lunedì 14 gennaio 2013

22.01.2013: Striges - La promessa Immortale, di Barbara Baraldi

 "Sono i tuoi poteri che si stanno risvegliando. 
Succede a ognuna di noi, al compimento dei diciassette anni. 
Sei una strega, Zoe. E lui è un inquisitore."

E' da quanto lo scoprii per caso su Wuz, qualche mese fa, che conto i giorni che me ne separano dall'uscita nelle librerie. Letteralmente.
L'ultimo titolo della fantasiosa collana Chrysalide, infatti, in arrivo il 22 Gennaio 2013 in tutta Italia, ha subito occupato un posto speciale nel mio cuore e nella mia interminabile wishlist. Ammaliante urban fantasy, pericolosa e passionale love story, eccellente conferma di un talento unico, Striges – La promessa immortale è il nuovo, atteso romanzo della bravissima Barbara Baraldi; autrice giovanissima che, dopo aver firmato i primi due volumi della fresca trilogia di Scarlett e svariati romanzi a tinte noir, fieramente e meritatamente, porta alta la bandiera degli autori nostrani nel panorama europeo. Eclettica, talentuosa, affascinante e modella d'eccezione nell'ultimo capolavoro illustrato di Paolo Barbieri, Barbara fa di Milano lo scenario di una storia forte e surreale che non ha nulla da invidiare a quelle americane. Ecco, parlando della sua ultima “creatura”, cosa ci ha rivelato sul suo blog, Scritture Barbariche: “L’idea di Striges è nata parecchi anni fa quando, per la prima volta, cominciai a scrivere la storia di una ragazza che si trovava suo malgrado coinvolta nelle attività di una congrega di streghe. La storia è evoluta e si è poi modificata col passare del tempo. È nata dalla mia passione per la ricerca storica, per i racconti della buonanotte, le tradizioni popolari e le storie che si tramandano da generazioni nei luoghi dove sono nata (…) I suoi personaggi hanno continuato a delinearsi e a sussurrare le loro vicende ai confini del mio subconscio.” Perciò, tremate. Le streghe son tornate! E, se sono belle e misteriose come la magica e oscura copertina lascia intendere, nessuno è al sicuro dal loro sortilegio. Semplicemente irresistibili. Cosa ne pensate? ;)

  Titolo: Striges. La promessa immortale
Autrice: Barbara Baraldi
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 468
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: 22/01/2013
E se il tuo amore fosse condannato a ucciderti?
Zoe ha gli occhi gialli come quelli di un animale selvatico. Non ci sarebbe nessun problema se fosse un gatto o una civetta, ma non potendo volare via, un giorno ha dovuto imparare a graffiare. Da allora è Zoe la cattiva e i suoi unici amici sono Chloe, perennemente innamorata del ragazzo sbagliato, e il pianoforte. Solo quando si abbandona alle sue note Zoe riesce a riempire il vuoto che ha dentro e a lenire il dolore per la perdita di sua madre, morta in un misterioso incidente. Il suo cuore è una pietra, e Zoe è convinta che non si innamorerà mai. Fino a quando nella sua vita non irrompe Sebastian, un ragazzo dagli occhi di smeraldo capace di strappare il velo che la protegge dal mondo. Eppure Sam, proprietaria della caffetteria Bloody Mary, la mette in guardia: Sebastian è pericoloso, e lei dovrà rinunciare al suo amore. Zoe è disperata: come può ucciderla l’unica cosa che l’abbia mai fatta sentire viva? La risposta è sepolta in un lontano passato, un tempo buio in cui un Inquisitore arse sul rogo la stessa strega che lo infiammò d’amore.

domenica 13 gennaio 2013

Recensione: The Impossible - Il film

Buon pomeriggio, miei cari! Oggi, la recensione del film The Impossible. Non vi dico nulla: vi auguro solamente una buona domenica, una buona lettura e, magari, anche buona visione.  
Ps. Mi devo decidere ad inaugurare una rubrica dedicata alle recensioni cinematografiche! Ho l'impressione che, visti i titoli bellissimi di quest'anno, ne scriverò moltissime da Gennaio in poi :)
Niente è più potente dell'animo umano.
  
