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venerdì 14 febbraio 2020

Recensione: Il silenzio dell'acciuga, di Lorena Spampinato

| Il silenzio dell’acciuga, di Lorena Spampinato. Nutrimenti, € 18, pp. 240 |

Crescere è un’avventura pericolosa. Lo abbiamo sperimentato tutti, abbandonando il porto sicuro dell’infanzia per i misteri dell’adolescenza: la fase della vita in cui diventiamo oscuri agli occhi degli altri, ma soprattutto ai nostri. Trasformarsi dall’oggi al domani in uomini, lo so per esperienza personale, è piuttosto semplice. Con un’ombra di barba sul mento, infatti, si viene presi finalmente sul serio. Per le donne è diverso. E il passaggio non dev’è altrettanto indolore, né tanto meno silenzioso. Lo annuncia uno squarcio profondo nel mantello dell’invisibilità: nuovi occhi addosso, manacce dappertutto, i fischi per strada. All’improvviso, non più bambine, si diventa animali braccati durante una battuta di caccia. Prima o poi ci si fa il callo? Ci si abitua al destino di gazzelle nella fossa dei leoni? 
Se lo domanda Tresa, la giovane protagonista, che a lungo ha sofferto del paragone con un altro animale: l’acciuga. Magra e taciturna, oggetto degli sfottò dei compagni di scuola, la bambina – inquadrata tra i dieci e i dodici anni, tra le elementari e le medie – è al centro di cambiamenti grandi e piccoli. E si rifiuta di esserne vittima.

Mi aveva spiegato che essere femmina non aveva niente a che fare coi capelli, con i vestiti, con le cianfrusaglie che mio padre mi aveva vietato persino di desiderare. Non c’entravano – diceva – i modi di fare e di atteggiarsi, i lineamenti dolci, la prudenza dei gesti. Solo una cosa c’entrava, e mentre lo diceva Rosa stringeva entrambi i pugni per darsi più tono, solo una cosa: la libertà. La libertà di essere quello che volevo essere, quando volevo. Ne fui sollevata.
In ordine cronologico sono arrivati prima il trasferimento a casa di zia Rosa e poi il corpo in trasformazione. Legata da un rapporto di amore-odio al gemello Gero, Tresa lo ha sempre emulato nel vestiario rigoroso e nei capelli tagliati corti: così ordinava il padre, forse per convenienza, forse per istinto di protezione.
Quando il genitore parte per la Francia a tempo indeterminato, però, entrambi i bambini si trasferiscono nell’entroterra a casa di una parente: benché lontana dall’ombra familiare dell’Etna, la sistemazione alternativa rende felici comunque. Zia Rosa, bella come la cantante Sylvie Vartan e chiacchierata in paese perché ancora nubile, sprizza femminilità da ogni poro: modesta proprietaria terriera, a volte severa, altra accomodante, inizia Tresa alla letteratura, al lavoro fisico, alla vanità. Ma non tutte le rivoluzioni sono positive. Suo malgrado, la narratrice se ne accorge durante la strana degenza della tutrice. Gero eredita i tratti peggiori del padre, bizzoso e prepotente; il migliore amico Sasà, sognandosi magari qualcosa di più, pretende da lei un rapporto tanto esclusivo quanto asfissiante; infine spunta Giuseppe, fattore sui trent’anni, che prende la protagonista per sfinimento e la spinge a concedersi. Una bambina può conoscere davvero l’amore? Non può scambiare, a torto, la violenza per romanticismo? In casa, insieme all’adolescenza, arriva aria di tempesta. E una promessa, quella di non tradirsi mai, s’infrange rovinostamente. 

La prima volta gli chiesi di ripetere, non perché non avesse sentito, ma perché mi trovavo colta alla sprovvista. E lui ripeté le stesse parole aggiungendo per favore alla fine. Da lì non smise mai di dire per favore. Quando mesi dopo mi chiese se poteva baciarmi mi disse per favore, ma non aspettò la risposta.
L’autrice catanese Lorena Spampinato, già nota per una serie di romanzi Young Adult edita da Fanucci, torna in libreria con la prova della maturità. A livello teorico, la supera a pieni voti. Preceduto da parere entusiastici e da un sorprendente passaparola, Il silenzio dell’acciuga ha una scrittura bellissima e – a dispetto del titolo – una voce preziosa. Tra le pagine si parla dei pro e i contro dei legami familiari; di un sesso a confine con lo stupro, consumato con brutale segretezza; delle infinite valenze della parola silenzio
Chi tace acconsente: si dice così? Ma nello sfuggente microcosmo della Spampinato ci sono silenzi e silenzi. Alcuni da custodire, altri da evitare. In molti casi, ad esempio, somigliano ad atti di ribellione; a gesti politici. Cosa significavano quelli della madre di Tresa, morta nel clou della festa patronale? Cosa, invece, quelli di Rosa, costretta a letto da un segreto tenuto in gran riserbo? Nonostante lo stile e l’attualità delle riflessioni, qualcosa non funziona: ci ho pensato bene all’indomani di un colpo di scena non così inatteso e di un epilogo frettolosissimo, che si libera di problematiche e fardelli come può, nelle ultime trenta pagine. Il pensiero, allora, è corso inevitabilmente a romanzi sul tema che mi avevano convinto senza riserve: La figlia femmina, L’arminuta, La vita bugiarda degli adulti.  Storie simili e tutte al femminile, di attrazioni malsane e famiglie allargate, dove i flirt di ragazzine innocenti sconfinavano parimenti in un immotivato senso di colpa e modalità già note risultavano meglio sviluppate. I paragoni con autrici amatissime – evitabili, ma abbiate pazienza: sono umano anch’io, e sono spontaneo – hanno finito per togliere alla vicenda di Tresa l’unicità iniziale. L’acciuga di Lorena Spampinato scalpita per sfuggire alle maglie dell’adolescenza. Ma nella sua rete, purtroppo, ci cattura a metà.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – La voce del silenzio