuminare il buio mi ammutolirebbe all'istante: per questi ruoli è perfetta. Sarà merito del suo sorriso bellissimo: uno dei più incantevoli di tutta Hollywood... uno dei più dolci del mondo. Mi perderei sulle note della delicata How Long Will I love you dell'angelica Ellie Goulding e mi stupirei nuovamente davanti all'ingresso trionfale di una sposa in rosso, con Il mondo di Jimmy Fontana come marcia nuziale e una pioggia da antico testamento a far volare addobbi, fiori, vestiti; addirittura invitati. Mi godrei la regia aggraziata, matura e impeccabile del grandissimo Richard Curtis, papà di Mr Bean e di gemme quali Love Actually e Nothing Hill. Il tutto sullo sfondo di un'Inghilterra grigia, piovosa, ma di uno splendore raro e abbagliante. Questione di tempo si avvale di una struttura che gioca con le ripetizioni, che fa stringere i denti, inumidire gli occhi, vibrare le corde giuste. Parte come una commedia brillante e originale e, nella seconda parte, vira verso il film sentimentale, ma con una naturalezza che lascia storditi, meravigliati. Senza fiato. Le cose capitano e basta. Il destino non si cambia: la persona giusta s'incontra, i veri amici restano, i genitori vanno via, noi cresciamo anche se fuggiamo dalla maturità e dal dolore a gambe levate. Bisogna vivere dell'oggi e del domani, mai diventare schiavi di ciò che faceva parte del nostro ieri. Mi ha ricordato un po' One Day: stesso invito al carpe diem, stesso romanticismo fatto di mille parole di troppo e di pochi gesti, stesso immancabile umorismo british, stesse segrete verità. Basta un armadio per viaggiare nel tempo. Basta un film per portarci lontanissimi dal pianeta terra. Niente effetti speciali, niente magie: i miracoli della vita, i miracoli dell'amore. I miracoli del buon cinema. 

Questo non è il solito film da cinema. E questo film, almeno da noi, al cinema non ci è mai arrivato. Non so quanta gente avrebbe richiamato in sala e non so la modesta posizione in cui si sarebbe piazzato al botteghino. Perché, se il titolo italiano promette una simpatica commedia romantica all'americana, Jesse & Celeste Forever, in realtà, è tutt'altro: un film sull'amore che non diventa un film d'amore. Tutto qui. Se non sbaglio, in Italia, il film dev'essere passato – per la prima volta – su Sky, con il titolo Separati Innamorati, nel tentativo disperato di destare l'attenzione di un po' di pubblico: gli attori non erano tra i più noti o amati del mondo e, soprattutto, gli sceneggiatori avevano messo a punto una trama che portava ad essere il loro film una strana creatura inclassificabile. C'erano la storia di Ti odio, ti lascio, ti..., ma l'amarezza struggente di Blue Valentine. C'erano i sorrisi, ma la dura verità che faceva puntualmente capolino giusto dietro l'angolo. C'era una trama che si sarebbe fatta o amare o odiare, senza mezzi termini. Ho scritto che questo non è un film da cinema, perché nessuno andrebbe a vederlo con gli amici o, tantomeno, con la fidanzata di turno. Non si ride, non si piange, ma si pensa. E per la riflessione, vi dico la verità, il salotto di casa nostra mi sembra pensatoio più adatto di una sala strapiena. E' il silenzio che serve, in giuste e dosate proporzioni. So che state pensando: Ma gli italiani s'impegnano per trovare titoli tanto brutti?! Separati Innamorati suona stupido, discordante, paradossale. Ma Jesse e Celeste sono esattamente così, per me: stupidi, discordanti e paradossali allo stesso modo. Si divertono come vecchi amici, si stuzzicano, cantano a squarciagola in macchina con complicità e armonia, vivono più o meno nella stessa casa, si salutano ogni mattina e ogni sera con un sonoro Ti Amo. La coppia perfetta, e invece no! I nostri protagonisti non stanno più insieme da un bel po'. Si sono conosciuti all'università, si sono sposati e, con un solo balzo, hanno saltato la temuta crisi del settimo anno: non ci sono mai arrivati. Si sono separati prima e adesso, come se nulla fosse successo, con le carte del divorzio ancora da firmare ufficialmente, sembrano vivere un secondo, platonico innamoramento. Sembrano amarsi più di prima, senza più il matrimonio – tomba dell'amore? - ad unirli. Loro sono felici e per nulla confusi da quella strana situazione, ma non tutti capiscono il gioco infantile a cui stanno giocando senza stancarsi mai. I loro amici di sempre, a un passo dal commettere il loro stesso errore (sposarsi!), li invitano a cominciare a vivere nuove vite, a incontrare nuova gente. Jesse e Celeste si promettono che non ci saranno gelosie, rimpianti, scenate patetiche; si promettono che rimarranno amici. Fino a quando uno dei due si scoprirà felice accanto a un'altra persona e l'altro, colui che rimane, cercherà in tutti i modi di trovare, a sua volta, la stessa felicità perduta: in una sorta di stupida gara da bambini già persa in partenza. Separati innamorati è una commedia indipendente atipica, onesta, realistica e agrodolce. Una commedia americana spogliata di ciò che tanto piace alla gente: un lieto fine, uno svolgimento ovvio, un amore riconquistato a suon di grandi ed eclatanti gesti, romanticismo. E' la vita – quella vera – non contemplata dalle sceneggiature odierne. Tutto è retto da lunghi dialoghi e, anche senza l'ausilio di flashback banali e fumosi, gli attori sono tanto bravi da lasciar percepire cos'era di quella coppia prima dell'avvento imprevisto e drammatico del “disinnamoramento”. Tutto è molto ordinario e tutto è molto originale, come la scelta di non affidarsi ad attori apparentemente nati per quei ruoli: Rashida Jones e Andy Samberg non sono i bellissimi Zooey Deschanel e Joseph Gordon-Levitt, no, eppure sono perfetti così, nella loro imperfezione. Sorprendenti. Perché lui, con quella faccia da scemo che mi fa sempre ridere in Brooklyn Nine-Nine, sa essere sorprendentemente intenso, dolce, sensibile, serio. Perché lei, vista accanto allo stesso Samberg in I love you, Man, sa essere spietata, inerme, allegra, triste, umana. Significative le preziose comparse di Elijah Wood e Emma Roberts, due strane figure che orbitano, con la loro allegria e le loro debolezze, attorno ai frantumi del cuore di Celeste: lui, nei panni di un frivolo e volgarotto amico gay; lei, una delle attrici più convincenti e complete della sua generazione, nei panni, invece, di una pop-star preoccupantemente simile a Kesha. Per ricordare che l'amore è anche altro, e non una sdolcinata commedia di Garry Marshall. Per ricordare che l'amore – alla fine – è anche questo casino qui...

