mercoledì 2 agosto 2017

Recensione: Ritrovarsi a Parigi, di Gajto Gazdanov

|Ritrovarsi a Parigi, Gajto Gazdanov. Fazi Editore, € 15, pp. 155 |

Pierre è un uomo mediocre. Realizzarlo l'ha fulminato, anni fa, al cospetto delle meraviglie del Louvre: una perfezione a cui uno come lui, né particolarmente prestante né particolarmente intraprendente, sa di non poter ambire. Omino abitudinario e laborioso, contabile per inerzia, un giorno osa: accetta la proposta di un amico giornalista di seguirlo in campagna. Attorno a Parigi, nuvole temporalesche e le rovine della Seconda guerra mondiale. Questo agosto diverso, questo strappo alla regola che somiglia tanto a un'avventura, lo spinge a intraprendere un piccolo viaggio in treno – tra una fermata e l'altra, pensa a un papà morto di sogni irrealizzabili, a una mamma di cui si è preso cura fino allo stremo, ai pettegolezzi su una zia piena di amanti facoltosi – e a sposare la causa della misteriosissima Marie. Una giovane senza identità e senza memoria, infangata fino alle ossa, che infesta il bosco come uno spiritello: la paragonano a un animale ferito, che morde e si lascia morire in solitudine. Gli alberi si confondono con le nuvole. Il sole riaffiora. Gli animali e gli insetti fanno tremare gli steli d'erba; cantano. La natura è grande, realizza Pierre. E lui?

Io e lei diamo certamente un senso diverso alla parola “miracolo”. Per quanto mi riguarda, non è qualcosa che può prodursi, ma un fenomeno che ci sembra inconcepibile perché ne ignoriamo la natura e le cause. Ma poco importa: qualunque cosa si pensi, è accaduto un miracolo.

Nonostante ci si lasci volentieri ingannare dal fascino fumoso della copertina, Ritrovarsi a Parigi non è una storia d'amore. Va oltre, eppure resta fermo immobile. Lì, tra l'altruismo e l'egocentrismo, tra l'affetto e la bontà. Quel “ritrovarsi”, più che a un rendez-vous in un caffè del centro, allude a una presa di coscienza. Al ritorno alla vita e alla ragione. Gajto Gazdanov, autore novecentesco riscoperto all'indomani della sua scomparsa, ha un cognome difficilissimo, russo, ma è francese d'adozione. La cosa si nota a occhi chiusi. Tra le pagine prevalgono la sua anima parigina, malinconica ma ottimista. Una joie de vivre invidiabile perché mai sfacciata. Succede, infatti, che Pierre porta Marie a casa con sé. Si prende cura di lei, che prima dell'amnesia aveva un altro nome, un altro uomo, un altro stile di vita. Come nella fiaba My Fair Lady, la ripulisce, la veste, le insegna a parlare e a scrivere. La trasforma in una coinquilina a modo, senza stravolgerne assolutamente l'intima natura, e la presenza di lei gli riempie le stanze, i sogni, l'esistenza. I protagonisti non si danno baci; non si prendono per mano, dopo aver rischiato di perdersi. Siamo negli anni Cinquanta. Dio ha dato forfait, il positivismo pure. La morte spirituale schiacciava l'occidente.

Credi che possa durare all'infinito?

Gazdanov racconta, con pochi dialoghi e qualche pagina di grande bellezza, una relazione indefinibile e dai confini vaghi. Cosa sono loro due? Ci si può sentire più pieni rinunciando a qualcosa? Pierre, così, si eleva dalla propria mediocrità per il bene di qualcun altro. Non ho capito, però, quando la narrazione fosse lieve e quando impalpabile. Quando fosse discreta e quando un po' lacunosa. Ma lascia addosso questa sensazione bella, come di pace. Qual è, infatti, la giusta dose di delicatezza? Ritrovarsi a Parigi è etereo, eppure saldamente piantato a terra. Sulle macerie di un conflitto trascorso da poco, e non senza danni. Sulle zolle di un mondo troppo cinico, troppo materialista, che solo la scoperta tardiva della tenerezza può trarre in salvo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: La Complainte de la Butte – Rufus Wainwright

lunedì 31 luglio 2017

Recensione: Esche vive, di Fabio Genovesi

| Esche vive, Fabio Genovesi. Mondadori, € 11, 388 |


Se c'è una cosa che so, è che odio l'estate dal profondo del cuore. Bella per chi ha le ferie pagate e la fuga pianificata nel dettaglio. Bella per chi cambia aria, cambia facce, e non ha il mare a dieci minuti a piedi da casa – che sfizio c'è? Finisce la sessione e mi guardo attorno, smarrito. Perché senza la mia routine, senza una spinta, non so che farmene di questi pomeriggi di afa, ventilatore e siti streaming non agibili. Dal mio cattivo umore cerco di tenervi lontano, e spero di riuscire nell'impresa; di dissimulare bene. Oggi, abbiate pazienza, lasciatemi lamentare un po' in questo piccolo cappello introduttivo. Per dire che sarò nervoso, sarò irritabile, ma con Fabio Genovesi tutto passa. L'ho scoperto il mese di agosto dello scorso anno, con un altro malumore che mandava le onde a riva. Ho recuperato in quattro e quattr'otto il suo romanzo precedente e l'ho tenuto in libreria nei secoli fedeli. L'idea che fosse lì, a portata di mano, mi rassicurava.