Ormai lo sapete, vi parlo di film soltanto in casi molto, molto rari. Per i confronti tra un libro e la sua rispettiva trasposizione cinematografica. Per farvi avere il mio parere su film che, insieme, abbiamo tanto atteso. Per parlarvi di titoli che, universalmente, amiamo o abbiamo amato.
Il film su cui vorrei spendere qualche parola oggi non ha avuto un post tutto suo sul mio blog. Errore madornale, non era tra i più attesi. Era saltato fuori, però, durante la recensione di Forte come l'onda è il mio amore, come un relitto in una mareggiata di parole e frasi. The Impossible.
Il secondo film di un regista che, con il suo esordio nel mondo del cinema spagnolo, già era un nome in grassetto nella cerchia dei miei cineasti preferiti. Una produzione europea interamente girata in lingua inglese. 
La commovente rievocazione di una delle tragedie più grandi del nostro tempo: lo tsunami che, con la sua potenza distruttiva, colpì lo Sri Lanka il 26 Dicembre del 2004.
Interpretata da Naomi Watts (The Ring) e Ewan McGregor (Moulin Rouge), la pellicola racconta l'incredibile ed emozionante storia vera di una famiglia che visse in prima persona l'orrore e la devastazione del disastro, ma che, miracolosamente, riuscì a ritrovarsi e sopravvivere. A raccontarcela. 
Maria ed Henry, coniugi sulla soglia dei quarant'anni, decidono di trascorrere le feste con i loro tre bambini in un lussuoso resort sulla costa tailandese. Un Paradiso in terra.
Dopo tanti anni di matrimonio, si amano ancora, e i piccoli Lucas, Thomas e Simon sono la gioia dei loro occhi mai stanchi. Hanno passato il Natale in spiaggia, con le maniche corte, un pallone da calciare sul bagnasciuga, tuffi nell'acqua più limpida e rinfrescante di questo mondo e il sole ad arrossare i loro volti delicati e pallidi. Hanno salutato il nuovo giorno guardando una flotta volante di lanterne cinesi solcare poeticamente e silenziosamente il cielo notturno. Ma nessuno poteva prepararli al peggio. All'inevitabile. All'impossibile.
Il giorno successivo, mentre noi, forse, stavamo facendo gli auguri a tutti gli Stefano della nostra rubrica telefonica, loro, sempre vicini e sorridenti, sono a bordo piscina. Maria, lontana dalle chiacchiere, immersa nella lettura di un libro; Henry ed i bambini alle prese con tuffi acrobatici e giochi interminabili. Improvvisamente, il silenzio. Il loro sangue si gela nelle vene, assieme a quello dell'inerme e tremante spettatore. Le palme rigogliose cadono come tessere di domino, i vetri si infrangono, i palazzi crollano. Loro sono inghiottiti dalle onde e dal fango.
L'acqua li allontana, li tira a fondo, nasconde nella spuma sporca e gelida tremendi pericoli. Lamiere che lacerano, macchine che diventano scatole mortali, rami e foglie che graffiano, grattano e imprigionano. La gente del posto non era preparata a quella catastrofe e, nel profondo, non lo è nemmeno lo spettatore, che, tuttavia, ne ha sentito parlare per la prima volta ai telegiornali quasi dieci anni fa.
Dopo pochi minuti dall'inizio del film ne conoscevo già precisamente lo sviluppo. Eppure niente ha potuto fare a meno che io pregassi per una svolta alternativa. Niente ha potuto trattenere le lacrime, che, copiose e inarrestabili come una cascata, sono affiorate dall'inizio alla fine. Il dolore mi è piombato semplicemente addosso, ed io non potevo scappare da nessuna parte. L'impossibile è fuggire via da quelle lacrime; cercare di ignorare quei corpi – piccoli e grandi – che emergono dalle acque.
Io odio i telegiornali. La realtà mi spaventa e so che se la conoscessi davvero perderei anche il sonno. La voce di nessun giornalista è riuscita mai a spiegarla così. Oltre al grande Clint Eastwood in Hereafter, mai nessun regista ha provato a mostrarcela.
Dopo l'indimenticabile The Orphanage, l'unico film horror in grado perfino di commuovermi, ci prova Juan Antonio Bayona, avvalendosi di effetti speciali inquietantemente verisimili e di un cast formidabile. Il suo film, lontano dalla spettacolarizzazione del dolore e dei drammi umani, è una forza della natura. Spaventoso, forte, indistruttibile come l'anima del mondo e degli uomini. E' pelle d'oca, dal primo fotogramma all'ultimo nome dei titoli di coda. Magnifico e struggente, risulta costellato di momenti preziosi e pieni di familiarità, che lubrificano i nostri occhi e i nostri cuori oltre ogni aspettativa.
Ewan McGregor è un papà che, suo malgrado, non può più essere il cardine della sua adorata famiglia. I suoi figli lo vogliono forte e impavido, ma davanti alla catastrofe non può fare altro che piangere e tentare. Da impegnato uomo d'affari, a più piccolo degli uomini. Maria, sua moglie, lontana miglia e miglia da lui, è aggrappata al tronco di un albero assieme a Lucas, il suo primogenito. Lui, interpretato dal bravissimo Tom Holland, è solo un bambino che, sulla soglia dell'adolescenza, gioca a sentirsi grande. Non le dice “ti voglio bene” da anni, sfugge ai suoi baci e dalle sue carezze, si ribella. Ma, attaccato a quella zattera di fortuna, sarà gli occhi, le braccia e le gambe della sua mamma. La sua unica forza.
Naomi Watts, sanguinante, sporca, nuda e ferita, è la diretta colpevole di un buon settanta per cento delle nostre lacrime. Magnificamente, interpreta un personaggio pieno di dignità e speranza, fiaccato gravemente nel corpo ma non nello spirito, che mi ha ricordato a tratti quello portato sullo schermo dall'immensa Marion Cotillard in Un sapore di ruggine e ossa (film, candidato ai Golden Globe tra i titoli stranieri, che vi consiglio vivamente!).
Vederla in balia, come una bambola rotta, in un fiume innaturale, che sbatte brutalmente su sterpi e frammenti di vetro, ferisce noi e il suo corpo piccolo e longilineo, che abbiamo sempre trovato tanto perfetto. Sentirla confessare a suo figlio, impotente, che ha paura anche lei fa male più di qualsiasi altra cosa. Essendo in lizza per l'Oscar come “Migliore attrice protagonista”, spero di vederla gloriosamente trionfare, nonostante l'abbia sempre troppo sottovalutata. Lei e Anne Hathaway - Fantine in Les Miserables - hanno il mio assoluto sostegno. Non mi spiego, d'altro canto, la mancata candidatura del piccolo Tom Holland. A mio parere, un'ingiustizia. Ancora di più del sempre convincente Ewan McGregor, è lui il vero cardine della famiglia. Sono sue le piccole e sanguinati spalle che portano coraggiosamente il peso di due genitori che, da guide, sono diventati bambini sperduti. Lui e i 114 minuti del film mi hanno dato una forza immensa, facendo apparire i miei problemi microscopici e il mio animo più grande di qualsiasi onda.
Consigliatissimo! Nei cinema italiani, dal 31 Gennaio :)


giovedì 10 gennaio 2013

Recensione: Warm Bodies, di Isaac Marion

Ciao a tutti, carissimi! Oggi, in occasione dell'uscita in libreria della nuova edizione, vi propongo la recensione del romanzo di esordio di Isaac Marion, ispiratore dell'omonimo film (per alcuni già un successo garantito!), che la Lucky Red porterà nei nostri cinema il 7 Febbraio. O meglio, sarebbe giusto dire ve la propongo nuovamente! Una versione più stringata della recensione comparì, infatti, sul blog quando aveva ancora poche settimane di vita; quindi, per farmi anche perdonare del fatto che la lettura di La sedicesima Luna (presto, sempre al cinema!) mi terrà occupato ancora per qualche giorno, vi ripresento il mio pensiero in un post rivisto e corretto. Vi dico solo una cosa: leggetelo. Nonostante le pubblicità ce lo vogliano forzatamente mostrare come il nuovo Twilight, è un libro che, una volta riposto, farà sembrerà il vostro mondo immediatamente più luminoso! L'amore è nell'aria… e ha il volto di uno zombie! 
Ps. Cosa ne pensate della grafica post - Natale? :) 

