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mercoledì 14 aprile 2021

Recensione: L'anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini

| L'anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini. € 17, pp. 192 |

In lizza per il premio Strega, è l'outsider della dozzina. Divertente, surreale, lieve con malinconia, la lettura di Roberto Venturini potrebbe risultare un'autentica boccata d'aria fresca per gli amici che ogni anno s'imbarcano in un'impresa coraggiosa: recuperare tutti i romanzi candidati per formulare pronostici. A ben vedere, però, L'anno che a Roma fu due volte Natale fa parte dello stesso irresistibile filone di Genovesi e Bartolomei: commedie all'italiana che conciliano pubblico e critica, insomma, zeppe di svolte rocambolesche e di personaggi ai quali è impossibile non volere bene. Non sfigurerebbero in un film di Mario Monicelli, ragiona a voce alta il narratore, mentre osserva dall'alto i passi incerti dei suoi protagonisti. Strampalati ma belli come succede al cinema, si muovono goffamente in un intreccio che parte con i migliori auspici: perché non riunire Sandra e Raimondo, la coppia più amata del piccolo schermo? Sepolti in cimiteri separati, meriterebbero di stare insieme come sul set dell'indimenticabile Casa Vianello. È il desiderio di Alfreda, insegnante in pensione gravemente in sovrappeso, intrappolata in un asfissiante mausoleo di blatte e cianfrusaglie: un villino sbucato da un episodio di Sepolti in casa dove ogni oggetto racconta l'assenza di Mario. Il marito di Alfreda, infatti, è sparito in mare in circostanze tanto incredibili quanto misteriose. Vedova inconsolabile minacciata dagli ultimi provvedimenti dell'ufficio d'igiene, trova uno slancio vitale in una gita al cimitero: il Verano, di notte, sarà preso d'assalto da una banda singolare di profanatori di tombe. Ad assecondarla ci sono il figlio Marco, ex bambino prodigio ormai votato alle droghe e all'insicurezza sociale; Carlo, anziano pescatore sopravvissuto a tutti i suoi amici; Er Donna, ambitissimo travestito che in passato ha pestato i piedi al boss sbagliato.

Avrebbe voluto giustificarsi, dirle per esempio che la felicità mica si riproduce per talea, che non funziona quasi mai, come col glicine. Dirle che la bellezza di quello che si è vissuto in passato non rivive in un altro contesto, e che anche se lui ci provava a innestare nuova torba rassicurante, non gli radicava più, la felicità. Hai voglia a bestemmiarci sopra. Come la talea del glicine.

Forte di un vago senso d'incanto e delle innumerevoli citazioni alla cultura degli anni Ottanta, un po' pulp, un po' pop, Roberto Venturini incuriosisce con uno spunto brillante: la richiesta ultraterrena di un'inconsolabile Mondaini. Ma nella seconda parte tradisce le premesse con un prosieguo dispersivo e confuso: un andirivieni in macchina, dal cimitero alla spiaggia, che finisce per tagliare il respiro a una storia che avrei immaginato più articolata. Strada facendo ci si scorda dei Vianello; ci si scorda di Alfreda. Quando prendono ad accavallarsi voci, storie, accenti e rumori, si rischia di perdere di vista il punto della situazione. Ma il chiacchiericcio che ne vien fuori è tutt'altro che spiacevole. Ricorda, in realtà, le conversazioni tra amici nei lunghi viaggi in auto: ondivaghe, fitte fitte, di quelle in cui si perde spesso il filo logico e si aprono parentesi su parentesi prima di chiuderne altre. In questo romanzo non sono i personaggi a vivere in funzione della storia ma l'esatto contrario, anche al rischio di sopraffarla. Ma cosa può un cast perfetto contro i difetti di un romanzo che, nonostante le poche pagine, non è esente da lungaggini? Più brillante per umanità che per equilibrio, L'anno che a Roma fu due volte Natale ha la malinconia del mare d'inverno e le melodie di alcune canzoni marinaresche. All'apparenza fuori posto, fuori stagione, è ambientato in una Torvaianica miracolosamente imbiancata: candida, nonostante la presenza di ceffi loschi e vittime da cronaca nera, fa da sfondo originalissimo a questo imperfetto ma accorato amarcord.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Colapesce e Dimartino – I mortali

