|Ritrovarsi a Parigi, Gajto Gazdanov. Fazi
Editore, € 15, pp. 155 |
Pierre
è un uomo mediocre. Realizzarlo l'ha fulminato, anni fa, al cospetto
delle meraviglie del Louvre: una perfezione a cui uno come lui, né
particolarmente prestante né particolarmente intraprendente, sa di
non poter ambire. Omino abitudinario e laborioso, contabile per
inerzia, un giorno osa: accetta la proposta di un amico giornalista
di seguirlo in campagna. Attorno a Parigi, nuvole temporalesche e le
rovine della Seconda guerra mondiale. Questo agosto diverso, questo
strappo alla regola che somiglia tanto a un'avventura, lo spinge a
intraprendere un piccolo viaggio in treno – tra una fermata e
l'altra, pensa a un papà morto di sogni irrealizzabili, a una mamma
di cui si è preso cura fino allo stremo, ai pettegolezzi su una zia
piena di amanti facoltosi – e a sposare la causa della
misteriosissima Marie. Una giovane senza identità e senza memoria,
infangata fino alle ossa, che infesta il bosco come uno spiritello:
la paragonano a un animale ferito, che morde e si lascia morire in
solitudine. Gli alberi si confondono con le nuvole. Il sole
riaffiora. Gli animali e gli insetti fanno tremare gli steli d'erba;
cantano. La natura è grande, realizza Pierre. E lui?
Io
e lei diamo certamente un senso diverso alla parola “miracolo”.
Per quanto mi riguarda, non è qualcosa che può prodursi, ma un
fenomeno che ci sembra inconcepibile perché ne ignoriamo la natura e
le cause. Ma poco importa: qualunque cosa si pensi, è accaduto un
miracolo.
Nonostante
ci si lasci volentieri ingannare dal fascino fumoso della copertina,
Ritrovarsi a Parigi non è
una storia d'amore. Va oltre, eppure resta fermo immobile. Lì, tra
l'altruismo e l'egocentrismo, tra l'affetto e la bontà. Quel
“ritrovarsi”, più che a un rendez-vous in un caffè del centro,
allude a una presa di coscienza. Al ritorno alla vita e alla ragione.
Gajto Gazdanov, autore novecentesco riscoperto all'indomani della sua
scomparsa, ha un cognome difficilissimo, russo, ma è francese
d'adozione. La cosa si nota a occhi chiusi. Tra le pagine prevalgono
la sua anima parigina, malinconica ma ottimista. Una joie de vivre
invidiabile perché mai sfacciata. Succede, infatti, che Pierre porta
Marie a casa con sé. Si prende cura di lei, che prima dell'amnesia
aveva un altro nome, un altro uomo, un altro stile di vita. Come
nella fiaba My Fair Lady,
la ripulisce, la veste, le insegna a parlare e a scrivere. La
trasforma in una coinquilina a modo, senza stravolgerne assolutamente
l'intima natura, e la presenza di lei gli riempie le stanze, i sogni,
l'esistenza. I protagonisti non si danno baci; non si prendono per
mano, dopo aver rischiato di perdersi. Siamo negli anni Cinquanta.
Dio ha dato forfait, il positivismo pure. La morte spirituale schiacciava l'occidente.
Credi
che possa durare all'infinito?
Gazdanov
racconta, con pochi dialoghi e qualche pagina di grande bellezza, una
relazione indefinibile e dai confini vaghi. Cosa sono loro
due? Ci si può sentire più pieni rinunciando a qualcosa? Pierre,
così, si eleva dalla propria mediocrità per il bene di qualcun
altro. Non ho capito, però, quando la narrazione fosse lieve e
quando impalpabile. Quando fosse discreta e quando un po' lacunosa.
Ma lascia addosso questa sensazione bella, come di pace. Qual è, infatti, la
giusta dose di delicatezza? Ritrovarsi a Parigi è
etereo, eppure saldamente piantato a terra. Sulle macerie di un conflitto trascorso da poco, e non senza danni. Sulle zolle di un mondo
troppo cinico, troppo materialista, che solo la scoperta tardiva
della tenerezza può trarre in salvo.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: La Complainte de la Butte – Rufus
Wainwright