Brutta bestia, i critici cinematografici. Tra me e loro, solitamente, c'è un tacito patto: siamo d'accordo, infatti, sul fatto che non andremo mai d'accordo. Mai, o quasi. Più esaltano un film, più stento a farmelo piacere. Più tessono le lodi smaccate di un regista, più tendo a trovare ostici e oscuri i film di questi cineasti tanto amati universalmente. Ma, mentre Kubrick è un mistero che ancora non capisco come risolvere e la Coppola è – per me – ancora la regina incontrastata di pellicole pretenziose e sopravvalutate, il rapporto con un altro mostro sacro del cinema, Roman Polanski, ha conosciuto i suoi momenti decisamente positivi. Carnage è uno di questi momenti positivi; un film che mi è piaciuto, sì. La staticità mi snerva, la monotonia logora ogni mia resistenza e – con chissà quali pregiudizi – ormai due anni fa, nel 2011, non misi in cima ai film da vedere l'ultimo lavoro del regista di Il pianista, La nona porta, Rosemary's Baby. Non c'era niente che mi attirasse. Non quattro attori grandissimi rinchiusi tra le quattro mura di un appartamento piccolissimo. E poi, vista la mia tipica sfiga, avevo scommesso che il film sarebbe durato la bellezza di tre, quattro ore. In due anni sono cambiate tante cose, e sono cambiato un po' anch'io. Dopo averlo nominato in una lezione di Storia del cinema e su consiglio della mia fidata amica Silvia, mi sono seduto in poltrona – una domenica sera – e mi sono dedicato alla visione di questo film. Un film piccolo, che – con mia grande gioia e sorpresa – durava appena un'ora e sedici. Un film d'autore. Tralasciando la prima e l'ultima scena, ambientate nel verde di un parco newyorkese, tutto il resto si svolge tra il salotto e la cucina, il bagno e l'ingresso di un appartamento arredato con classe e gusto. Due coppie di genitori hanno deciso d'incontrarsi lì, davanti un caffé e un pezzo di torta, per parlare dei loro figli turbolenti: uno di loro, infatti, ha spaccato una mazza di legno sul viso dell'altro, rompendogli labbro e denti. Che disdetta! Cose che capitano, tra bambini svegli! Per fortuna, tra persone civili, tutto si può risolvere, con un richiamo o un semplice ammonimento. Tra persone civili, però... Dietro i loro sorrisi bianchi, i loro vestiti cuciti alla perfezione, il loro fare lezioso, quei quattro adulti per bene sono pronti a far esplodere in mille pezzi le loro maschere fasulle. Sono, in realtà, belve in incognito. Polanski porta sul grande schermo Il dio del massacro, una commedia della scrittrice Yasmina Reza, e lo fa mescolando orrore, ironia, inquietante realismo. Il suo film è una bomba ad orologeria, i cui disastrosi e stranamente comici effetti sono praticamente assicurati. Fa uno strano effetto, regala sensazioni completamente contrastanti: fa ridere, fa pensare, lascia attoniti, spesso. In questo gioco di vizi privati e pubbliche virtù, in questa foto della moralità e dell'immoralità borghese, si lasciano guardare ad occhi sbarrati quattro attori meravigliosi. Credibili ed incredibili, convincenti e sconvolgenti: Jody Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly. Tutti li conosciamo, tutti li associamo sempre ai ruoli che li hanno resi grandi. Eppure la Winslet non è più l'angelica fanciulla di Titanic; la Foster – la più grande del cast, per me – non è la coraggiosa psicologa di Hannibal Lecter; Waltz non è il soldato cattivo di Bastardi senza gloria o Reilly il fedele e sciocco Amos del musical Chicago. Sono quattro pazzi furiosi, senza freni e senza grazia. Quasi senza copione. Mitici loro, incredibilmente affascinanti le alleanze e le gelosie che – in poco tempo – si creano tra le coppie. Carnage è una commedia teatrale, tesa, nerissima, grottesca eppure realistica. Un horror in abiti borghesi con prove attoriali da Oscar.

giovedì 7 novembre 2013

Recensione: Tutta questa vita, di Raffaella Romagnolo

Ciao a tutti, amici miei! Un'altra settimana di università finita, almeno per me. Ieri – finalmente – ho trovato Il richiamo del cuculo, quindi – per il weekend – non ci sarò per nessuno nessuno. Solo per zia Rowling. Oggi, intanto, vi propongo la recensione di un romanzo velocissimo, che ho letto velocissimamente e a cui mi sono legato altrettanto velocissimamente. Ringraziando Lucia e Arianna per avermi dato modo di leggerlo, lo consiglio a tutti i lettori che hanno amato i romanzi di Sara Rattaro e Benedetta Bonfiglioli. A presto e buona lettura, M.
Sono con lui, e non ho scampo. Quando tocco le sue lacrime, capisco che Antonio è la passaporta, il passaggio segreto, e noi siamo già altrove, nel mondo che vorrei.

Titolo: Tutta questa vita
Autrice: Raffaella Romagnolo
Editore: Piemme
Numero di pagine: 219
Prezzo: € 15,00
Sinossi: A sedici anni tutto è da scoprire, la vita è ancora intera, possibile, e il futuro un'opportunità. Così anche per Paoletta, che di avere "tutta la vita davanti", però, non è entusiasta. Forse perché odia le frasi fatte o semplicemente perché è diversa dalle altre ragazze: detesta Facebook, legge Anna Karenina, filosofeggia su Harry Potter, invece delle sit-com guarda vecchi film, si ingozza di dolci infischiandosene della bilancia e allo shopping con le amiche preferisce di gran lunga le passeggiate silenziose con il fratello minore, Richi. O forse è proprio lui a renderla diversa: Richi ha dodici anni, le gambe così fragili che possono reggere solo pochi passi strascicati, un braccio difficile da controllare e una vita tanto più complicata davanti. Non parla molto, e quando lo fa, non sempre gli altri lo capiscono. Ma Paoletta sì; brevi frasi che hanno, per lei, il sapore della sincerità che manca nella villa di famiglia. Un'autentica prigione. Una tortura di menzogne, cose non dette, segreti pericolosi, da cui la ragazza scappa ogni volta che può. E insieme a Richi attraversa il confine, immaginario eppure così reale, che divide lo splendido giardino di casa loro dalle Margherite, il quartiere popolare, dove gli appartamenti sono modesti, le giostrine arrugginite e i padri non sono imprenditori di successo ma cassintegrati in difficoltà. E dove c'è Antonio, anche lui, a modo suo, diverso. L'unico, a parte Richi, che sa leggerle dentro e che l'aiuterà...
                                                    La recensione
Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, e il nostro modo è il silenzio.” Il nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo è tra quei libri che ti ispirano una gran simpatia sin dal primo sguardo, come a volte – anche se a me raramente - capita con quelle persone che speriamo possano diventare le più importanti: i nostri migliori amici, magari. Suggerisce allegria, dipinge cieli azzurri da solcare a braccia spalancate, simili a tante navi umane con il caschetto biondo e il trench rosso. L'ho iniziato cercando uno di quei libri freschi e leggeri che, in questo periodo di stress e cambiamenti, su di me hanno l'effetto benefico della medicina più efficace; uno di quei libri di cui non ho mai abbastanza. L'ho letto, per la gran parte del tempo, con la sensazione che fosse sempre la solita storia, solo scritta con più carattere e fegato: tutto nella norma, quindi; tutto quello che volevo. L'ho terminato, l'altra mattina, che ero un po' distrutto per via della potenza esplosiva nascosta tra le pagine, in mezzo alle parole sparse di Paoletta, sotto i nostri stessi piedi di passanti e lettori inconsapevoli. Parla poco, la protagonista. Per paura di risultare troppo saputella o troppo sciocca. Per paura di dare troppo nell'occhio. La sua vecchia psicologa userebbe un termine che le piace tanto, laconica. Paola è, in gran segreto, una regista all'avanguardia di lunghi film mentali, e Tutta questa vita è il suo primo film. Il migliore. La bilancia, ogni mattina, le urla – e lo fa letteralmente: ecco le cattive conseguenze delle tecnologie troppo avanzate! – che è grassa e brutta. Che è a un passo dall'obesità. Ma i chili di troppo non sono il suo unico difetto: lei è snob, decisamente snob. Guarda tutto con gli occhi dei nuovi ricchi, anche se le piace reputarsi migliore di loro. Anche se sentirsi semplicemente diversa – più brutta, più grassa, più alternativa – la fa sentire, strano ma vero, migliore. Non gira per le vie del centro, affrontando il corso della sua città come fa un nuotatore provetto con una vasca da guinness dei primati. Se ne va dove tutto è sporco, grigio; dove sorgono le industrie e gli arcobaleni più improvvisi. Dove non ci sono specchi, al contrario che in casa, che riflettano la sua persona, mostrandole che la sua vita – anche se ha appena sedici anni – è già un mezzo fallimento così. 
Si rivolge, ogni tanto, a un'amica immaginaria che ha chiamato Carmen, in ricordo di una gelataia piena di buon gusto e poteri fatati; si perde dietro a voli pindarici dell'ultimo minuto e a digressioni che farebbero un baffo a quelle del buon vecchio Manzoni; vive in una villa splendida e piena di specchi, abitata da un uomo troppo assente e pieno di colpe indicibili e da una donna più vanitosa e bella della regina cattiva di Biancaneve. Sua madre. Nella casa da cui non si allontana mai troppo, standosene distesa a bordo piscina con la sua introvabile copia di Anna Karenina tra le mani, vede susseguirsi le stagioni, ruotare la terra in un girotondo inavvertibile, esplodere quella vita che – per pigrizia, o forse paura? - non ha il coraggio di guardare in faccia. Tutti vivono, mentre lei si limita a guardare, formulando giudizi e crogiolandosi in precoci rimpianti: sua nonna – che nella mia mente ha il sorriso contagioso e la classe della fantastica Loretta Goggi – rivive una seconda giovinezza con il suo amore perduto di gioventù, un giardiniere romantico e burbero come il fedele Florentino Ariza di quel capolavoro che è L'amore ai tempi del colora; Nina, la domestica rumena sottopagata eppure sempre dannatamente ottimista, che riesce, in maniera sorprendente, a tenere testa alla padrona di casa e a regalare, nel suo italiano stentato, le perle di saggezza più preziose; la sua amica Marta, con un cognome altisonante, le fette di prosciutto sugli occhi e discorsi pieni di numeri esagerati e lettere maiuscole; e poi c'è Richi, il fratellino minore di Paola. Che guarda Billy Elliot con gli occhi lucidi, consapevole che con le sue gambe fragili e il suo braccino difettoso non potrà mai saltare, ballare, correre e divertirsi come, invece, fa quell'adorabile monellaccio londinese che stima e invidia tantissimo; che è chiamato Sfi come Sfigato dalla sorella maggiore e che, a sua volta, senza offendersi troppo, l'ha ribattezzata allo stesso modo, con la sua vocina flebile flebile da bambino piccolo piccolo; Richi che, infagottato come E.T nella scena più toccante del film di Spielberg, viene portato sulla sua sedie a rotelle, nel bel mezzo della notte, nel cuore velenoso di un segreto che giace sepolto dove i genitori hanno sempre proibito loro di andare a curiosare. E alla fine arriva lui, Antonio. Il suo Aragorn in incognito, il suo gigante buono. Antonio, che abita nelle case popolari di proprietà della famiglia di Paoletta, con la madre e il fratellino. Lui è bello, lei è brutta. Lui è povero, lei è ricca. Antonio è alto. Allora un pensiero... Possono essere alti insieme. Perché lei – che, alle sue spalle, chiamano tutti quanti cavallona – diventa un coniglietto impaurito quando lui le accarezza i capelli, bagnati da una pioggia fitta che nemmeno il cappellino targato Prada può contrastare. S'incontrano, con la presenza costante di Richi tra i piedi, in un parchetto pieno di animali di plastica mutilati e sbiaditi, presso il quartiere di lui, che – tempo prima – i nonni di Paola hanno chiamato le Margherite. Un nome poetico, che ricorda la dolcezze e il calore dell'estate. Ma l'estate è il mese più crudele e, paradossalmente, alle Margherite non ci sono fiori: mai cresciuti...
Finché Paola, come Jim Carrey in The Truman Show, non si renderà conto che, appena dietro la sua porta chiusa, c'è uno mondo che fa schifo e che persone molto vicine a lei hanno contribuito a rendere tale. La protagonista di questo piccolo young adult ha tanta maturità nella voce. L'autrice è una persona adulta, Paoletta è una sedicenne che si finge tale. Il gioco funziona, e il risultato è realistico e decisamente credibile. Sostanzialmente, quella della narratrice che impariamo, pagina dopo pagina, a conoscere è un'adolescenza come tante, solo più triste e più materiale. Nonostante questo, le memorie dei suoi quasi sedici anni hanno ritmo, leggerezza, brio, sound da vendere. Hanno un'originalità tutta loro e Paoletta, che ha la vocina acuta e i modi di fare dell'adorabile Lisa Simpson e che ha fatto di Harry Potter la sua personale filosofia di vita, sarebbe, secondo me, la protagonista perfetta di una di quelle sit-com televisive che lei sembra odiare profondamente. La immagino, davanti a una web-cam, raccontare le sue giornate, nello stile piacevole e originale di Super Fun Night e Una mamma imperfetta. La brava Raffaella Romagnolo, senza risparmiarci brividi e rabbia, ci descrive l'Italia di Acciaio e di Il rumore dei tuoi passi guardandola dall'altra parte dell'inferriata, in un gioco prospettico di sensazioni e colori che, nell'epilogo, diventa inaspettatamente un'indagine vera e propria; una gara disputata contro i sensi di colpa di persone da buttare via. Tutta questa vita è un romanzo sfizioso, a tratti comico e a tratti brutale. Deliziosamente vero. Assordante, stonato, potente. Come una canzone. Come un grido che domanda Perché non ti lasci trovare?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Cixi - Non sono l'unica

