venerdì 17 maggio 2013

Mr Ciak #11: La Migliore Offerta, Io e Te, L'amore è imperfetto

Ciao a tutti, amici! Come state? Io vivo un periodo di caos assoluto: a un mese scarso dagli esami, solo ora mi rendo conto di cosa dovrò affrontare. Ho materie da recuperare, percorsi da preparare, schemi da ultimare e, soprattutto, il blog da portare avanti. Ci riuscirò... o almeno spero! Dato che le letture rallenteranno un po' con l'avvicinarsi delle temutissime prove, nelle prossime settimane cercherò di aggiornare rubriche che spero possano interessarvi e che, personalmente, non mi rubano mai troppo tempo. Oggi, con Mr Ciak, vi consiglio tre film italiani: sono tutti basati su un romanzo e, due dei tre, sono stati diretti da maestri del nostro cinema. In un modo o nell'altro, chi più, chi meno, vi suggerisco di vederli un po' tutti. Generi completamenti diversi, diversi approcci, ma, in tutti i casi, spunti decisamente interessanti. Qualcuno li ha visti? Li conoscevate o, per caso, avete letto gli omonimi romanzi? A presto (e pregate per me :P), Mik.
 
L'Italia: terra di poeti e muse, arte e paesaggi unici. Terra con un'eredità culturale senza pari.
A portare alto il suo nome, mentre il mondo della politica è poco più che una barzelletta sulla bocca di tutti ed i suoi personaggi sono meteore destinate a sparire in fretta dai radar televisivi, è un regista straordinario. A mio parere, il migliore. Un orgoglio per tutti e, soprattutto, per la Sicilia in cui è nato e di cui, tante volte, ha catturato i volti segreti e l'essenza più profonda. Ci ha regalato un Oscar e film indimenticabili, ma in questo ultimo film – già com'era avvenuto in La Sconosciuta – c'è stato un cambiamento leggero: dagli scorci soleggiati del sud Italia, al grigiore vagamente noir del nord. Girato tra Roma, Trieste, Milano, Vienna e Praga, La migliore offerta si avvale di un cast costellato interamente da celebri nomi internazionali. Uscito il primo gennaio scorso, è il nuovo film di Giuseppe Tornatore. E' una pellicola particolare, inclassificabile, impossibile da odiare: spazia dal giallo al dramma sentimentale con un'eleganza assurda, impeccabile. E' diretto non da un regista, ma da un esteta. I dettagli più trascurabili degli splendidi interni sono immortalati grazie a una fotografia morbida e patinata, gli abiti e le location sono stati selezionati con un gusto impeccabile, gli attori – nessuno escluso – si muovono sul set come se fossero nati solo per quello. Geoffrey Rush (ancora una volta impegnato in un'interpretazione da Oscar), uomo ermetico e pieno di nevrosi, è uno stimato critico d'arte. La sua vita lavorativa è un trionfo, la sua vita sociale è come un buon falso d'autore: pura apparenza, mera finzione. Sylvia Hoeks, all'inizio, è solo un'affascinante voce al telefono – e nella versione italiana, doppiata dalla bravissima Miriam Catania, è musica per le orecchie. Ricca e giovanissima, non esce di casa dall'età di quattordici anni. Soffre di agorafobia. Vive in una prigione che ha le fattezze di un museo, ma è in una gabbia, sebbene sia dorata e appariscente. Jim Sturgess, per fortuna sempre più presente sulla scena internazionale, è invece un ragazzo sveglio e brillante, capace di assemblare qualsiasi rottame. Di vedere il disegno già ultimato di un puzzle con miliardi di pezzi. Il film è una parata di buon gusto, di indiscutibile eleganza, di bellezza. Incantevole, curatissimo, romantico, crudele, terrificante. Pirandelliano nel messaggio e nella messa in scena, machiavellico nei colpi di scena che l'epilogo riserva, La giusta offerta è un film da vedere obbligatoriamente.
 
Dopo Come Dio comanda, Branchie e Io non ho paura, Niccolò Ammaniti torna ad ispirare il cinema italiano. Basato sull'omonimo romanzo – una storia breve ed intensa che consiglio vivamente a tutti – Io e te è il ritorno alla regia del maestro Bernardo Bertolucci.
Il risultato è un film essenziale, minimalista ed intimo, per una storia epigrafica ma complicata come lo è ogni gioventù. Incentrato sulla convivenza forzata e paradossale tra due fratellastri, è retto dagli sguardi, dai silenzi e dalle interpretazioni dei due giovani protagonisti, quasi alla loro prima esperienza con il cinema. Le incomprensioni tra nord e sud, due generazioni a confronto, due guai. Due volti nuovi, freschi, normali: familiare, brufoloso e puro quello del giovanissimo Jacopo Olmo Antinori; sofferente, fiero e bello quello di Tea Falco. Il film che li vede insieme è buio, ombroso, oscillante tra la commedia e il dramma, il romanzo di formazione e un giallo dalle atmosfere claustrofobiche. Ottima e ricchissima la colonna sonora, in cui spicca la bellissima versione italiana di Space Oddity: canta David Bowie, scrive Mogol. Una rilettura di gran classe di un piccolo, grande best-seller, dunque, anche se la tristezza esistenziale del romanzo viene leggermente meno, per mezzo di un finale liberatorio, propositivo... diverso. Che mescola tristi consapevolezze, tormento, inguaribile speranza.

