venerdì 17 aprile 2015

Mr. Ciak: Wild, This is where I leave you, Clown, Cub, Annie, The Loft, Cymbeline (tanti; a Pasqua è stato brutto tempo)

Anche quest'anno il canadese Jean-Marc Vallée, regista dell'acclamato Dallas Buyers Club, ha portato sul grande schermo un'altra storia vera e un'altra volta, anche se più in sordina della precedente, è stato testimone di due prove attoriali notevoli: l'evanescente Laura Dern e Reese Whiterspoon sono di un'intensità forte, sarà che appare inaspettata. Cose che ho capito: il regista spinge il suo cast a fare il meglio possibile; la macchina da presa instabile e incerta di Dallas Buyers era frutto di una scelta precisa, perché qui la fotografia calorosa e i paesaggi mozzafiato rivelano una mano ferma e una carica emotiva non da poco, quando lì tutto mi era apparso sì più onesto ma più freddo; la sceneggiatura firmata da Nick Hornby è di una retorica di quelle che fanno bene, e le miserie umane di una protagonista dolente e tormentata, mostrate con un montaggio classico e affascinante, ci mostrano la realtà come fosse un film bello, costruttivo, ribelle. E ho capito che quello è il possibile difetto, rintracciare un troppo fare cinema nella storia di questa Into the wild al femminile, che ha tanti antecedenti nel tempo e parecchi momenti costruiti per arrivare al punto, ma il compito di una trasposizione cinematografica è anche questo: prendere una storia, pulirla dal sudiciume, darle un senso profondo. Così il viaggio di Cheryl, una donna che camminando dal Canada al confine del Messico spera di fare pace con una sessualità rabbiosa, un marito che ha ferito, una mamma che è morta ma non ancora l'abbandona, diventa una parabola per benedire Madre Natura, mandare scongiuri contro l'Altissimo e, nel frattempo, ritrovarsi se si è morti e resuscitati in un mare di merda. La mamma di Laura Dern, strampalata donna dal cuore d'oro, ha poche scene ma un personaggio che, filtrato dalla protagonista, assume una rilevanza grande. Quale mamma non è grande per un figlio, alla fine? Reese Whiterspoon, antipatica fidanzatina d'America che già ha vinto una statuetta con Walk the line ma che continua a rendermi scettico, convince con una prova corporea e non solo; si concede una scena di nudo, ci mostra le guance cotte dal sole e i capelli stopposi, i salti al passato ce la presentano anche adolescente, ma nel deserto parla poco e comunica lo stesso il suo sguardo instancabile. Canzoni leitmotiv e flashback lontanti che sembrano miraggi fanno compagnia a una Cheryl che fischietta, canticchia, piange e sorride, riflettendo su quanto facciano schifo certi uomini, su quanto abbia fatto schifo lei e su quanto bene c'è oltre la prossima svolta, nello sguardo del prossimo passante. Wild è un'esplorazione intima del dentro e del fuori di sé, scritta come fosse un'ode alle seconde opportunità: il caldo, il freddo, i serpenti e gli ululati, ma soprattutto l'uomo – o meglio, una donna – da accogliere con i propri bagagli pesanti e i pensieri segreti, quando, il pollice sollevato, verrà a chiederci un passaggio. (7)

