Visualizzazione post con etichetta Jonas Hassen Khemiri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jonas Hassen Khemiri. Mostra tutti i post

venerdì 27 dicembre 2019

[2019] Top 10: Le mie letture


10. La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo (Neri Pozza)
Quattro amici, quattro anni, un patto: realizzare i propri desideri entro l’inizio dei prossimi mondiali. Con uno stile che ricorda il miglior Nicholls, il mio primo romanzo dello scrittore israeliano fa il bello e il cattivo tempo con una storia che a tratti fa ridere, a tratti fa piangere. È rimasta una delle maggiori emozioni del 2019.

9. La ragazze delle meraviglie, di Lavinia Petti (Longanesi)
Un’amica scrittrice attesa per anni e anni al varco. Un ritorno irresistibile in una Napoli da sogno (e da incubo), guidato dallo spettro di un inquietante Pulcinella e da una fantasia senza eguali. Quanto è brava Lavinia? Quando tornerò, soprattutto, a visitare la città che parla il dialetto dei miei parenti stretti?

8. La lista semidefinitiva dei miei peggiori incubi, di Krystal Sutherland (Rizzoli)
A volte mi dico di non avere l’età. Per apprezzare romanzi per ragazzi. Per avere paura. E poi ci sono quelle autrici brillanti, dall’immaginazione iperattiva, che ti rubano il cuore con una saga familiare a metà tra Tim Burton e Wes Anderson. Quelle letture che sussurrano ai tuoi giorni storti e alla tua ansia sociale, vincendo i peggiori tabù: malattia mentale e depressione.

7. Dracul, di Dacre Stoker e J.D. Barker (Nord)
Tra biografia e invenzione, si muovono un diretto discendente di Bram Stoker e il collega J.D. Parker. Lo spunto del loro romanzo fa tremare, su carta, ma per i motivi sbagliati: chi oserebbe scrivere il prequel di una pietra miliare dell’horror? L’esperimento, vincente, sorprenderà perfino gli appassionati con una narrazione ad ampio respiro e dettagli – cuori pulsanti, topi, blatte – da autentico almanacco della paura.

6. Il potere del cane, di Thomas Savage (Neri Pozza)
Riscoperta postuma, una tragedia americana su un triangolo inconciliabile e un’omosessualità vissuta con inquietudine. La tensione è alle stelle. L’epilogo è degno di un thriller. Splendido e perturbante,  questo novello classico è il lato oscuro della Holt di Kent Haruf.

5. Cat person, di Kristen Roupenian (Einaudi)
Dodici racconti che spiazzano, spaziando dalla favola nera alla commedia grottesca, dalla denuncia sociale all’erotismo. Contemporanea, scorretta e amorale, l’autrice americana  - voce di Tinder, Twitter, del metoo –  conferma il suo diritto a non essere né moglie né intellettuale battagliera: ma vampira, principessa, amante, bambina dai desideri infernali.

4. Nemesi, di Philip Roth (Einaudi)
Un’estate sospesa negli anni Quaranta, una doppia guerra: da un lato le bombe, dall’altro la poliomelite. Di chi è la colpa? Degli italiani, dei randagi, del cibo spazzatura oppure di Bucky, protagonista irreprensibile? Se con la serie TV Chernobyl è mancata la scintilla, qui invece quanta agonia, quanta ira, quanta bellezza.

3. La clausola del padre, di Jonas Hassen Khemiri (Einaudi)
Le famiglie infelici sono infelici a modo loro? Mi perdono Tolstoj, ma dissento. C’è più della mia qui – tra le pagine di una commedia svedese degna di Allen – che in una foto ricordo. L’ho amato ma, se siete persone liete e speranzose, troppa verità potrebbe nuocere.

2. Favola di New York, di Victor LaValle (Fazi)
Apollo, antiquario, incontra Emma, bibliotecaria. Romantici e hippy, hanno un bambino nato sulla linea A della metropolitana. Sembra una fiaba moderna, ma dopo un gesto indicibile si trasforma in un incubo. Tutto dovrebbe finire così, nel sangue: e invece comincia. Incantevole, originale, violentissimo, un romanzo allegorico che parla del lutto al tempo dei social, della presidenza Trump, di troll leggendari e metaforici.

1. Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante (E/O)
Son venuto meno ai miei buoni propositi. In un dicembre svogliato e irrequieto, non ho portato a termine la tetralogia dell’Amica geniale come avrei sperato. Ma Elena Ferrante l’ho letta e riletta – ben quattro romanzi in dodici mesi, compreso La vita bugiarda degli adulti – innamorandone ogni santa volta; sento, però, che l’emozione dell’adolescenza delle indimenticabili Lila e Lenù, nel futuro prossimo, non sarà né superata né equiparata. 

lunedì 21 ottobre 2019

Recensione: La clausola del padre, di Jonas Hassen Khemiri

La clausola del padre, di Jonas Hassen Khemiri. Einaudi, € 19,50, pp. 256 |

Com’è il rapporto con i membri della vostra famiglia? Dalla sincerità della risposta potrebbe dipendere la percezione dell’ultimo romanzo dello svedese Jonas Hassen Khemiri: una rimpatriata caustica e dolce-amara su tutto quello che una coppia di neosposi innamorati, probabilmente, preferirebbe non sapere. Con la mia famiglia, come sa chi mi legge da qualche anno, i rapporti son tesi. Da figlio maggiore ho il compito ingrato di coordinare i movimenti degli altri, sparsi in tre diversi angoli dell’Italia; di ricordare cosa posso dire a mamma e cosa devo nascondere a papà, o viceversa; di far sì, attraverso messaggi che sono autentiche newsletter, che un fratello con la memoria da pesce rosso ricordi di onorare i compleanni, gli onomastici, le feste comandate. L’ultima occasione per riunirsi è stata la mia laurea, ad aprile. Ero più preoccupato per le loro interazioni che per il discorso di dieci minuti da ripetere al cospetto della commissione, o di quelle scarpe eleganti un po’ troppo larghe. Si sarebbero comportati bene? Sarebbero stati a loro agio chiusi a forza nell’aula magna? Ho evitato festeggiamenti formali per non fronteggiare l’imbarazzo di vederli costretti alla stessa tavolata. Abbiamo brindato in piedi, sul prato dell’università, con i bicchieri di plastica e mio padre da un lato, mia mamma d’altro, mio fratello che all’occorrenza faceva da spola. A fine giornata ho tirato un sospiro di sollievo: basta, finiti i momenti di aggregazione.  E se ti sposi?, ribatte chi mi è vicino. E se hai un figlio?, rilancia. L’angoscia di un’altra occasione ufficiale – io che m’improvviso equilibrista, io che per quieto vivere ridimensiono nuovamente i miei entusiasmi – è l’anticoncezionale migliore.

L’amore è una dittatura, pensa il papà, e le dittature sono un bene, perché non era mai stato così felice come quando non aveva la minima libertà, quando l’unica cosa che sapeva era che non poteva stare lontano da lei. Lei. Sua moglie. La sua ex moglie.  

Leggere La clausola del padre ha significato scoperchiare un vaso di Pandora di amarezze, memorie, rancori personali.  Lo consiglierei con il contagocce, tant’è incandescente. Chi ha la fortuna di non esserci passato potrebbe reputarlo folle; chi ha un matrimonio in cantiere, magari bambini in arrivo, potrebbe trovarlo fatale. Impietoso, divertentissimo, pieno zeppo di tiri pancini e parole non dette, il romanzo ha punti di vista complementari ma assolutamente inconciliabili.
C’è un padre straniero che ogni cinque mesi, due volte all’anno, torna in Europa un po’ per affetto e un po’ per opportunismo: burbero e presuntuoso, malato di diabete, si addormenta davanti alla TV per fugare la solitudine e all’arrivo in aeroporto – in un marasma invidiabile di parenti, autisti, amanti – non ha nessuno ad aspettarlo. Quali torti avrà mai commesso quel vecchio con il pallino della fuga e dei film d’azione, che da quando si è scoperto cagionevole ha la pretesa illegittima di essere considerato fragile? Suo figlio, a sua volta genitore di due bambini insopportabili, è troppo impegnato per occuparsi anche delle recriminatorie dell’anziano: commercialista in pausa, si prende cura dei piccini quando la compagna è a lavoro e vive il ruolo di “mammo” con una costante ansia da prestazione.  Un tempo abbastanza intraprendente da strappare la fidanzata a un altro uomo attraverso un’appassionata corrispondenza telematica, ora fa fiasco alle serate di stand-up comedy e non ha voglia di riappropriarsi di una relazione senza più l’intimità originaria. Troverà le parole per dire al padre in visita che questa volta non è aria, lui che per natura è compiacente e paciere quanto il sottoscritto? Poi c’è la sorella minore, donna in carriera reduce da un matrimonio fallimentare e dichiaratamente allergica alle storie serie: istintiva e libertina come un’eterna adolescente – leggera come lo sono spesso i secondogeniti, i più coccolati, nonostante un dolore nascosto nel passato –, come reagirà quando il test di gravidanza le comunicherà che lei e il suo fidanzato occasionale, un adorabile cinefilo di sette anni più giovane, sono in dolce attesa?