venerdì 26 gennaio 2018

Recensione: Il mare dove non si tocca, di Fabio Genovesi

| Il mare dove non si tocca, di Fabio Genovesi. Mondadori, € 19, pp. 318 |

Da tre romanzi a questa parte, ricorro alla compagnia di Fabio Genovesi contro la tristezza. Forse saprete già come va: acquisto e metto da parte, da brava formica, per i giorni più freddi. L'ho rispolverato e tenuto con me, stretto stretto, in un gennaio buio che non vuol finire mai. Anche se la copertina, il titolo, mi parlavano in anticipo o in ritardo d'estate. Anche se, forse, questa volta la tristezza aveva messo radici profonde e a Genovesi – l'ultimo, non il migliore – sentivo di chiedere l'impossibile. Fabio, pensaci tu. Tu che, come Jeeg Robot, qualcosa puoi. In risposta, in aiuto, le parole fantasiose e pulite di un bambino che non cambia ancora voce, che non cambia ancora sguardo sul mondo. Un altro Fabio, o magari lo stesso. Un Fabio del passato che, a bordo della macchina del tempo, ci porta nella Versilia dei primi anni Ottanta. Dove ha una schiera di nonni con nomi che iniziano rigorosamente per “a”, tutti pazzi monchi e scapoli, e a scuola gli insegnano sin dal primo giorno che c'è vita, c'è normalità, al di fuori della loro cerchia ristretta: il Villaggio Mancini.

Perché mi sa che al Villaggio Mancini, e in tutto questo mondo che gira e traballa nell'universo, la normalità è la stranezza più grande che ci sia.

Mascotte assoluta della famiglia, il piccolo e contesissimo narratore si barcamena fra battute di caccia, porcini e pesca, gare per il miglior presepe in chiesa e chiacchiere da comunisti infervorati a cena. Cresciuto in un mondo popolato da soli adulti, un Fabio che sogna la beatificazione scoprirà a scoppio ritardato che i coetanei poco ne sanno di maledizioni secolari (pare che i Mancini senza amore siano infatti destinati a impazzire al compimento dei quaranta), papà dalle mani miracolose tali e quali a Little Tony (il suo, Giorgio, è partito sfortunatamente per una lunga tournée dal ritorno assai incerto: il coma), impieghi sottopagati come raccattapalle in country club che fanno l'affronto di rubarci certi begli anni (quell'estate in particolare il nostro protagonista perderà più di qualche tappa, e dei misteri della masturbazione sentirà parlare per la prima volta alle scuole medie: il sesso, "copiato" come le risposte del compito di matematica). Insomma, cos'ha da spartire con gli altri? In difetto lui, di un candore straordinario, o loro?

Viaggia così, quel treno assurdo, si ferma e riparte quando gli pare, niene avvisi né orari stabiliti. Magari sta piantato nello stesso posto così a lungo che credi di restare lì per sempre, poi dal nulla fischia e riparte a razzo, e in un attimo ti trovi in una stazione nuova e misteriosa dove ogni cosa è diversa, soprattutto te: sei andato a letto che eri tu, ti svegli che sei qualcun altro.

La pecora nera del romanzo non sa se uniformarsi o uscire dal gregge. Se provare vergogna o gratitudine per i pomeriggi sul pattìno, per il braccio e per la TV rotti: una giovinezza strampalata che fa venire un po' il mal di mare, e privazioni, mancanze d'altri tempi, che formano – chissà – gli scrittori di domani. Il tubo catodico guasto: Fabio racconta  allora storie nell'entusiasmo generale. Un genitore che dorme ma ascolta: Fabio gli legge ad alta voce opuscoli, manuali, per la gioia di una libraia che minaccia sempre di mollare le bancarelle per le Hawaii e delle arzille signore della casa di riposo all'ultimo piano (peccato premano, però, per romanzi rosa che fanno diventare la faccia del mal capitato cinquanta sfumature di bordeaux). Fabio ci dà fra le pagine lezioni di nuoto; lezioni di vita. Ma non sa nuotare fino agli otto anni e della vita, che scorre veloce quanto un treno, lui è un passeggero clandestino senza biglietto.

La mia famiglia è così, dietro ogni scemenza c'è una storia che non finisce mai, milioni di racconti che schizzano fuori da ogni millimetro del nostro cammino tutto storto, con particolari precisissimi a tonnellate. Delle cose veramente importanti, invece, non si sapeva mai nulla. Nessuno ne parlava, e a forza di non parlarne si smetteva di saperle, così da segreti diventavano misteri.