Nel video di L'amore è una cosa semplice, la canzone di Tiziano Ferro, passano veloci le immagini di un film: lo splendido lungomare di Bari, una bambina che sorride, due amiche inseparabili, una ragazza che ama pazzamente. Il film, tratto dall'omonimo romanzo di Francesca Muci, è una storia di amori imperfetti e della donna che li colleziona: Elena. Ha avuto il cuore a pezzi, ma non ha mai saputo dire di no all'amore. Questo l'ha portata tante volte a sbagliarsi, tante volte ad innamorarsi un po'. Molti anni prima ha amato il bel fotografo Marco, ma non è finita bene. Di loro due non è rimasto niente, o quasi... Adesso, che ha trentacinque anni e fa la correttrice di bozze per una casa editrice, nello stesso giorno, la sua vita s'incrocia con quella di Ettore e Adriana – un cinquantenne saggio, colto e affascinante; un'adolescente estroversa, folle e sconclusionata. Rimarrà vittima della seduzione di entrambi, di una passione che infrange ogni tabù.
Portato sul grande schermo dall'autrice stessa del libro, L'amore è imperfetto è una pellicola italiana atipica, ma decisamente interessante. Spazia da un genere all'altro con leggerezza, abilità, seducente fascino: ci sono ingredienti che rimandano al melò, altri alla commedia sexy degli anni '70, altri all'erotismo che di recente impazza al cinema e, soprattutto, nelle librerie... E' un dramma che non rinuncia a mostrare gli aspetti più concreti della passione amorosa. I novantadue minuti della pellicola sono spesso caratterizzati da scene di sesso (etero, omo e bisessuale), più o meno esplicite, che riportate con sensibilità ed un certo gusto, non scandalizzano minimamente. Alcune sono più ovattate, altre più maliziose e provocanti. Nel cast Lorena Cacciatore (sensuale e tentatrice), Bruno Wolkowitch (convincente, nonostante un ruolo non delineato ottimamente), Giulio Berruti (non solo bello – come le lettrici avranno già assodato – ma finalmente anche bravo). A dominare su tutto, però, è l'ottima prova della brava Anna Foglietta – un sorriso caldo e spontaneo, una simpatia tutta romana, una bellezza algida, elegante e filiforme che ricorda quella di Vittoria Puccini e Keira Knightly. Amori imperfetti per un film imperfetto e riuscito a metà, che non è stato in grado di lasciarsi alle spalle uno stampo lievemente televisivo, ma che, nel suo piccolo, ha trovato al forza di osare non dimenticando mai la leggerezza e non scadendo mai nel morboso. Sarebbe interessante leggere il romanzo, entrato da un giorno all'altro nella mia Wish List: alcuni dicono sia molto bello e, dati i diversi pregi della sua versione cinematografia, non stento a crederci.

martedì 14 maggio 2013

Recensione: Inferno, di Francesco Gungui

Non possiamo stare al mondo per sopravvivere. Dobbiamo vivere.