O forse è solo che ognuno nel mondo si sente così speciale e unico e incomprensibile, ma invece alla fine siamo tutti uguali e passiamo gli stessi casini e abbiamo bisogno delle stesse cose.

Ho rispolverato Esche vive in una giornata storta. E leggevo su Anobii che manca di stile, che è chiassoso e volgare, ma oh, io ho riso forte dalla prima all'ultima pagina – come capita con quei romanzi energici, leggeri ma non troppo, di cui gli autori italiani conoscono i trucchi meglio di altri. Fabio Genovesi mi vede sempre al mio peggio, è destino – ebbene sì, c'è l'equivalente maschile del ciclo, dei capelli crespi e degli occhi struccati, del non ti azzardare a parlare o ti mando dritto dritto a quel paese. In quattrocento pagine, quest'uomo mi rassetta la testa. Al solito, la sua è una commedia corale. Al solito, si intrecciano le voci e le generazioni, e i toni virano dal pulp più sfrontato alla delicatezza del coming of age. Siamo in un paesello della Toscana. Bello, uno dice, ma invece l'estate fa schifo anche lì. Muglione è tutto acquitrini fetidi e andate senza ritorni. Si campa di pesca e ciclismo.

Perché il vuoto vero non è il niente, ma il niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa.

La vita di Fiorenzo, diciannove anni e un nome scemo, ruota attorno all'una e all'altra attività: sfrattato dalla sua stanza, dorme nel retro di un negozio di pesca; il padre, appesa la bicicletta al chiodo, si è improvvisato talent scout. Nella Regione che non esiste ha raccattato il piccolo Mirko (la stoffa dei campioni nel sangue) e l'ha portato via con sé: lo sommerge di speranze, attenzioni, pressioni, e il bambino – venerato dagli adulti, scansato dai coetanei – va malissimo a scuola e non ha anima viva a cui confessare che il ciclismo, forse, manco gli piace. Fiorenzo lo considera un ladro di padri, un usurpatore, e lo vessa con barbaro impegno: se non fosse che ha una mano sola, se non fosse che è il cantante solista di una rock band che non decolla, gliene diremmo di cotte e di crude (che non può fare il bullo con l'ultimo arrivato in città, ad esempio). Sarebbe come sparare sulla croce rossa però. Chi se la passa peggio tra il Campioncino e quell'adolescente orfano, monco, frustrato a morte? Forse Tiziana, terzo elemento da mettere in conto: brillante trentenne tornata dall'estero con la coda tra le gambe, a Muglione sperava di mettere su un Infogiovani e invece si è dovuta accontentare di una bisca di vecchi sospettosi. Attratta inspiegabilmente dall'impresentabile Fiorenzo e intenerita dal vulnerabile Mirko, che pende dalle labbra di quest'ultimo e, timoroso, lo chiama “Signore”.

Qua non c'è niente da pescare, Fiorenzo, e non c'è niente da sperare. Hai diciott'anni, quando lo vuoi capire?

Ci si prende, ci si lascia. Si scappa e si resta. I letti traballano, le amicizie si formano, vuoi o non vuoi. Perdere è un'arte da perfezionare col tempo. E la solitudine di questi ragazzi di provincia, spartita in tre, è un peso che non scoraggia più. La vita è un fiume o una pozzanghera? Scorre come in Eraclito, o va a impantanarsi nell'acqua sporca? Fabio Genovesi, malinconico e poetico a modo suo, descrive con falsa spensieratezza la calma stagnante di alcune realtà. Un limo indefinito in cui nessuno abbocca e nessuno osa spingersi al largo. In certi giorni, preso all'amo, può qualcosa soltanto un romanzo dei suoi. Dimentico che non ho le branchie, e associo l'abboccare alla mia salvezza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Thegiornalisti – Tra la strada e le stelle

