Succede
a ognuna di noi, al compimento dei diciassette anni.
Sei
una strega, Zoe. E lui è un inquisitore."
E'
da quanto lo scoprii per caso su Wuz, qualche mese fa, che conto i giorni che me ne separano dall'uscita nelle librerie.
Letteralmente.
L'ultimo
titolo della fantasiosa collana Chrysalide,
infatti, in arrivo il 22 Gennaio 2013 in tutta Italia, ha subito
occupato un posto speciale nel mio cuore e nella mia interminabile
wishlist. Ammaliante urban fantasy, pericolosa e passionale
love story, eccellente
conferma di un talento unico, Striges
– La promessa immortaleè
il nuovo, atteso romanzo della bravissima Barbara Baraldi; autrice
giovanissima che, dopo aver firmato i primi due volumi della fresca
trilogia di Scarlett
e
svariati romanzi a tinte noir, fieramente e meritatamente, porta alta la bandiera
degli autori nostrani nel panorama europeo. Eclettica, talentuosa,
affascinante e modella d'eccezione nell'ultimo capolavoro illustrato
di Paolo Barbieri, Barbara fa di Milano lo scenario di una storia
forte e surreale che non ha nulla da invidiare a quelle americane.
Ecco, parlando della sua ultima “creatura”, cosa ci ha rivelato
sul suo blog, Scritture
Barbariche:
“L’idea diStriges
è nata parecchi anni fa quando, per la prima volta, cominciai a
scrivere la storia di una ragazza che si trovava suo malgrado
coinvolta nelle attività di una congrega di streghe. La storia è
evoluta e si è poi modificata col passare del tempo. È nata dalla
mia passione per la ricerca storica, per i racconti della buonanotte,
le tradizioni popolari e le storie che si tramandano da generazioni
nei luoghi dove sono nata (…) I suoi personaggi hanno continuato a
delinearsi e a sussurrare le loro vicende ai confini del mio
subconscio.”Perciò,
tremate. Le streghe son tornate! E, se sono belle e misteriose come
la magica e oscura copertina lascia intendere, nessuno è al sicuro
dal loro sortilegio. Semplicemente irresistibili. Cosa ne pensate?;)
Titolo:
Striges. La promessa immortale
Autrice:
Barbara Baraldi
Editore:
Mondadori “Chrysalide”
Numero
di pagine: 468
Prezzo:
€ 17,00
Data
di pubblicazione: 22/01/2013 E se il tuo amore fosse
condannato a ucciderti?
Zoe
ha gli occhi gialli come quelli di un animale selvatico. Non ci
sarebbe nessun problema se fosse un gatto o una civetta, ma non
potendo volare via, un giorno ha dovuto imparare a graffiare. Da
allora è Zoe la cattiva e i suoi unici amici sono Chloe,
perennemente innamorata del ragazzo sbagliato, e il pianoforte. Solo
quando si abbandona alle sue note Zoe riesce a riempire il vuoto che
ha dentro e a lenire il dolore per la perdita di sua madre, morta in
un misterioso incidente. Il suo cuore è una pietra, e Zoe è
convinta che non si innamorerà mai. Fino a quando nella sua vita non
irrompe Sebastian, un ragazzo dagli occhi di smeraldo capace di
strappare il velo che la protegge dal mondo. Eppure Sam, proprietaria
della caffetteria Bloody Mary, la mette in guardia: Sebastian è
pericoloso, e lei dovrà rinunciare al suo amore. Zoe è disperata:
come può ucciderla l’unica cosa che l’abbia mai fatta sentire
viva? La risposta è sepolta in un lontano passato, un tempo buio in
cui un Inquisitore arse sul rogo la stessa strega che lo infiammò
d’amore.
Buon
pomeriggio, miei cari! Oggi, la recensione del
film The Impossible.
Non vi dico nulla: vi auguro solamente una buona domenica, una buona
lettura e, magari, anche buona visione. Ps. Mi devo decidere ad
inaugurare una rubrica dedicata alle recensioni cinematografiche! Ho
l'impressione che, visti i titoli bellissimi di quest'anno, ne
scriverò moltissime da Gennaio in poi:)
Niente
è più potente dell'animo umano.
