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lunedì 27 luglio 2026

Recensione: American Psycho, di Bret Easton Ellis

| American Psycho, di Bret Easton Ellis. Einaudi, € 15, pp. 496 |

Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. Nella prime pagina del romanzo cult di Bret Easton Ellis, la citazione dantesca campeggia come un avvertimento - scritta a caratteri rosso sangue sul muro di una New York invasa di poster di Les Misérables, ristoranti fusion, yuppies in doppiopetto e clochard coi segni del Vietnam. La lettura sarà un viaggio infernale: senza catarsi, senza senso, senza ritorno. Eppure, c'è qualcosa di curiosamente irresistibile - divertente perfino - in questo lungo decalogo di oscenità e griffe, sentenze e torture. Quanto è liberatorio essere cattivi?

Io sono un'invenzione, un'aberrazione. Sono un essere umano incoerente. La mia personalità è appena abbozzata, informe; solo la mia crudeltà è persistente e alligna nel profondo. La mia coscienza, la mia pietà, le mie speranze, sono scomparse molto tempo fa (probabilmente ad Harvard), se mai sono esistite. Non esistono più frontiere da varcare. Sono ormai al di là di ogni cosa.

A tentarci con questa domanda è Patrick Bateman, reso iconico dall'interpretazione di Christian Bale. Ventisei anni, ricco e vanesio, vive nello stesso grattacielo di Tom Cruise ma ambisce a diventare il prossimo Donald Trump. Capobranco dei lupi di Wall Street, ha una fidanzata che lo considera il ragazzo della porta accanto e una schiera di amici identici in quanto a vestiario, ideologie, nevrosi. Intercambiabili come replicanti – i capelli impomatati, l'abbronzatura da solarium, il terrore della stempiatura –, vivono per una prenotazione al Dorsia e parlano dell'avvento dell'Aids come se non potesse sfiorarli, facendo a gara di commenti discriminatori. A trentacinque anni dalla pubblicazione, i risvolti shock di American Psycho sono ormai famigerati. E i segreti di Bateman non più così segreti. Anch'io sapevo già perciò che, indossati i guanti di camoscio Armani, si trasforma in un assassino di animali, uomini, donne, bambini.

Questi non sono tempi per gli innocenti.

La sua violenza riempie pagine tanto fantasiose quanto aberranti – con tanto di cannibalismo e necrofilia: il film mostra soltanto la punta dell'iceberg –, in una America troppo presa dagli scandali di Reagan per procedere con la conta delle vittime. Non sapevo, invece, che mi sarei scoperto spettatore di una specie di live show h24 in cui l'alienazione del protagonista si manifesta attraverso crisi di pianto e raptus. Forse non così colto, non così brillante, non così in forma, Bateman sputa sul lettore frasi turpi e pensieri di morte, mentre discetta amabilmente di quadri astratti (anche se quello in salotto è appeso al contrario), lenzuola di cotone egiziano (peccato che la lavanderia all'angolo tratti le macchie di sangue con la candeggina), biglietti da visita (avorio o color guscio d'uovo?). Cinico, schematico, esilarante nella sua assoluta immoralità, Ellis fruga tra le pieghe - e le piaghe - più purulente della propria generazione, firmando un delirio d'onnipotenza che striscia e incalza come un pensiero intrusivo. Essere un serial killer anziché essere nessuno: la provocazione, oggi più che mai, suona profetica. Nel 2026, uno come Bateman non finirebbe di certo dietro una scrivania. Potrebbe essere un influencer. O abitare già la Casa Bianca.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads – Psycho Killer

venerdì 7 febbraio 2020

And the Oscar goes to Mr. Ciak: 1917 | Jojo Rabbit | Piccole donne | Le Mans '66

Ogni anno tra i registi in lizza si disputa una gara alternativa: chi ce l’ha più lungo, il piano sequenza? Dopo i recenti vincitori Chezelle e Cuaròn, Mendes alza ulteriormente l’asticella girando un intero film in piano sequenza – anche se, per essere precisi, due stacchi di montaggio dichiarati ci sarebbero. La trama è presto detta. Una coppia di soldati inglesi, di stanza in una bellissima Francia assediata, sono incaricati di portare una lettera a un superiore per scongiurare un attacco già pianificato: il nemico, infatti, ha un segreto asso nella manica. Sempre di corsa, i giovani tagliano in due una terra di nessuno: tra cadavere rosicchiati dai ratti, aerei a picco e ruderi invasi dai fiori di ciliegio, la macchina da presa non li perderà d’occhio. L’Oscar alla regia è presto servito. E meritano lo stesso trattamento fotografia e scenografie, che soprattutto nella fuga notturna del protagonista ci regalano un incubo di fuoco degno di un dipinto espressionista. Ma se visivamente il film si conferma una delle cose più splendide e pirotecniche del cinema contemporaneo, dal punto di vista narrativo non aggiunge niente di nuovo al filone. L’emozione scarseggia. Godibile e appassionate, ha più tecnica che cuore, e dal regista di American Beauty e Revolutionary Road sarebbe stato lecito aspettarsi un’impronta maggiormente autoriale. Troppo esile nella scrittura, la guerra di trincea secondo Mendes è una parentesi piena di orrore e meraviglia, ma lo spettatore è così occupato ad ammirare i volteggi della macchina da presa da non importarsene del resto. Baciato dalla fortuna, tuttavia, il film riesce a non inciampare, a non affannarsi né ad affannare, grazie a figuranti d’eccezione e a una magnificenza che distrae dai vizi di forma sparsi. L’effetto videogioco, per quanto esaltante, è dietro l’angolo come una mina antiuomo. (6,5)