domenica 3 novembre 2013

Mr Ciak #21: Haunter, Cose Nostre, Odd Thomas, In Trance

Ciao a tutti, amici miei! Allora, come state? Come promesso, rieccomi con un nuovo post. Torno a vestire i panni di Mr Ciak e torno a parlare di film, in un post che – vagamente, nelle linee generali – continua ad essere a “tema Halloween”. Questa volta vi parlo di quattro film diversi tra loro, ma molto carini, anche se non eccelsi. No, eccelsi proprio no. Per una serata di relax totale, però, potrebbero fare al caso vostro. Abbiamo due horror per tutti, purtroppo ancora inediti qui in Italia, e due film piuttosto recenti, che spiccano per i grandi registi che li dirigono e per un bel mix di violenza e umorismo. Come sempre, fatemi sapere la vostra. Io vi abbraccio, vi auguro una bellissima domenica e torno alle mie letture. M.

Haunter significa fantasma. Titolo particolarmente calzante per la nuova ghost story diretta dal regista Vincenzo Natali, autore di due interessanti film, che, tuttavia, non figurano propriamente tra i miei preferiti: The Cube e Splice. Ci ha abituati a storie di fantascienza originali e surreali, con pellicole non per tutti i palati e, invece, anche se in sordina, è tornato nei cinema statunitensi con un thriller che, invece, potrebbe facilmente conquistare una vasta fascia di pubblico; magari tutto, senza eccezioni. Perché, da una parte, Haunter propone la più collaudata e vista delle storie – una di quelle che, anche se mille volte riproposte, non fanno mai male -, ma dall'altra risulta un'affascinante, ben fatta e coinvolgente novità. Conquista dalla copertina, ammalia dalla prima scena. La giovane e talentuosa Abigail Breslin – star di La custode di mia sorella, Zombieland, Little Miss Sunshine – intrappolata all'interno di un barattolo di vetro. Senza libertà, senza luce, senza aria. Come una farfalla in un retino. Lei è Lisa, la protagonista di questo film e di un giorno destinato a ripetersi all'infinito. Come nel romanzo E finalmente ti dirò addio, ogni giorno è destinata a rivivere lo stesso giorno: a svegliarsi con lo stesso suono nelle orecchie, a consumare il solito pranzo, a vedere la solita puntata della Signora in giallo, a sentire suo padre sbraitare contro una macchina da aggiustare. Il colpo di scena più grande è inserito proprio lì, all'inizio, dove tutti posso coglierlo. La sua casa è circondata da una nebbia perenne e, maturamente consapevole di quella prigione spettrale e perpetua, si è rassegnata a vivere sospesa nel nulla. Finché qualcosa non inizia a cambiare e, poco alla volta, i suoi giorni si arricchiscono di nuovi dettagli. E di nuove visioni. Il padre comincia a fumare, i genitori iniziano a litigare, l'amico immaginario di suo fratello comincia ad essere visibile, solo a lei. Una voce, da un'altra dimensione, inizia a chiamare senza sosta il suo nome: è una ragazza destinata, come tanti prima di lei, alla stessa triste sorte. Una ragazza a cui Lisa, generosa e ribelle, vuole dare un futuro. Anche se il suo tentativo può causarle soltanto un lungo, doloroso calvario: il collezionista di anime che la tiene prigioniera per l'eternità non vuole che la farfalla più unica e preziosa della sua collezione scappi via. Il plot è accattivante, la resa è ottima, la sola presenza di Abigail Breslin pone lo spettatore – praticamente – in una botte di ferro. La trama è semplicissima, ma è inusuale e originale il modo scelto dagli sceneggiatori per districarne i tanti, intriganti elementi. La fotografia è una meraviglia dark. Haunter è un piccolo film che dimostra come una mano esperta alla regia possa garantire grandi, grandissimi risultati. Vincenzo Natali ha talento da vendere e lo si nota nella direzione del cast, nello splendore delle riprese, nella creazione di una lenta, spasmodica e vitale curiosità. Sorprendentemente bravo e crudele è Stephen McHattie, un antagonista agghiacciante che ha un irresistibile non so che del Freddy Krueger di Robert Englund. Tra The Others e Il sesto Senso, Insidious ed Amabili Resti, Haunter è un film che, pur senza apportare innovazioni di alcun tipo e senza l'ausilio di inutili scene splatter, ho giudicato un mistery con i controfiocchi. Bellino, sì.