Ormai
lo sapete, vi parlo di film soltanto in casi molto, molto rari.Per i confronti tra un libro e la sua rispettiva trasposizione
cinematografica. Per farvi avere il mio parere su film che, insieme,
abbiamo tanto atteso. Per parlarvi di titoli che, universalmente,
amiamo o abbiamo amato.
Il
film su cui vorrei spendere qualche parola oggi non ha avuto un post
tutto suo sul mio blog. Errore madornale, non era tra i più attesi.Era
saltato fuori, però, durante la recensione di Forte come l'onda è
il mio amore, come un relitto in
una mareggiata di parole e frasi. The Impossible.
Il
secondo film di un regista che, con il suo esordio nel mondo del
cinema spagnolo, già era un nome in grassetto nella cerchia dei miei
cineasti preferiti. Una produzione europea interamente girata in
lingua inglese. La commovente rievocazione di una delle tragedie più
grandi del nostro tempo: lo tsunami che, con la sua potenza
distruttiva, colpì lo Sri Lanka il 26 Dicembre del 2004.
Interpretata
da Naomi Watts (The Ring) e Ewan McGregor (Moulin Rouge), la
pellicola racconta l'incredibile ed emozionante storia vera di una
famiglia che visse in prima persona l'orrore e la devastazione del
disastro, ma che, miracolosamente, riuscì a ritrovarsi e
sopravvivere. A raccontarcela. Maria
ed Henry, coniugi sulla soglia dei quarant'anni, decidono di
trascorrere le feste con i loro tre bambini in un lussuoso resort
sulla costa tailandese. Un Paradiso in terra.
Dopo
tanti anni di matrimonio, si amano ancora, e i piccoli Lucas, Thomas
e Simon sono la gioia dei loro occhi mai stanchi. Hanno passato il
Natale in spiaggia, con le maniche corte, un pallone da calciare sul
bagnasciuga, tuffi nell'acqua più limpida e rinfrescante di questo
mondo e il sole ad arrossare i loro volti delicati e pallidi. Hanno
salutato il nuovo giorno guardando una flotta volante di lanterne
cinesi solcare poeticamente e silenziosamente il cielo notturno. Ma
nessuno poteva prepararli al peggio. All'inevitabile.
All'impossibile.
Il
giorno successivo, mentre noi, forse, stavamo facendo gli auguri a
tutti gli Stefano della nostra rubrica telefonica, loro, sempre
vicini e sorridenti, sono a bordo piscina. Maria, lontana dalle
chiacchiere, immersa nella lettura di un libro; Henry ed i bambini
alle prese con tuffi acrobatici e giochi interminabili.Improvvisamente,
il silenzio. Il loro sangue si gela nelle vene, assieme a quello
dell'inerme e tremante spettatore. Le palme rigogliose cadono come
tessere di domino, i vetri si infrangono, i palazzi crollano. Loro
sono inghiottiti dalle onde e dal fango.
L'acqua
li allontana, li tira a fondo, nasconde nella spuma sporca e gelida
tremendi pericoli. Lamiere che lacerano, macchine che diventano
scatole mortali, rami e foglie che graffiano, grattano e
imprigionano. La gente del posto non era preparata a quella
catastrofe e, nel profondo, non lo è nemmeno lo spettatore, che,
tuttavia, ne ha sentito parlare per la prima volta ai telegiornali
quasi dieci anni fa.
Dopo
pochi minuti dall'inizio del film ne conoscevo già precisamente lo
sviluppo. Eppure niente ha potuto fare a meno che io pregassi per una
svolta alternativa. Niente ha potuto trattenere le lacrime, che,
copiose e inarrestabili come una cascata, sono affiorate dall'inizio
alla fine. Il dolore mi è piombato semplicemente addosso, ed io
non potevo scappare da nessuna parte. L'impossibile è fuggire via da
quelle lacrime; cercare di ignorare quei corpi – piccoli e grandi –
che emergono dalle acque.
Io
odio i telegiornali. La realtà mi spaventa e so che se la conoscessi
davvero perderei anche il sonno. La voce di nessun giornalista è
riuscita mai a spiegarla così. Oltre al grande Clint Eastwood in
Hereafter, mai nessun regista ha provato a mostrarcela.
