Fai
bei sogni. Anzi, fateli insieme.
Insieme
valgono di più.
Titolo:
Fai bei sogni
Autore:
Massimo Gramellini
Editore:
Longanesi
Numero
di pagine: 209
Prezzo:
€ 14,90
Sinossi:
Fai bei sogni è
la storia di un segreto celato in una busta per quarant’anni. La
storia di un bambino, e poi di un adulto, che imparerà ad affrontare
il dolore più grande, la perdita della mamma, e il mostro più
insidioso: il timore di vivere. Fai
bei sogni è
dedicato a quelli che nella vita hanno perso qualcosa. Un amore, un
lavoro, un tesoro. E rifiutandosi di accettare la realtà, finiscono
per smarrire se stessi. Come il protagonista di questo romanzo. Uno
che cammina sulle punte dei piedi e a testa bassa perché il cielo lo
spaventa, e anche la terra. Fai
bei sogni è
soprattutto un libro sulla verità e sulla paura di conoscerla.
Immergendosi nella sofferenza e superandola, ci ricorda come sia
sempre possibile buttarsi alle spalle la sfiducia per andare al di là
dei nostri limiti. Massimo Gramellini ha raccolto gli slanci e le
ferite di una vita priva del suo appiglio più solido. Una lotta
incessante contro la solitudine, l’inadeguatezza e il senso di
abbandono, raccontata con passione e delicata ironia. Il sofferto
traguardo sarà la conquista dell’amore e di un’esistenza piena e
autentica, che consentirà finalmente al protagonista di tenere i
piedi per terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo.
La recensione
Naturalmente
pessimista, avevo pensato di scrivere un post di riepilogo in questi
giorni. Perché ci sono novità – né belle né brutte, solo novità
nuove – e avrei potuto non avere la connessione internet
fino ai primi di maggio. E invece no. Perchè se qualcuno lassù mi
odia, come dico da un po', sarà andato in ferie per qualche giorno,
lasciandomi traslocare in pace e riallacciare il contratto con
Infostrada senza le solite grane. Non sono abituato, infatti, a cose
che filino lisce lisce da... mai. Da mai, e dallo scorso dicembre: periodo buio in cui mi ero raccontato – e vi avevo tormentato, me
ne scuso ancora – con un post triste e personale che è meglio non
rivangare, su. All'indomani di quella cosa lì, e chi non la sa
magari la intuisce o lavora di fantasia, succede che mi trasferisco.
Di pochi passi, praticamente, ma in una casa di vetro più grande e
più vuota. Nel post in programma, poi andato a monte per una Sfortuna partita in viaggio d'affari (cosa tramerà, questa volta?),
vi avrei parlato di una vita negli scatoloni, della tanta fatica per
dare una sistemata alla libreria, di persone che mancano all'appello
– ma ogni tanto, rispetto allo scorso inverno, ci sono alzando la
cornetta – e di un punto fermo messo a qualcosa che avevo per le
mani da un po'. Vi dirò meglio e di più a scatoloni impiliati: a
cose fatte. Questo ipotetico post, per titolo, avrebbe forse avuto
una frase di una canzone dei Subsonica, Di domenica. Dice che
i cambiamenti sono tali solo se spaventano. La paura c'è, ché sono
un tipo malinconico e abitudinario, e c'era un libricino preso in
prestito in biblioteca a farmi compagnia, con la ditta di traslochi
che si affastellava tutt'intorno e i mobili Ikea che richiedevano
istruzioni più chiare e tante di quelle bestemmie... Una lettura
vagamente a tema, per me che credo in tutto e niente, ma nei segni
decisamente sì. Una storia vera, la copertina azzurra e, sulle
alette, il resoconto di un successo straordinario. Dando un'occhiata
anche alle presenze italiane a Cannes, tra l'altro, scopro che ha
ispirato una trasposizione che sarà presentato lì in anteprima: la
regia di Bellocchio e, nel cast, quel Mastandrea che era già stato
un figlio complessato e tenerissimo per Virzì, in La prima cosa
bella. Gramellini lo avevo letto qualche Natale fa in coppia con
Chiara Gamberale – lui angelo custode, lei incustodibile trentenne
dal cuore infranto – e, da allora, la curiosità di rileggerlo non
era stata tanta. Fai bei sogni era
già un successone, lui continuavo a seguirlo con interesse a Che
tempo che fa, ma allora ero
diverso e più spensierato io. Credevo ancora nel Natale e sapevo su
chi contare.