Titolo: Warm Bodies
Autore: Isaac Marion
Editore: Fazi “Lain”
Numero di pagine: 269
Prezzo: € 14,50
Sinossi: R è uno zombie in piena crisi esistenziale. Cammina per un'America distrutta dalla guerra, segnata dal caos e dalla fame dissennata dei morti viventi. R, però, è ancora capace di desiderare, non gli bastano solo cervelli da mangiare e sangue da bere. Non ha ricordi né identità, non gli batte più il cuore e non sente il sapore dei cibi, la sua capacità di comunicare col mondo è ridotta a poche, stentate sillabe, eppure dentro di lui sopravvive un intero universo di emozioni. Un universo pieno di meraviglia e nostalgia. Un giorno, dopo aver divorato il cervello di un ragazzo, R compie una scelta inaspettata: intreccia una strana ma dolce relazione con la ragazza della sua vittima, Julie. Un evento mai accaduto prima, che sovverte le regole e va contro ogni logica. Vuole respirare, vuole vivere di nuovo, e Julie vuole aiutarlo. Il loro mondo però, grigio e in decomposizione, non cambierà senza prima uno scontro durissimo con...
                               La recensione 
Può un romanzo sugli zombie rivelarsi il più accorato ed emozionante inno alla vita? Può un “non morto” farsi portavoce di un importante messaggio di pace e speranza? Io, legato alla figura dello zombie nell'immaginario collettivo, avrei risposto, francamente, di no. Quando i miei occhi hanno incrociato per la prima volta il dorso di questo libro tra gli scaffali della libreria, tuttavia, tutte le mie certezze hanno bruscamente vacillato.
Il protagonista del romanzo è R, uno zombie malinconico e amante della buona musica, perso dietro a un passato che non riesce a ricordare e ad un futuro a cui è meglio non pensare. Un giorno come gli altri sente sulla pelle il bruciante morso della fame e, con i suoi simili, irrompe in un edificio occupato da umani indifesi e spaventati.
Sangue, urla, macerie. Poi, l'impensabile: le stanze spoglie della mente di R si colorano di luce e vita; pensieri e ricordi che non gli appartengono tornano ad animare il suo sguardo a lungo assente.
Spinto da un desiderio senza nome, mette in salvo dal cruento attacco dei suoi sanguinari compagni la dolce Julie, fidanzata di una delle sue ultime vittime.
Lei gli sorride. E' calda. E il cuore di R torna a battere.
La Bestia si innamora della Bella, Edward mani di forbice della sua Winona Ryder. Uno zombie sull'orlo di una crisi di nervi e una ragazza dolce e gentile: giunti a questo punto, il rischio di cadere in una grottesca imitazione di Twilight era grande; l'autore, tuttavia, con delicatezza e dissacrante black humor, riesce a descrivere un sentimento tanto folle quanto delicato, fatto di poche parole e gesti impacciati. Quello fra i protagonisti non è un amore proibito o contro natura. E' semplice, spontaneo: un fiore sbocciato tra i rovi nodosi di un'impervia foresta, una stella cometa che che illumina una perenne notte di tenebre. Marion, infatti, con pacatezza e tocchi di umorismo, prende per mano il lettore, inizialmente un po' riottoso, e lo conduce nei meandri dell'animo del protagonista, dando vita a una storia d'amore spontanea e originale che scorre via fresca e piacevole come un bicchiere d'acqua. 
Tra brillanti citazioni comprendenti Shakespeare, i Beatles e Frank Sinatra, l'opera prima di Isaac Marion si classifica come uno dei migliori esordi del “lontano” 2011. Il finale, leggermente frettoloso, lascerà un po' interdetto il lettore più esigente. Io, d'altro canto, l'ho particolarmente apprezzato: ognuno di noi potrà immaginare il lieto fine che più preferisce, colorando con la sua fantasia le pagine bianche che lo scrittore ci ha metaforicamente lasciato in eredità. Letto appena uscì, nel Novembre di un anno e mezzo fa, inizialmente, mi sembrò una lettura leggera e piacevole. Perfetta per passare qualche pomeriggio in compagnia di personaggi decisamente diversi dal solito, ma non di certo degna di nota.
Soltanto mesi dopo, ripensandoci capii che qualcosa di R era rimasto in me. La sua fame – d'amore, di vita, di libertà – mi aveva colpito nel profondo. Il suo morso, alla fine, mi aveva infettato. E, attorno a me, aveva infettato anche tanti altri lettori; perfino i grandi produttori dell'ambita Hollywood!
Vi giuro che, spunto per interessanti collegamenti e per riflessioni di grande attualità, fu anche oggetto di un mio tema d'italiano, grazie al quale la mia prof poté leggere, una volta tanto, di un romanzo giusto un po' più moderno del suo amato Il nome della rosa!
Gotico, profondo, inusuale e sorprendente Warm Bodies è una fiaba nera di disarmante attualità; una metafora bizzarra e macabra sul consumismo, la diversità, l'orrore della guerra, il razzismo e la paura del diverso che, come tutte le fiabe che si rispettino, congeda i lettori con una morale pregevole e universalmente valida, lasciando dentro un fiume in piena di ottimismo e buoni sentimenti. Ognuno di noi può essere il cambiamento che vuole nel mondo. Tutto possono trovare il coraggio per riscattarsi e per essere artefici del proprio destino. L'importante è tentare di fare la differenza e accettarsi per quello che si è. Una soluzione c'è sempre, se noi vogliamo. Everything it's easy, If you try!
Il mio voto : ★★★★ +
Il mio consiglio musicale : Imagine – John Lennon

lunedì 7 gennaio 2013

Primo Blogversary: 365 giorni insieme! :')