Titolo: Inferno – Canti delle Terre Divise
Autore: Francesco Gungui
Editore: Fabbri
Numero di pagine: 430
Prezzo: € 14,90
Data di pubblicazione: 7 Maggio 2013
Sinossi: Se sei nato a Europa, la grande città nazione del prossimo futuro, hai due sole possibilità: arrangiarti con lavori rischiosi o umili, oppure riuscire a trovare un impiego a Paradiso, la zona dove i ricchi vivono nel lusso e possono godere di una natura incontaminata. Ma se rubi o uccidi o solo metti in discussione l'autorità, quello che ti aspetta è la prigione definitiva, che sorge su un'isola vulcanica lontana dal mondo civile: Inferno. Costruita in modo da ricalcare l'Inferno che Dante ha immaginato nella Divina Commedia, qui ogni reato ha il suo contrappasso. Piogge di fuoco, fiumi di lava, gelo, animali mostruosi: gli ingranaggi infernali si stringono senza pietà attorno ai prigionieri che spesso muoiono prima di terminare la pena. Nessuno sceglierebbe di andare volontariamente a Inferno, tranne Alec, un giovane cresciuto nella parte sbagliata del mondo, quando scopre che la ragazza che ama, Maj, vi è stata mandata con una falsa accusa. Alec dovrà compiere l'impresa mai riuscita a nessuno: scappare con lei dall'Inferno, combattendo per sopravvivere prima che chi ha complottato per uccidere entrambi riesca a trovarli... Il primo romanzo di una trilogia fantasy.
                                       La recensione
Ho sempre amato molto la Divina Commedia. Da bambino, sentirne leggere qualche passo era come scoprire una nuova fiaba non contemplata nei libri per i più piccoli. Le parole non le coglievo mai tutte, tanti versi mi rimanevano oscuri, ma ne avvertivo la poesia, la passione divorante, la fantasia senza limiti. Crescendo, ho ritrovato Dante e il suo capolavoro in primo liceo. L'ho conosciuto meglio, l'ho studiato e approfondito, ma tutta la magia degli inizi, a una lettura più consapevole, svaniva ogni volta. C'era denuncia, impegno politico, voglia di arrivare con i propri scritti immortali a tutti – dal ciabattino al Gran Duca di turno – ma ogni filo dell'intreccio era nascosto dietro un velo più grande. Quello dell'allegoria. Inferno, Paradiso, Purgatorio: tappe di un viaggio dell'anima. Beatrice: la personificazione della teologia, l'espediente letterario di un grandioso poeta. Dante e Beatrice non si erano nemmeno mai conosciuti, nella vita vera. Lei, secondo molte fonti, si era spenta come un candela sotto un temporale quando il poeta fiorentino era appena un romantico, introverso adolescente. Non c'era stata nessuna storia d'amore, e la discesa infernale per salvarla era solo un'ingenua, frettolosa e sentimentale lettura della Commedia. Il mito di Orfeo e di Euridice non si era ripetuto. Che peccato, ho sempre pensato. Che occasione mancata, per certi versi. Per una volta, mi sarebbe piaciuto non sapere. O perlomeno sapere qualcosa di meno. Sarebbe stato più bello rimanere alla semplice fabula, senza conoscerne la genesi e i geniali ed audaci echi. Inferno – Canti delle Terre Divise è un romanzo distopico avveniristico ed originale costruito proprio su quella semplice, emozionante idea: su un sacrificio d'amore che sfida le autorità, le fiamme, la dannazione eterna. I Dante e Beatrice di Francesco Gungui, abitanti di un futuro non precisato e di una Terra irrimediabilmente smembrata, sono Alec e Maj ed hanno diciassette anni. La città di Alec ha le fattezze di un luogo rannicchiato sotto i bombardamenti: grigia, spoglia, squallida, con un proliferare di Casinò ad ogni dove e immagini infernali proiettate sulle pareti delle cattedrali. Riprese delle torture a cui sono sottoposti i dannati della prigione più spietata mai creata. Un memento mori capace di terrorizzare, di mantenere l'ordine. 
Dov'è cresciuta Maj, invece, le rose crescono senza spine, le spiagge sono sterminate e pulite, le villette bianche e accoglienti, le colline verdi per i fitti e rigogliosi ulivi, l'aria odorosa di salsedine. E' un paradiso, è il Paradiso. Vengono da realtà diverse, ma si incrociano a metà strada,“nel mezzo del cammin di nostra vita”. Maj vuole conoscere Alec e, attraverso le sue labbra, la libertà che il suo universo da sogno le nega. 
L'autore, ormai esperto in materia di adolescenti, sogni di libertà e bombardamenti di ormoni, descrive con delicatezza, ritmo e un pizzico di matura sensualità il loro scoprirsi: Maj che, con un cocktail in mano e un costume stretto nei punti giusti, lo guarda a bordo piscina; Alec che, con l'adorabile sorellina accanto e cattivi ricordi dietro le palpebre, ha paura di cedere ai suoi sentimenti; e il loro bacio proibito, che diventerà simbolo di ribellione e che, insieme a intrighi e tranelli, li condurrà insieme all'Inferno. L'idea è fantastica -  internazionale, ma che più italiana non si può – e Gungui si dimostra davvero bravo nel gestire l'intreccio e gli sviluppi di una storia potenzialmente esplosiva. Tanto bravo. La stessa Fabbri che, quando io ero piccolo, aveva pubblicato Eragon e Le Fiabe Sonore, mostra il romanzo come un classico libro per ragazzi. Trama avventurosa, copertina a disegni semplice e suggestiva e, a firmare il tutto, uno degli autori adolescenziali più noti in Italia, con le sue storie colme di buoni sentimenti e gioventù. Il suo nuovo romanzo, da metà in poi, è stato una violenta, travolgente sorpresa. Crudo, drammatico, realistico. La sua scrittura è il lanternino che ha illuminato questa catabasi, con una prosa spesso rapida e semplice, ma con l'abilità di diventare tagliente ed incisiva nei passi più impervi e memorabili. Evocativa. Sembra di sentire l'odore di zolfo, il calore delle fiamme nel petto, i graffi e la potenza delle terrificanti creature nascoste dietro i coni d'ombra. Davanti alla scena dell'ingresso in quella reale grotta della paura, alla fame di sesso e droga dei lussuriosi, alle risate sguaiate e ai mugolii cacofonici, ho immaginato una telecamera che si staccava dai volti dei protagonisti in spettacolari riprese aeree che riprendevano la città di Dite sotto assedio. Una fortezza medievale con guerrieri ed eroine e temibili mostri alle porte: sciami di arpie, minotauri, cerberi, centauri. I singoli personaggi, sporchi di fuliggine e sangue, in cerca di compagnia per non attraversare da soli le fiamme e i portali della morte, cercano un senso al tempo, alla vita, all'amore, all'odio. Anime che si interrogano sulla precaria fugacità del tutto, nelle quali grande è la voglia di lasciarsi morire, ma ancora più grande è il loro animo. Anche nella disperazione, tra uomini primitivi e tribù di donne guerriere, con la terra che trema e con grotte di rocciose stalattiti, prevale il desiderio di fuggire chissà dove, di piangere, ridere e amare come se non ci fosse un domani. 
Esigenze fisiche, innegabilmente umane. Si continua a cercare l'amore, si continua a farlo nella quiete di un prato o sotto il gorgoglio di una cascata, si continua a costruire piccoli nuclei familiari. Come non pensare a ciò che Venerdì rappresentò per Robinson Crusoe o Richard Parker per Pi: umanizzare, educare, raschiare e tornare a costruire cose nuove sono presenti, nell'uomo, al pari del suo stesso istinto di sopravvivenza. Tutto pur di portare l'umanità in quel carcere di fuoco. In quei cerchi di dannati è contenuto il meglio e il peggio dell'uomo odierno. Un animale a sangue freddo, alla fine, che si adatta a tutto per farsi una nuova esistenza, per imparare – in situazioni estreme – ad apprezzare la vita per quella che è. Come un cactus che cresce in deserti mai baciati dall'acqua o un'edera rampicante che supera muri, limiti, confini. Di tasselli di umanità, nel corso della lettura, se ne incontrano tanti, ma su un comprimario in particolare mi è impossibile tacere: Jorgos. Per me, ha rappresentato il Virgilio personale di Maj e Alec. Un bambino nato e cresciuto lì sotto, nei meandri dell'Inferno, senza aver mai visto la diretta luce del sole o le stelle. Innocente, vestito di stracci logori, con la pelle arrossate e le gambe magrissime, ma con il coraggio di un leone; di un adulto vero. L'impresa portata a termine da Francesco Gungui, il suo “folle volo” dal tiepido inferno dell'adolescenza a quello dantesco, è stato un piccolo trionfo: il suo ultimo romanzo è un distopico vero, la riproposizione rivista e corretta dell'adrenalina travolgente di Divergent e del patos e della cupezza dei vari Hunger Games. Uno young adult decisamente valido, leggermente venato di sadismo e del tutto privo di consolatorie scenette all'acqua di rose che in molti - ok, forse sono stato l'unico! - hanno evidenziato perfino negli acclamati romanzi di Suzanne Collins. Le terzine dell'Inferno difficilmente sono odiate e, perfino gli studenti più svogliati, non posso negare il mistero inquietante che sprigionano dopo molti secoli. Ma, se qualcuno non fosse d'accordo con me, dovrebbe necessariamente leggere questo romanzo. Scoprirebbe l'attualità e il sublime fascino di una storia che arde dentro.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode - Heaven

domenica 12 maggio 2013

All the world is a library #10

Buona domenica a tutti! Il calendario, oggi, segna il 12 Maggio, ma il cielo fuori non ispira proprio passeggiate sulla spiaggia e picnic al parco: che tempaccio, ragazzi. Come è accaduto anche qualche settimana fa, con il cattivo tempo, arriva anche un nuovo appuntamento di All the world is a library. Giuro che non lo faccio apposta: è destino! I titoli di oggi, proprio come faccio di solito, appartengono a generi molto diversi tra loro e a legarli non c'è un filo conduttore preciso: vanno dal fantasy allo young adult, dall'horror al romanzo storico. E le copertine? Sono calamite per l'occhio umano. Tra i romanzi di questo nuovo, internazionale episodio, anche Hemlock Grove – il libro che ha ispirato l'omonimo telefilm: ve ne parlerò presto, prometto! - e il ritorno delle autrici dello splendido Beautiful Creatures, questa volta non più insieme, ma con due nuove storie da raccontare. Ditemi un po', quali vi interessano? A presto, e un bacio a tutte le mamme che passano di qui, M ♥

Unbreakable
Kami Garcia
"Non ho mai creduto ai fantasmi. Fino al giorno in cui uno non ha tentato di uccidermi." Quando Kennedy Waters trova sua madre senza vita, il suo mondo inizia a cadere a pezzi. Lei non sa che le forze paranormali, in un mondo molto più oscuro, sono le uniche a tirare i fili. Non fino a quando i gemelli Jared e Lucas Lockhart irrompono nella stanza di Kennedy e distruggono uno spirito pericolosissimo inviato lì per ucciderla. I due fratelli le rivelano che sua madre era parte di un'antica società responsabile di proteggere il mondo da un demone vendicativo – una società i cui i cinque, unici membri sono stati assassinati nel corso della stessa notte.
Ora Kennedy deve prendere il posto della madre all'interno della Legione, se è ancora disposta a scoprire la verità e a rimanere viva. Insieme a Priest e Alara, nuovi membri della Legione, i ragazzi gareggiano per trovare l'unica arma in grado di distruggere il demone – combattendo gli spiriti letali che lui controlla passo dopo passo. Suspense, romanticismo e incontri paranormali in questo esaltante urban fantasy, il primo libro della nuova serie di Kami Garcia, coautrice della saga di La Sedicesima Luna.


