In
un esordio dagli echi nabokoviani aveva raccontato l’ignominia di
un padre che amava troppo la figlia femmina. Questa volta Anna
Giurickovic Dato, classe 1989, sceglie la tenerezza per raccontare invece una storia dai ruoli invertiti: è una figlia ad amare troppo il suo papà, al punto da volerlo proteggere con candide bugie e mille cerimonie dalla realtà
dei fatti. Il genitore va consumandosi come lo stoppino di una
candela, presto si spegnerà. È cancro al pancreas, il peggiore. Ci
sono metastasi dappertutto. Non si sfugge.
Tra Catania, Roma e Milano, la famiglia Capace – a pezzi, ma disposta a rinsaldarsi nel nome del padre e di un bene maggiore – si riunisce al capezzale. Si è mai pronti a morire? Si è mai preparati a diventare orfani? Mossa da un viscerale senso del dovere, la giovane Carla torna a casa: si unisce ai fratelli, rinuncia alle feste in compagnia, rinuncia a sé stessa. Mentre il primogenito sembra essersi trasformato nell’epigono del padre, in quanto a stazza fisica e saggezza, e l’ultimogenita ricerca cure impossibili affidandosi alla medicina alternativa, la figlia di mezzo s’interroga su quale sarà la propria missione. Magari venire a capo di un rebus familiare confessato in pieno delirio?
Tra Catania, Roma e Milano, la famiglia Capace – a pezzi, ma disposta a rinsaldarsi nel nome del padre e di un bene maggiore – si riunisce al capezzale. Si è mai pronti a morire? Si è mai preparati a diventare orfani? Mossa da un viscerale senso del dovere, la giovane Carla torna a casa: si unisce ai fratelli, rinuncia alle feste in compagnia, rinuncia a sé stessa. Mentre il primogenito sembra essersi trasformato nell’epigono del padre, in quanto a stazza fisica e saggezza, e l’ultimogenita ricerca cure impossibili affidandosi alla medicina alternativa, la figlia di mezzo s’interroga su quale sarà la propria missione. Magari venire a capo di un rebus familiare confessato in pieno delirio?
È un
ridere a metà, uno stare insieme a metà, separati da una morte che
è già seduta tra di noi e la sentiamo. Fate presto, ci dice, vi ho
lasciato il tempo giusto per conoscervi, scambiatevi le ultime
parole; voi figli imparate da lui tutto ciò che ha da insegnarvi,
prendete appunti, registrate ogni momento, così poi potrete
moltiplicarlo, non siate tristi, non ce n’è il tempo, condividete
le vostre ultime risa, accarezzatevi, toccatevi perché non vi siete
mai toccati, allontanate la timidezza, l’imbarazzo non c’entra
con questi ultimi mesi, questo periodo è la cerniera delle vostre
vite, apritela con delicatezza, lasciate che i vostri lembi si
separino come ci si separa da un abito pesante tra l’inverno e la
primavera, raccogliete tutto di vostro padre, così potrete
contenerlo.
Il
grande me è la cronaca di una morte annunciata. È un piccolo
giallo irrisolto. È una raccolta di aneddoti dove
il signor Simone – teatrale, egocentrico, brillante, volitivo –
viene descritto ora come un musicista raffinato, ora come un
fascinoso Omar Sharif, ora come un integerrimo
politico di sinistra.
La voce narrante ce lo ritrae con la tipica vanteria tipica delle
mamme chiocce, benché a parlare sia la figlia. Ma Simone è stato
forse così perfetto? Non ha mai covato rimpianti o
delusioni? Nel dubbio, Carla finisce per mettersi da parte:
sconosciuta perfino al lettore – fatta eccezione per un capitolo di
grande erotismo dove rivela le contraddizioni di una sensualità
folle e vendicativa –, si mostra in rari sprazzi e sempre in
relazione alla tragedia. Nell’ultima parte,
inevitabilmente, la malattia diventerà sempre più preponderante.
Una primadonna crudele che non ammette diretti concorrenti. Una
mantide religiosa che fagocita sia il corpo del povero Simone, sia
una dimensione corale prima abbozzata e infine sacrificata.
Non
è il mestiere dei figli essere padri.
Dopo
un bestseller di risonanza internazionale, l’autrice catanese torna in
libreria con un romanzo all’apparenza convenzionale ma in realtà
ancora più struggente. Alcune emozioni non si possono simulare. Anna
deve averle sperimentate tutte sulla propria pelle e intuisco quanto
Il grande me, in realtà, sia la tappa di un’intima
elaborazione che suscita nel lettore rispetto ed empatia immediati. Nonostante tutto,
confesso qualche dubbio relativo alla struttura; alla presenza di un
intreccio romanzesco superfluo che orna una storia già forte di per sé, perché in parte autobiografica. Impaziente, ho divorato pagine su pagine caratterizzate da uno
stile poetico e solenne. E ho letto con ammirazione le apostrofi, le
domande retoriche, le invocazioni e le preghiere, che rendono lo
stile di Anna un moderno coro da tragedia greca. Cerebrale, difficile,
implosiva più che esplosiva, questa sua seconda prova non convince
totalmente per via della troppa carne al fuoco a fronte delle sole duecento
pagine – abbiamo il segreto di Simone, le pulsioni autodistruttive
di Carla, il logorante stillicidio del cancro –, ma riesce lì dove
pareva impossibile. Ossia trovare parole per sfidare la «dislessia della
morte»: e, senza sorprese, son parole bellissime.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Mia Martini – Gli uomini non cambiano