Tra gli innumerevoli libri che avrei voluto leggere, Portami a casa. Il film in uscita, ma c'era tempo. Eccolo spuntare con i sottotitoli, però, quando avevo proprio bisogno di una cosa così: solida, spiritosa e profondondissimante familiare. Nel tempo dei ritorni all'ovile dall'università, degli abbracci in stazione, delle festività che dovrei sentire ma invece no. Ignorante in materia di alberi genealogici, pragmatico, non anaffettivo ma poco ci manca, odio le riunioni in grande, le cene a casa dei miei nonni, ma amo osservare il tutto al cinema. Perché punti di vista più spietati del mio ne mettono in evidenza i bisbigli, le falsità, i segreti: le crepe nascoste coi centrini ricamati da zia.This is where I leave you non è I segreti di Osage County, ma mi sono fatto bastare il bel cast, le situazioni tragicomiche, i dialoghi briosi e quel rinvigorente senso di benessere. Quattro fratelli, un papà nella tomba, mogli, nipoti e generi tutti sotto lo stesso tetto per volere di mammà. Tempo una settimana: tempo di confessioni, rimpianti, rimpatriate, ritorni al primo amore, outing e divorzi. In quella bella casa nel verde, in quella bella famiglia che ha un che della nostra, la matriarca è la maliziosa Jane Fonda, mamma arzilla dai morbidi abbracci e dalle tette rifatte; Jason Bateman è il figliol prodigo che ha vergogna di parlare del suo divorzio, mentre cerca di abituarsi a essere chiamato papà; Tina Fey, stranamente (quasi) seria, è una prolifica fabbricatrice di bambini innamorata di un uomo che non può avere; Adam Driver, nato per i film indipendenti, col suo fascino tenebroso, si rivela inaspettatamente un esilarante e immancabile pecora nera. Una giungla di abiti neri, vizi e virtù, in cui non mancano le mie odiate iprocrisie, il mio amato sarcasmo e grasse risate. Sentire tua madre parlare della sua vita sessuale ti provocherà sempre il solito imbarazzo, il ricordo del primo bacio è un rinnovato tuffo al cuore, di condividere lenzuola, sigarette e botte con piaghe di fratelli minori non si smette mai. (6,5)

Rendersi ridicoli per amore di un figlio. Accettare di vestirsi da pagliaccio per non rimangiarsi una promessa. Il costume non si spiccica: fuso con la pelle. Quel papà modello e i panni di un mostro. Il cerone non va via, i denti si fanno aguzzi, lo stomaco dice di avere fame – e di bambini. Prodotto da Eli Roth, Clown si rivela una sorpresa, nonostante una trama che è un pretesto bello e buono – costruita appositamente intorno alla figura intramontabile di It e alla diffusa paura di quegli inquietanti simpaticoni da circo – e all'apparenza ridicolmente trash. Invece, giacché me ne avevano parlato bene, l'ho guardato con quell'esatto misto di divertimento e rilassatezza che mi avevano assicurato. Aspettative basse, dunque, budget ridotto all'osso, effetti speciali artigianali e, a sorpresa, una dignitosa riuscita finale. La storia di questo Jack Frost rivisto e corretto intrattiene e disgusta vagamente, con ironia, citazioni che rimandano a Joe Dante e arti strappati di netto. Paura non ne fa, ma risparmia quella classica mezz'ora introduttiva, e con il tabù già sfatato in Cub, con la morte e i bambini nella stessa frase, dà fastidio il giusto, ma senza eccessi. Sotto l'egida di Roth, si muove bene alla macchina da presa il semiesordiente Jon Watts, che confeziona una o due scene da ricordare (su tutte, quella del clown in mezzo ai tubi e alle piscine colorate del parco di un centro commerciale) e, per quanto possibile, cattura con personaggi abbozzati, ma familiari. E se il cast non brilla, e la colpa è anche del nostro pessimo doppiaggio, il ruolo di Andy Powers, che lo vuole alle prese con una abominevole trasformazione, lo mette sotto una buona luce. Qual è il confine tra la bestia e la persona non si sa, ma quello tra un brutto film e un film guardabile sono solidamente rimarcati. Clown riesce a stare in equilibrio dalla parte giusta, tra uno sghignazzo e un palloncino regalato a tradimento. (6,5)