Dopo
l'indimenticabile The Orphanage, l'unico film horror in
grado perfino di commuovermi, ci prova Juan
Antonio Bayona, avvalendosi di effetti speciali inquietantemente
verisimili e di un cast formidabile.Il
suo film, lontano dalla spettacolarizzazione del dolore e dei drammi
umani, è una forza della natura. Spaventoso, forte, indistruttibile
come l'anima del mondo e degli uomini. E'
pelle d'oca, dal primo fotogramma all'ultimo nome dei titoli di coda.
Magnifico e struggente, risulta costellato di momenti preziosi e
pieni di familiarità, che lubrificano i nostri occhi e i nostri
cuori oltre ogni aspettativa.
Ewan
McGregor è un papà che, suo malgrado, non può più essere il
cardine della sua adorata famiglia. I suoi figli lo vogliono forte e
impavido, ma davanti alla catastrofe non può fare altro che piangere
e tentare. Da impegnato uomo d'affari, a più piccolo degli
uomini. Maria, sua moglie, lontana miglia e miglia da lui, è
aggrappata al tronco di un albero assieme a Lucas, il suo
primogenito.Lui,
interpretato dal bravissimo Tom Holland, è solo un bambino
che, sulla soglia dell'adolescenza, gioca a sentirsi grande. Non le
dice “ti voglio bene” da anni, sfugge ai suoi baci e dalle sue
carezze, si ribella. Ma, attaccato a quella zattera di fortuna, sarà
gli occhi, le braccia e le gambe della sua mamma. La sua unica forza.
Naomi
Watts, sanguinante, sporca, nuda e ferita, è la diretta colpevole di
un buon settanta per cento delle nostre lacrime. Magnificamente,
interpreta un personaggio pieno di dignità e speranza, fiaccato
gravemente nel corpo ma non nello spirito, che mi ha ricordato a
tratti quello portato sullo schermo dall'immensa Marion Cotillard in
Un sapore di ruggine e ossa (film, candidato ai Golden Globe
tra i titoli stranieri, che vi consiglio vivamente!).
Vederla
in balia, come una bambola rotta, in un fiume innaturale, che sbatte
brutalmente su sterpi e frammenti di vetro, ferisce noi e il suo
corpo piccolo e longilineo, che abbiamo sempre trovato tanto
perfetto. Sentirla confessare a suo figlio, impotente, che ha paura
anche lei fa male più di qualsiasi altra cosa.Essendo
in lizza per l'Oscar come “Migliore attrice protagonista”,
spero di vederla gloriosamente trionfare, nonostante l'abbia sempre
troppo sottovalutata. Lei e Anne Hathaway - Fantine in Les
Miserables - hanno il mio assoluto sostegno.Non
mi spiego, d'altro canto, la mancata candidatura del piccolo Tom
Holland. A mio parere, un'ingiustizia. Ancora di più del sempre
convincente Ewan McGregor, è lui il vero cardine della famiglia.
Sono sue le piccole e sanguinati spalle che portano coraggiosamente
il peso di due genitori che, da guide, sono diventati bambini
sperduti. Lui e i 114 minuti del film mi hanno dato una forza
immensa, facendo apparire i miei problemi microscopici e il mio animo
più grande di qualsiasi onda.
Consigliatissimo! Nei cinema italiani, dal 31 Gennaio :)
