
La
storia del musicista di strada e del gatto che gli ha salvato la
vita. L'hanno mostrata i video su YouTube, ci hanno scritto sopra una
serie di libri. L'amicizia tra i due ha ispirato una fiaba inglese
che può sembrare buonista, dall'esterno, ma che a fine visione mi è
parsa necessaria. Perché anch'io ho un trovatello che ci ha fatto il
piacere di restare. Perché, di mio, ho la tendenza a lasciarmi
ispirare e commuovere da queste storie che parlano della bellezza
delle seconde possibilità. La
vicenda di James è quella di tanti ragazzi ai margini delle nostre
città: giovani che le cattive compagnie logorano. Con una famiglia
che gli ha voltato le spalle e la strada come casa, è un
tossicodipendente che suona nelle piazze per sbarcare il lunario.
L'angelo custode ha le fattezze di un gatto rosso che si impossessa
del suo appartamento provvisorio e gli
cambia l'esistenza da così a così. Se c'è un musetto simpatico nei
paraggi, infatti, siamo tutti disposti a concedere un'occhiata a chi sa prendersene cura. James ha il frigo vuoto, ma cede le sue scatolette di tonno all'ospite e, con lui
accanto, lotta contro le crisi di astinenza. Volendo bene a un'altra
anima, impara a rispettare anche se stesso. Parla uno che gattaro lo
è da premesse, ma che dai film con gli amici animali non si fa
incantare: sull'ultimo, l'indifendibile Una vita da gatto,
ho glissato. A spasso con Bob ha
un piglio indie, un'ottima colonna sonora, un'innamorata dai capelli
rosa e tanta voglia di cambiarti, se non la vita, almeno una domenica
triste. Luke Treadaway è perfetto nella sua fragilità, con
l'aggiunta di un notevolissimo talento musicale; il gatto Bob,
protagonista della sua stessa autobiografia, è un'adorabile star del
cinema che non ha mai bisogno dell'aiuto della computer grafica.
Esordiente a quattro zampe, ma anche regista segreto di un film che
ha il suo nome e il potere di farti avere fiducia nel mondo.
Diciamolo, conoscendo la volubilità dei nostri animali: chi crede alla
storia che fossero gli addetti ai lavori a dirigere lui, anziché il
contrario? (7)

Le
altre persone. Quelle che David, parte di una coppia aperta, potrebbe
frequentare se solo volesse. Quelle lontane, sconosciute, a cui di
solito capitano le disgrazie. Purtroppo è arrivato il turno del
protagonista per l'infelicità: gli tocca convivere con una
disastrosa situazione sentimentale e con la madre morente, nella
provinciale Sacramento.
Commediografo in cerca di fama e fortuna, David ha ventinove anni e
tanta pena nel cuore; due sorelle minori; un padre premuroso, che
tuttavia si ostina a negare la sua sessualità; una genitrice moderna
e generosa, dalla risata sempre pronta, che suo malgrado sta
soccombendo al male peggiore. Other People, che nel 2016 ha
aperto il Sundance, racconta il ritorno del protagonista all'ovile:
un soggiorno lungo un anno, tra spettacoli di cabaret tristanzuoli e
bocconi amari. Jesse Plemons,
frustrato e nevrotico, visto più in tivù che al cinema, è
bravissimo; un'orgogliosa e stravolta Molly Shannon, storica comica
del Saturday Night Live, strazia quasi nel suo primo ruolo
drammatico. Con la malattia lasciata ai margini e l'umorismo
aspro del cinema indie, nella commedia d'esordio di Chris Kelly si
sorride spesso e amaramente. Conto alla rovescia inesorabile e più
doloroso del previsto, Other People è
un Please Like Me
vestito a lutto, che scorre leggerissimo ma non senza pensieri
ingombranti. Soprattutto, che certifica i classici pregiudizi
dell'Academy: cieca davanti alla grande intensità dei protagonisti
di piccoli film come questo. (7)
Marco
vola negli Stati Uniti con i tremila euro dell'assicurazione. Sua
compagna di viaggio, la saccente Maria. Dovranno dividere lo stesso
letto e convivere con un'affiatata coppia omosessuale. Ma Matt e Paul
vincono lo scetticismo della provinciale figlia di papà.
Le farà cambiare idea anche Marco, innamorato non corrisposto? Posso
spezzare una lancia in favore dell'Estate addosso, sì?
Negativamente prevenuto, gli rimproveravo la regia di un Muccino che
ormai non ha più l'età; personaggi privilegiati, che vivono un
dispendioso viaggio della maturità; tutto il male che a Venezia gli
avevano detto. Chiariamolo subito: ha uno spunto impercettibile, una
banale voce narrante, una parentesi gay che sembra uscita da una
sceneggiata e una Matilda Lutz che ha un visino troppo grazioso, un
inglese troppo perfetto, per augurare il peggio al suo irritante
personaggio. Però mi ha ricordato un Come te nessuno mai
on the road, Brando Pacitto lo si invidia un po' per i giri in ottima
compagnia e un po' per lo splendido panorama, l'epilogo amarissimo è
triste come un'estate che finisce. Dopo una lunga serie di melodrammi
incolore, Muccino mi ha sorpreso con una commedia corale leggera,
giovane, in armonia. Dove ci sono pronunce fluide, albe, amori
impossibili, un Jovanotti che si sente meno di quanto pensassi e, il
giorno dopo, un risveglio disincantato. Quello che resta in America
resta in America. Un Bertolucci avrà raccontato poligoni simili,
giungendo spesso alle stesse riflessioni. Ma in Io ballo da sola
o in The Dreamers
c'erano più autorialità, più spessore, più carne tenera
pizzicata. Soprattutto, un nome che pesa nei titoli di coda. Se non
ci fosse stato quello di Muccino, in una versione di
L'estate addosso eppure tale e quale a
questa, non avremmo respirato più volentieri e senza pregiudizio
questa stessa libertà? (6,5)