Un mucchio di bambini pestiferi e il campeggio. Sogno prediletto del bambino medio, non il mio. Odio lo sporco, dormire all'aperto e, neanche troppo segretamente, i boy scout. Quel sogno mai avuto in Cub, horror belga con un cast rubato alle scuole medie, si fa incubo. La canonica prima parte, lenta e banale, scorre tra liti e rivalità, sentieri accidentati e leggende per mettere paura ai più sensibili della banda. Una fabbrica abbandonata, operai suicidi, un bambino mascherato e selvaggio in un micromondo senza adulti. Cub, nella sua brevità, si snoda lungo due sentieri diversi. Se la prima ora ricalca racconti dell'orrore e miti da poco, diventando a sua volta una fiaba nera da raccontare davanti a un falò, la seconda sorprende per una crudeltà forte che, coinvolgendo bambini e cuccioli, scuote. Il sottotitolo, Piccole vittime, doveva metterci in allerta, ma i sottotitoli mentono. Qui invece pargoli non troppo innocenti, cani e fastidiosi coordinatori fanno spesso la brutta fine promessa. Me lo aspettavo più addolcito. Qualcuno ha fegato, da queste parti, e si fa apprezzare soprattutto per quello. Scattano trappole machiavelliche, divertimento per lo spettatore più cinico, ma quella crudezza a sorpresa di cui vi parlavo, il sangue freddo e copioso, il non fare sconti a nessuno, ti fanno pensare che tutto era leggermente meglio di quanto avessi supposto, ma non abbastanza da far dimenticare una prima parte lunga e avara di sussulti. Solo le apparizioni del "Bambino Perduto", che un po' ricorda gli spaventosi sfollati di Vinyan e un po' la tribù del nerissimo The Woman, fanno compagnia, nel frattempo. (5,5)

E chi se lo aspettava che il gradevole ritorno al musical – dopo lo stonato e serioso Into the woods – fosse un salto nel passato? Da quando le fiabe finiscono male e i ritornelli spariscono, da quando gli autori giocano a farsi gli alternativi scontentando i tradizionalisti e annoiando chi il genere non lo tollerava prima e figuriamoci adesso, perfino io avevo sviluppato un'improvvisa intollerenza. Per fortuna che c'è Annie. Il risaputo e, sì, svenevolmente dolce Annie che è la commedia musicale come la intendo io. Colorata, metropolitana, orecchiabile, in cui i siparietti musicali li accogli senza concederti smorfie. Anzi, punti il telecomando contro lo schermo e alzi il volume. Le armonie si ripetono e, al prossimo turno, potresti già conoscere l'inciso. La storia della famosa orfanella newyorkese scopre nuovi arrangiamenti, un tocco di hip hop e una veste black. La movimentata colonna sonora è curata da Jay-Z e gli attori fanno sembrare tutto estremamente semplice, dipingendoci in faccia un sorrisone che non va via. Diretto da Will Gluck (Easy Girl), che si trascina dietro in spassosi camei Michael J. Fox, Patricia Clarkson, Mila Kunis e Rihanna, ha come protagonista la più giovane attrice ad essere stata candidata agli Oscar nella storia del cinema – la pimpante Quvenzhané Wallis – e comprimari che, quando le voci tentennano, compensano con tanta convinzione: la cattiva per finta Cameron Diaz, l'inglesina Rose Byrne e Jamie Foxx, che con le note musicali ha invece un rapporto lunghissimo. Più Disney di quella storia di personaggi fiabeschi e boschi, nonostante la Sony a produrre, è semplice e facilone. Il lieto fine è d'obbligo e vederli lì, ricchi e felici, cantare che l'unica cosa che importa è avere la persona del proprio cuore accanto, è ridondante. Pure i soldi fanno la felicità, o no? Ma questa è la magia del musical. Grande sfarzo, tutte star: a morte l'amarezza. (6)