Ciao
a tutti, carissimi! Oggi, in occasione dell'uscita in libreria della
nuova edizione, vi propongo la recensione del romanzo di esordio di
Isaac Marion, ispiratore dell'omonimo film (per alcuni già un
successo garantito!), che la Lucky Red porterà nei nostri cinema il
7 Febbraio. O meglio, sarebbe giusto dire ve la propongo nuovamente!
Una versione più stringata della recensione comparì, infatti, sul
blog quando aveva ancora poche settimane di vita; quindi, per farmi
anche perdonare del fatto che la lettura di La sedicesima Luna
(presto, sempre al cinema!) mi terrà occupato ancora per qualche
giorno, vi ripresento il mio pensiero in un post rivisto e corretto.Vi
dico solo una cosa: leggetelo. Nonostante le pubblicità ce lo
vogliano forzatamente mostrare come il nuovo Twilight, è un
libro che, una volta riposto, farà sembrerà il vostro mondo
immediatamente più luminoso! L'amore è nell'aria… e ha il volto
di uno zombie! Ps. Cosa ne pensate della grafica post - Natale? :)
Titolo:
Warm Bodies
Autore:
Isaac Marion
Editore:
Fazi “Lain”
Numero
di pagine: 269
Prezzo:
€ 14,50
Sinossi:
R è uno zombie in piena crisi esistenziale. Cammina per
un'America distrutta dalla guerra, segnata dal caos e dalla fame
dissennata dei morti viventi. R, però, è ancora capace di
desiderare, non gli bastano solo cervelli da mangiare e sangue da
bere. Non ha ricordi né identità, non gli batte più il cuore e non
sente il sapore dei cibi, la sua capacità di comunicare col mondo è
ridotta a poche, stentate sillabe, eppure dentro di lui sopravvive un
intero universo di emozioni. Un universo pieno di meraviglia e
nostalgia. Un giorno, dopo aver divorato il cervello di un ragazzo, R
compie una scelta inaspettata: intreccia una strana ma dolce
relazione con la ragazza della sua vittima, Julie. Un evento mai
accaduto prima, che sovverte le regole e va contro ogni logica. Vuole
respirare, vuole vivere di nuovo, e Julie vuole aiutarlo. Il loro
mondo però, grigio e in decomposizione, non cambierà senza prima
uno scontro durissimo con...
La recensione
Può
un romanzo sugli zombie rivelarsi il più accorato ed emozionante
inno alla vita? Può un “non morto” farsi portavoce di un
importante messaggio di pace e speranza? Io, legato alla figura dello
zombie nell'immaginario collettivo, avrei risposto, francamente, di
no. Quando i miei occhi hanno incrociato per la prima volta il dorso
di questo libro tra gli scaffali della libreria, tuttavia, tutte le
mie certezze hanno bruscamente vacillato.
Il
protagonista del romanzo è R, uno zombie malinconico e amante della
buona musica, perso dietro a un passato che non riesce a ricordare e
ad un futuro a cui è meglio non pensare. Un giorno come gli altri
sente sulla pelle il bruciante morso della fame e, con i suoi simili,
irrompe in un edificio occupato da umani indifesi e spaventati.
Sangue,
urla, macerie. Poi, l'impensabile: le stanze spoglie della mente di R
si colorano di luce e vita; pensieri e ricordi che non gli
appartengono tornano ad animare il suo sguardo a lungo assente.
Spinto
da un desiderio senza nome, mette in salvo dal cruento attacco dei
suoi sanguinari compagni la dolce Julie, fidanzata di una delle sue
ultime vittime.
Lei
gli sorride. E' calda. E il cuore di R torna a battere.
La
Bestia
si innamora della Bella,
Edward mani di forbice
della sua Winona Ryder. Uno zombie sull'orlo di una crisi di nervi e
una ragazza dolce e gentile: giunti a questo punto, il rischio di
cadere in una grottesca imitazione di Twilight era grande; l'autore,
tuttavia, con delicatezza e dissacrante black humor, riesce a
descrivere un sentimento tanto folle quanto delicato, fatto di poche
parole e gesti impacciati. Quello fra i protagonisti non è un amore
proibito o contro natura. E' semplice, spontaneo: un fiore sbocciato
tra i rovi nodosi di un'impervia foresta, una stella cometa che che
illumina una perenne notte di tenebre. Marion, infatti, con pacatezza
e tocchi di umorismo, prende per mano il lettore, inizialmente un po'
riottoso, e lo conduce nei meandri dell'animo del protagonista, dando
vita a una storia d'amore spontanea e originale che scorre via fresca
e piacevole come un bicchiere d'acqua.
Tra brillanti citazioni
comprendenti Shakespeare, i Beatles e Frank Sinatra, l'opera prima di
Isaac Marion si classifica come uno dei migliori esordi del “lontano”
2011. Il finale, leggermente frettoloso, lascerà un po' interdetto
il lettore più esigente. Io, d'altro canto, l'ho particolarmente
apprezzato: ognuno di noi potrà immaginare il lieto fine che più
preferisce, colorando con la sua fantasia le pagine bianche che lo
scrittore ci ha metaforicamente lasciato in eredità. Letto appena uscì, nel Novembre di un anno e mezzo fa,
inizialmente, mi sembrò una lettura leggera e piacevole. Perfetta
per passare qualche pomeriggio in compagnia di personaggi decisamente diversi dal
solito, ma non di certo degna di nota.