venerdì 28 luglio 2017

Celebrating King | Le paure con (e dopo) IT


Buongiorno, amici. Come state? Oggi post diverso dal solito – una tappa di un blog tour, anche se ai blog tour sapete che poco sto appresso. L'eccezione: Stephen King. L'autore che mi ha iniziato alla lettura, una dozzina di anni fa, torna in libreria con la preziosa ristampa di IT. Sono passati trent'anni dalla sua pubblicazione e a ottobre, dopo la mediocre miniserie diventata in fretta cult, è atteso in sala il primo capitolo della duologia di Andrés Muschietti. La rilettura s'ha da fare: è nell'aria da un po'. Oggi, dopo ClarissaElisa Luigi, è il mio turno di parlarvi di Pennywise. Si parla di paura, in particolare, e della paura dopo IT. Sulla scia del pagliaccio assassino, ombra minacciosa sullo sfondo del più straordinario dei coming of age, chi ha provato a farci saltare dalla poltrona? Chi ha reso inquietanti i bambini, le donne velate, i programmi per l'infanzia e la sindrome da abbandono? Vi accompagno perciò in una veloce carrellata, tra must, prodotti di un piccolo schermo mai così grande, giovani leve e film festivalieri. Vi do, in questa estate noiosissima, qualche scusa buona per non uscire di casa e, magari, darsi ai recuperi. Galleggiate con me?

Instant cult.
Gli anni '80 e '90. I più rimpianti e vagheggiati. Tra le altre cose, la miniera d'oro del cinema horror. Il Michael Myers di John Carpenter, una maschera inespressiva e il coltello affilatissimo, colpiva già un decennio prima: un'infanzia in cui si nascondono le prime turbe, l'ossessione di una sorella da braccare, una natura a metà tra l'umano e il bestiale. L'incubo, semmai è finito, arriva fino ai giorni nostri – Rob Zombie, qualche anno fa, ne ha dato una rilettura personale e scabrosa, in due capitoli non troppo apprezzati. Un'altra icona a cavallo degli anni e delle generazioni, un altro mostro destinato a spauracchi e remake: Robert Englund è Freddy Krueger. Giardiniere dal maglione a righe, arso vivo dalla vendetta di un gruppo di genitori addolorati. Ha ironia da vendere, artigli aguzzi, colpisce negli incubi: perdere il sonno è la via. Non ci si sposta dal ricordo dell'indimenticato Wes Craven, spaventoso con ironia. E la saga di Scream, che ha ispirato una felicissima reunion e una blanda serie targata MTV, ora celebrata e ora parodiata, sta a Hallowen – e, in generale, alle visioni a tema – come il panettone a Natale.


Dall'oriente con terrore.
Qualche fantasma viene da lontano. Ha gli occhi a mandorla, parla giapponese. Vedasi la presenza che infesta The Ring, classico orientale che ha ceduto – e non a torto – alla tentazione della lingua inglese. Raccontata nei romanzi di Koji Suzuki, Samara è un mistero nascosto dietro una cortina di capelli nerissimi: bambina infelice, tacciata di crudeltà, è stata destinata alla peggiore delle morti. Sigillata in un pozzo, al centro di un bosco. La sua vendetta viaggia sulle VHS e attraversa i vecchi tubi catodici. Chiunque abbia una televisione, nei primi anni Duemila, trema. 


La paura a puntate.
Incontrarla, la paura, facendo zapping. Da bambino erano gli appuntamenti fissi con Piccoli brividi, da grande le maratone di American Horror Story, l'attesa del nuovo Stranger Things, l'occhio curioso verso il sottovalutato Channel Zero. La serie antologica di Ryan Murphy, quest'anno, compie sette anni: quale sarà il tema, ci si domanda, se abbiamo avuto le ville infestate, i manicomi confinanti con l'Area 51, le streghe di New Orleans, il freak show, gli hotel assiepati di vampiri glamour, il mistero della colonia scomparsa di Roanoke? Eleven, erede segreta delle migliori bambine prodigio di King, fuggirà dal Sottosopra e si scontrerà con qualcosa di peggiore del passato Demogorgone? Infine, tornate sui vostri passi e concedete una possibilità alla prima stagione di Channel Zero: una serie, per quanto imperfetta, capace di una profonda suggestione. Si attinge ai creepypasta, i penny dreadful nell'era del digitale. Uno scrittore torna a casa, e qui fa i conti con la morte del fratello gemello, omicidi che riprendono da dove si erano interrotti e, soprattutto, un misterioso programma per bambini (fanno paura i pagliacci, ma non sottovalutate le marionette) che è l'ultima cosa che incrocerai, se un mostro fatto di denti umani bussa alla porta.


A casa di James Wan.
James Wan è la promessa indiscussa di un genere che non osa più. Giovanissimo, ha una mano riconoscibile – i film diretti da lui si indovinano a mille miglia: quanta cura, quanta eleganza nel rimaneggiare i cliché – e un intero mondo cinematografico in costruzione. I suoi film, le sue creature, si parlano tra loro. In The Conjuring, i coniugi Warren (cacciatori di misteri tra l'altro realmente esistiti) si imbattono prima in Annabelle, inquietante bambola di ceramica, poi nell'orrida suora di cui al momento poco si sa. Prequel e spin-off sono alle porte. Si chiama Lipstick Face, invece, il diavolo che tortura il bambino di Insidious, rimasto intrappolato in un viaggio astrale. Maestro dei sobbalzi, delle entrate in scena a sorpresa, si nasconde dietro una porta rossa, anticipato dall'inquietante Tiptoe Through The Tulips – canzone degli anni '20 con un motivetto innocuo e, tra le righe, cenni ributtanti agli abusi infantili.