Icons
Margaret Stohl
Il tuo cuore batte solo con il loro permesso.
Tutta cambia con Il Giorno. Il giorno in cui le finestre si frantumano. Il giorno in cui il potere si ferma. Il giorno in cui la famiglia di Dol muore. Il giorno in cui la Terra perde una guerra che non sapeva di star combattendo. Fino ad allora, Dol viveva una vita semplice, in campagna – salva dalle ombre dell'Icona e dal suo potere terrificante. Nascosta da una verità che non poteva semplicemente evitare. Lei è diversa. Lei è riuscita a sopravvivere. Perché? Quando Dol e il suo migliore amico, Ro, sono catturati e portati all'Ambasciata, al largo della metropoli tentacolare conosciuta come City of Angels, trovano più di una domanda a cui dare risposta. Mentre Ro e Tima, un ostaggio come lui, combattono contro chi li ha imprigionati, Dol si scopre attratta da Lucas, il figlio dell'Ambasciatore. Ma i quattro adolescenti sono più di quello che pensano, e il loro incontro non è una coincidenza fortuita. E' una cospirazione. Sotto il controllo costante dell'Icona, Dol, Ro, Tima e Lucas scoprono che le loro incontrollabili emozioni – emozioni che hanno sempre visto come un'immensa debolezza - possono essere davvero la risorsa più grande.

Hemlock Grove
Brian McGreevy
Il corpo di una ragazza assassinata e fatta a pezzi viene ritrovato nei bosci di Hemlock Grove, Pennsylvania, tra le ombre della vecchia acciaieria Godfrey. Una caccia all'uomo ha inizio – sebbene le autorità non siano poi così sicure che il colpevole sia un uomo...
Alcuni sospettano un evaso della White Tower, una struttura di biotecnologie della famiglia Godfrey, dove, secondo i rumors, hanno luogo esperimenti biologici al limite dell'immoralità.
Altri hanno sospettano di Peter Rumancek, un adolescente di una famiglia gitana reputato un licantropo dai suoi compagni di scuola. O forse il colpevole è Roman, il figlio del defunto JR Godfrey, che regna sui suoi coetanei con l'arroganza del suo sangue aristocratico e il suo status di superiorità indiscusso, nonostante la sorella, Shelley, le cui mostruose condizioni mediche celano una dolce intelligenza, e il controllo maniacale di sua madre, Olivia. Alla scoperta del grottesco e dell'oscurità presenti in ognuno di noi, Hemlock Grove ha la struttura e l'energia per poter diventare un classico – e Brian McGreevy il talento e l'ambizione per intrattenerci negli anni a venire.
 

Ink
Amanda Sun
Ho guardato il foglio. Lo scarabocchio di una ragazza seduta su una panchina. Una strana emozione febbricitante mi si sprigiona nello stomaco, simile a una malattia. La ragazza del disegno si volta, muove la testa, e i suoi occhi d'inchiostro guardano i miei.
Sulla scia di una tragedia familiare, l'ultima cosa che Katie Greene vorrebbe fare è spostarsi dall'altra parte del monto. Portata da sua zia in Giappone, Katie si sente perduta. Sola. Non conosce la lingua, sa tenere a stento un paio di bacchette in mano, non ha l'abitudine di togliersi le scarpe quando entra in un edificio qualsiasi. Quando Katie conosce il bello e disincantato Tomohiro, la star della squadra scolastica di kendo, è affascinata da lui... ed un po' spaventata. Con il suo atteggiamento rude sembra volerla tenere a distanza, e quando sono vicini, strane cose accadono. Le penne esplodono. L'inchiostro sgorga dal nulla. I disegni prendono vita. In qualche modo, Tomo ha una connessione con gli antichi dei del Giappone, e stando vicino a Katie ha acuito le sue abilità, ormai fuori controllo. L'inchiostro scorre nel loro sangue. Se le persone sbagliate vengono a sapere di loro, non hanno scampo. Saranno dei bersagli. Katie non ha mai voluto trasferirsi in Giappone – ora potrebbe non uscire dal paese viva...

Lady of Ashes
Christine Trent
Nel 1861, a Londra, Violet Morgan sta tentando di rifarsi una buona reputazione dopo il fallimento dell'impresa del marito. Trova conforto nel lutto, dà consiglio sulle mode e il galateo delle cerimonie: organizza funerali. All'insaputa di sua moglie, Graham, che ha nutrito un odio profondo per l'America sin da quando suo nonno combatté nella guerra in Gran Bretagna del 1812, viene coinvolto in un piano per vendere armi al Sud. Nel frattempo, Violet riceve la commissione di una vita: pianificare le esequie di un caro amico della Regina Vittoria e del Principe Alberto. Ma la sua posizione rimane precaria, specialmente quando Graham scompare e lei inizia a mettere insieme una serie di misteriose morti tra i poveri. E più si avvicina alla verità, più il pericolo è grande per entrambi... Un pericoloso assassino ha messo gli occhi su di lei: sotto terra, c'è un segreto sepolto. 