Non conosco nessuno che abbia una relazione normale con qualcun altro, tanto meno i suoi genitori. E questa relazione quanto è normale?, aveva scritto lui. Il giusto, aveva risposto lei. Ogni nuova mail apriva la strada a qualcosa di più. La sensazione era quella di avvicinarsi a un frisbee invisibile e farsi trascinare via dalla realtà. Di avvicinarsi a qualcosa che ti trasforma in una versione migliore di te stesso. In realtà non sono poi così divertente, aveva scritto uno dei due dopo un paio di mesi. Nemmeno io, aveva risposto l’altro. Non importa chi aveva scritto cosa, perché avevano già iniziato a diventare una persona sola. Quando finalmente si incontrarono, era ormai troppo tardi. Erano fatti l’uno per l’altra. 

In una Svezia colorata dalla presenza di ambulanti, extracomunitari e turisti, dove i nativi appaiono al contrario sempre grigi e indaffarati, i protagonisti hanno l’Ikea Family nel portafoglio, la cronologia internet affollata di ricerche su utilitarie e passeggini ergonomici, un posto di straforo in costose caffetterie vegane dove i passeggini devono restare fuori alla stregua dei cani. Indossano maglioni, paraorecchie, cappotti pesanti: fa freddissimo d’inverno, ed è inutile confidare nel calore del prossimo. A strapparci sorrisi frequenti, per fortuna, ci pensano i capitoli affidati ai narratori più impensati: capolavori di scrittura creativa dove a condannare l’incomunicabilità degli adulti, le contraddizioni di quei pareti che ci demoralizzano in privato per poi vantarci in pubblico, sono i piccoli di casa – quante critiche allora a quei genitori senza più la meraviglia nello sguardo, incapaci di godere dell’incanto di una mattina di neve senza mandare tutto allo scatafascio oppure di cogliere le sfumature di significato di un muuu. Vittime di una solitudine siderale, per il resto, perseguitati dai fantasmi degli amori perduti o dal ricordo delle occasioni perse, i tre non riusciranno a incrociarsi nella stessa pagina e non avranno mai un nome di battesimo: non risultano, tuttavia, anonimi neanche per un attimo. L’autore specifica soltanto i gradi di parentela, che li qualificano e li imprigionano annullandone l’autonomia. Troppo tardi per riprendersi l’identità, o per bacchettare il capostipite per inadempienza contrattuale? 

Cos’è successo davvero tra voi?, chiede lei. La vita, risponde lui. Prima la vita. Poi la morte.

Le famiglie difficili da gestire inacidiscono. Le famiglie difficili stancano. Non puoi prenderti ferie da loro, no, né annullare un contratto siglato con il sangue. Complicatissime, sono davvero fatte a modo loro. Ma chi dice che in fondo non si somiglino? C’è più della mia qui che in una foto ricordo. Le chiamate da bypassare, le rimostranze continue, la scomodità nel vedersi in territorio neutrale. Con troppo da organizzare. Con troppo da incastrare. Ma è il meccanismo di difesa di chi è rimasto bruciato una volta, il mio: a volte, infatti, provo tanta nostalgia di noi.
Accade quando i protagonisti maschili di Khemiri si scoprono a trattenere il fiato sovrappensiero, pensando che alla fine della prova di apnea la porta d’ingresso si aprirà per premiarli per cotanto coraggio.
Quando io vedo una signora bionda di spalle, per strada, e mi scopro a seguirla da lontano: l’ho scambiata per mia madre, e per un paio di isolati mi sono dimenticato di avercela con lei.
O quando, dopo aver messo l’ospite sul mezzo che lo riporterà finalmente alla sua nuova casa – una casa che non siamo più noi –, gli diremo di mandarci un messaggio non appena arriva: la più grande dichiarazione d’amore di chi si vuol bene, ma tace.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: The Cinematic Orchestra – To Build A Home