Tra le righe, e negli armadi, del cinema indie.
Le sorprese più grandi, i messaggi più profondi, vengono dal circuito indipendente. Dove i mostri nell'armadio sono metafora di qualcos'altro, di mali autentici. Dove, in un insolito clima festivaliero, l'horror si scopre impegnato. E' il caso di The Babadook e Under the Shadow, in cui i mostri sono metafore da interpretare. Il primo, film d'esordio dell'australiana Jennifer Kent, salta fuori da un libro per bambini balbettando ossessivamente null'altro che il suo nome. Ha un cappello a cilindro, le mani lunghissime, una bocca grande per inghiottirti meglio. Terrificante, e protagonista forse del film di genere più bello degli ultimi anni, bracca una vedova e il suo unico figlio. Ricorda loro l'assenza della figura maschile, il peso del dolore: se non condiviso, se non nutrito, si mangia te. E quello che ti rende buono. Viene dall'Iran, invece, una storia di bombardamenti e case mal sicure. Un'altra mamma, un altro figlio: un'altra presenza che non è quello che sembra. I fantasmi non indossano più lenzuola con i buchi per occhi, ma il burqa. E fanno un ritratto originale e doloroso, per quanto non sempre fruibile, dell'essere donne – e ribelli – nella Tehran sotto assedio.

mercoledì 26 luglio 2017

Recensione: Accabadora, di Michela Murgia

Accabadora, Michela Murgia. Einaudi, € 11, pp. 164 |


Leggere per la prima volta un'autrice e stimarla a prescindere: si può? Esempio inequivocabile di eleganza, umorismo e sagacia, Michela Murgia è una delle persone che mi piacerebbe diventare da grande. Scrittrice che non ha bisogno di presentazioni, su Quante Storie è solita dispensare stroncature secche e consigli spassionati. Si è meritata un posto d'eccezione sulla poltrona di Corrado Augias, nei pomeriggi di Rai Tre, e l'accento e la postura hanno ispirato in fretta un'imitazione divertentissima di Virginia Raffaele – Dante, Collodi e Manzoni, perciò, vengono sconsigliati in sketch lampo tanto quanto l'ultima fatica editoriale di Fabio Volo. Mi mancava un tassello non da poco. Mi mancava scoprire com'è, fuori onda: nel suo. Accabadora, vincitore del premio Campiello e oggetto di un libero adattamento cinematografico, è la storia della seconda vita della piccola Maria.

Ci volle qualche minuto per ricordarsi chi e cosa era, che riemergere da sé stessi è tanto più difficile quanto più si è profondi.

Quarta figlia femmina di una vedova indigente, nella Sardegna del secondo dopoguerra, viene riscattata dalla pietà di Tzia Bonaria. Una sarta vestita sempre a lutto, forse mai stata giovane, che piange il promesso sposo perso in guerra, si prende cura delle bambine abbandonate in un angolo e, nottetempo, indossa il suo scialle nero e bussa a qualche porta. Cosa fa la sua seconda mamma, si domanda la bambina, mentre il paese dorme? Cos'ha visto in lei, tratta in salvo da un avvenire di scarti e occhiate di sufficienza? Una smania birichina, una scintilla: un potenziale da educare con le buone o con le cattive, anche a costo di spezzarle il cuore. A Soreni tutti ricoprono un ruolo. Quello di Bonaria è tabù, eppure appare necessario: l'accabadora è il contrario di una levatrice. C'è chi ti guida verso la vita e c'è chi, come lei, ti conduce a una morte dolce. Alla faccia di chi fa gli scongiuri. Alla faccia di chi nega a un'anima la dignità di andarsene via a modo suo. Come Vanessa Roggeri, amica di lunga data del blog, Michela Murgia rievoca una Sardegna brulla, antichissima, lontana dal tremolare del mare. In contrapposizione: una Torino fredda e schematica, in quel continente lontano un passo di troppo dalle maglie del destino.

Nell'ora della debolezza alcuni preferiscono diventare credenti piuttosto che forti.

Storia breve di arrivi e partenze, di eredità, affascina raccontando l'arte del cucito e dell'assassinio. Essendo passato qualche tempo dalla pubblicazione e avendone letto un po' qui e un po' lì, posso dirmi tante cose ma non sorpreso. Se la storia, di cui perfino la quarta di copertina svela troppo, non è una rivelazione, lo stesso non vale per uno stile bello in maniera clamorosa: semplice e scorrevole, eppure sorretto da una perfezione matematica che fa una conta esatta delle parole, delle sillabe, delle pagine. Lirica ma oculata, brusca neanche per un attimo, l'autrice sa quando mettere e quando togliere; sa quando dire e quando non dire. La suggestione e l'inquietudine di cui il realismo magico è capace, qui, ne escono al loro meglio. Crescere è realizzare che tra giusto e sbagliato c'è un confine invisibile, protetto da una fattura che né la razionalità né la fuga per mare possono sciogliere. Accabadora è la presa di coscienza di Maria, che si fa donna e saggia in duecento pagine da centellinare. Un'educazione morale e sentimentale dal taglio classico, con posti e liturgie d'altri tempi. Amore e morte hanno la stessa radice. Lasciarsi morire, lasciarsi uccidere, a volte è l'atto di fiducia più grande. Un debito da estinguere. O un dono, meglio, al pari di certe prose.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Hozier – Work Song