Cinque amici, un loft segreto, l'illusione di essere scapoli. Vietato farne parola con le mogli, vietato l'amore: solo sesso occasionale. Ma quando una donna viene trovata morta per quella banda di dongiovanni si mette male. Sembra una versione di Una notte da leoni a tinte gialle questo The Loft, che ha nomi di spicco nel cast, una copertina alla Hitchcock e una lunga tradizione al cinema, nonostante la sua corta vita: una versione originale datata 2008, un successivo remake danese e l'immancabile remake americano, con al comando lo stesso regista del primo. E io il film di Erin Van Looy lo avevo visto, mi era piaciuto, ma purtroppo non lo ricordo. Mi sono rinfrescato le idee con questa patinata produzione in lingua inglese che trova l'articolo determinativo nel titolo e poco altro. Funziona, struzzica, intrattiene, ma me lo ricordavo meglio quando non lo ricordavo affatto. La trama intriga, ma nonostante i colpi di scena non manchino, ero in fervente attesa di una svolta che fosse più clamorosa, così come ricordavo rispolverando immagini sbiadite di cinque annetti fa. Forse non c'era stato nemmeno allora un colpo di scena aggiuntivo e ricordo male io, anzi probabile; ma ricordo di sicuro più erotismo, più sporco, più incisività. Buoni Urban e Marsden, meglio il Wentworth Miller di Prison Break con un ambiguo personaggio shakesperiano, ma una spanna al di sopra Matthias Shoenaerts, con un ruolo piccolo e eccessivo, per uno dei volti più interessanti del cinema contemporaneo. Questo ennesimoThe Loft è elegante, fluido, pulito da sesso estremo e impurità. I limiti della censura non gli valgono l'etichetta di thriller erotico, dunque, ma ci sono rimandi numerosi al cinema di De Palma, Verhoeven e Lyne in una messa in scena rigorosa e in una regia raffinitassima, che sembra una danza. (6)

Ho visto il fiaschiato Cymbeline con lo spirito del crocerossino. Presentato a Venezia, è diretto dal Michael Almereyda che dopo Hamlet 2000 ci riprova col Bardo e con un nutrito cast in cui, accanto agli attori jolly Ed Harris e Ethan Hawke, fanno una discreta figura soprattutto i giovani. La lotta tra britanni e romani, in una città tra presente e futuro, diventa lo scontro tra Cimbelino, re dei motociclisti, e gli sbirri. I personaggi snocciolano battute al ritmo di blank verse indossando il chiodo e scorazzando sugli skate; sfoggiano un linguaggio d'altri tempi che cozza con il degrato degli scenari e il kitsch degli arredamenti. La colonna sonora va dal classico al reggae e il look di Postumo – jeans stretti e capelli indomabili – è rigorosamente hypster. Stranezze che a me, sensibile all'eleganza intramontabile di Shakespeare e alle suggestioni del mondo tamarro, piacciono. Se questo particolare intruglio di toni aulici e revolver fumanti non dispiace, i difetti si incontrano in una regia piattissima – di Baz Lurhamnn ce n'è uno solo – e nell'intreccio. Non me ne vorrà il Bardo, ma qui non era ai suoi massimi livelli. Cimbelino è un'opera minore della sua produzione, che prende gli amori impossibili di Romeo e Giulietta, i travestimenti di La dodicesima notte e un insoddisfacente finale tragicomico all'insegna del “volemose bene”. Da Romeo + Giulietta i caratteristi Leguizamo e Vondie Curtis-Hall, mentre l'uno da Gossip Girl e l'altra dalle Cinquanta Sfumature, i promettenti Penn Badley e Dakota Johnson. Un tot di atti compressi in un'ora e mezza non fanno che rimarcare la loro mancata memorabilità, uniti a una messa in scena minimalista e alla strana volontà di non mostrare sangue, esplosioni, dettagli da cinema. E' troppo teatrale; come una rappresentazione di una qualche compagnia all'avanguardia messa in scena da studenti, che stravolge le ambientazioni ma rispetta i copioni. E l'intreccio è quello che è. Anche conosciuto come Anarchy, manca del fuoco e della rivoluzione. Di ispirazione. (5)

20 commenti:

  1. Clown a me ha messo parecchia paura; da un film da cui non mi aspettavo praticamente nulla è uscito invece fuori uno spauracchio anni '80 che mi ha soddisfatta come pochi ultimamente. Certo, io sono riuscita a non farmi ammorbare dal doppiaggio, immagino il piattume :P
    Cub anche mi è piaciuto molto: a differenza tua, ho apprezzato di più la prima parte, proprio perché mi descrive gli scout come me li sono sempre immaginati (nemmeno io li sopporto, sorry...) mentre la seconda l'ho trovata un po' banale ma valida. Considerata la natura di opera prima di Cub, spero in qualcosa di più coraggioso la prossima volta!