Perché niente è come te e me insieme..
(Chiara Due respiri)

 

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui Blogger è diventato casa mia.
Era il 7 gennaio 2012 e, dopo un'epica abbuffata di dolci, con la paura di ritornare ad essere l'adolescente troppo paffuto di un tempo, ero andato per il lungo mare con papà. La voglia di camminare pari a zero e la marcata tendenza a riempire di chiacchiere l'uomo silenzioso e affabile che mi stava accanto. L'argomento erano i libri, ovvio.
Lo aggiornavo sulle mie ultime letture, sui libri che con la mia limitatissima paghetta avevo intenzione di acquistare, sul trauma di non avere una biblioteca comunale in una cittadina carina, seppur piccola, come la nostra. Lui, come me, non è un gran parlatore. Io parlavo, lui mi ascoltava. Finché, ad un certo punto, aveva dato voce a un'idea che assillava anche me da qualche tempo.
- Perché non lo apri anche tu, un Blog?
Era il mio desiderio e la mia paura più grande, credetemi. La tecnologia e la costanza, francamente, non erano mai stati i miei cavalli di battaglia e il terrore di trovarmi su una barca alla deriva, da solo, mi gelava il sangue nelle vene. L'argomento era caduto così come era sorto. Poi, nel pomeriggio, mentre ero perso nella mia ennesima lettura, la sua voce familiare mi aveva chiamato dal soggiorno. A mia insaputa, aveva superato il confine. Aperto la Home di Blogger e cliccato sulla pericolosissima voce “Crea un Blog”. Con un poderoso calcio nel sedere mi aveva gettato nella mischia.
Nel più totale anonimato, e senza nemmeno dirgli grazie, avevo lavorato ad una grafica che risultasse semplice e accogliente e a un nome che da un lato mi rispecchiasse, dall'altro suonasse efficace. Pur non avendo mai amato i fumetti, ero cresciuto con gli eroi della Marvel. Come il noioso e gracile Peter Parker, avrei creato il mio alter ego.
L'eroe che mi avrebbe salvato dai numerosi momenti “No” e dalla tristezza che, inspiegabilmente, mi pervadeva di tanto in tanto. Sarei stato l'eroe di me stesso: Mr. Ink. Un essere mitologico a metà tra un nerd e un eroe romantico. L'inchiostro nel sangue, un paio di Ray Ban agli occhi, una piuma nella tesa del cappello.
Il mio cuore aveva tremato, poi, gli occhi chiusi, con il dito sospeso sul mouse, avevo cliccato “Invio”. Il giorno successivo avevo il mio primo commento e i miei primi lettori. Le gioie più grandi dei miei diciassette anni di vita. Alcuni erano colleghi già affermati che, con mia grande sorpresa, avevano voluto sostenermi sulle loro pagine Facebook. Altri erano semplici passanti, capitati per caso tra i miei libri e i miei deliri. Non sapevo ancora che sarebbero diventati parte della mia nuova, sempre più numerosa, famiglia. Ora, a 365 giorni da quel giorno, mi trovo a spegnere la prima candelina insieme a voi. Non ho desideri da esprimere, perché penso di stare vivendo proprio in questo momento quello più grande. Non sentirmi più solo. Nelle situazioni più disparate, abbiamo imparato a conoscerci e, con il sorriso, ho capito che, lontani o vicini, anche se non eravamo a conoscenza delle nostre reciproche esistenze, avevamo vissuto, inconsapevolmente, vite simili. Perché noi lettori – malinconici, solitari, sempre con la testa tra le nuvole - siamo un po' figli della stessa mamma. E, sempre in silenzio e in punta di piedi, arrampicati sulla nostra montagna di libri, muoveremo il mondo a colpi di parole. Non posso fare altro che ringraziarvi. Di vero cuore. 
Ringrazio chi è passato soltanto e chi, invece, ha deciso di fermarsi. Chi mi rallegra o commuove con i suoi affettuosi commenti e chi, silenzioso come lo sono anch'io, non parla, ma c'è. Chi mi sopporta pazientemente e, pieno di fiducia, legge i miei lunghi sproloqui, consapevole che il più delle volte avranno un senso.. forse! Ringrazio le Case Editrici e gli autori che in un anno hanno risposto alle mie email, facendomi sentire ogni volta come un bambino davanti a un Natale senza fine e riempendo di vita una desolata casella di posta elettronica che, fino a prima, raccoglieva solo Spam e pubblicità (... del Viagra soprattutto!!). Ringrazio i miei colleghi più cari, che mi dimostrano che, nonostante il mondo sia un posto crudele per i romantici, la solidarietà e la gentilezza non si sono estinte insieme ai dinosauri: Monica (la mia carissima mamma 2.0), Sonia (che, non lo dimenticherò mai, mi ha insegnato regole che avevo sempre ignorato!), Juliette (la più internazionali delle avventuriere di Blogger!), Morna, Denise, Fede, Noemi, Alessia, Matteo, le ragazze di Sognando tra le righe (che già mi vedono un grande scrittore *-*), Veronica, Ronnie, Giuls, Lenah, Olivia, Silvia... e sicuramente starò dimenticando qualcun altro di voi, fedele membro del Club dei bibliotecari, ma non il prezioso appoggio che mi avete offerto! E, soprattutto, ringrazio te. Che hai letto fino alla fine. Che ci sei stato e ci sarai. Che, con un tuo commento, mi strapperai ancora un sorriso e ancora una speranza. Per altri 365 giorni. Per tutto il tempo che, grazie a te, continuerò ad essere. Utile, interessante, apprezzato, vivo.

domenica 6 gennaio 2013

Recensione in anteprima: Le affinità alchemiche, di Gaia Coltorti

Il tuo stesso nome – Giovanni – per te non avrebbe significato più nulla, adesso, senza il suo accanto, un nome che a solo sentirlo ti riempiva il cuore di gioia: Selvaggia. Poiché, prima di lei, tu non eri niente.