In uno sperduto e placido paesino della Normandia, la monotonia dei suoi noiosi e indolenti abitanti è stravolta, da un giorno all'altro, dall'arrivo di una nuova famiglia giunta nel vicinato, con pochi bagagli, tanti segreti e un minaccioso cagnolone nero a fare da guardia alla loro villetta non particolarmente ospitale. Si fanno chiamare i Blake: il marito è uno scrittore, la moglie è una casalinga con la passione per la cucina, i due figli sono ragazzi svegli e amichevoli. Su di loro, notte e giorno, è sempre puntato il mirino dell'FBI. Vincolati lì dal progetto Protezione Testimone, i Blake – in realtà – sono una famiglia mafiosa di origini italo-americane, il cui vero nome è Manzoni: hanno pestato i piedi ai tipi sbagliati e, nascosti in un angolo di mondo, sperano di ricominciare, lontani dai consueti ricatti e dalla consueta violenza. Ma abbandonare le vecchie abitudini è difficile! Lo sa bene il bravissimo Robert De Niro che, burbero e arguto com'è, torna metaforicamente ad indossare coppola e mitraglietta, all'interno di questa colorata commedia nera dalle tinte squisitamente noir: lui, premiatissimo e amatissimo per i suoi ruoli in C'era una volta in AmericaBronx, Toro Scatenato, Il padrino, Taxi Driver, tornando a giocare con le sue origini italiane e con i suoi sorrisi torvi, veste i panni di un mafioso in pensione, tutto alle prese con la sua bella famiglia e con idraulici da picchiare, vicini da intimorire, assalti da sventare, biografie da scrivere. E' uno di poche parole e con “cazzo...” riesce simpaticamente ad esprimere un'intera gamma di emozioni, cosa non da tutti. Sono state la sua sinteticità e le sue mani d'oro a fare innamorare, un ventennio prima, Michelle Pfeiffer, una donnina tutta casa e chiesa che sarebbe meglio non fare arrabbiare! Dopo Dark Shadows, una Michelle dal viso meno levigato e gonfio del solito, dopo qualche anno dal suo tentativo di mantenersi sempre giovane grazie alla chirurgia plastica, interpreta una matriarca rigorosa e metodica: moglie e madre all'interno di una famiglia decisamente fuori. Due grandiose stelle di quel calibro, come si fa in famiglia, cedono spazio anche ai più giovani del cast, sorprendenti e meritevoli di attenzioni: l'intelligente e astuto John D'Leo e la splendida Dianna Agron, nota per la sua partecipazione alle prime stagioni del mio amata Glee. Dianna, reduce da una particina in Burlesque e da un ruolo di coprotagonista nel dimenticabile Io sono il numero quattro, si dimostra magnificamente cresciuta: è bellissima, è bravissima e – insieme alla Pfeiffer – contribuisce a dare ai pochi personaggi femminili spessore, fragilità e un pizzico di cattiveria aggiunta. Con una collana di perle, i capelli sciolti, il suo vestito bianco da sposina e una pistola tra le mani, sembra la nuova Nikita. Titolo non tirato in ballo a caso, quest'ultimo: infatti The Family – giunto da noi puntualmente, vero, ma con il bruttissimo titolo Malavita: Cose Nostre – è l'ultimo film di un regista francese che ammiro e stimo da sempre: Luc Besson. Della profondità di Angel-A, della struggente intensità di Léon, dell'originalità di Il quinto elemento c'è poco, in questo thriller divertente e piacevole, ma il risultato lascia ugualmente soddisfatti. Sarà che il cast è fantasmagorico, sarà che il quasi impercettibile tocco francese di Besson riesce a sfumare il tutto di malinconia, con uno sguardo arguto e nostalgico che non lascia indifferenti nemmeno un po'. Brillante, lieve, divertente, veloce, maturo: un passatempo di ottima qualità, del tipo di cui, forse, avremmo bisogno più spesso.

Odd, in inglese, significa “strano”. Per un errore all'anagrafe, è proprio quello il nome di battesimo del protagonista di questo film tratto da Il luogo delle ombre, del bravissimo Dean Koontz. Nel suo nome c'è il suo stesso destino. Già, lui è un tipo decisamente strano. Poco più che ventenne, lavora come cuoco in un pub, è innamoratissimo di una ragazza conosciuta da bambino, ma ha una peculiarità tutta sua: parla con i morti e vede mostri orribili, invisibili all'occhio umano, fluttuare intorno a persone in pericolo. Lui, come un supereroe in incognito, salva tutti dal Male annidato nella sua cittadina nel deserto e dà giustizia a vittime innocenti. Ma qualcosa di decisamente preoccupante sta accadendo intorno a lui. Qualcosa di più preoccupante del solito... Aiutato da un simpatico e saggio ispettore interpretato da William Dafoe e guidato dai macabri sogni della sua migliore amica, tra pic nic in cima a un campanile e scorribande notture al cimitero, dovrà sventare un terribile massacro che potrebbe decimare la già ridotta popolazione del suo paese. Dean Koontz è un autore decisamente sfortunato, vissuto per anni all'ombra del grande Stephen King: sono coetanei, scrivono piccole perle d'orrore, hanno una biografia di tutto rispetto, ma mentre King è leggenda, Koontz è snobbato da molti. Proprio come l'autore che ne ha ideato la storia, Odd Thomas è un film decisamente sfortunato e scarsamente pubblicizzato, che probabilmente ignoreranno perfino i fan dello scrittore stesso. Le ingiustizie della vita! Perché Odd Thomas, diretto dal regista di La Mummia Deep Rising, è un film veramente piacevole e ben fatto, divertente e appassionante. Una bella sorpresa, anche se non memorabile – ma, ora come ora, quale film lo è? Ha ironia da vendere, leggerezza e freschezza, una storia che unisce le atmosfere di True Blood agli spettri di Ghost Whisperer, un ritmo pazzesco. Ma scommetto che molti non ne hanno mai sentito parlare e anche in America, la terra delle grandi opportunità, quest'horror quasi per tutta la famiglia è stato distribuito malissimo. In Italia, però, la nostra Eagle Pictures se n'è accaparrata i diritti, per fortuna. Non è un film di cui non si può fare a meno, ma, in mezzo a tante oscenità osannate da tutti, spicca per il suo spirito lieve, per i suoi piccoli colpi di scena e per il suo romanticismo un po' alla Ghost che, nel finale, strappa qualche brivido. A impersonare il protagonista, il bravissimo Anton Yelchin. L'attore di Fright Night, Mr. Beaver, Star Trek e Like Crazy si mostra inaspettatamente talentuoso, anche in un ruolo banalotto e apparentemente semplice. E' simpatico, con la sua bella voce è un narratore perfetto e, nelle scene più drammatiche, piange a comando, distaccandosi da tanti colleghi che – in alcune situazioni – hanno le guance perfettamente asciutte e emettono incomprensibili mugolii. Agli appassionati, nonostante la semplicità di fondo, potrebbe piacere tanto! Io lo consiglio, ripromettendomi di recuperare il prima possibile i due romanzi della serie giunti da noi.

Simon è nei guai, lo è sempre stato. Acclamato come eroe dalla stampa inglese, si risveglia in ospedale dopo giorni di buio totale. Durante una rapina in un'asta, per proteggere un quadro di inestimabile valore, si è procurato una brutta commozione cerebrale e un vuoto di memoria che lo rende instabile, inaffidabile, confuso. Niente è come sembra. Lui era un complice dei rapinatori, e tutto era semplice scena. Tuttavia, al suo risveglio, il quadro non c'è più. Non l'ha dato ai suoi complici, non ricorda dove l'ha nascosto... L'unica soluzione sembra essere il coinvolgimento nel furto di una bella e talentuosa psicologa che, con le sue arti segrete, è in grado di far sì che – superando il trauma e il dolore – Simon ricordi.
Una Londra moderna e illuminata da luci artificiali, una rapina consumata nel lussuoso ed elegante mondo dell'arte, una capolavoro di Goya sparito tra le nebbie di ricordi confusi, un viaggio a tinte forti tra i disegni misteriosi della mente umana. Questo è Trance, l'ultimo film del regista premio Oscar Danny Boyle. Un film raffinato, fatto di tessere di puzzle in disordine e di attimi sfumati magistralmente. Un film imperfetto, ma che mi ha ammaliato fino all'ultima scena, anche se i buchi nella sceneggiatura ci sono e anche se i crime movies non fanno per me. Ma, innegabile questo, l'ho trovato bello. Armonioso e delicato, nonostante la violenza e il caos generale. Un'opera, come il film Stoker, che strega gli occhi con una fotografia d'incanto e che ti abbindola piano, facendoti perdere il filo del discorso, ma mai l'attenzione. E' intelligente per questo, furbo. Senza Boyle alla regia, questo non sarebbe stato possibile. Lui è bravo e sa dirigere attori bravi. Alcuni dei migliori. Perciò Vincent Cassel appare perfetto, nei panni di un malavitoso attento alle belle cose e dal cuore – sotto, sotto – d'oro. Proprio come appaiono perfetti James McAvoy e Rosario Dawson, i protagonisti: un paziente e una ipnotista tra cui si stabilirà un transfert freudiano, che sfocerà in un amore che ha il sapore dell'ossessione e in un'ossessione che ha il sapore della tragedia. Lui – che mi è rimasto nel cuore da Espiazione in poi – convince, come sempre. Rosario Dawson, invece, sfoggia il fascino e la bravura che, almeno per me, non aveva mai mostrato del tutto: protagonista di un nudo integrale che, probabilmente, resterà negli annales, è strepitosa nei panni di un'atipica e fragila femme fatale che si rivelerà la chiave nascosta dei cassetti della memoria del “buon” McAvoy. Ottima la regia, ottima la colonna sonora: immagini e musica vanno di pari passo, in disarmonica armonia, palesando ancora una volta la maestria del regista di The Millionaire, 28 Giorni dopo, Trainspotting. Intensa Here it comes, canzone scritta e interpretata dalla sempre più talentuosa Emily Sandé. Frenetico, imprevedibile, contorto, sexy e romantico, fatto di trame e sottotrame, Trance è un ideale ed ipotetico film di transizione tra Memento e La migliore offerta.