Cos'è cambiato, a un tratto? Qualche anno dopo, fulmini
a ciel sereno e dolori in scorrimento automatico mi hanno fatto
sentire Gramellini vicinissimo. L'ho recuperato da uno scaffale,
perciò, e l'ho portato a casa, preparandomi ai pianti inconsolabili
e a una specie di pace – con me stesso, con chi vive ma altrove. Il titolo racchiude le ultime parole che,
rimboccandogli le coperte, la mamma ebbe per il Massimo bambino. Dopo
la buonanotte, sarebbe infatti morta d'infarto; la sua salute, già
compromessa per la chemioterapia. Per un brutto male che andava e
veniva a proprio piacimento. Massimo, così, cresce sentendosi
abbandonato: sindrome che ho sviluppato, sebbene ventenne, anch'io.
Non è mai troppo tardi per dirsi che tutto va male, e che nessuno ci
vuole bene davvero. Soprattutto, che ci deludono tutti quanti: fin
qui, tra me e lui non c'è grado di separazione. Gramellini riassume
la fascinazione e la paura che gli orfani alimentano negli altri. La
rabbia e poi la nostalgia dei novenni superstiti. Questo, attraverso
le tappe del lutto; attraverso i capitoli della gioventù. L'amore
che, per tutto il tempo, va a braccetto con la delusione: le donne
vengono da un altro pianeta, sua madre non ha prestato fede alle
proprie promesse, il Toro accumula allo stadio sconfitte su
sconfitte. Un mondo di soli uomini, perciò; un collegio tutto al
maschile; gli amori senza lieto fine e i primi incarichi
importanti. Il sogno - l'unico bello davvero - di vivere scrivendo. La gavetta scontata
portando caffè, le cronache brevi di una Sarajevo sotto assedio, la
posta del cuore.
Finché Madrina, la migliore amica della madre, non
gli racconta quello che non sa: l'evoluzione del loro legame durante
la Guerra, l'incontro con un uomo buono ma tutto d'un pezzo, un
brutto retroscena nascosto in un trafiletto di giornale. Dall'unico
romanzo che ho letto dei suoi, Gramellini me lo facevo più grillo
parlante. Più saggio. Questa volta, però, coi famosi cambiamenti
che spaventano, avevo bisogno di una voce ferma, di risposte belle e
pronte, di certezze granitiche. Con mia sorpresa, invece, qui indossa
i panni del Massimo giovane e inesperto, del Massimo perennemente in
bilico, e mi dà rare risposte, sporadici aforismi, ma qualche
soddisfazione in più. Sensibile e scostante, insicuro cronico quanto
o peggio del sottoscritto, rende delicata, perfino allegra,
l'intromissione in un dolore che altrimenti sarebbe troppo privato.
Lui gli dà forma, ordine: colore. Cerca all'abbandono una
sistemazione e un senso compiuto: cose che trova strada facendo. E, poco a poco, impara a tenere testa ai sensi
di colpa, ai dilemmi degli “e se?”. Nel mentre, filtra memorie e
rimargina cicatrici con una scrittura poetica e delicata – e la
semplicità, in definitiva, appare il segreto delle tante copie
vendute – e la lucidità di quant'anni di distanza conferisce
all'assenza nuove, impensate sfumature. Ci sono un colpo di scena che
stringe il cuore sul finale; frammenti di vita grandi e piccoli, ma
senza spigoli di sorta; un racconto in pillole agrodolci di cui potrò
fare di certo esperienza. C'è, però, che io sono amante dei libri
voluminosi e incartapecoriti; delle famiglie scombinate, sì, ma che
devono avere un capitolo per ogni tragicommedia delle loro; della
sofferenza che schizza ovunque, in presa diretta, e ti porta alla
deriva con sé.
Anche se poi, a peso morto, raggiungerai la riva.
Stanne certo. Serve solo tempo.
Fai
bei sogni - biografia a mo' di
fiaba su un genitore negato a lungo, un Peter Pan bloccato delle coperte rimboccate quarant'anni prima, in una notte di neve - ha
forse un eccessivo lavoro di labor limae, ma il potere di lasciare
sereni e rassicurati, con gli arcobaleni nelle ciglia e i post-it
gialli per rimarcare le frasi in cui c'eri un po' anche tu, dentro.
Con annotazioni volanti per ricordare Massimo che si avvicina in
punta di piedi alla spiritualità indiana – il Buddhismo,
effettivamente, mi ha sempre affascinato: che studiarselo a fondo non
diventi uno dei miei buoni propositi? - e, soprattutto, Salem,
bimbo con un palloncino in mano e un buco in pancia nel mezzo di un
confitto non troppo distante. Per confrontarsi con i dolori degli
altri e vedere se il tuo, così, ridimensionato, rivisto, si annulla secondo la
matematica magia delle proporzioni.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Jovanotti – Le tasche piene di sassi