lunedì 24 luglio 2017

Recensione: Il giovane Holden, di J.D. Salinger


Il giovane Holden, J.D. Salinger. Einaudi, € 12, pp. 248 |

Parlare di un classico della letteratura mette in crisi. Se piace, sembra fatica persa cercare nuovi aggettivi. Se piace così così, scriverne può aiutare a vederci chiaro. Se non piace, be', dilemma: il commentatore anonimo che ti dice che non ci hai capito niente è già lì che si sfrega le mani. Il giovane Holden non mi è piaciuto, infatti, ma per quanto lo si possa dire di un intoccabile must generazionale con un protagonista, a tratti, esasperante e vicinissimo a me. Charlie, voce narrante di Noi siamo infinito nonché mio migliore amico immaginario, su Holden scriveva saggi su saggi – più di qualche lettore, tra l'altro, mi diceva che i due si somigliano un po'. Nella seconda stagione di BoJack Horseman, all'apice di un climax di genialità e insensatezza, J.D. Salinger in persona – vivo e vegeto, e desideroso di scrollarsi da dosso l'ombra del suo indimenticato eroe ribelle – si reinventava sceneggiando quiz a premi. Il giovane Holden lo citano le scuole di scrittura e i titoli delle ultime novità in libreria, lo prendono in giro e lo omaggiano in tivù: sembravano parlarmene tutti, ininterrottamente. Ma di cosa parlava, poi? E da cosa, dopo sessant'anni, ci si lasciava ispirare?

Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare.

Il protagonista eponimo è un liceale che a scuola non brilla. Sveglio, direbbe qualcuno, peccato non si applichi. Ha sedici anni, una famiglia altolocata e l'ennesima porta sbattuta in faccia. Espulso per la sua media disastrosa, ha fatto i bagagli e preso un treno fino a New York. Da qualche parte nell'Upper East Side c'è casa sua. Non vuole tornare. Fa il giro lungo, si attarda in strada. Mancano pochi giorni a Natale, e i suoi genitori non sanno ancora che, dopo le vacanze, non tornerà in collegio. Meglio rimandare a domani la sconfitta di deluderli di nuovo. Meglio vagare senza meta, alticcio, con un berretto rosso in testa. Vagamente, so cosa si prova: c'è questa scena di me, che temporeggio sul pianerottolo prima di inserire la chiave nella toppa. Lucidamente io l'ho capito sì, questo stangone bugiardo, amareggiato e suscettibile, che insieme cerca la solitudine più assoluta (la tentazione di fingersi sordumuto per evitare chiacchiere vuote; una cascina sul cucuzzolo della montagna per il futuro) e la compagnia più rumorosa (squillo e papponi, ragazze in pista da ballo, prof dalle mani lunghe, jazz all night long). Di autentico, l'affetto per la sorella minore e per un fratello morto di leucemia; l'attrazione per una coetanea che gli preferisce il popolare compagno di stanza; il ricordo di un amico che ha avuto il fegato di farla finita. C'è una regola che dice che ci si debba per forza prendere a cuore il personaggio principale? Tutti possono forse percepire tutti alla stessa maniera? Si è indecisi tra volergli bene e prenderlo a botte, Holden. Leggendo facevo: ti capisco, però parla meglio, conta fino a dieci e, soprattutto, sta' un po' zitto. Holden parla con la bocca piena, mentre aspira il fumo delle sue sigarette; Holden parla come un sedicenne incolto – ripetizioni, iperboli, imprecazioni snervanti (fate una conta dei “vita schifa”, “andare in sollucchero”, “ad ogni modo”, “vattelapesca”, “compagnia bella”) – e odia i libri di testo, il cinema, i buona fortuna, tutto quanto. Mi ha innervosito spesso. Mi ha irritato quel fingere di voler prendere aria, per poi tornare sempre e comunque a ripiegarsi su se stesso. 

Sento un po' la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.