venerdì 1 novembre 2013

I ♥ Telefilm "Halloween Edition": American Horror Story, Hostages, Witches of East End

Buongiorno a tutti, cari amici. Com'è che si dice? Casa dolce casa: proprio vero.
Oggi, dopo due settimane, mi sono svegliato nel mio letto, ho fatto colazione nella mia cucina e ho scritto questo breve post con il preziosissimo aiuto della mia vecchia ed efficace connessione. Come avete passato Halloween? Spero vi siate divertiti. Io, come vi raccontavo giusto ieri sulla mia pagina Facebook, sono sceso dal treno che erano ormai le 20:30 e, stanchissimo, dopo una bella cena, mi sono visto in streaming la prima puntata di X-Factor (tizi di Sky che avete annullato le repliche su Cielo: vi odio). Anche se con un giorno di ritardo, sperando di essere comunque in tema, oggi voglio proporvi un nuovo appuntamento di I Love Telefilm dedicato a tre recenti serie “da brivido” o, comunque, inscenate su inquietanti sfondi decisamente paranormali. American Horror Story, be', è una splendida conferma. Hostages è la grande sorpresa di quest'anno. Witches of East End è carino e poco più: sono indeciso se proseguire o meno, anche se vi ho giurato che finirò di vedere almeno la prima stagione. Augurandovi buona lettura – e buona visione – scappo via: ho un mare di serie TV da recuperare. Che dramma... potrei impiegarci quasi tutta la vita! Un abbraccio forte, M. 

Tremate, tremate: le Streghe son tornate. Tremate, tremate: American Horror Story è tornato. Parlo a nome di quegli spettatori che lo aspettavano, ormai, da quasi un anno. Dopo una prima serie imprevista ed imprevedibile ed una seconda ancora più matura e inquietante, Ryan Murphy – insospettabile e allegro creatore dell'allegrissimo Glee – mantenendo la promessa fatta nello scorso finale di stagione, è tornato, a poche settimane da Halloween, con un nuovo incubo interamente inscenato su un nuovo sfondo da incubo. Siamo nella bella New Orleans, tra turisti curiosi, superstizioni antichissime e accademie da brivido. Siamo nella terra incontaminata delle streghe moderne. Ancora una volta, dimenticate nasi prominenti, pustole e rughe disgustose; cancellate dalla vostra mente calderoni, corvi gracchianti, bacchette magiche. Coven – letteralmente, “congrega” - è un'elettrizzante, provocatoria, dissacrante e mostruosa novità. Mostruosa, sì: perché, ancora una volta, Ryan Murphy, reduce dai numerosi taglia e cuci di Nip & Tuck, festoso e pieno di idee, come uno scolaretto in un obitorio spettrale, riesce a prendere un pezzo lì e un pezzo qui delle sue numerose vittime e a fare della sua nuova serie TV un Frankenstein pieno di cicatrici, ammaccature e sentimenti. A citazioni del più intrambontabile dei racconti neri ideati da Mary Shelley e alla violenza a cui ci hanno, col tempo, abituati, sceneggiatori e registi aggiungono quello che mancava nelle precedenti stagioni: lo spirito instabile e volitivo dell'adolescenza e un po' di sana, letale, tragica ironia. Questo terzo capito di American Horror Story è una creatura contro natura che incarna alla perfezione lo spirito contraddittorio, splendido e abominevole di un determinato angolo d'America. Il più buio, forse. Ma anche il più ricco di fascino. American Horror Story è, mai come in questo caso, figlio illegittimo di New Orleans. A differenza di molte altre serie, quella ideata da Murphy non sembra un prodotto televisivo. No. I cambi di sequenza e le inquadrature, specialmente nel pilot, sarebbero pienamente degne di apparire in uno dei miei manuali di storia del cinema: magistrali, originali, perfetti. Inoltre, Murphy ha una squadra che nessun altro show televisivo potrebbe permettersi. Una squadra fatta di giocatori dai ruoli mutevoli e bizzarri, ma che – protagonisti o ridotti a semplici comparse – risultano semplicemente dei fuori classe, sempre e comunque. Talenti inarrestabili. Dopo l'abbandono della seconda serie, la deliziosa Taissa Farmiga – ancora più bella e convincente del solito – ritorna, alla scoperta della sua bravura attoriale e dei suoi poteri nascosti. Lei interpreta la fragile Zoe: una ragazza che paga l'amore con la morte degli altri. Stare con lei, anche solo per una notte, è letale. La sua maledizione la perseguita, ma ha trovato il suo posto nel mondo. In una magione sontuosa e abitata interamente da personaggi femminili, una sorta di Hogwarts vietata ai minori, lei può sentirsi a casa. A casa, ma non al sicuro. In questo ambiente regnano l'inganno, la gelosia, la spietata competizione tra donne. A detenere il potere è la Suprema: quel mostro affascinante e senza età che ha lo charme ipnotico di una meravigliosa Jessica Lange. Una strega che non vuole accettare l'arrivo della vecchiaia. Una regina che non vuole tollerare nessun usurpatore. Intorno a lei, oltre all'inconsapevole Taissa, ruotano le presenze della superba e cinica Emma Roberts (che, con le sue gonne corte e le sue gambe lunghissime, dà un tocco di stronzaggine a quell'adolescenza incantata), l'immensa Sarah Paulson, e nuove e vecchie conoscenze che tutti adoriamo già. Stupefacente la reale new entry del cast, una signora attrice che non ha bisogno di presentazioni e parole: Kathy Bates. Più crudele di Misery, più sanguinaria della leggendaria Elizabeth Bathory, la nostra Kathy – districandosi tra torture ai danni dei suoi schiavi e gigantesche sottane – è Madame Delphine LaLaurie. Una donna realmente esistita che, a lungo, ha giocato a fare Dio. Be', la Bates è una specie di Dio: chi meglio di lei poteva riportarla in vita? Vederla recitare insieme alla Lange è una goduria indescrivibile. Sono due mattatrici, due stelle lontane anni luce dal resto del mondo. Recitano così, con la stessa naturalezza e fluidità di un fiume che scorre. Immancabile il solito gusto pulp e noir, immancabili le classiche trovate decisamente sopra le righe e così spassosamente esagerate. Immancabile la presenza di un amore impossibile, che fa fare grandi sogni e grandi incubi. A grande richiesta di molti, l'ottimo Evan Peters – ritornato biondo e adolescente – nuovamente in coppia con la nostra Taissa. Lei, una strega; lui, la sua ultima vittima. Una diciassettenne e il ragazzo che, sfortunatamente, ha ammazzato al primo appuntamento.... Gli episodi visti, forse, sono ancora pochi per dare un giudizio complessivo, ma niente: io già lo amo e - lo so - continuerò a farlo fino alla fine. Che le streghe vengano a punirmi, se succede altrimenti. Tremo all'idea.