Chi insegna le canzoni agli uccelli, ci si domanda in un capitolo? E questa leggerezza, queste immagini, a un Genovesi che stavolta convince a metà – troppo aneddotico, troppo naïf: proprio non amo i narratori bambini, poco da fare – restando comunque irresistibile? Il mare dove non si tocca, purtroppo, non mi ha toccato. Non ho toccato io, soprattutto, in giorni in cui mi limito ad annaspare: qualche sorriso strappato con le tenaglie, figurarsi salpare. La colpa: più mia che sua, probabilmente, ma pace. Ai maschi della famiglia Mancini manca qualche rotella in zucca e il gene dei colori. Daltonico anche lui, senza eccezioni, Fabio – autore e narratore, vuoi l'omonimia, per me ormai sono tutt'uno – dipinge però ora con sfumature delicate, ora con colori sgargianti, le avventure tragicomiche di un'infanzia sopra le righe eppure profonda come il mare. 
Dove non tocchi capisci di essere vivo. Dove ti scacciano ti accorgi della meraviglia di essere maledetti. E delle famiglie così, più a modo loro di altre. Quelle che crescendo ti danno le gioie. I dolori. Le storie.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Jovanotti – L'estate addosso

lunedì 31 luglio 2017

Recensione: Esche vive, di Fabio Genovesi

| Esche vive, Fabio Genovesi. Mondadori, € 11, 388 |


Se c'è una cosa che so, è che odio l'estate dal profondo del cuore. Bella per chi ha le ferie pagate e la fuga pianificata nel dettaglio. Bella per chi cambia aria, cambia facce, e non ha il mare a dieci minuti a piedi da casa – che sfizio c'è? Finisce la sessione e mi guardo attorno, smarrito. Perché senza la mia routine, senza una spinta, non so che farmene di questi pomeriggi di afa, ventilatore e siti streaming non agibili. Dal mio cattivo umore cerco di tenervi lontano, e spero di riuscire nell'impresa; di dissimulare bene. Oggi, abbiate pazienza, lasciatemi lamentare un po' in questo piccolo cappello introduttivo. Per dire che sarò nervoso, sarò irritabile, ma con Fabio Genovesi tutto passa. L'ho scoperto il mese di agosto dello scorso anno, con un altro malumore che mandava le onde a riva. Ho recuperato in quattro e quattr'otto il suo romanzo precedente e l'ho tenuto in libreria nei secoli fedeli. L'idea che fosse lì, a portata di mano, mi rassicurava.

O forse è solo che ognuno nel mondo si sente così speciale e unico e incomprensibile, ma invece alla fine siamo tutti uguali e passiamo gli stessi casini e abbiamo bisogno delle stesse cose.

Ho rispolverato Esche vive in una giornata storta. E leggevo su Anobii che manca di stile, che è chiassoso e volgare, ma oh, io ho riso forte dalla prima all'ultima pagina – come capita con quei romanzi energici, leggeri ma non troppo, di cui gli autori italiani conoscono i trucchi meglio di altri. Fabio Genovesi mi vede sempre al mio peggio, è destino – ebbene sì, c'è l'equivalente maschile del ciclo, dei capelli crespi e degli occhi struccati, del non ti azzardare a parlare o ti mando dritto dritto a quel paese. In quattrocento pagine, quest'uomo mi rassetta la testa. Al solito, la sua è una commedia corale. Al solito, si intrecciano le voci e le generazioni, e i toni virano dal pulp più sfrontato alla delicatezza del coming of age. Siamo in un paesello della Toscana. Bello, uno dice, ma invece l'estate fa schifo anche lì. Muglione è tutto acquitrini fetidi e andate senza ritorni. Si campa di pesca e ciclismo.

Perché il vuoto vero non è il niente, ma il niente dove invece dovrebbe esserci qualcosa.