Però, la sua, è la storia di uno di quei ragazzi contro che mi sanno trovare solidale. Chi lo aiuta a cercare il suo posto nel mondo? Averlo incrociato lascia un bella sensazione, con il senno di poi, ma il mal di testa durante. Rattrista saperlo triste, e sapere che vorrebbe urlare di gioia, al pensiero delle giostre coi cavalli o della meta segreta delle anatre di Central Park, contagia con un mezzo sorriso. 
Il Natale è vicino, e sempre indesiderato resta. I genitori, sempre, continuano a non sapere.
Però la tentazione di gridare, che significa liberarsi e chiedere aiuto insieme, interrompe le noie del flusso di coscienza e rompe la lista di quelle cose non per forza sempre uguali; non più.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: David Bowie - Space Oddity 


venerdì 21 luglio 2017

Recensione: Una più del Diavolo, di Lorenzo Vargas

|Una più del Diavolo, Lorenzo Vargas. Las Vegas edizioni, € 15, pp. 280|


Vivendo in una città di provincia, con librerie scarsamente fornite che per forza di cose tagliano fuori i piccoli editori, ho scoperto Las Vegas edizioni soltanto lo scorso inverno. Quando un'amica già citata sul blog, la solita Elisabetta, mi parlava di Carlotta Borasio e Andrea Malabaila – moglie e marito con un progetto editoriale comune e una figlia in arrivo – e mi consigliava di dare uno sguardo al sito della loro casa editrice. Dopo il post dedicato alla gradevolissima scoperta di Green Park Serenade, il suo autore – lo stesso Malabaila, appunto – ha suggerito a Carlotta di inserirmi nella newsletter. Ormai qualche tempo fa, mi sono arrivati due romanzi del catalogo. Ho sperimentato così la piacevolezza della loro brossura e gli autori sui quali hanno scommesso. Uno di questi, il giovane Lorenzo Vargas, lo conoscevo già di vista: della prima e unica edizione del talent Masterpiece, infatti, ricordavo l'antipatia viscerale per il giudice De Carlo e, grossomodo, lui. Una più del Diavolo è il suo secondo romanzo e lo scopro qui, con una commedia nera di divinità e mostri, ambientata tra i locali underground di Napoli e l'inferno dantesco. Dalle parti di Dogma e Preacher, la storia segue le disavventure di Giovanni Archei: musicista trentenne senza arte né parte, che fa i conti con il tradimento della fidanzata storica, una rock band che le etichette discografiche ignorano placidamente e, dulcis in fundo, una missione divina. Gli si parano davanti Raziel, l'arcangelo dei segreti, e un tribolato collaboratore dai boccoli biondi. Siamo in missione per conto di Dio, gli dicono, e gli amanti dei Blues Brothers fanno già la ola. Peccato che loro, con il vestiario di due agenti segreti e i genitali del marito di Barbie, siano davvero chi dicono di essere: pennuti portavoce. 


Si era preso finalmente qualche responsabilità. Certo, salvare il mondo poteva semprare un po' esagerato, ma comunque era un inizio.

Il Diavolo è fuggito, Dio sbarella (ha raso al suolo piazza San Pietro, in un momento no) e tocca agli uomini, gli unici a disporre del libero arbitrio, ripristinare l'equilibrio. Senza il Male (che ha le fattezze di un gatto persiano: insomma, sono dalla sua parte a prescindere), l'anarchia è un contagio. I demoni gozzovigliano in giro e al Grande Capo, che comunque non ha tutti i torti, stiamo antipatici a morte: propende per l'estinzione. Quello che in principio divertiva, purtroppo, stanca un po' nella seconda parte. Sempre divertente, ma pasticciata. Il romanzo umoristico, il fantasy, piace quando dura poco. E per me, che com'è noto sono di una specie assai annoiabile, duecento pagine e passa sono parse forse troppe. Ci sono lo stile, i comprimari irresistibili (un papa elettricista, letteralmente folgorato sulla via di Damasco; un romantico travestito come padrone di casa) ma manca la napoletanità nel linguaggio e, nella seconda parte, uno svolgimento all'altezza del bizzarro spunto di partenza. Esperimento arguto sì, ma non dissacrante come vorrebbe: perché il sorriso, materia deperibile, non dura. Archei si imbarca in un viaggio ultramondano, alla ricerca dei segreti della Creazione e della rima che manca alla sua ultima canzone. Deve trovare il villain per antonomasia e, a tu per tu, scongiurarlo di riprendersi il soglio vacante. Documenti da scartabellare e cavilli tecnici. L'immortalità sfida la furbizia tutta partenopea, e chi vincerà? Occhio alle clausole minute, all'inghippo. Apprezzabile per la grande inventiva e l'energia della scrittura, Una più del Diavolo resta una riflessione sull'importanza degli opposti e la scaltrezza dei nostri simili. Cosa possono l'immortalità e la creazione del cosmo da un pugno di polvere, se qui tocca far i conti tutti i giorni con i sentimenti, i sogni infranti, i meteoriti in rotta di collisione e il dopo sbronza?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Bluvertigo – Iodio