Soltanto
mesi dopo, ripensandoci capii che qualcosa di R era rimasto in me. La
sua fame – d'amore, di vita, di libertà – mi aveva colpito nel
profondo. Il suo morso, alla fine, mi aveva infettato. E, attorno a
me, aveva infettato anche tanti altri lettori; perfino i grandi produttori dell'ambita Hollywood!
Vi
giuro che, spunto per interessanti collegamenti e per riflessioni di
grande attualità, fu anche oggetto di un mio tema d'italiano, grazie
al quale la mia prof poté leggere, una volta tanto, di un romanzo giusto un po' più
moderno del suo amato Il nome della rosa!
Gotico,
profondo, inusuale e sorprendente Warm Bodies è una fiaba
nera di disarmante attualità; una metafora bizzarra e macabra sul
consumismo, la diversità, l'orrore della guerra, il razzismo e la
paura del diverso che, come tutte le fiabe che si rispettino, congeda
i lettori con una morale pregevole e universalmente valida, lasciando
dentro un fiume in piena di ottimismo e buoni sentimenti. Ognuno di
noi può essere il cambiamento che vuole nel mondo. Tutto possono
trovare il coraggio per riscattarsi e per essere artefici del proprio
destino.L'importante
è tentare di fare la differenza e accettarsi per quello che si è.
Una soluzione c'è sempre, se noi vogliamo. Everything it's easy,
If you try!
Ricordo
come se fosse ieri il giorno in cui Blogger è diventato casa mia.
Era
il 7 gennaio 2012 e, dopo un'epica abbuffata di dolci, con la paura
di ritornare ad essere l'adolescente troppo paffuto di un tempo, ero
andato per il lungo mare con papà. La voglia di camminare pari a
zero e la marcata tendenza a riempire di chiacchiere l'uomo
silenzioso e affabile che mi stava accanto. L'argomento erano i
libri, ovvio.
Lo
aggiornavo sulle mie ultime letture, sui libri che con la mia
limitatissima paghetta avevo intenzione di acquistare, sul trauma di
non avere una biblioteca comunale in una cittadina carina, seppur
piccola, come la nostra. Lui, come me, non è un gran parlatore. Io
parlavo, lui mi ascoltava. Finché, ad un certo punto, aveva dato
voce a un'idea che assillava anche me da qualche tempo.
-
Perché non lo apri anche tu, un Blog?
Era
il mio desiderio e la mia paura più grande, credetemi. La tecnologia
e la costanza, francamente, non erano mai stati i miei cavalli di
battaglia e il terrore di trovarmi su una barca alla deriva, da solo,
mi gelava il sangue nelle vene. L'argomento era caduto così come era
sorto. Poi, nel pomeriggio, mentre ero perso nella mia ennesima
lettura, la sua voce familiare mi aveva chiamato dal soggiorno. A mia
insaputa, aveva superato il confine. Aperto la Home di Blogger e
cliccato sulla pericolosissima voce “Crea un Blog”. Con un
poderoso calcio nel sedere mi aveva gettato nella mischia.
Nel
più totale anonimato, e senza nemmeno dirgli grazie, avevo lavorato
ad una grafica che risultasse semplice e accogliente e a un nome che
da un lato mi rispecchiasse, dall'altro suonasse efficace. Pur non
avendo mai amato i fumetti, ero cresciuto con gli eroi della Marvel.
Come il noioso e gracile Peter Parker, avrei creato il mio alter ego.
L'eroe
che mi avrebbe salvato dai numerosi momenti “No” e dalla
tristezza che, inspiegabilmente, mi pervadeva di tanto in tanto.
Sarei stato l'eroe di me stesso: Mr. Ink.Un
essere mitologico a metà tra un nerd e un eroe romantico.
L'inchiostro nel sangue, un paio di Ray Ban agli occhi, una piuma
nella tesa del cappello.