La vita di Fiorenzo, diciannove anni e un nome scemo, ruota attorno all'una e all'altra attività: sfrattato dalla sua stanza, dorme nel retro di un negozio di pesca; il padre, appesa la bicicletta al chiodo, si è improvvisato talent scout. Nella Regione che non esiste ha raccattato il piccolo Mirko (la stoffa dei campioni nel sangue) e l'ha portato via con sé: lo sommerge di speranze, attenzioni, pressioni, e il bambino – venerato dagli adulti, scansato dai coetanei – va malissimo a scuola e non ha anima viva a cui confessare che il ciclismo, forse, manco gli piace. Fiorenzo lo considera un ladro di padri, un usurpatore, e lo vessa con barbaro impegno: se non fosse che ha una mano sola, se non fosse che è il cantante solista di una rock band che non decolla, gliene diremmo di cotte e di crude (che non può fare il bullo con l'ultimo arrivato in città, ad esempio). Sarebbe come sparare sulla croce rossa però. Chi se la passa peggio tra il Campioncino e quell'adolescente orfano, monco, frustrato a morte? Forse Tiziana, terzo elemento da mettere in conto: brillante trentenne tornata dall'estero con la coda tra le gambe, a Muglione sperava di mettere su un Infogiovani e invece si è dovuta accontentare di una bisca di vecchi sospettosi. Attratta inspiegabilmente dall'impresentabile Fiorenzo e intenerita dal vulnerabile Mirko, che pende dalle labbra di quest'ultimo e, timoroso, lo chiama “Signore”.

Qua non c'è niente da pescare, Fiorenzo, e non c'è niente da sperare. Hai diciott'anni, quando lo vuoi capire?

Ci si prende, ci si lascia. Si scappa e si resta. I letti traballano, le amicizie si formano, vuoi o non vuoi. Perdere è un'arte da perfezionare col tempo. E la solitudine di questi ragazzi di provincia, spartita in tre, è un peso che non scoraggia più. La vita è un fiume o una pozzanghera? Scorre come in Eraclito, o va a impantanarsi nell'acqua sporca? Fabio Genovesi, malinconico e poetico a modo suo, descrive con falsa spensieratezza la calma stagnante di alcune realtà. Un limo indefinito in cui nessuno abbocca e nessuno osa spingersi al largo. In certi giorni, preso all'amo, può qualcosa soltanto un romanzo dei suoi. Dimentico che non ho le branchie, e associo l'abboccare alla mia salvezza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Thegiornalisti – Tra la strada e le stelle

giovedì 1 dicembre 2016

Recensione a basso costo: Io non sarò come voi, di Paolo Cammilli

I luoghi hanno i colori degli occhi che li abitano.

Titolo: Io non sarò come voi
Autore: Paolo Cammilli
Editore: Pickwick – Sperling & Kupfer
Prezzo: € 9,90
Numero di pagine: 337
Sinossi: A Lido di Magra, un paesino di poche anime e una manciata di case a qualche chilometro dalla Versilia, il mare c'è, ma solo d'estate. Perché la vita da queste parti dura il tempo di una stagione. Fabio Arricò, figlio di un cavatore appena licenziato dalle derive della crisi, è un ragazzo normale. Ma a diciassette anni, essere normali signifi ca fare quello che fanno gli altri, adeguarsi alle scelte del gruppo anche se capisci che sono sbagliate. Il gruppo, però, ha un punto debole e si chiama Caterina Valenti. Lei è tormentata, agguerrita e irriverente. Troppo bella e irriguardosa per non innescare un ambiguo corto circuito. Sorda al sentimento che Fabio si rifi uta di confessarle, ma che neppure riesce a nascondere. Di più. C'è qualcosa nel suo sguardo che svela uno strano piacere nell'umiliarlo e farlo soffrire. Come se avesse qualcosa da fargli pagare. Gli adulti, un campionario di fi gure umane comiche e inconcludenti, arrivano sempre tardi. In questo piccolo mondo nel quale sonnecchiano esistenze comuni, si soffre, si ama, si lotta ma sempre nel modo sbagliato. Prima ferendo, poi nascondendo la faccia. E il risultato, un congegno a orologeria che si carica con la frustrazione, è l'odio più incontrollato, quello che trascina a fondo. Quello che ti obbliga a ideare una notte di violenza inaudita ai danni di chi non può difendersi. 