mercoledì 19 luglio 2017

Mr. Ciak: Metti una sera su Netflix #1

Chi mangia troppo, chi mangia troppo poco. Chi ha appeso un sogno al chiodo. Chi aspetta un bambino. Nella clinica gestita dal dottor Keanu Reeves fa il suo ingresso una Lily Collins sempre più brava, sempre più bella, costretta a fronteggiare quei demoni conosciuti in prima persona. Magra come un chiodo, incazzata con il mondo, sta perseguendo questo folle progetto: lasciarsi morire. Si va di psicologia spicciola, si procede con le belle parole (tutto passa, vedrai). Fino all'osso, leggero ma brutale, è un ricovero coatto in una casa piena di altri casi umani, quando le ipotesi e le promesse di pronta guarigione non sortiscono effetto. Sarà che mal comune è davvero mezzo gaudio. Sarà che ci si salva da soli, sì, ma le attenzioni di un eccentrico inglese che pretende baci e fiducia aiutano a fare pace con il proprio riflesso. Il disagio della protagonista parte da lontano. Lo stomaco, così, ha assecondato la lista delle sue mancanze. I suoi compagni, tra bugie e colpi di testa, ispirano orrore e simpatia. Trovano continui mezzi per farsi male – correre in cerchio nella stanza, stancarsi a furia di addominali – ma, per tutto il tempo, cercano una buona ragione per sopravvivere. E qualcuno ce la fa, qualcuno no. Nello stile di It's a Kind of Funny Story e Altruisti si diventa, Fino all'osso diverte e colpisce forte con un zoom sull'anoressia che non trascura gli occhi lividi, le costole sporgenti, il peggio di un corpo allo stremo. Messo allo stecchetto ma affamato di emozioni, è di un già visto che è necessario rivedere – soprattutto con questi toni sardonici, con questo cast ricchissimo. Lascia un angolino a fine pasto per la speranza. Voglia di abbuffarsi con queste storie qui, di adorabili ragazzi interrotti, e di imparare a respirare daccapo. L'adolescenza tira in dentro la pancia, si vede brutta, schiva la bilancia. Pesa. (7)

Sarah è una donna sull'orlo di una crisi di pianto: depressa, deve sobbarcarsi interamente il mestiere di madre. Mandy ha uno spirito anticonformista e i capelli che cambiano colore seguendo gli stati d'animo. Parlandovi di loro, dovrei aggiungere che a un certo punto si incontrano: mentirei. Le protagoniste di Lovesong si conoscono da tutta la vita. Lontane ma presenti, complice l'alcol e un bacio strappato, non sono soltanto migliori amiche. Rivedersi tre anni dopo per il matrimonio di Mandy. E, tra dubbi e ripensamenti, fare chiarezza. Ci si può amare senza ammetterlo? Dare in affitto il cuore ma lasciare il posto vacante per un'ospite, significa tradire? Lovesong è una canzone improvvisata, che non ha picchi e non ha ritornelli. Indefinibile, misteriosa, e per questo mai banale. Sulla persistenza dei sentimenti umani, e la loro assoluta vaghezza. Dramma liminare e sommesso, non vuole raccontare un altro amore omosessuale senza inizio e senza fine. Bensì qualcosa di meno e qualcosa di più. Travalica con discrezione il confine dell'amicizia, ma non oltrepassa i limiti. Timidamente, Jena Malone e Riley Keough se ne stanno sulla soglia per tutto il tempo – la prima nella sua comfort zone, l'altra di una maturità interpretativa straordinaria. Si incontrano in una parentesi, di tanto in tanto. E richiede più tempo studiarsi, vincere la ritrosia, che darsi. Ci sono, di mezzo, la lentezza di un certo cinema, silenzi parlanti, l'attrazione incontrovertibile travestita da simpatia. Gli sguardi lunghissimi, significativi, belli, che ti fanno venir voglia di urlare, in cima alle montagne russe. (7)

L'hotel che ospita il ballo di fine anno. Due coppie, una notte. La prima è in crisi matrimoniale. La seconda, di diciottenni alle prese con l'estate delle grandi scelte, si è composta per caso al termine di un prom al di sotto delle aspettative. Da un lato un sentimento che finisce, dall'altro uno che nasce da una serata di pugni sul naso e pessimi cocktail. 1 Night piace a prescindere per il poster e il quartetto di protagonisti – Anna Camp e Justin Chatwin, Isabelle Fuhrmann e, direttamente dal fiacco The Path, Kyle Allen. Belli, diversissimi per aspetto ed età, ma uniti dalle magiche simmetrie di certe sceneggiature e di dialoghi così, che san proprio di vero. 1 Night, in un'ora e un po', confronta generazioni e relazioni. Quanto è facile darsi per scontati? Possibile usare una coppia ai primi passi a mo' di promemoria? L'amore, in fondo, è una macchina del tempo. Sulla scia dei ricordi felici e della surreale “cometa” di Sam Esmail, viene fuori un film allo specchio: meno bizzarro e meno memorabile di quanto ci si aspetterebbe, ma per fortuna non meno godibile. Ci sono i bagni in piscina e i soffitti da contemplare nelle stanze d'albergo, la nostalgia e le farfalle. Cinquanta percento teen comedy, cinquanta percento dramma matrimoniale. Il tutto, rigorosamente indie. E, in certe sere, basta. (6,5)