Nobody but us
Kristin Halbrook
Will: Forse è troppo tardi. Forse il padre di Zoe le ha già completamente rubato i suoi quindici anni e le ha ormai insegnato a vivere nella paura. Io cambierò le cose. Aiutarla significa tornare a essere forte, e coraggioso. Non che io, adesso, sia una specie di esempio... ma possiamo imparare insieme. Quando il mondo intero è contro di te, a volte ti sembra di non poter correre abbastanza velocemente.
Zoe: Forse ci vorranno anni affinché Will venga a patti con l'abbandono. Forse ci vorrà tutta la vita. Ma io rimarrò con lui per sempre, fino a quando non gli avrò provato che le persone non sempre scappano, che c'è sempre qualcuno disposto a non rinunciare a te.
 

giovedì 9 maggio 2013

Book Blogger Hunt: Tappa #9

Ciao a tutti, ragazzi! Proprio come ho fatto lo scorso anno, sono felice di ospitare sul mio blog la nona tappa di un'imperdibile caccia al tesoro... una sfida all'ultimo libro. Ideata dalle blogger Denise (qui) e Juliette (qui), con la speciale collaborazione della simpatica e preziosa new entry Bliss (qui), torna anche in questo 2013 la Book Blogger Hunt. Nel post di oggi, vi parlerò un po' di me, rispondendo a una domanda molto simpatica: se potessi scegliere due soli personaggi, quali vorresti essere? Arduo compito. Sapete che io e le scelte non andiamo affatto d'accordo. Questa volta, però, non ho nessun dubbio. Il primo personaggio – sarà scontato, banale, ovvio – ha segnato la mia infanzia e parte della mia adolescenza. Ho sognato giorno e notte di vivere le sue avventure, di far parte della sua inossidabile cerchia di amici, di lottare al suo fianco e di seguire le spiegazioni di Difesa contro le Arti Oscure seduto accanto a lui. J.K. Rowling è come una zia lontana, per me. Lui, quindi, è come un cugino. Anzi, come un fratello: parlo del solo e unico Harry Potter. Indimenticabile, magnifico. Vorrei avere una vita fatta degli stessi brividi intensi, della stessa magia. E non ho mai smesso di aspettare che, da un momento all'altro, il buon Hagrid sfondi la porta in malo modo con una lettera indirizzata a me. Ho diciannove anni da aprile, ormai, ma, vecchio o no, aspetto ancora che Hogwarts mi chiami a sé. Lo sapete: questi desideri non hanno età! 
Ok, ora imbroglio un po'.... ma shhhh, non ditelo in giro! Parlando di fantasy, non posso non citare un altro bel personaggio che ho scoperto da poco: Ethan Wate, il protagonista di La Sedicesima Luna. Mi sono identificato con lui dalla prima pagina: siamo molto simili – con le stesse paure, le stesse maschere, le stesse ambizioni. Come lui, però, vorrei avere la mia Lena Duchannes: un uragano dagli occhi immensamente verdi, capace di mettere a soqquadro gli scoperti di una vita che sa tristemente di stantio. Il secondo personaggio vero e proprio, però, è... Peter Parker. Ok, non è parte di un romanzo e, ok, sapete che i fumetti non mi hanno mai fatto impazzire. Però, non lo so, risveglia la parte nerd che c'è in me: che abbia il volto di Tobey Maguire o di Andrew Garfield non fa differenza. Lo guardo in un film, in una vecchia serie animata, è vorrei essere come lui. Leggero come l'aria, libero, potente. Da adolescente sfigatello a eroe senza macchia e paura, ma con quello splendore di Emma Stone accanto! Farei a meno volentieri, però, della sua calzamaglia blu: mi farebbe le cosce troppo grosse, ahahahahah :'D E voi? C'è qualche personaggio di cui vorreste vestire i panni, anche per un giorno soltanto?
 
 Ecco gli indizi della definizione che ho scelto: si tratta del (lungo) titolo di un romanzo.
1) Letto quest'anno, è stato promosso dal sottoscritto con il massimo dei voti.
2) L'autore, conosciuto per lo più con un fantasioso e celebre pseudonimo, si è finalmente firmato con il suo nome reale.
3) Nella mia recensione, l'ho definito una sorta di romanzo di John Green... ma in 3D. Illustrato!

mercoledì 8 maggio 2013

Recensione: Quello che non c'è scritto, di Rafael Reig

Buonasera, amici! Per chiudere la giornata, la recensione di un libro che ho terminato ieri, sul tardi. Un libro sul quale non so dirvi di preciso cosa penso e per cui è stato complicato anche mettere un semplice voto. Effettivamente due stelline e un po' sono giuste per uno young adult mediocre, ma non per un romanzo come Quello che non c'è scritto. Purtroppo, non saprei come altro giudicarlo, quindi prometto di rileggerlo, un giorno o l'altro, e di passare ad aggiornare il post con nuove impressioni. Sensazione strana! Ringraziando il gentile ufficio stampa, vi auguro buona lettura e una piacevole serata, M.
Le coincidenze lasciale ai romanzi. Nella vita non esistono. 