                                         La recensione
Ci sono uomini che ti desiderano per sempre. Anche se sono sposati, innamorati. Anche se hanno dei figli. Anche se sono felici e sanno benissimo che li trafiggerai per l'ennesima volta, iniettando nuova infelicità. Ti vorranno per sempre.
Una ragazza nuda, insanguinata, percossa, invoca la morte in una catapecchia sul mare da cui nessuno può sentirla gridare. I suoi aguzzini sfilano in parata davanti a lei. Le strappano il piercing dal labbro, la biancheria intima, un nuovo gemito. Lei, che stringe i denti e non piange, li conosce uno ad uno. Un salto all'anno prima, e conosciamo così il volto dell'estate a Lido di Magra. Sospeso nel tempo e nella calura, il paesello toscano ha una manciata di abitanti e nessun segreto: si cresce insieme, spesso ci si sposa e, tra un tiro a biliardino e una festa in spiaggia, nascono le rivalità e gli amori. Fabio Arricò, campione di calcio balilla umiliato nella partita della vita, ha diciassette anni, tanta voglia di scappare via e un sentimento non corrisposto per Caterina Valenti: sensuale coetanea, maestra di illusioni e cuori infranti, talora lo asseconda e talora lo ignora platealmente. Semplice indifferenza o è una vendetta, la sua? Dieci anni prima, qualcosa non è andato per il verso giusto tra le loro famiglie: la sorella di Fabio, traditrice di natura, ha ammazzato i sogni e i desideri del fratello di Caterina, fuggito con la coda tra le gambe non si sa dove. In una stagione in cui si trasgredisce e si complotta, Osvaldo Valenti fa ritorno all'ovile: il dongiovanni stabico, vanaglorioso ma onesto, ha sbarcato il lunario come maestro di ballo e infine è tornato dove tutto è cominciato per un misterioso appuntamento galante. Spera di non rivedere l'indimenticata Katia, o forse sì. Io non sarò come voi, secondo romanzo del fortunato Paolo Cammilli, è una lettura doverosa per chi ama i racconti corali di Niccolò Ammaniti e Fabio Genovesi. O così mi si diceva. Tra le pagine: una simile baraonda di personaggi bizzarri; la tragedia sotterranea di Ti prendo e ti porto via e la Versilia di Chi manda le onde; toni sboccati e sanguigni che, a volte, conoscono una sorprendente dolcezza. Ambientato nella sonnolenta provincia italiana e condannato a un epilogo che già in apertura si preannuncia disturbante, Io non sarò come voi rispecchia effettivamente i miei gusti e il mio sangue freddo. 
Ne ho apprezzato la crudezza, i comportamenti sopra le righe, le figure popolose raccontate nelle infinite digressioni. Quella goliardica leggerezza pronta alla conflagrazione. Eppure, nelle prime cento pagine, l'irritazione voleva quasi farmelo abbandonare: cosa si era inventato questo Cammilli, che si ispirava alla cronaca nera e infarciva il suo linguaggio di discutibilissimo televisionese? Cosa raccontava che Ammaniti non avesse già raccontato vent'anni prima? Gli stessi figuranti esagerati e tragicomici, figli o fratelli dell'indimenticabile Graziano Biglia; gli stessi barbari riti di iniziazione che, a tempi alterni, rendono i protagonisti adorabili e odiosi. Mi piace mettermi emotivamente alla prova. Mi piace, quando mi fisso con un autore, conoscerne altri mossi da istinti e ispirazioni speculari. 
Però Io non sarò come voi non mi piaceva, e so anche perché: somigliava un po' troppo ai suoi modelli di riferimento e l'idea di una copia carbone mi dava noie. Ho cambiato opinione leggendo. Entrando in una logica, quella del branco, che fa digusto e paura. Mentre Osvaldo si confronta con il suo passato e il destino beffardo rende tutto un lungo dèjà vu, il timido Fabio – allevato da un padre razzista e manesco, rifiutato dall'amata compagna di scuola, anticonformista in teoria e omertoso in pratica – tira cocaina dal naso e sassi dal cavalcavia, trasformando la sua cotta in un massacro. Proprio quando l'indecifrabile, complicata Caterina capisce in cuor suo che potrebbe amarlo. Avevo appuntato su un foglio volante tutti i difetti, ed erano parecchi. Avevo in mente una recensione, se non negativa, comunque assai tiepida. Facile scorgerne le pecche, difficile spiegare come sia passato dal deludermi al commuovermi. Soprattutto se l'epilogo, annunciato a pagina uno, contiene la descrizione particolareggiata di una ripugnante violenza sessuale capace di provare anche gli stomaci più forti. Soprattutto se non c'è consolazione e la promessa solenne del titolo se la porta via il vento. Ma in Ammaniti c'era un celebre post scriptum che cambiava le cose. Qui, le righe conclusive di un articolo che sintetizza una notte di bagordi conclusasi nel sangue. E, in una singola frase, l'espiazione. Tutti i giuramenti onorati, tutti i pregiudizi vinti.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mannarino – Me so 'mbriacato

sabato 20 agosto 2016

Recensione: Chi manda le onde, di Fabio Genovesi

Un sogno quando comincia non importa se durerà una vita o cinque minuti: un sogno comincia sempre per durare in eterno.