Titolo: Le affinità alchemiche
Autrice: Gaia Coltorti
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 367
Editore: Mondadori
Prezzo: € 15,00
Data di pubblicazione: 15 Gennaio 2013
Sinossi: Le affinità alchemiche racconta l'amore più intenso e devastante che possa nascere tra un uomo e una donna: quello tra due fratelli. Figli gemelli di una coppia irrequieta, dopo la precoce separazione dei genitori Selvaggia e Giovanni vivono separati per lunghi anni, fino a che il ritorno a Verona della madre e della figlia non ricongiunge la famiglia, e i due fratelli ormai nella piena adolescenza. Quando rincontra la sorella, Giovanni ha un tuffo al cuore: Selvaggia è bellissima, è piena di fascino, è capricciosa e provocante fino allo sfinimento. L'estate è appena cominciata, prima della ripresa scolastica Selvaggia sarà sola, in città non conosce nessuno: solo il fratello, che lei ribattezza subito Johnny, può farle conoscere la città e tenerle compagnia. Prestissimo tra i due ragazzi si sprigionano un'elettricità, una tensione, un calore che hanno un solo nome, sconvolgente: desiderio. Una relazione impossibile e struggente, un magnetismo ineluttabile come l'avvicendarsi della notte con il giorno.
                                                  La recensione 
Laurita Mazapàn's picture
L'amore, checché ne pensi Tiziano Ferro, non è mai una cosa semplice. E amare tua sorella - carne della tua carne, sangue del tuo sangue, figlia dello stesso seme che ti ha generato – è sbagliato, folle, contro natura. Tutto, ma non semplice.
Eppure, anni fa, Tabitha Suzuma ci aveva dimostrato, con il suo indimenticabile Proibito, esattamente il contrario. Il rapporto tra Maya e Lochan – fratelli, amici, anime affini – non era più complesso o sbagliato di quello che lega insieme i nostri genitori, dopo vent'anni di matrimonio, o le affiatate coppie di nostri coetanei. Come l'essere per Parmenide, semplicemente era
Il tema, delicato e distruttivo quanto una bomba ad orologeria, diviene materiale per il romanzo d'esordio della talentuosa Gaia Coltorti, che, a soli vent'anni, giunge in libreria con una storia suggeritale da un matura forma di romanticismo che, sorprendentemente, possedeva già a diciassette anni, quando inviò il suo manoscritto ancora acerbo alla Mondadori. Leggendo la trama e soffermandomi sull'asettica copertina, però, avevo perfettamente compreso di non trovarmi difronte a uno young adult come gli altri. Le affinità alchemiche, i cui diritti sono stati già venduti in 8 paesi, era figlio di un gusto letterario e di un oscuro livello di auscultazione, che era proprio di bestseller come Acciaio e La solitudine dei numeri primi. Nonostante la freddezza superficiale, con una trama capace di fare innamorare e discutere, era destinato allo stesso successo, ma altresì alle stesse diatribe che hanno reso, e tuttora rendono, i romanzi di Paolo Giordano e Silvia Avallone oggetto delle critiche più feroci e degli elogi più commossi.
Ricordate cosa diceva Shakespeare, preannunciando il triste fato dei suoi Romeo e Giulietta? “Queste gioie violente hanno fini violente. Muoiono nel loro trionfo come la polvere da sparo e il fuoco, che si consumano al primo bacio.”
I due giovani protagonisti sono lingue di fuoco in una polveriera. Uniti in un'unica fiamma come Ulisse e Diomede all'Inferno, tuttavia destinati a far crollare una famiglia intera, le forme più radicate di pensiero, la loro società. Non hanno i nomi delle casate opposte di Montecchi e Capuleti, ma, per loro sfortuna, all'anagrafe sono segnati come Giovanni e Selvaggia Mantegna. Un cognome che li vincola eternamente, classificandoli per quello che, in diciott'anni di vita lontani, non si sono mai sentiti davvero: fratelli. 
Figli di genitori che, quando erano ancora in fasce, si sono separati, separandoli, per poi portarli, una vita dopo, a vivere sotto lo stesso tetto, nella città dell'amore – Verona – e nel “tempo delle mele” e dei bombardamenti ormonali – l'adolescenza. Con l'estate che impazza fuori, le gonne che si accorciano vertiginosamente e le notti alcoliche che non finiscono più, il loro primo incontro è un seducente risveglio di sensi. Sono cotti l'uno dell'altra, ubriachi di desiderio al primo “ciao”. La prima impressione è quella di trovarsi dinanzi a una sfiziosa farsa in jeans e T-Shirt. Lontano dai lividi ancora sanguinanti di Proibito e dai canoni, mi ha colpito e sorpreso per l'approccio giocoso, erotico, irresponsabile, seducente.