Il thriller è un genere che adoro. Uno, forse, dei generi più difficili con cui rapportarsi, ma anche il più immediato e coinvolgente in assoluto. Ci sono thriller e thriller, però: questo sì. I tipici gialli, i noir dei bei tempi andati e poi quei thriller a sfondo polito alla The Interpreter, per capirci, che proprio non mi dicono nulla. Sono troppo complessi, tirati troppo per le lunghe e per me, che di politica capisco lo stretto indispensabile, troppo noiosi. Inizialmente, guardando gli spot televisivi e leggendo le prime presentazioni, pensavo, a malincuore, che Hostages facesse parte di questa odiosa categoria. La nuova serie prodotta dal grande Jerry Bruckheimer e in onda sulla CBS dal 23 Settembre, m'ispirava e non m'ispirava. Volevo provarla, ma ero quasi certo che non l'avrei seguita più. Poco male! Un telefilm in meno da seguire e da spuntare su una lunga, lunghissima lista. Invece, sin dal pilot, Hostages mi ha fatto suo. Mi ha catturato. Mi ha preso in ostaggio con la forza. E' un lucido e solido mix di poliziesco e dramma familiare, con piccole e piacevoli parentesi aperte sul mondo dell'attualità e della politica americana. Si tratta, però, appena di parentesi; di dettagli per dar sapore e verosimiglianza alla vicenda. Il resto è tensione e patos allo stato puro. Si assiste alle vicende della famiglia Sanders, inizialmente, poco convinti: è evidente che una storia del genere non possa essere tirata per le lunghe. E' buona per un film di 90 minuti, non per una stagione con ben 13 episodi. Eppure, il sequestro di Ellen Sanders, di suo marito e dei suoi figli adolescenti riserva parecchi colpi di scena, parecchie svolte interessanti e non poche sorprese. Quando una serie è ben scritta, come in questo caso, non ci sono momenti di stasi. Non ci sono intoppi. Tutto sta nella validità della sceneggiatura, che sa dilatare la tensione e – allo stesso tempo – mantenerla vivissima – e nella gestione di un cast con la c maiuscola in cui, su tutti, dominano i due protagonisti: Dylan McDermott e Toni Collette. Lui, così torvo e ammaliante, è un insospettabile rapitore con le fattezze dell'attore visto e rivisto nelle prime due stagioni di American Horror Story. E' bravo nel gestire le esigenze dei suoi prigionieri, a sfruttare le loro debolezze e i loro bisogni: questo perché, a lungo, è stato dall'altra parte. Da negoziatore, per cause che ancora non conosciamo, è sceso a patti con il crimine, diventando la mente di un gruppo di brillanti e umani criminali. Insieme, armati ma senza maschere, tengono in scacco la famiglia della dottoressa Sanders, sulla quale ricade il grande privilegio e la grande responsabilità di operare il Presidente degli Stati Uniti in persona. Il compito di lei è salvarlo, quello dei suoi rapitori – invece – è l'opposto: vogliono che il Primo Cittadino americano sia ucciso durante l'operazione. Se la dottoressa non seguirà i loro folli ordini, ad avere la peggio sarà la sua famiglia. Questa donna – debole, coraggiosa, eroica e audace – è la bravissima Toni Collette: attrice che adoro dai tempi di United States of Tara e About a Boy. Hostages è, a mio parere, una delle novità più interessanti dei nuovi palinesti televisivi: non mi esaltavo così dalla prima serie di Revenge. E questo Hostages, tra l'altro, è fatto anche molto meglio. Da “provare”.

Jessica Lange e Kathy Bates sono in buona compagnia. Quei due mostri di attrici, infatti, non sono le uniche streghe d'America, in questo periodo. Accanto al loro Coven, quasi in contemporanea, è arrivato Witches of East End, telefilm tratto da una serie di romanzi fantasy di Melissa De La Cruz ed editi – in Italia – dalla nostra fidata e fedele Fanucci. Penso di aver colto nel segno anche senza vedere il pilot della serie. A pochi giorni dall'uscita, infatti, sulla pagina Facebook del blog, aveva già speso qualche parolina sull'argomento. La copertina – con quattro bellone che avevano fatto abuso di trucchi e Photoshop – era tutta un programma. E, dopo un paio di episodi visti, posso dire di non essermi troppo discostato dalla realtà dei fatti: Witches of East End è un po' il Pretty, Little, Liars del mondo paranormale. Simpatico, recitato appena discretamente, leggerissimo, tamarro quanto basta, trascurabile. La trama di base è, sinceramente, molto stuzzicante, ma la realizzazione lo è un po' meno. Un po' meno... tanto! La colpa è mia, che – nello stesso giorno – ho messo a confronto il pilot di questa nuova serie e quello dell'ormai affermato American Horror Story: il paragone è improponibile. Sarebbe, come si dice dalle mie parti, come confrontare la lana con la seta. Eppure, nonostante lo stampo sia che più televisivo non si può e il cast sia interamente popolato da tante belle che non ballano, ammetto che seguo Witches of East End alquanto volentieri, per il momento. Scaccia via i pensieri, mi fa sorridere, mi fa venire alla mente quel cult che è Steghe e i tristemente dimenticati Le Steghe di Eastwick e 666 Park Avenue – ma quanto mi piacevano quelle due sfortunate serie TV?! E poi, ad affiancare la sempre bella e giovanile Julia Ormond (Sabrina), c'è quello schianto di Jenna Dewan (Step Up; Tamara) che, con le sue curve ancora morbide e generose per la recente gravidanza, mi fa venire alla mente la fortuna sfacciata di quell'altro bellimbusto di Channing Tatum. Insomma, alla luce dei pochi episodi visti, non posso dirvi troppo su questo nuovo prodotto della Lifetime, ma – cadute di stile e difetti a parte – penso che, anche se con poca costanza, gli episodi previsti per la prima serie li vedrò tutti e dieci, promettendo di tenervi aggiornati. Voi non preoccupatevi, ho la resistenza di un leone: sono quattro anni che mi sorbisco le idiozie delle oche giulive che starnazzano in Pretty Little Liars. Non sarà queste seducente famiglia di giovani streghe a farmi gettare la spugna

mercoledì 30 ottobre 2013

Recensione: Il mio disastro sei tu, di Jamie McGuire

Buongiorno a tutti, amici miei! Non sono sempre presente come un tempo, ma, statene certi, ci sono: in questo weekend – di ritorno a casa – prometto che tornerò a rompervi le scatole per bene. Oggi, vista la cancellazione della lezione di storia del cinema, ho portato a termine il romanzo che avevo il lettura e ho scritto questi pensieri per voi. Quando si parla di new adult è un dilemma continuo: la recensione sarà positiva o negativa? Io ve lo dico: è positiva, come lo è stata quella di Uno splendido disastro. Se non vi è piaciuto il primo, credo che nemmeno questo romanzo farà per voi, almeno che non abbiate uno spirito sadico e sanguinario! Altrimenti, ve lo consiglio. Soprattutto se avete bisogno di una lettura che vi coccoli un po'. Un bacione e a prestissimo, M.
Un giorno ti innamorerai, figliolo. Non accontentarti di una ragazza qualsiasi. Scegli quella che hai difficoltà a conquistare, quella per cui devi lottare e non smettere mai di combattere. Non smettere mai di combattere per ciò che vuoi.