L’antisemitismo raccontato come in una fiaba: vent’anni fa, con risultati indimenticabili, lo aveva fatto il nostro Benigni. Il vulcanico Taika Waititi, reduce dai successi dell’ultimo blockbuster, punta a un target simile: i toni restano leggeri e trasognati, ma il cambiamento avviene nel punto di vista. La voce narrante, infatti, appartiene a un aspirante nazista. Al centro di una prova da applausi, che ne fanno presto il migliore di un cast di stelle, il piccolo protagonista è una contraddizione: un condensato di rabbia e dolcezza, che studia la morte ma cerca un amore da farfalle allo stomaco. Semplicemente adorabile, fantasticherie prive di logica a parte, si scopre confuso e perduto in un mondo in cui il Fuhrer non è il migliore degli amici. La maturazione passa dalle parole di una mamma coraggiosa, che sfoggia le scarpine da ballo e i lineamenti incantevoli della Johansson, e attraverso l’apertura verso il diverso – un’ebrea da nascondere –. I temi: l’insensatezza dell’odio, il candore degli innocenti, la forza dei pavidi. Più che a Benigni, ci si ispira allora ai mondi di Chaplin e dei Monthy Pyton. La commistione di sorrisi e barbarie regalerà risvolti shock nel finale. Ma dov’è l’innovazione di cui si legge, se i colori appartengono ad Anderson e la colonna sonora comprenderà la solita Heroes? Checché se ne dica, Jojo Rabbit è proprio la favola satirica che immaginavamo a scatola chiusa, arrivata in tempo per gli Oscar e la Giornata della memoria. Ma è un difetto non risultare né inferiore né superiore alle attese? Essere più grazioso che bello? In ogni caso gli si vuol bene, anche se come l’altrettanto edificante Green Book dovesse spuntarla ai premi. (7)

È una storia che conosco in tutte le salse, sarà che a casa mia le sorelle March sono state un’istituzione. In particolare di Jo, scrittrice indomita e ribelle, ho sentito parlare abbastanza da considerarla una di famiglia. Giunta all’ennesima trasposizione non richiesta, la storia di formazione firmata dalla Alcott non aveva segreti per me. E  qualcos’altro da dirmi? Rifacimento guardato all’inizio con scetticismo, dal momento che il sopravvalutato esordio della Gerwig non mi aveva convinto, Piccole donne avrebbe potuto farmi storcere il naso o annoiarmi, ma non me ne ha dato il tempo. Travolgente e gioioso, sempre scapigliato e di corsa, ha la stessa indole della sua eroina: è rumoroso, caotico e logorroico, e nella fretta si mangia purtroppo situazioni (l’attrazione verso per Garrel), personaggi (la cagionevole Beth), scene madri (il lieto fine sotto l’ombrello, qui rimaneggiato con intelligenza). Insomma: non è il period drama perfettino che ci si aspetterebbe. Rimodernato a dovere senza però mai tradirsi, il film accentua la vena femminista del romanzo. Indipendenza e amore sono inconciliabili? Se lo domanda una superba Ronan, e durante la visione le fa da controcanto la Pugh: sorella minore non così capricciosa, non così sciocca, che si rende protagonista di una maturazione inattesa. Se il cast è inappuntabile, il difetto è il montaggio frammentario. Lungo e un po’ raffazzonato, il secondo lungometraggio di Greta si muove su due piani temporali che confonderanno gli spettatori neofiti e anticiperanno le relazioni tra i personaggi – soprattutto il due di picche dato a Chalamet, con un ruolo che gli calza a pennello –, rischiando di far perdere interesse strada facendo. I difetti potrebbero battere i pregi. La trasposizione non è né la più fedele né la più coerente. Eppure, complice la bella atmosfera, è la più passionale, disordinata e sincera. Come solo certi rapporti di sangue, tra donne soprattutto, sanno essere. (6,5)

Il titolo originale, al solito, dice tutto con poco. Si parla di una storia vera, di una sfida all’ultima accelerata. Da un lato abbiamo la Ferrari, che colleziona vittorie innumerevoli sulle piste da corsa. Dall’altro la Ford, marchio che fa ancora fatica a imporsi nell’ambiente dei circuiti. Fino a quando la casa automobilistica, spinta dal desiderio di stare al passo, non ingaggia la strana coppia composta da Damon e Bale: amici-nemici, i due lavoreranno a un’auto da portare in Francia. Se il primo è misurato e perbene, il secondo è un meccanico attaccabrighe che non conosce freni: soprattutto al volante. Si punta a Le Mans; a una gara lunga ben ventiquattr'ore, in cui si battono gli avversi per sfinimento. Guida Bale, sempre camaleontico a dispetto di un copione che questa volta lo vorrebbe più naturale che altrove, ma dirige James Mangold: regista di pellicole solidissime e fortemente americane – l’ultima fu Logan –, qui è purtroppo lontano dal mio genere. Annoiato dalle gare automobilistiche e dai film d’azione, spossato da lunghezze che si aggirano intorno alle due ore e trenta, non sono andato d’accordo con la sua ultima fatica. Tralasciando la mia ignoranza in materia, però, non posso fare a meno di domandarmi cosa ci faccia nella lista dei Miglior film la versione politicamente corretta di Fast and Furious. Furbetto, lungo e disneyano, Le Mans '66 è un intrattenimento inferiore ad aspettative già scarse di per sé. Mediocre, nel senso di tremendamente nella norma, ha antagonisti da cartone animato – vedasi il pessimo Girone – e scarsa presa emotiva, a differenza dell’incredibile tour de force che fu Rush. Da spettatore italiano, per altro, per tutto il tempo ho tifato invano per una rimonta della Ferrari. Qual è il colmo per un film sulla velocità? Non schiacciare sull’acceleratore. Non uscire mai dal tracciato, seguendo le mosse di una guida tutt’altro che sportiva. (5,5)