Inoltre, come una piacevole commedia in costume, non ha come narratore uno dei protagonisti, ma una sorta di giullare onnisciente ed estraneo alla storia, che, con strafalcioni ed espressioni da fumetto, risulta, a volte, sgraziato e burlone; altre, con esclamazione enfatiche, vocativi d'altri tempi, frasi in assonanza e toni inusualmente lirici, poetico, giovanile, intimista. L'utilizzo del tutto particolare di aggettivi inusitati e avverbi accademici fa meravigliare dell'audacia delle scelte linguistiche e, a tratti, fa sorridere, contrapposto ai “moccieschi” nomignoli dei compagni di Johnny e all'austera semplicità dei coniugi Mantegna, che, come nel gergo dell'Italia settentrionale dabbene, non sono per Selvaggia e Giovanni genitori, bensì parents. Questo entusiasmo iniziale, purtroppo, non ha voluto (e potuto) accompagnarmi oltre la prima metà del romanzo e, scoperta ad ogni nuovo passo la reale indole dei protagonisti, la fresca originalità dell'inizio è degenerata in un'antipatica leziosità di fondo.
Da annunciati epigoni di Romeo e Giulietta, i due sono diventati spaventosi mostri di egoismo e il loro continuo cercarsi è diventato quasi inquietante: l'Alcatraz dell'amore. E' un'insana ossessione quella che comincia a legarli visceralmente; un sentimento sensuale e sbagliato che li cambia nel fisico e nella psiche, fino a isolarli in un lussuoso fortino fatto di lenzuola ancora calde di amplessi, gite fuori rotta e collane costose. Giovanni è, come lo chiama spesso il beffardo narratore, un ingenuo “sardone” sottolio: un ragazzo troppo buono, che non sa dire mai di no agli occhi di smeraldo e alle mani calde della sua sorella/amante. Selvaggia, invece, ha il fascino e la sottile cattiveria di una comune teenager, ma elevati all'ennesima potenza, in un corpo statuario e sexy – tentatore come la più succosa delle mele per Adamo - che la rende una nuova, ammiccante Lolita. Parlando schiettamente, l'ho trovata semplicemente odiosa! Come ho trovato odioso il suo gemello che, perdutamente irretito dal fascino di quella maga portatrice di un doppio cromosoma X, è legato per sempre al suo capriccioso amore, che da morbido nodo potrebbe diventare un ruvido cappio. Quando ho letto del suo lui che, con mani tremanti, spiava il profilo del suo seno nudo dalla fessura della porta, ho capito di aver sbagliato, forse, tragedia. Lei, maliziosa e corrotta, non era la dolce Giulietta. Ma Lady Macbeth. La fata Morgana.
Lei che era la tua Psiche dalla leggiadria infinita, e la tua Lesbia più sensuale; la tua Circe soggiogatrice, e la Marzia più empatica; la tua Calliope – la poesia più pura – e la ritrosa Dafne che profuma di rosa.”
In Proibito era forse il degrado che faceva da cornice ad avermi profondamente commosso. La povertà che regnava all'esterno, ma non nei loro cuori graffiati. Qui, l'ostentazione di tanto benessere mi ha, al contrario, infastidito. Settimana bianca per la vacanze, Mito fiammante a Natale, gioielli e mazzi di rose per riparare a un torto amoroso: l'amore tra questi due fratelli ritrovati è spoglio di qualsiasi sognante idillio. Nonostante la forma armoniosa in cui è narrato, è concreto nel senso più brutale del termine. Ha un prezzo. Si arriva, in questo modo, al finale già stremati. Ci facciamo scorrere addosso il bellissimo ed emozionante epilogo che i nostri cuori, purtroppo, hanno già spento l'interruttore dinanzi all'ennesima ostentazione o bugia. Qualche pagina, e qualche vagheggiamento in meno, avrebbero potuto fare una sostanziale differenza. I lunghi pianti, i “m'ama non m'ama” ripetuti allo sfinimento e i tira e molla trascinati fino agli ultimi capitoli non fanno di certo dimenticare la straordinaria maestria con cui è scritto, ma lo rendono lento, non provocatorio.
Avvalendosi di una scrittura raffinata e ispirata, Le affinità alchemiche è logorroico, eccessivo, ribelle e sprezzante, quasi come fosse stato scritto dagli spiriti stessi che fanno dell'adolescenza un inferno e un paradiso insieme. Se, accanto alla maturità della giovane autrice, c'è un'altra cosa che ho apprezzato è l'immensa, straordinaria strafottenza che lo pervade. Un invito fisico ad amare chi ha la pelle diversa dalla tua o il tuo stesso sesso senza il bisogno che il mondo, fuori, comprenda. Io, personalmente, penso di non aver compreso. Selvaggia e Johnny, rintanati in un nuovo utero, legati per sempre da un nuovo cordone ombelicale, hanno fuggito i miei sguardi. Il loro mondo, in parte, è rimasto una zona con “Vietato l'accesso” e io, per poco, mi sono accontentato di studiarne i gesti e le storie dallo spioncino.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Gotye – Somebody that I used to know 
 