Titolo: Quello che non c'è scritto
Autore: Rafael Reig
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 316
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 24 Aprile 2013
Sinossi: È il rito di un fine settimana qualsiasi: l'ex marito che passa a prendere il figlio per portarlo in montagna. Dopo averli accompagnati all'ascensore, Carmen tira un sospiro di sollievo. Il divorzio burrascoso è alle spalle. Jorge ha quattordici anni, vien su bene; Carlos era un pessimo marito, ma tutto sommato è un buon padre. Di colpo vede su una sedia un dattiloscritto che prima non c'era. L'ha lasciato Carlos con un messaggio scritto a penna: voglio che tu lo legga. Bastano poche pagine per immergerla in un romanzo amaro, un noir pieno di violenza. Le parole dell'ex marito bruciano, scoperchiano ricordi difficili. Carmen tra le righe avverte una minaccia: è rivolta a lei? A suo figlio? Su un treno che sfreccia nella campagna, intanto, padre e figlio imbastiscono pacche e sorrisi, ma Jorge è nervoso da far paura e Carlos si attacca alla bottiglia. Fin dalle prime stazioni si sente aria di condanna. Carmen, a casa, legge pagina dopo pagina, sforzandosi di restare calma: è solo un romanzo, un intreccio di storie immaginarie, forse è lei che ci legge quello che non c'è scritto. In montagna soffia un vento umido e gelido, Carlos e Jorge hanno il ghiaccio nel cuore. È troppo ripido e instabile il crinale delle cose non dette. Cercano di uscirne, si vogliono bene. Potrebbero anche farcela, se fossero soli: un padre davanti a suo figlio. Ma non sono più soli. E i loro cellulari squillano a vuoto.
                                         La recensione
“Le coppie non si separano quando uno dei due scopre la verità dell'altro e si rende conto che non è come si aspettava; si sfaldano quando si finisce per conoscere se stessi e si scopre quello che segretamente si temeva che venisse fuori.” Jorge, quattordici anni, è un ragazzino che conosce la sofferenza più profonda. Figlio di genitori separati, da bambino, è stato conteso in una lotta per l'affidamento senza esclusione di colpi. Lo scontro tra sua madre, Carmen, e suo padre, Carlos, doveva essere mosso semplicemente dall'amore nei suoi confronti, ma alla fine, su tutto, è prevalsa la distruzione. Sull'amore, l'odio. Ma ogni cosa è destinata a passare, anche una faida di egoismo e sdegno combattuta nel cuore di un'unica famiglia. Le cose sono migliorate. Tra Carmen e Carlos si è aperto un civile dialogo e, ormai adolescente, Jorge, anche se affidato alla madre, ha modo di passare un paio di weekend al mese anche con suo padre: un uomo che non conosce, che teme, che vuole positivamente impressionare a tutti i costi. In un sabato temporalesco, gravido di pioggia e tragedie, padre e figlio vanno in montagna, nella baita di Yolanda, la nuova compagna di Carlos. Carmen è da sola, nel suo appartamento al centro di Madrid. Sola e con un manoscritto senza titolo che le ha lasciato il suo ex marito. Sulla prima pagina, un appunto: leggilo. Carlos, da sempre scrittore frustrato e senza talento, ha dato vita a un racconto crudo, squallido, cattivo, che parla della legge degli uomini, del crimine, della violenza della strada. E' una storia alla Tarantino, grottesca e sanguinosa; quella di quattro zotici di provincia ossessionati dalle parole crociate e del rapimento di una giovane snob, ricca e viziata. In palio c'è un ambito riscatto, ma per il protagonista del romanzo di Carlos, Toni, in palio c'è molto di più: lui vuole che la ragazza in ostaggio lo tema, lo guardi con una paura mista a rispetto, lo prenda in considerazione, lo ami. 
Carmen legge quella storia che odora di ruggine, fumo e sangue, e pensa. Cosa starà cercando di dirle il suo ex? Cos'è quello che legge tra le righe, quello che non c'è scritto? Parlare del romanzo di Rafael Reig è estremamente difficile e strano. Non saprei valutarlo utilizzando i soliti criteri, non saprei come esprimere quello che penso. Ecco, è un romanzo oggettivamente buono – ben scritto e ben congegnato – ma che a me, purtroppo, non è piaciuto. All'inizio, abituato alla raffinatezza e alla sottile sensualità dei thriller spagnoli, sono rimasto un po' disorientato. Risuonava di rabbia repressa, rancore: era pulp, livido, esageratamente esasperato, quasi carnivoro. E' un romanzo nel romanzo, la cui apparente rozzezza è studiata nel dettaglio; rozzezza che perfino un bravo scrittore, mettendoci anima e corpo, non riuscirebbe mai a raggiungere. Significherebbe distruggere tutto, fare tabula rasa di quello che gli hanno insegnato in anni di scrittura. Lo stile, per quanto particolare, è bello. La trama è bella. Ma ci sono cose che cozzano tra loro, stridendo e sbraitando, rendendo immensamente disarmonici i tratti generali del libro. La storia madre è quella dei due maturi – per età, ma non per indole - protagonisti, persone che si sono tanto amate, ma che, finita la passione, hanno preso a distruggersi a vicenda, in un duello di rabbia e dolore che deforma i loro tratti; li rende orribili e affilati; li porta a lottare per il destino di un bambino sospeso. Un bambino sfortunato. Per una sorta di osmosi, il romanzo di Rafael Reig, quello vero, acquisisce i toni del manoscritto del protagonista. 
La lettura del primo risulta, ad un certo punto, meno appassionante di quella del secondo. Presentato come un thriller, un hard boiled degli anni '70, Quello che non c'è scritto non ha, però, misteri. Solo odio che cozza mortalmente contro odio. La caratterizzazione dei personaggi è eccellente, ma questi ultimi appaiono incurvati dalle troppe sofferenze, dai troppi dettagli superflui. Nel corso dell'intreccio, tuttavia, trovano spazio riflessioni di grande interesse, degne di attenzione e di un'accurata meditazione. Perché scrivere, afferma l'autore, è un atto di potenza. Lo scrittore, nell'arco di un romanzo, è il Dio del suo lettore. Lo manipola... O è il lettore a manipolare lo scrittore, a leggere nel romanzo ciò che lui stesso vuole vedere? Ciò che riflette le sue paure inconsce, i suoi desideri, il suo vissuto, ma che, infondo, non è presente sulla pagina stampata? Dà più domande sulle cui pensare che risposte concrete. Non è un enigma, ma è un cruciverba da risolvere. Armati di estrema razionalità, di voglia di pensarci sopra, di pazienza. Probabilmente l'ho letto semplicemente nel momento sbagliato, quando ero del tutto privo dei tre preziosi prerequisiti. Ma mi ha fatto pensare. Ricordo, anni e anni fa, poco più che bambino, di aver letto un'edizione supereconomica di La casa di sabbia e nebbia, di Andre Dubus III – per inciso, uno dei pochi casi in cui la trasposizione cinematografica è palesemente superiore al libro stesso. Ritornando dal mare, in macchina, dal finestrino del sedile posteriore, guardavo ossessivamente una villetta affacciata sulla spiaggia. Mi sembrava che fosse uscita dalle pagine del romanzo. Come se lì si stesse per compiere una tragedia immane, la stessa raccontata nella storia che stavo leggendo, e io solo potessi fermarla... Perché ci sono quei libri particolari, infatti, che riempiono di suggestione, di insensata inquietudine. Purtroppo Quello che non c'è scritto, per me, non è stato uno di quelli.
Il mio voto: ★★ ½
Il mio coniglio musicale: Bebe – Malo 

