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martedì 11 maggio 2021

Recensione: I tuoni, di Tommaso Giagni

| I tuoni, di Tommaso Giagni. Ponte alle Grazie, € 14, pp. 186 |

Il Quartiere sembra la roccaforte di un film medievale. Un labirinto, scenografico nel suo squallore, da esplorare con carrellate cinematografiche. Roma è vicina ma lontana, sormontata da una nuvola di smog: un altro mondo, intuibile tra i capannoni industriali, i container, le villette abusive. A dettare legge, lì, è il Reuccio: un piccolo criminale da strapazzo, che all'improvviso lascia il trono vacante. Cosa accade quando un tiranno viene rovesciato? Il potere fa gola a moltissimi, ma non ai protagonisti: benché immersi nelle atmosfere cupe di Romanzo criminale o Suburra, schiacciati dalle ristrettezze economiche e dal degrado, continuano a nutrire in segreto speranze, velleità, desideri di fuga. A confidare nel cambiamento. Manuel, egiziano, è un informatico che da bambino ha rubato una medaglia al cadavere di un annegato: sogna di diventare marinaio, ma soffre di agorafobia. Flaviano, grande grosso e col cuore infranto, condivide l'appartamento con un padre galeotto e fa furore come pianista ai matrimoni. Abdou, da poco arrivato su un barcone, ha installato una bussola sul cellulare per conoscere la posizione esatta della Mecca e spaccia antidepressivi nonostante una laurea a pieni voti.

Ci avete insegnato a dire quello che vogliamo, e a prendercelo se non ferisce nessuno.

Sorprendentemente delicati, i tre funzionano soprattutto nei momenti d'intimità. Mentre improvvisano una famosa canzone di Antonello Venditti al centro commerciale, mentre vagano come turisti fra le bellezze della Roma notturna, mentre scacciano i turisti curiosi con le pistole ad acqua. Il dialetto lo usano poco e niente. Come loro, l'autore che li anima: Tommaso Giagni sceglie una lingua equilibrata, tagliente, perfetta, in opposizione all'asprezza del romanesco. A fare da motore alla vicenda è Donatella, un'adolescente ribelle che ammira il senso di comunità del Quartiere: lei fa parte invece del Verde Respiro, il quartiere perbene dall'altra parte della barricata. Un luogo di insediamenti recenti. Una minaccia. Come in una moderna storia di indiani e cowboy, la sfida è aperta. Peccato che, anticipata dalla sinossi e dal rosso aggressivo della copertina, riguardi soltanto l'ultima parte del romanzo.

C’era una comunità, sai che intendo? Dove vivi tu, pure con tutti i problemi, penso che questa cosa si sente. […] Eravamo parte di qualcosa, Manuel, e in cambio questo posto aveva… un senso.

A lungo I tuoni mostra la vita dei protagonisti in presa diretta, con lo sguardo malinconico del neorealismo italiano. Anche a rischio di mancare di compattezza narrativa, esagera con le sequenze descrittive e, con una struttura vagamente teatrale, cattura le vicende di Manuel e degli altri in capitoli a sé stanti. Ma ha uno sguardo bello, e gli si perdonano perciò anche le false partenze; quel leggero sentore di polvere pirica, insomma, che non sembra mai diventare esplosione assordante. Sospeso, scollato, volutamente anti-climatico, il romanzo apre poi le porte alla violenza in quell'epilogo improvviso o improvvisato, che suscita di pari passo stordimento e fretta. Questi Tuoni si dissociano dai fulmini e dalle saette, dal fuoco e dalle fiamme. Quando il rumore si propaga tutt'intorno, avviene a scoppio ritardato. E alle mie orecchie l'eco è parso, purtroppo, più come un arrancare affannato – una corsa pur di mettersi in pari con il presagio del fuoco in copertina – che come un grido disperato del cielo.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Antonello Venditti – Sotto il segno dei pesci