mercoledì 2 gennaio 2013

Recensioni a basso costo: Fragili e preziose, di Megan Hart


 
Titolo: Fragili e preziose
Autrice: Megan Hart
Editore: Harlequin Mondadori
Numero di pagine: 373
Prezzo: € 9,90
Sinossi: Fragili e preziose, le rose hanno bisogno di cura. Nel giardino di Gilly le rose non fioriscono mai, lei non ha tempo per loro né per sé, sovrastata dalle esigenze della famiglia, dai pianti dei figli, dalle aspettative degli altri che la soffocano lentamente, togliendole un po' d'aria ogni giorno. Ma nel momento in cui crede di non farcela più, si ritrova con un coltello alla gola. Il suo primo pensiero è che potrà avere un po' di tregua. 
Ora qualcuno dovrà salvare lei. Segregata in una casupola, con un rapitore sempre meno folle e sempre più umano, le ci vorrà molta forza per non dimenticare che quell'uomo è sull'orlo di un baratro, e che se non starà attenta potrebbe cadere insieme a lui, come una rosa nella neve. 
                                                  La recensione 
Una mamma allontanata dai propri figli. Un uomo senza sogni. Un rapimento. Un casolare isolato. Il bianco di una bufera di neve che non vuole cedere il passo al sole sbiadito di Febbraio. Dati gli elementi di partenza, il nuovo romanzo di Megan Hart poteva diventare due cose: o un thriller teso ed implacabile, o una passionale avventura erotica tra vittima e carnefice. E, vista la biografia dell'autrice americana (nella quale figurano romanzi i cui titoli sono tutto un programma: Piacere a nudo, Fondente come il cioccolato, Pensieri Proibiti), avevo la seria convinzione di potermi imbattere nell'ennesimo Cinquanta sfumature di grigio, in cui i desideri più nascosti di Gilly, una casalinga frustrata simile a E.L James prima del successo, trovavano concretezza nella figura di Todd, un carceriere armato di fascino oscuro, coltello e cattive intenzioni. Il romanzo va ad occupare un posto che si trova perfettamente al centro fra queste due possibili vie. Storia che non è né il mistery annunciato dai commenti in copertina, né il porno soft che, con scetticismo, immaginavo. Escludendo i capitoli iniziali, molti dei cinquantaquattro che compongono il romanzo risultano privi di avvenimenti, lenti; bloccati, come i due protagonisti, a quell'incrocio che potrebbe far precipitare la vicenda o in un eccesso, o nell'altro. Talvolta, ho avuto perfino l'impressione che, saltandone qualcuno, mi sarei ritrovato sempre al punto di partenza. La solita neve, la solita casa isolata, le solite paranoie, le solite schermaglie amorose alla Travolti dal destino.
L'aver parlato tanto a lungo degli esseri umani nell'intimità delle loro camere da letto, ha reso l'autrice capace di delineare, tuttavia, con semplicità e un minuzioso lavoro di introspezione, un rapporto troppo complesso per essere riassunto in poche righe.
Bloccati sotto lo stesso tetto per mesi, i protagonisti si divertiranno a ferirsi a vicenda, a conoscersi nonostante la paura che li ha uniti in principio, a curare le loro reciproche ferite, a cambiarsi nel profondo. 
Il loro legame si inerpicherà lungo i picchi più pericolosi del dramma, lungo i bordi più dolci della tenerezza, nel cuore dell'amore e dei segreti più sporchi.
Questo, in una gara per la ricetta migliore di biscotti al cioccolato, in una lotta a palle di neve, in una notte passata nello stesso letto per combattere insieme gli incubi, in gesti di complicità assoluta che costruiscono un rapporto troppo difficile da classificare. Lei è la vittima, lui il suo rapitore. Ma le cose non sono così semplici. Gilly dovrebbe avere il nostro sostegno, Todd il nostro biasimo. Eppure è lei quella forte e determinata, lui, pur con un coltello tra le mani, colui a cui va la nostra totale compassione. Ha bisogno di una compagna d'incubi, di una donna da avere sotto il suo potere, di una mamma, di un amore che non sa esprimere nel modo giusto: vittima della società, dei pregiudizi, di un passato che lascia cicatrici.
Ha bisogno di quello che Gilly – una famiglia a cui tornare, due piccole pesti da accudire, un marito con ceste di camicie e cravatte da stirare – non può, pur volendo, dargli. La loro convivenza forzata li cambierà per sempre. Nel bene e nel male. Fragili e preziose è un romanzo dall'impalcatura quasi inesistente, fragile, ma di un'umanità incomprensibilmente preziosa. Incompleto, è un giallo che non mette ansia e una storia torbida senza sesso o violenze. Non è un thriller, non è un romanzo rosa, ma l'ambigua storia di un amore inespresso. Uno strano incubo bianco in cui noi stessi ricopriamo il doppio ruolo di mostri e vittime.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Rihanna – Diamonds


martedì 1 gennaio 2013

Recensione: Cloud Atlas - Il film

Ciao a tutti e, ufficialmente, BUON ANNO! Come ho fatto a Natale con il post su Frankenweenie (qui), abbino i miei migliori auguri alla recensione di un film che, dal 10 Gennaio, verrà distribuito in Italia dalla Eagle Pictures: il kolossal Cloud Atlas, basato sul romanzo di David Mitchell. Che, in compagnia di questo splendore, il vostro anno possa iniziare al meglio