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    1. Sì, dietro Cub c'è uno che potrà brillare in futuro ma purtroppo, nonostante la durata contenuta, mi sono annoiato un po'. Clown invece è una bella sorpresa: davvero carino, con una o due scene da tenere a mente. Il genere di horror che, con qualche amico, rivedrei in un pomeriggio di noia :)

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  2. Ho visto solo Clown e siamo d'accordo anche sul voto ;) Dovrei vedere Wild, mi ispira Loft e anche io non ho mai sognato di fare un campeggio :D

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    1. Loft è decisamente il tuo genere, ma vedi di rimediare la versione originale. Mi aveva colpito di più :)

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  3. Anche io ho visto solo clown, che è stata una bella sorpresa, gli altri film li devo recuperare, wild mi incuriosisce parecchio ^_^

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    1. E' senz'altro una visione degna di nota :)

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  4. Non ho visto nessuno di questi film xD ma "Wild" vorrei vederlo al più presto :)

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  5. Tralasciando gli horror che lascio a chi è riuscito a superare il trauma dei clown dopo It, e mettendo da parte pure Wild che come sai ha sorpreso a sorpresa ( :) ) pure me, bravo che mi hai ricordato di This is where I leave you, film che fin dal titolo mi aveva colpito. Cercherò di vederlo al più presto!
    The Loft pure mi intriga, se non altro per la presenza del bellissimo Wentworth che tanto mi manca. Annie e Cymbeline (saltato a piè pari pure a Venezia) li accantono, c'è di meglio da recuperare, e la mia agenda sta scoppiando ormai.

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    1. This is where I leave you è davvero caruccio, soprattutto grazie al cast bene assortito. Passano tanti filmacci al cinema. Questo, che intrattiene a dovere, chissà se arriverà mai: magari in homevideo? The Loft è discreto, mentre se salti Annie e Cymbeline non ti perdi granché. Il tuo Ethan Hawke ha una particina-ina-ina :)

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    2. L'unica ragione per cui sarei andata a vederlo a Venezia era lui, ma già mi aveva deluso TANTISSIMO con quella retorica militare che è stato Good Kill, una doppia bocciatura non volevo dargliela :)

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    3. Ah, l'ultima collaborazione con Niccol quindi non merita?
      Ma lui ogni tanto (cioè, spesso) fa filmacci, però non perde mai un briciolo di credibilità. Quello è il bello.

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  6. Nella mia lista personale: "Clown" (che mi sono già procurata) e "Wild" (che vorrei tanto recuperare in sala, ma chissà...)
    Sul pagliaccio avevo gli stessi tuoi dubbi, ma leggere le tue parole mi ha confortato: il trailer non è male ma, a dire il vero, da Eli Roth non sai mai cosa aspettarti, di questi tempi! XD

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    1. Ti divertirai. Al buon Eli io voglio sempre bene, lo ammetto :-D

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  7. Non centra con il tuo bel commento, ma c'è un losco figuro che fa il tuo nome QUI:
    http://labaravolante.blogspot.it/2015/04/liebster-blog-award-fuoco-di-fila-di.html

    Cheers! ;-)

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  8. Anche da me a Pasqua il tempo non è stato molto clemente, però da te deve aver davvero fatto schifo, visto che sei riuscito a guardare molti più film di me. :D

    Tra questi ho visto solo Wild, a sorpresa uno dei film più interessanti visti in questo (finora) pessimo anno.
    E comunque cos'hai contro la povera mentuta Reese? :)

    Ah no, ho visto anche Cub, ma certo non m'è sembrato manco a me particolarmente memorabile...

    Tra gli altri, prevedo un massacro nei confronti di Annie, che però potrebbe stupirmi in positivo, e magari mi recupero The Loft e Clown...

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    1. Annie è praticamente made in Disney Channel, o poco ci manca, quindi sì, prevedo massacro. Povera... :) Clown, invece, sì che potrebbe sorprenderti: caruccio. La Whiterspoon già mi piaceva ai tempi di Cruel Intentions, ma ha quella leziosità (e quel mento appuntito) che mi turba!

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  9. Ho Wild in rampa di lancio, speriamo bene, il genere mi è congeniale.
    Gli altri, da come ne parli, non sembrano imperdibili. :D

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