Il
mio cuore aveva tremato, poi, gli occhi chiusi, con il dito sospeso
sul mouse, avevo cliccato “Invio”. Il giorno successivo avevo il
mio primo commento e i miei primi lettori. Le gioie più grandi dei
miei diciassette anni di vita. Alcuni erano colleghi già affermati
che, con mia grande sorpresa, avevano voluto sostenermi sulle loro
pagine Facebook. Altri erano semplici passanti, capitati per caso tra
i miei libri e i miei deliri. Non sapevo ancora che sarebbero
diventati parte della mia nuova, sempre più numerosa, famiglia. Ora,
a 365 giorni da quel giorno, mi trovo a spegnere la prima candelina
insieme a voi. Non ho desideri da esprimere, perché penso di stare
vivendo proprio in questo momento quello più grande. Non sentirmi
più solo.Nelle
situazioni più disparate, abbiamo imparato a conoscerci e, con il
sorriso, ho capito che, lontani o vicini, anche se non eravamo a
conoscenza delle nostre reciproche esistenze, avevamo vissuto,
inconsapevolmente, vite simili. Perché noi lettori – malinconici,
solitari, sempre con la testa tra le nuvole - siamo un po' figli
della stessa mamma. E, sempre in silenzio e in punta di piedi,
arrampicati sulla nostra montagna di libri, muoveremo il mondo a
colpi di parole. Non posso fare altro che ringraziarvi. Di vero
cuore.
Ringrazio
chi è passato soltanto e chi, invece, ha deciso di fermarsi. Chi mi
rallegra o commuove con i suoi affettuosi commenti e chi, silenzioso
come lo sono anch'io, non parla, ma c'è. Chi mi sopporta
pazientemente e, pieno di fiducia, legge i miei lunghi sproloqui,
consapevole che il più delle volte avranno un senso.. forse! Ringrazio le
Case Editrici e gli autori che in un anno hanno risposto alle mie
email, facendomi sentire ogni volta come un bambino davanti a un
Natale senza fine e riempendo di vita una desolata casella di posta
elettronica che, fino a prima, raccoglieva solo Spam e pubblicità
(... del Viagra soprattutto!!). Ringrazio i miei colleghi più cari, che
mi dimostrano che, nonostante il mondo sia un posto crudele per i
romantici, la solidarietà e la gentilezza non si sono estinte
insieme ai dinosauri: Monica (la mia carissima mamma 2.0), Sonia
(che, non lo dimenticherò mai, mi ha insegnato regole che avevo
sempre ignorato!), Juliette (la più internazionali delle avventuriere
di Blogger!), Morna, Denise, Fede, Noemi, Alessia, Matteo, le ragazze
di Sognando tra le
righe (che
già mi vedono un grande scrittore *-*), Veronica, Ronnie, Giuls,
Lenah, Olivia, Silvia... e sicuramente starò dimenticando qualcun
altro di voi, fedele membro del Club dei bibliotecari, ma non il prezioso appoggio che mi avete offerto! E,
soprattutto, ringrazio te. Che hai letto fino alla fine. Che ci sei
stato e ci sarai. Che, con un tuo commento, mi strapperai ancora un
sorriso e ancora una speranza. Per altri 365 giorni. Per tutto il
tempo che, grazie a te, continuerò ad
essere.
Utile, interessante, apprezzato, vivo.
Il
tuo stesso nome – Giovanni – per te non avrebbe significato più
nulla, adesso, senza il suo accanto, un nome che a solo sentirlo ti
riempiva il cuore di gioia: Selvaggia. Poiché, prima di lei, tu non
eri niente.
Titolo:
Le affinità alchemiche
Autrice:
Gaia Coltorti
Editore:
Mondadori
Numero
di pagine: 367
Editore:
Mondadori
Prezzo:
€ 15,00
Data
di pubblicazione: 15 Gennaio 2013
Sinossi:
Le affinità alchemiche racconta l'amore più intenso e devastante
che possa nascere tra un uomo e una donna: quello tra due fratelli.
Figli gemelli di una coppia irrequieta, dopo la precoce separazione
dei genitori Selvaggia e Giovanni vivono separati per lunghi anni,
fino a che il ritorno a Verona della madre e della figlia non
ricongiunge la famiglia, e i due fratelli ormai nella piena
adolescenza. Quando rincontra la sorella, Giovanni ha un tuffo al
cuore: Selvaggia è bellissima, è piena di fascino, è capricciosa e
provocante fino allo sfinimento. L'estate è appena cominciata, prima
della ripresa scolastica Selvaggia sarà sola, in città non conosce
nessuno: solo il fratello, che lei ribattezza subito Johnny, può
farle conoscere la città e tenerle compagnia. Prestissimo tra i due
ragazzi si sprigionano un'elettricità, una tensione, un calore che
hanno un solo nome, sconvolgente: desiderio. Una relazione
impossibile e struggente, un magnetismo ineluttabile come
l'avvicendarsi della notte con il giorno.