Non sono un estimatore della fantascienza. Mai stato.  
Spesso mi sono ritrovato a provare la noia e il disagio più immenso dinanzi a titoli di tal genere da recensire, ben consapevole di poter urtare con le mie impressioni da profano i gusti dei veri intenditori e di poter offrire solo tiepidi e parziali consigli al riguardo, a causa, questo, della mia consueta insofferenza dinanzi ad alieni blu, pianeti remoti da salvare o colonizzare, e disastri nucleari da sventare.
I catastrofici polpettoni diretti da Emmerich, Avatar, Indipendence Day o Segnali dal futuro sono ai confini del mio orizzonte conoscitivo. Io mi limito ad E.T, ecco.
Al di là dei film per famiglie e delle due ore di durata la mia pazienza fa cilecca. Mi alzo, spengo la TV e lascio che un aspirante Bruce Willis qualsiasi salvi l'universo intero lontano dai miei sbadigli. Che cos'è, quindi, Cloud Atlas?
Uno degli arrivi cinematografici che, nonostante tutto, attendevo con maggiore ansia per questo nuovo 2013. Il ritorno dietro la macchina da presa della coppia di registi dalle cui menti geniali sono nati i labirinti ultra visionari della trilogia di Matrix, le cui strade, per questo film, si sono incrociate con quelle del regista di Profumo e Lola corre.
Uno straordinario bestseller divenuto film. La meraviglia, lunga 172 minuti, che, a notte inoltrata e con gli occhi umidi di pura commozione, mi ha trascinato alla scrivania, con una penna in mano, un mondo pieno di spettacolari ricordi proprio dietro le palpebre e tante belle cose da dire. 
Nell'intenso trailer – solo lui lungo cinque minuti – scene a rallenty, astronavi in volo sull'acqua, dimensioni parallele alla Inception, passato, presente e futuro che convivono sotto un unico tetto di nuvole. Se non era fantascienza quella...
C'era, però, qualcosa che mi aveva immensamente affascinato. Vedere i volti degli attori più amati riuniti in un'unica pellicola; sentire, in sottofondo, una colonna sonora da pelle d'oca; scorgere, in un oceano di scene travolgenti, i brandelli di una storia distopica incredibilmente rappresentata, con grandi nomi a dare vita agli amori impossibili e alle sfide di storie come quelle di Matched e Delirium. Il trailer mi ipnotizzava come il pendolo di un illusionista, ma, come ogni pubblicità, era pur sempre un insieme delle scene più coinvolgenti e dei momenti più emozionanti. Il film vero e proprio avrebbe retto il confronto? Sarebbe riuscito nell'impresa impossibile di non annoiarmi? Quando mi si è presentata l'occasione di vederlo, ho strabuzzato gli occhi dinanzi alle quasi tre ore di durata. Il primo pensiero: suddividerlo in varie parti; sorbirmene un'oretta al giorno come si fa con la puntate di una telenovelas brasiliana.
Niente da fare. Come è partito, non ci sono stati Santi in grado si schiodarmi dalla mia poltrona. La magia aveva avuto inizio. Il pendolo dell'ipnotista mi aveva già portata in un altro mondo, in altre vite. Non ho staccato gli occhi dallo schermo per paura di perdermi un solo attimo di quello splendore; le unghie conficcate nei braccioli della sedia e le labbra ad augurare silenziosamente ai tanti protagonisti nuovi baci, nuovi incontri, nuovi riavvicinamenti. A pregarli di stare lontano dai pericoli che, di epoca in epoca, li braccavano. Storie tanto intricate hanno stretto un cappio attorno a me e, senza nemmeno volerlo, ero diventato parte di quella superba sinfonia di esistenze, fatta di momenti tesi e coinvolgenti, di briosi e fugaci attimi di gioia, di addii e incontri che cambiano eternamente la vita. Nemmeno l'ombra di confusione, solo un grande coinvolgimento emotivo e spirituale che diventa una morsa e un abbraccio concreto ogni minuto che passa.
Le storie essenzialmente sono sei. Una ambientata su un veliero dell'800; una nell'Europa di inizio novecento; una nell'America degli anni settanta, una nella Londra dei giorni nostri; una in uno scioccante futuro distopico; un'altra in un'epoca lontanissima in cui la Terra è morta e i pochi sopravvissuti vivono allo stato ferino, come un branco di uomini primitivi.
Epoche distanti, temi diversi, attori grandiosi e impegnati in un milione di ruoli diversi, un unico e grande nodo di fondo. Cosa unirà mai: un nobiluomo in lotta per l'abolizione della schiavitù (Jim Sturgess), un musicista omosessuale in cerca della sinfonia perfetta (Ben Whishaw), una coraggiosa reporter che mette a rischio la propria vita per svelare una scomoda verità (Halle Berry), una scalcagnata combriccola di vecchietti in fuga dalla casa di riposo (a capitanarli Jim Broadbent), la voglia di amore e libertà di una futuristica eroina dagli occhi a mandorla (Doona Bae), il viaggio difficile ed esaltante di un fragile capo tribù in compagnia una remota visitatrice (Tom Hanks)?
Innanzitutto, il fatto che, per la prima volta da quando ne ho memoria, a dare i volti a tanti personaggi sia sempre la medesima, grandiosa squadra di interpreti - in parti che li vogliono prima orientali, poi occidentali; prima donne, poi uomini; prima eroi, poi antagonisti.
Grazie a costumi curatissimi e a truccatori dalle mani miracolose, sono davvero irriconoscibili e scoprire nei titoli di coda le loro impressionanti trasformazioni diverte e sorprende. Prendiamo il caratterista Hugo Weaving (V per Vendetta), per esempio: in un episodio è un pomposo aristocratico, in un altro uno spietato killer, in un altro un agente segreto del futuro e un diavolo tentatore, in un altro ancora... una dispettosa e severa infermiera alla Misery non deve morire! Come sempre, uno strepitoso super cattivo!
Insieme a lui, il ritorno di Tom Hanks, Jim Broadbent e Halle Berry – finalmente in ruoli che rispecchiano la loro immensa bravura – , un inedito Hugh Grant e la conferma di due giovani stelle, che spiccano notevolmente nonostante siano attorniate da un cast di tutto rispetto: Jim Sturgess e Ben Whishaw. Due attori britannici che, personalmente, adoro. Il primo, sorprendente cantante in Across the universe e perfetto Dexter in One Day, si trasforma all'occorrenza in un romantico ribelle dagli occhi da orientale; l'altro, rivisto recentemente in SkyFall, con il suo viso e il suo fare d'altri tempi, veste i panni di un “poeta” ambiguo e maledetto.
Ma, ad unire ancora i numerosi episodi che compongono questa pittoresca matriosca, è l'amore. La chiave del caos, la risposta a tante domande, l'ordine dietro tante coincidenze, la soluzione dell'equazione, la forza della natura che “move il sole e l'altre stelle”. Nulla di più potente, ovvio e semplice. E, francamente, non ho mai assistito a un modo più originale, poetico e spettacolare di tornare a parlarne. Non mi hanno colpito più di tanto, quindi, gli effetti speciali utilizzati (d'altronde anche Il signore degli anelli, che ha più di dieci anni, ne ha di meravigliosi!), ma l'assurda e geniale alchimia che lega generi cinematografici così diversi e il vibrante messaggio di fondo. Da vedere e rivedere. Ancora, ancora e ancora. Possibilmente, almeno una volta in lingua originale. Molti degli attori, di madre lingua inglese, hanno un accento che personalmente trovo adorabile! Non vedevo un film così intenso e bello da secoli. A ripensarci, mi manca ancora il fiato. La forza cosmica che lega noi e il mondo fatta film. Una soave armonia di misteriose stramberie. La nuova dimensione dell'amore... la più bella.