martedì 7 maggio 2013

Mr Ciak #10: La casa, Hansel e Gretel - Cacciatori di Streghe, El Cuerpo

Ciao a tutti! Mr Ciak è tornato, e con un appuntamento da brrrr... ivido! Oggi, le recensioni di tre film che esplorano il mondo della paura e delle ombre in tre modi molto diversissimi. Evil Dead – La casa, dal 9 Maggio al cinema, è l'imperdibile remake dell'omonimo film di Sam Raimi: cruento, estremo, raggelante. Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe, invece, è un fantasy dai toni dark: un divertentissimo passatempo! L'ultimo, ancora inedito in Italia, si intitola El Cuerpo: si tratta di un valido thriller, prodotto dagli ideatori di The Orphanage e Con gli occhi dell'assassino (entrambi favolosi!), che unisce il giallo alla Hitchcock al dramma passionale, dando conferma di quanto siano bravi gli spagnoli quando si parla di thriller. Ve li consiglio vivamente tutti, tutti. Il primo – per quanto bello – potrebbe disturbare qualche spettatore, ma gli altri si lasciano guardare che è un macabro piacere. Ditemi cosa ne pensate! Alla prossima, Mik
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Negli ultimi anni abbiamo assistito, impotenti, a un'invasione su scala mondiale. Remake da ogni dove. I fantasmi con gli occhi a mandorla che avevano acquisito tratti occidentali, le telecamere tremolanti di Rec approdate anche negli Stati Uniti, il cinema che sembrava aver rinunciato alle vere novità. Ci sono sempre quegli spettatori che, per posizione presa, si schierano sempre e comunque contro la moda del remake. E, spesso, sono d'accordo con loro: sono inutili, inferiori all'originale, girati per pura speculazione: senza che se ne sentisse l'effettiva necessità. C'era una volta, però, tanto tempo fa, un tale chiamato Sam Raimi: aveva vent'anni o poco più, quattro spiccioli in tasca, attori mai visti prima a disposizione, una telecamera per dare vita a un'idea sanguinosa che gli frullava in testa da un po'. Premesse a dir poco squallide avevano dato vita a un horror entrato nella storia. A un capolavoro del brivido universalmente riconosciuto: Evil Dead. La casa. Sono passati trent'anni e, vero, fa ancora paura. Ma si sentiva l'esigenza di una bella rispolverata; il bisogno di godersi la stessa storia nell'epoca degli effetti speciali più realistici ed impressionanti. E' nato così il remake di Fede Alvarez: come un omaggio a una pietra miliare del genere. Niente docce o scenette sexy, niente battute idiote pronunciate da personaggi ancora più idioti. La trama riprende alla lettera l'essenzialità del film precedente e propone ancora una volta una delle storie più collaudate e riprese al cinema: cinque giovani, un fitto bosco, una casa costruita sulle radici del male, un libro capace di risvegliare i morti – il Nekromantix. Quel plot così banale colpisce. I pochissimi personaggi sono ben caratterizzati, i dialoghi – intervallati da vane fughe, automutilazioni, possessioni demoniache, incantesimi scritti per la dannazione dell'anima di chi li legge – costruiscono convincenti dinamiche tra i bravi protagonisti, tra i quali spiccano su tutti Jane Levy (adorabile nella serie TV Suburgatory) e Shiloh Fernandez (Cappuccetto Rosso Sangue). Nel primo, infatti, la casa del titolo era un luogo di ritrovo alternativo per un gruppo d'amici: un cottage delle vacanze nel cuore del bosco. In questa nuova versione della storia, invece, isolata dalla tentazioni e dal caos della città, viene utilizzata come scenario della disintossicazione della giovane e debole Mia. Lì, isolata da ogni tentazione, può combattere una spietata dipendenza, nata dopo la morte della madre, e riallacciare il rapporto con un fratello che l'ha lasciata subito sola, scappato via davanti al primo scricchiolio nella facciata di una famiglia non poi così perfetta. Sarà lei, nell'arco del film, il simulacro in cui il Male deciderà di abitare: la prima vittima di una forza travolgente che farà letteralmente a pezzi la sua psiche e i corpi dei suoi amici. Davvero bravissima Jane Levy, un concentrato di innocenza infantile, forza, coraggio. La nuova “scream queen” di Hollywood. L'aspirante erede del mitico Ash di Bruce Campbell. Le scene e le uccisioni dell'originale – celebre la scena in un cui la giovane protagonista viene stretta in una morsa mortale dai rami del bosco - sono riproposte senza filtri, solo rese con una regia più lucida e meno grezza. Piccoli accorgimenti ed aggiunte rendono, infatti, il film molto più di un semplice remake: questo Evil Dead, in meno di un'ora e mezza, è anche una sorta di prequel e di ideale sequel dell'originale di Sam Raimi. Perfetto il susseguirsi delle scene finali, in cui la telecamera è usata come uno strumento raffinato, che indaga la paura e si immerge coraggiosamente in bagni di sangue all'ultimo respiro. Perché uno splatter senza sangue è come un porno girato coi vestiti addosso. Non ha senso. Ci sono le giuste dose di “profondo rosso” che sporcano pavimenti e vestiti, ma non manca nemmeno una forte tensione narrativa. Corto e sanguinante, il nuovo Evil Dead è come una ferita aperta sui nervi e le ossa scoperte. Semplice, macabro, emozionante, dotato di un violento fascino dark. Va dritto come un treno verso l'orrore più assoluto e puro. Senza alcuna superflua ironia: veloce, immediato, nudo e crudo.

Per un capriccio personale, l'avevo visto qualche mese prima dell'uscita italiana, in versione inglese e in una qualità pessima. Le mie alte aspettative, purtroppo, non erano state rispettate. Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe non era il retelling che mi sarei aspettato: non era la nuova versione dei Fratelli Grimm & L'incantevole strega che avrei voluto, invece, vedere. Il regista non era di certo Terry Gilliam e la sceneggiatura essenziale non garantiva uno buono sviluppo dell'interessantissima idea di base. A una seconda visione, però, l'ho radicalmente rivalutato. Vedendolo, ho trovato il divertimento scanzonato e l'azione pura che stavo cercando. L'ottima qualità, che solo una visione al cinema garantisce, mette in risalto gli effetti speciali, i combattimenti frenetici, la fotografia mozzafiato e le numerose scene gore. Visto in compagnia è un intrattenimento spensierato, stuzzicante, perfetto. I piccoli protagonisti della fiaba sono trasformati in coraggiosi combattenti alla Van Helsing e, armati fino ai denti e con i volti di Jeremy Renner e Emma Arterton, impegnati con scene a rallenty e corse a perdifiato nei boschi, sono due gran fighi! Lui, simpatico e sicuro di sé come un novello Tony Starks; lei, bellissima, coraggiosa, ribelle e con un dono sconosciuto. Insieme a loro, la strega cattiva interpretata da Framke Janssen – la cinquantenne più seducente e affascinante di Hollywood. Invecchiare: lo stai facendo nel modo giusto –, il giovane Thomas Mann, visto di recente in Beautiful Creatures, e l'enorme Edward, un simpatico troll creato interamente al computer. Con richiami a Stardust, e strizzate d'occhio alla Mummia, tra l'urban fantasy, l'horror e lo steampunk, Hansel & Gretel è un film fatto per piacere ad un pubblico di giovani spettatori - decisamente pop, modaiolo, piacevolmente sanguinoso, divertente, scorrevole e nella cui sceneggiatura non è contemplata nemmeno per un attimo la parola noia. Carinissimo, ma senza impegno!
 