Titolo: Chi manda le onde
Autore: Fabio Genovesi
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 391
Prezzo: € 14,50
Sinossi: Ci sono onde che arrivano e travolgono per sempre la superficie calma della vita. Succede a Luna, bimba albina dagli occhi così chiari che per vedere ha bisogno dell'immaginazione, eppure ogni giorno sfida il sole della Versilia cercando le mille cose straordinarie che il mare porta a riva per lei. Succede a suo fratello Luca, che solca le onde con il surf rubando il cuore alle ragazze del paese. Succede a Serena, la loro mamma stupenda ma vestita come un soldato, che li ha cresciuti da sola perché la vita le ha insegnato che non è fatta per l'amore. E quando questo tsunami del destino li manda alla deriva, intorno a loro si raccolgono altri naufraghi, strambi e spersi e insieme pieni di vita: ecco Sandro, che ha quarant'anni ma vive ancora con i suoi, e insieme a Marino e Rambo vive di espedienti improvvisandosi supplente al liceo, cercando tesori in spiaggia col metal detector, raccogliendo funghi e pinoli da vendere ai ristoranti del centro. E poi c'è Zot, bimbo misterioso arrivato da Chernobyl con la sua fisarmonica stonata, che parla come un anziano e passa il tempo con Ferro, astioso bagnino in pensione sempre di guardia per respingere l'attacco dei miliardari russi che vogliono comprarsi la Versilia. Luna, Luca, Serena, Sandro, Ferro e Zot, da un lato il mare a perdita d'occhio, dall'altro li profilo aguzzo e boscoso delle Alpi Apuane.