Titolo: Il mio disastro sei tu
Autrice: Jamie McGuire
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 363
Prezzo: € 16,40
Data di pubblicazione: 17 Ottobre 2013
Sinossi: Travis Maddox è solo un bambino quando sua madre, ormai con un filo di voce, gli lascia queste ultime parole. Parole che Travis conserva come un tesoro prezioso. Adesso Travis ha vent’anni e non conosce l’amore. Conosce le donne e sa che in molte sarebbero disposte a tutto per un suo bacio. Eppure nessuna di loro ha mai conquistato il suo cuore. Provare dei sentimenti significa diventare vulnerabili. E Travis ha scelto di essere un guerriero. Finché un giorno i suoi occhi scuri non incontrano quelli grigi di Abby Abernathy. E l’armatura di ghiaccio che si è scolpito intorno al cuore si scioglie come neve al sole. Abby è diversa da tutte le ragazze con cui è sempre uscito. Cardigan abbottonato, occhi bassi, taciturna. E soprattutto apparentemente per niente interessata a lui. Ma Travis riesce a vedere dietro il suo sorriso e la sua aria innocente quello che nessuno sembra notare. Un’ombra, un segreto che Abby non riesce a rivelare a nessuno, ma che pesa come un macigno. Solo lui può aiutarla a liberarsene, solo lui possiede le armi per proteggerla. L’ultima battaglia di Travis Maddox sta per cominciare e la posta in palio è troppo importante per potervi rinunciare. Solo combattendo insieme Abby e Travis potranno dare una casa al loro cuore sempre in fuga…
                                                    La recensione
Avevo deciso da tempo che avrei sfruttato gli avvoltoi finché non fosse comparsa una colomba. Una creatura che non divora nessuno, che vive la sua vita senza distruggerti per soddisfare i propri bisogni e i propri egoismi: coraggiosa e comunicativa, intelligente, bella e dolce, in cerca di un compagno con cui trascorrere l'intera esistenza. Irragiungibile finché non ha motivo di fidarsi di te.” Raramente mi è capitato di rileggere lo stesso libro nel corso degli anni. Mai, ancora più che raramente, mi è capitato di rileggere lo stesso libro nel corso di un anno solo. Ho una memoria piuttosto buona e tendo a tenere a mente i dettagli essenziali. L'importante. Odio ritrovarmi a leggere ancora gli stessi discorsi, detesto saper anticipare le singole scene con la puntualità di un orologio svizzero, m'innervosisce da matti l'idea di conoscere già in anticipo l'epilogo. Soprattutto quando si parla di gialli. E i due romanzi di Jamie McGuire, apparentemente legati al filone del new adult, cos'altro sono se non due gialli; due misteri in piena regola? La scorsa primavera, Uno splendido disastro si era rivelato un sorprendente caso editoriale. Di sorprendente c'era solo il successo incredibile che aveva riscosso, grazie al più contagioso dei passaparola. Tutti ne hanno parlato e tutti hanno voluto leggerlo, almeno per provare. Per criticarlo, come previsto dal prevedibile copione del recensore cinico e spietato, e, talora, anche per applaudirlo. Non ci sono spiegazioni per le tante chiacchiere e per la troppa pubblicità senza fine. 
Non ci sono vere motivazioni, a mio parere, per le tante critiche, che hanno fatto di Uno splendido disastro un romanzo di cui parlare male per forza, al pari delle Sfumature, dei romanzi di Fabio Volo e di altri libri scritti per vendere – come se la cosa fosse un crimine federale e lo scopo principale di ogni autore di best-seller fosse quello di lasciar marcire il suo manoscritto in un cassetto, nell'anonimato, anziché darlo alle stampe. A pochi mesi dell'uscita del primo, la Garzanti ha portato da noi Il mio disastro sei tu, facendo la gioia di molti lettori e l'ira di altrettanti che, da secoli, aspettano che tante serie a loro care giungano giustamente a conclusione. Io non so quanto si sentisse realmente il bisogno di questo romanzo e quando sia stata brillante l'idea dell'autrice di pubblicarlo subito, anziché aspettare qualche anno per aumentare la curiosità e l'attesa dei suoi fan. So che è stato scritto, probabilmente, per motivi puramente economici e che, anche se arricchito da un punto di vista diverso, racconta la stessa identica storia del primo volume: una storia che già conoscevo e che ancora ricordavo. Ma, in tutto ciò, non so, invece, perché Il mio disastro sei tu – così come l'altro disastro che l'ha preceduto – mi sia piaciuto così tanto. Altro mistero... La risposta plausibile è una, o almeno credo: come cantava Paul McCartney, la gente non è ancora stanca di sciocche canzoni d'amore. Non è mai stanca, e mai lo sarà. Travis e Abby sono la fonte d'ispirazione di una di quelle canzonette in rima per l'estate: una di quelle di cui ho imparato il ritornello a furia di sentirle passare alla radio e che, ogni tanto, protetto dalla fedele segretezza delle mie cuffiette, ascolto e riascolto volentieri, senza vergogna. Per ritrovare il sorriso. Per il bisogno egoistico di stare un po' meglio al mondo. Avevo letto il primo romanzo in un momento no; in uno dei tanti e onnipresenti miei momenti no. E, grazie o a causa dell'inquietante simmetria del destino, mi sono trovato tra le mani Walking Disaster in un weekend di completa, totale solitudine universitaria. Come per magia, mi sono sentito meno triste, meno solo, meno tutto. E' stato inaspettatamente rassicurante, per una volta, leggere due volte la stessa storia. Rincontrare gli stessi volti, riassistere agli stessi baci e alle stesse discussioni, prendere gli stessi pugni in faccia e farsi spaccare ancora un po' un cuore già ulcerato dalla stessa catastrofe col gardigan e gli occhi grigi, che il protagonista – un ventenne con le spalle e l'anima più ampie della media – ha ribatezzato teneramente Pigeon dal primo istante. Travis Maddox, già cuore pulsante del primo romanzo, si racconta e ci racconta la storia del suo primo e ultimo grande amore. Quello che l'ha portato ad ubriacarsi e a piangere come un bambino abbandonato, a fare a botte e a dar vita a esagerati momenti di esagerata gelosia. A riempire la sua stanza asettica di fotoricordo sparse e il suo letto di una ragazza da custodire come un tesoro prezioso, dal tramonto all'alba, dal lunedì alla domenica, per tutta la vita che verrà. Nel primo romanzo era lui a essere raccontato e, anche se visto dagli occhi della volubile e dolcemente complicata Abby, avevo colto il suo mondo a colpo d'occhio. Travis era una persona che, nella vita di tutti i giorni, non mi sarebbe mai piaciuta, ma, nel corso della lettura, inaspettata come la neve ad agosto, era giunta l'illuminazione. Perché, in verità, io l'avevo capito, nonostante tutto. E, in questo Il mio disastro sei tu, l'ho scoperto ancora più vicino a me; ancora una volta, nonostante tutto.
Le nostre voci, fondendosi, risultavano più simili del previsto e i nostri pensieri, tante volte, combaciavano, incastrandosi a formare la parte di un insostituibile tutt'uno. I pensieri sono più semplici e immediati: noi ragazzi non amiamo troppo i giri di parole. Le emozioni, tuttavia, sono più intense e viscerali: noi ragazzi – ben nascosti sotto le antenne dell'articolato cromosoma Y – possediamo strane cose, misteriose e imprevedibili, chiamate “sentimenti”; ci affezioniamo di più, e più in fretta. Amiamo anche chi ci abbraccia e ci insulta a fasi alterne, sì. Ho trovato tanta tenerezza in Travis, romantico e delicato nonostante le nocche livide e gli attacchi incontenibili di gelosia. L'autrice, nelle prime pagine, fotografa da vicino il suo dolore, in presa diretta, e descrive l'attaccamente per una famiglia tutta al maschile, l'amicizia e il cameratismo con il simpatico Shelpley, il rimpianto verso l'unica donna che non è riuscito a mantenere con sé, la ricerca di un colomba bianca in un mare di avvoltoi egoisti, famelici, spietati. Il tono è colloquiale, giocoso, spontaneo, melenso nemmeno un po'. E' proprio di una commedia romantica che è già cult, con gli occhi puntati al passato e lo sguardo rivolto altrove, verso il futuro di una vita tinta di rosa felicità. I romanzi di Jamie McGuire non saranno senza tempo, ma sono fuori tempo. Fuori dal tempo. Sembrano appartenere a una generazione fa: figli di troppe proiezioni private di Ufficiale Gentiluomo, Top Gun e Amore senza fine, di gite al cinema in compagnia di Animal House, di estenuanti letture di Love Story, di corse in moto, a fari spenti nella notte, e scene d'amore scandite dalle musiche dei Police, dei Rolling Stones, dei Berlin. Alcuni userebbero l'aggettivo “tamarro”, io preferisco “vintage”.
L'epilogo, di questo come del precedente, potrebbe risultare frettoloso, stupido ed improbabile: è perché è l'amore, ai giorni nostri, a essere considerato frettoloso, stupido e improbabile di per sé. La generazione dei nostri genitori – la stessa di cui parlavo – è la dimostrazione che non è esattamente così. Noi siamo la dimostrazione concreta di quella forma d'amore. Forse sarò credulone io, ma all'amore di Abby e Travis ci ho creduto. Anche se non incontravo una ragazza così spietata e spaccacuori dalla Sole di 500 Giorni insieme. Anche se Travis, nella vita vera, sarebbe uno di quei tipi assurdi con gli occhiali da sole anche di notte, con un bel nome del cavolo tra parentesi su Facebook e, nei nostri anni peggiori, ci avrebbe preso puntualmente in giro. La vita, però, non è bella come un romanzo e loro, così presuntuosi e orgogliosi, descritti da una prosa semplicissima e lucida, risultano bellissimi: una bellissima coppia improbabile. I ragazzi acqua e sapone in copertina, che colgono l'oggi nell'attimo appassionato e fugace di un bacio offerto alla macchina fotografica. Il mio disastro sei tu non brilla per nessun motivo in particolare. Non scandalizza gratuitamente come la duologia di Abbi Glines, non si avvale di uno stile particolarmente memorabile, non sconvolge, ma le sue quasi 400 pagine – pagine che, nelle linee generali, già conoscevo – non mi hanno dato un attimo di noia o di tregua. Il motivo non lo conosco, ma alla fine, come una persona più intelligente e grande di me ha scritto, all'amore non si chiede perché; esente da questa domanda anche l'alchimia. Il mio disastro sei tu non sarà di certo il romanzo più bello di questo 2013, ma se ci fosse una categoria speciale, dedicata alla migliore coppia, ai migliori baci, ai migliori addii, Travis e la sua Pigeon sarebbero ai primi posti. Forse, tra un mese o un anno, rivedrei i punti salentieti di questa recensione, ne modificherei il tono e il linguaggio, eliminerei una stellina dalla generosissima valutazione complessiva. Ma questo è quello che mi sono sentito di scrivere adesso. Questo è quello che sento. Non infierite... o fatelo pure! Chissene... Io sono felice. E la felicità porta fortuna. In fondo, credo che non ci sia niente di più bello che chiudere un libro con il sorriso ancora sulle labbra. Uno dei tanti lati positivi di queste silly love songs, o forse no? “Forse ero solo io. Forse eravamo solo noi due. Forse insieme costituivamo un'entità instabile, pronta a implodere o ad amalgamarsi. A ogni modo, quando l'avevo conosciuta la mia vita si era rivoluzionata e non volevo fosse altrimenti.”
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: P!nk feat. Nate Ruess – Just Give Me a Reason