Mayka è morta all'improvviso, stroncata da un infarto. Era una donna ricca, crudele, bella, potente, sposata con Alex, un uomo mite e sottomesso. Un uomo che, nel profondo, la detestava, e che l'ha uccisa. L'uomo che ha progettato, con la complicità della sua nuova fiamma, il suo omicidio. Non ci sono prove, non c'è un apparente movente: tutto è perfetto. Mayka ormai è in un obitorio, in attesa di un'autopsia che non dimostrerà nulla; nell'unico luogo in cui non potrà più manipolare nessuno. O forse sì. Il suo corpo sparisce all'improvviso. Il guardiano notturno che ha visto tutto è messo a tacere, in coma. Chi ha trafugato il cadavere? O è stato il cadavere stesso ad alzarsi sulle proprie gambe e ad andare via? In una notte di pioggia, tuoni e ricordi dolorosi, un anziano poliziotto è chiamato ad interrogare Alex. In quel luogo angusto e tetro si troverà la risposta a tutti i misteri, perfino a quelli più antichi. Perché Mayka, viva o morta, ha ancora pieno potere sul consorte ed è disposta fino alla fine a chiudere un'estrema partita. Perché la morte, a volte, non è la fine di tutto... Veloce, intrigante, umano, ben scritto. Un meccanismo dai ritmi perfetti. L'ennesima prova che gli spagnoli – sempre così ponderati, algidi ed eleganti – sono i nuovi maestri del thriller. Un'ottima conferma. El Cuerpo è un giallo classico, la storia di un delitto perfetto; un thriller psicologico e sentimentale. Un omaggio alle machiavelliche trame hitchcockiane, sorretto da interpretazioni sobrie e lucide, da un ritmo vertiginoso, da un colpo di scena finale pressoché imprevedibile, da una chiusa efficace e beffarda. Quasi interamente ambientato tra le quattro mura di un obitorio, scivola tra presente e passato in un gioco di flashback e specchi, apparizioni ed elaborate vendette. All'inizio, ha la struttura di un semplice triangolo: il classico lui, lei, l'altra. Poi la figura geometrica si deforma, si frantuma in nuovi pezzi, fino a formare nuovi spigoli... fino ad includere nuovi, impensati colpevoli. Accanto ai meno conosciuti Hugo Silva (al cinema con Gli amanti passeggeri) e José Coronado, la protagonista di The Orphanage e Con gli occhi dell'assassino – Belén Rueda. Leggermente invecchiata con gli anni, ma bravissima, raffinata, piena di charme. Questa volta, non la vediamo nei panni della protagonista. Interpreta la moglie possessiva ed avida, la vittima, il corpo del titolo trafugato dall'obitorio: un ruolo ambiguo, sopra le righe, da vera femme fatale che, perfino dalla tomba, non smette di giocare secondo con le sue contorte regole. Mi ha ricordato leggermente Jessica Lange, ed è un signor complimento!

lunedì 6 maggio 2013

Ritratto di Signora: Il sorriso di una madre

Buon inizio di settimana a tutti. Primo lunedì del mese, nuovo articolo di Ritratto di signora. Il pezzo di oggi è stato scritto da Monica, "mamma" del blog Books Land: un post semplice, nato dal cuore, sincero e bellissimo. Davvero imperdibile! Non siete d'accordo con me? :) A presto e buona lettura, M.

L’articolo di questo mese non è stato immediato.
Ho dovuto ragionare un po’ su cosa scrivere, e anche se avevo una vaga idea che mi frullava nella testa, nell’arco di questo fine settimana ho completamente cambiato soggetto.
L’ispirazione è arrivata sabato pomeriggio, quando, durante uno dei miei giri di volontariato, mi sono trovata di fronte, per l’ennesima volta uno dei sorrisi più belli che potessi immaginarmi.
E’ il sorriso di una mamma quello di cui vi parlo, un sorriso intenso, che illumina la stanza, e che non lascia scampo.. guardandolo potrete sentirvi solo rasserenati.
Sono ormai due anni che presto volontariato verso bambini non particolarmente fortunati, e di mamme ne ho viste tante. Sono mamme forti, coraggiose, che non si perdono mai d’animo e non si lamentano mai. Ti accolgono in casa loro, con il sorriso sulle labbra, e guardano i loro figli come se fossero il più bello dei gioielli. Certo, credo che ogni madre, faccia lo stesso con il proprio bambino, ma queste mamme hanno una marcia in più. Devono affrontare ciò che nessuno di noi vorrebbe mai vedere, si scontrano ogni giorno con una realtà non facile da accettare. Vedono i loro bambini sofferenti, eppure sanno che su di loro si concentra tutta la forza che quei bambini possono carpire. Ed è proprio per questo che non le senti mai lamentarsi, tutto quello che viene donato loro, viene preso come un regalo.. ogni giorno in più passato con i loro piccoli, è qualcosa di miracoloso, perché domani non lo sanno cosa le attende e la paura in fondo ai loro occhi è tanta.
Da queste donne, da queste madri, in questi due ultimi anni ho imparato tanto.
Ho capito che è inutile lamentarsi ogni giorno per futili motivi, che la vita è dura per me, ma per loro molto di più. Le ho viste stringere le mani dei loro bambini e poi guardarmi piene di gratitudine, come se stessi compiendo chissà quale miracolo, mentre in realtà di fronte a loro, io mi sono sempre sentita piccola e anche piuttosto inutile.
Loro sono la vera forza, il cardine che fa andare avanti la famiglia, il perno su cui tutto gira, a cui tutti si aggrappano per tirare avanti.
Adoro queste mamme e adoro la loro forza, ad ogni nuova esperienza, mi arricchisco un po’ di più, e per questo posso solo dire “Grazie”. So che magari tutto questo discorso potrà sembrare un po’ retorico, ma è da sabato che ci penso, volevo rendere omaggio a chi con forza e determinazione, porta avanti ogni giorno una battaglia infernale. A queste mamme dico “Non arrendetevi mai, continuate a sorridere per i vostri piccoli”. Sorridete e sorridiamo alla vita perché una sola ci è concessa e con quel poco che abbiamo possiamo fare qualcosa di meraviglioso! 
Al prossimo mese, Monica, Mik, Miki, Fede, Francesca e Clara