                                             La recensione
Siamo tutti normali finché non ci conosci abbastanza."
Feste e festicciole mi colgono un po' così, immalinconito in una baraonda di happy hour e gente euforica. All'odio per l'estate in genere, perciò, quest'anno ho affiancato quello per il Ferragosto. Che poi io la trovo brutta, la bella stagione, e loro ne festeggiano la fine sul bagnasciuga? Che poi che senso ha brindare al quindici del mese, e che senso hanno i botti e i fuochi a mare, che sono soldi sprecati e aria intossicata in un giorno come tanti? Faccio fatica a legare la nuvola nera a un palo e via, quand'è così: perdona la sincerità. Nei giorni non segnati in rosso sul calendario, invece, tutto normale, o almeno abbastanza: non mi si richiede l'allegria forzata, di fare da autista a chi ha alzato il gomito oltre il consentito, e io non mi lamento. Magari, trovo parcheggio in centro senza scongiuri o bestemmie. Magari, non ho questa voglia di andare a dormire – che sia mattina, pomeriggio o sera non m'importa – per svegliarmi il giorno dopo, passati i turisti e il sorriso obbligatorio, quasi come se a mezzanotte non me lo avesse ricordato l'eco dei giochi pirotecnici che assurda ricorrenza di quale assurda estate fosse. Ho combattuto il malumore regalandomi il mio primo Fabio Genovesi. Un autore di quelli che mi si diceva leggilo leggilo, leggimi, che mi ci ha fatto vedere il bello nelle città di villeggiatura, ridere a crepapelle, rattristare un po'. Giustificando, in quattrocento pagine, il mio essere lunatico. Chi manda le onde, infatti, ha fatto compagnia a chi di compagnia non ne aveva voglia, ma bisogno sì. Si è impuntato, ed è rimasto sveglio insieme a me. Siamo stati perfettamente noi stessi – io per conto mio, e lui che ci provava a coinvolgermi, a tirarmi su, a dissipare la nuvola: e alla fine, ci è riuscito, sì – e ci siamo piaciuti tantissimo così, nei peggiori dei nostri giorni. Perché solo adesso, mi chiedi? Perché per certe letture è questione di momenti: giusti o sbagliati. E in giorni di riflessioni e bilanci tra me e me, a proposito delle cose che cambiano in un anno e di quelle che restano, neanche a farlo apposta mi sono abbandonato anima e cuore all'alta marea delle lune crescenti e del magnifico Genovesi a dodici mesi di distanza dalla scoperta di Niccolò Ammaniti, che nel giro di un libro mi aveva preso e portato via con sé. Letteralmente. Questione di scelte fortuite, magiche simmetrie, e sin dalle prime pagine, tenere e sboccate, ho pensato a Ischiano Scalo, Graziano Biglia e ai post scriptum che aprono squarci di lieto fine. 
I temi e la struttura di Chi manda le onde non li conoscevo nel dettaglio, ma hanno fatto abbastanza il colorato pulmino Volswagen in copertina (e io, che eppure rigo la Alfa di papà uscendo dal cancello, ne ho sempre voluto possedere uno, ma è un sogno che nel cassetto già pieno non ci sta) e quell'ultimo, decisivo leggilo, leggilo. E così ho obbedito. Mi sono messo gli occhiali scuri, le maniche e i jeans accorciati, e ho chiesto un passaggio. Il pollice all'infuori, come quegli autostoppisti che negli horror fanno una finaccia bruttissima. Caricato a bordo sul lungomare della Versilia, mi sono accorto che il pulmino era colorato e bello tanto fuori quanto dentro, e che si stava in tanti e un po' stretti sui seggiolini logori, ma ci si stringeva volentieri per far posto a figliol prodighi e viandanti che, di nascosto, tramano contro il sole a picco. Il sole non piace neanche a Luna, che è una ragazzina albina, adorabile e credulona. Ha l'aria spiritata, la pelle ultrasensibile e un dolore segreto che conosceremo presto. Tanto ha fatto, tanto ha detto, ma è riuscita a portare con sé la bellissima e affranta Serena, sua madre, che per ironia della sorte serena non è; Sandro, catechista improvvisato, che vive coi genitori a quarant'anni, nomina spesso il nome di Dio invano e ha un peso sulla coscienza (e un grande amore non corrisposto) di cui liberarsi strada facendo; Zot, lezioso e radioattivo coetaneo venuto da Chernobyl, e suo nonno Ferro, che gli ha insegnato l'italiano con Claudio Villa, gli accostamenti di parole più fantasiosi per le imprecazione e, all'occorrenza, a sfoderare i fucili davanti alle invasioni massive degli extracomunitari. 
Qualche cenno a Luca, nell'immancabile tappa all'autogrill: il diciassettenne a cui tutti vogliono bene ha inseguito la gioventù e i cavalloni in un viaggio in Costa Azzurra consigliatogli da un prof, e intanto c'è chi sente la sua mancanza e aspetta l'arrivo di una cartolina, un segno qualsiasi. Le loro storie tragicomiche somigliano proprio tanto agli oggetti che la giovane narratrice raccoglie a riva. Regali di un mare che talora prende e talora dà. Manici di pentole, ossi di seppia o cinghiali o balene azzurre, teste di bambola, cocci di vetro, schegge di legno. Ma la protagonista non ci vede granché, si affida al fiuto e a un'immaginazione da preservare, e dunque gli scarti, i rifiuti e i misteriosi tasselli delle mareggiate toscane sono tesori da impilare sotto al letto. In attesa del miracolo dell'alba. Ma io sono amareggiato e malinconico nei giorni di festa, fuori posto, e dunque queste loro esistenze sprecate, i sogni in pausa, l'umorismo corrosivo e le frasi da incorniciare, i matricidi e i fenomeni da baraccone sono stati confortanti come uno squillo al Telefono Azzurro. 
A me le onde in spiaggia le manda la Tirrenia quando entra al porto: l'acqua sale, divora il bagnasciuga e i castelli dei bambini, dipinge rughe di preoccupazione in mezzo agli occhi delle mamme. Per una paura inconscia, forse un'eredità degli ammonimenti dell'infanzia, associo le onde alla bandiera rossa sulla postazione del bagnino; al pericolo. Non mi fido di loro. 
A me le onde le ha mandate Fabio Genovesi, ieri l'altro, e ci ho camminato incontro e in mezzo senza temerle. Saltandole, per non farmele arrivare all'ombelico, e poi abbandonandomi ai loro moti ballerini. L'impressione di affogare, superata al cavallone successivo. Le alghe impigliate nei capelli e i sorrisi tra i denti. Poi, una spinta decisiva verso l'alto. Come volare, o rinascere daccapo. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Bruno Lauzi – Onda su onda