martedì 22 ottobre 2013

Recensione: Tenebre e Ghiaccio, di Leigh Bardugo

Ciao a tutti, amici! Come state? Dopo quasi una settimana, torno a rompervi le scatole con una nuova recensione. Si parla, questa volta, di Tenebre & Ghiaccio, il recente fantasy arrivato per la Piemme nelle nostre librerie, appena la settimana scorsa. Ringraziando Lucia per avermi dato modo di leggerlo, vi saluto e vi auguro buona lettura. Fatemi sapere la vostra: credo che, per una volta, non saremo d'accordo. Sarà per la prossima! Un abbraccio. Ps. Tutto normale nella visualizzazione del blog? Questa mattina, il computer mi faceva scherzi... E siamo arrivati a 500. E io, vabbè, vi amo.
Chiedi forse al tuo cuore di battere o ai tuoi polmoni di respirare? Il tuo potere ti obbedisce perché quello è il suo scopo, perché non può fare altro.


Titolo: Tenebre e Ghiaccio
Autrice: Leigh Bardugo
Prezzo: € 17,00
Numero di pagine: 280
Sinossi: La grande nazione di Ravka è divisa in due dalla Distesa delle Tenebre, un varco di oscurità impenetrabile popolata da mostri feroci e affamati. Alina Starkov è sempre stata una buona a nulla, un'orfana il cui unico conforto è l'amicizia del suo solo amico, Malyen detto Mal. Eppure, quando il suo reggimento viene attaccato dai mostri e Mal resta ferito, dentro di lei si risveglia un potere enorme, l'unico in grado di sconfiggere il grande buio. Immediatamente la ragazza viene arruolata dai Grisha, l'elite di maghi che, di fatto, manovrano anche lo zar, capeggiati dall'affascinante mago Oscuro. Ma niente alla sontuosa corte è ciò che sembra e Alina si ritroverà presto ad affrontare sia le tenebre che minacciano il regno, sia quelle che insidiano il suo cuore.

                                                   La mia recensione
"Il problema del volere qualcosa è che diventiamo deboli.”  In una Russia buia e gelida – misteriosa e impenetrabile come lo fu durante i controversi anni della Guerra Fredda e oscura e magica come in una fiaba tramandata da una centenaria e romantica babushka, nel cuore glaciale di un inclemente inverno, riscaldato appena dal calore del caminetto – si muovono i protagonisti di Tenebre & Ghiaccio, l'acclamato e atteso romanzo d'esordio di Leigh Bardugo, autrice israeliana d'origine e americana d'adozione. Un'ambientazione affascinante e inusuale, un linguaggio tutto da scoprire, una trama di cui conoscevo pochissimi dettagli; giusto il necessario. Senza bussole e sicure scorciatoie, ho voluto che questo suo mondo diventasse il mio per la durata di una lettura. Senza guide impavide e un po' folli a conoscenza della lingua indigena, ho sfidato, tutto solo, la Distesa delle Tenebre e ho seguito convogli interminabili, partecipato a sfarzosi balli, ascoltato parole di pericolose cospirazioni. Non sapevo cosa aspettarmi. Avevo preferito che la trama rimanesse una sorpresa da scoprire a piccole dosi e, alla cieca, in recensioni venute prima della mia, avevo adocchiato l'elemento più appetitoso e interessante: la valutazione finale. Tenebre & Ghiaccio, con i suoi voti altissimi, doveva essere un trionfo. Per forza. Doveva essere la novità che tutti noi aspettavamo, dopo vampiri tornati dalle loro bare, lune piene risalite nei cieli notturni con la mezzanotte, angeli ribelli, estenunati incursioni nel mondo del distopico. Necessariamente. Avrei dovuto capirlo dall'inizio, quando tutti criticavano quella copertina in stile graphic novel che a me piaceva parecchio. Già allora ero un filino in disaccordo con i miei amici lettori. E lo sono anche adesso, dovendo ammettere che Tenebre & Ghiaccio non mi ha entusiasmato, purtroppo, come da programma. Non mi ha contagiato, non mi ha conquistato senza riserva alcuna. A lettura ultimata, sfiorando con le dita il dorso liscio e blu del volume, non posso nemmeno ammettere che il romanzo non mi sia piaciuto, questo no; ma mi è piaciuto totalmente e incondizionatamente quando avrei detto che, ormai, era già troppo tardi per il colpo di fulmine. Mi è piaciuto a scoppio ritardato, a rallentatore. A una prima parte lenta e poco ispirata, infatti, se ne contrappone una seconda che, anche se solo negli ultimi capitoli, sa regalare bei colpi di scena e forti emozioni: l'essenziale; gli elementi più importanti e imprescindibili quando si parla di letteratura per ragazzi, a mio avviso. 
L'autrice, all'inizio, bombarda di dettagli e di nuovi vocaboli, di gerarchie difficili da cogliere e di immagini dense di cose. Delinea un'amicizia che si scopre amore sin dalla prima pagina e parla di un mondo in cui può risultare, a volte, ostico accedere. Ho visto scenari splendidi, parate raffinate di pellicce, mantelli e vestiti, palazzi monumentali e aristici intagliati tra rami ricurvi, foreste nere e soffici fiocchi di neve. Ho visto una protagonista che scopre tardi il suo potere e un'autrice che, sempre tardi, scopre le potenzialità della sua trama, imparando a padroneggiare le attenzioni dei suoi lettori con coinvolgenti trovate lontane dai meri trucchi del mestiere. Ho visto tardi la luce della giovane Alina risplendere come mille soli. Per il tempo restante, sono stato sulle soglie del crepuscolo: dove niente è nero e niente è bianco; dove niente è bello e niente è brutto. In una Distesa delle Tenebre dai toni grigiastri, abitata da creature splendide e mostruose e animata da un leggendario apparato mitologico di tutto rispetto. La trama è bella, semplicissima, ma senza il suo particolare sfondo e senza una cortina di nomi impronunciabili a gettare, nei momenti opportuni, abbondanti sbuffi di fumo negli occhi, avrebbe immediatamente rivelato il suo essere piuttosto simile a tante altre. Ai suoi personaggi è facile volere bene e leggere del consueto triangolo amoroso non infastidisce nemmeno per un istante, quasi come se la Russia rendesse anche quello più bello e la rete tagliente di intrighi, potere, lotte e tradimenti rendesse anche i legami più veri.Se la semplicità dello svolgimento non è stata un problema, lo è stata – almeno per i miei gusti – quella dello stile e del lessico. La scrittura della Bardugo è così pulita, così priva di orpelli, da risultare poco incisiva; poco memorabile. Lei ha personalità, ma il suo buon gusto non trapela da uno stile che non osa metafore, accostamenti, nuove strade. Sarebbe stato sorprendente e bello, invece, scorgere echi della cultura russa anche nelle righe stesse, oltre che nell'apparato scenografico. Se, con più audacia, l'autrice avesse fatto proprio uno stile più ricco ed elaborato, evocativo e barocco, strizzando, con la consapevolezza dei più grandi, l'occhio alle opere autenticamente intramontabili della letteratura russa, avrebbe avuto tutta la mia stima e molti più lettori al suo seguito. Invece, il suo romanzo è ambientato nella grande Russia, ma parla l'americano immediato e veloce dei licei. Leigh Bardugo non è Laini Taylor, che nella sua fumosa e spettacola Praga mi aveva fatto mettere le tende, regalandomi generosamente un viaggio al prezzo di un libro. Tenebre & Ghiaccio è un fantasy buono, ma non eccelso. Un romanzo con tanti elementi positivi e tanti elementi negativi, proprio come tanti appartenenti al genere. Lo consiglierei agli amanti del fantasy tradizionale, dei quali io – evidentemente – non faccio parte. Speravo che Tenebre & Ghiaccio sapesse portarmi lontano, invece nemmeno la Bardugo è riuscita nell'impresa impossibile di farmi cambiare idea, conquistandomi con un genere che non ho mai amato e che, forse, mai amerò. Aspetto un'altra avventura, un altro autore. Proprio per la sua essenzialità Tenebre & Ghiaccio, tuttavia, potrebbe essere considerato una boccata d'aria fresca. Un ritorno alle origini. Paradossalmente, è una delle novità più tradizionali che ci siano.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Bastille – Things We Lost in Fire