Il primo ragazzino nato su Marte torna sulla Terra. Nessuno sa di lui, se non una coetanea con cui ha stretto una fitta corrispondenza online. Come comportarsi senza sembrare un alieno appena sbarcato dall'astronave, letteralmente? The Space Between Us è il racconto di un'adolescenza in orbita. Se fosse un romanzo, sarebbe uno di quei young adult che incastro volentieri tra una cosa e l'altra. Da Marte, infatti, non arriva soltanto la subdola creatura del mediocre Life, ma anche un visitatore che somiglia a Asa Butterfield – è cresciuto, Hugo Cabret, ma la faccia da eterno bambino e il poco carisma non aiutano. Sua dolce metà, quella Britt Robertson che fa sempre piacere rincontrare. In fuga da Gary Oldman, i due ragazzi si danno a un viaggio in macchina in cerca del padre di lui e dell'amore. Seguendo la pioggia e l'oceano. Ma l'atmosfera, purtroppo, rischia di schiacciare chi (in preda all'euforia) ha scordato la propria natura. Il film cita Il cielo sopra Berlino, ma ricorda più Bubble Boy o Sbucato dal passato. Quelle commedie degli anni Novanta con una resa più che discreta e una scrittura televisiva; un'idea originale, ma un po' buttata via. Tenero, prevedibile e di buon cuore, però, regala due ore senza peso che non pretenderei indietro. (6)

Sandra Oh e Anne Hache, brave come non mai, sono ex compagne di college che si danno da sempre sui nervi. La prima, moglie trofeo; l'altra, artista che sbarca il lunario come cameriera. Sullo sfondo, New York: una città abbastanza grande per evitarsi. Mettile insieme una sera, durante la stessa cena. Rissa inevitabile nell'androne. Capelli strappati, calci e pugni. In mezzo c'è il non detto, un'antipatia viscerale che fa ridere e preoccupa. Qualcosa va male. In momenti diversi, nell'arco del bizzarro Catfight, entrambe saranno destinate a un colpo in testa e a un coma lunghissimo. Cosa si sono perse nel mentre? La commedia nera di Onur Tuker fa sì che le loro sorti si alternino: la ricca diventa domestica; la povera, pittrice affermata e in dolce attesa. In TV passano le notizie di un conflitto fittizio in Medio Oriente (colpa di Trump?), con tanto di ritorno alla leva obbligatoria. Pur di non pensarci su, le due si aggrappano all'unica certezza che resta: odiarsi. Film di botte da orbi e dialoghi implacabili, sarcastico e non troppo demenziale, Catfight riflette sui corsi e i ricorsi storici; la fugacità dell'amore; la persistenza dell'antipatia; la paura del futuro. Mette al tappeto, ma la riflessione scatta a scoppio ritardato. Con un po' di sforzo. Quando ricerci il senso di quello che hai visto, a fine visione, e lo trovi, ma con l'intoppo. Lascia un sorriso amaro, un po' di disturbo, qualche escoriazione. (5,5)

Una camera d'albergo. Una donna riversa in una pozza di sangue. La porta chiusa dall'interno. Com'è entrato l'assassino? Soprattutto, com'è uscito? L'odissea di Adriàn e Laura è iniziata così: un contrattempo, e un giovane uomo d'affari imbocca una strada secondaria. La proverbiale strada nuova preferita a quella vecchia lo porta a scontrarsi con un automobilista: il ragazzo muore. Denunciare il delitto ed esporsi mediaticamente? I due amanti diabolici fanno sparire il corpo. Cosa collega i due crimini, le due morti, a parte la presenza del sospetto Adriàn? Gli spagnoli e la suspance fanno faville. Oriol Paulo, già autore degli ottimi El Cuerpo e Con gli occhi dell'assassino, confeziona con Contratiempo un giallo hitchcockiano che non lascia scampo. All'immagine di apertura, brillante, risponde una trama di sottili cambi prospettici, ipotesi, slittamenti che sconvolgono le carte in tavola. Contratiempo è serrato e intricatissimo. Il trucco c'è ma non si vede. Nella sua voglia di sorprendere a ogni costo, qui e lì, la verosimiglianza si perde. I piani machiavellici di Paulo, i suoi collaudati colpi di scena, sembrano improbabili. Però Contratiempo è un film di genere che, costi quel che costi, tiene alta la guarda e dà quello che promette: cosa non da poco, ti sorprende. E l'essere preso in contropiede, quell'esclamazione di meraviglia che ti strappa di bocca, conta più di qualche passaggio frettoloso o di risvolti troppo eclatanti per essere veri. I tasselli si incastrano, basta aspettare. Basta non toccarli. Perché l'equilibrio, forse, non è che un'altra illusione. (7+)