L'amore,
checché ne pensi Tiziano Ferro, non è mai una cosa semplice.E
amare tua sorella - carne della tua carne, sangue del tuo sangue,
figlia dello stesso seme che ti ha generato – è sbagliato, folle,
contro natura. Tutto, ma non semplice.
Eppure,
anni fa, Tabitha Suzuma ci aveva dimostrato, con il suo
indimenticabile Proibito, esattamente il contrario. Il
rapporto tra Maya e Lochan – fratelli, amici, anime affini – non
era più complesso o sbagliato di quello che lega insieme i nostri
genitori, dopo vent'anni di matrimonio, o le affiatate coppie di
nostri coetanei. Come l'essere per Parmenide, semplicemente era.
Il
tema, delicato e distruttivo quanto una bomba ad orologeria, diviene
materiale per il romanzo d'esordio della talentuosa Gaia Coltorti,
che, a soli vent'anni, giunge in libreria con una storia suggeritale da un matura forma di romanticismo che,
sorprendentemente, possedeva già a diciassette anni, quando inviò
il suo manoscritto ancora acerbo alla Mondadori. Leggendo la trama e
soffermandomi sull'asettica copertina, però, avevo perfettamente
compreso di non trovarmi difronte a uno young adult come gli
altri.Le
affinità alchemiche, i cui
diritti sono stati già venduti in 8 paesi, era figlio di un gusto
letterario e di un oscuro livello di auscultazione, che
era proprio di bestseller come Acciaio eLa solitudine dei numeri primi. Nonostante
la freddezza superficiale, con una trama capace di fare innamorare e
discutere, era destinato allo stesso successo, ma altresì alle
stesse diatribe che hanno reso, e tuttora rendono, i romanzi di Paolo
Giordano e Silvia Avallone oggetto delle critiche più feroci e degli
elogi più commossi.
Ricordate
cosa diceva Shakespeare, preannunciando il triste fato dei suoi Romeo
e Giulietta? “Queste gioie violente hanno fini violente. Muoiono
nel loro trionfo come la polvere da sparo e il fuoco, che si
consumano al primo bacio.”
I
due giovani protagonisti sono lingue di fuoco in una polveriera.
Uniti in un'unica fiamma come Ulisse e Diomede all'Inferno, tuttavia
destinati a far crollare una famiglia intera, le forme più radicate
di pensiero, la loro società. Non hanno i nomi delle casate opposte
di Montecchi e Capuleti, ma, per loro sfortuna, all'anagrafe sono
segnati come Giovanni e Selvaggia Mantegna. Un cognome che li vincola
eternamente, classificandoli per quello che, in diciott'anni di vita
lontani, non si sono mai sentiti davvero: fratelli. Figli di genitori
che, quando erano ancora in fasce, si sono separati, separandoli, per
poi portarli, una vita dopo, a vivere sotto lo stesso tetto, nella
città dell'amore – Verona – e nel “tempo delle mele” e dei
bombardamenti ormonali – l'adolescenza.Con
l'estate che impazza fuori, le gonne che si accorciano
vertiginosamente e le notti alcoliche che non finiscono più, il loro
primo incontro è un seducente risveglio di sensi. Sono cotti l'uno
dell'altra, ubriachi di desiderio al primo “ciao”.La
prima impressione è quella di trovarsi dinanzi a una sfiziosa farsa
in jeans e T-Shirt. Lontano dai lividi ancora sanguinanti di
Proibito e dai canoni, mi ha
colpito e sorpreso per l'approccio giocoso, erotico, irresponsabile,
seducente.
Inoltre,
come una piacevole commedia in costume, non ha come
narratore uno dei protagonisti, ma una sorta di giullare onnisciente
ed estraneo alla storia, che, con strafalcioni ed
espressioni da fumetto, risulta, a volte, sgraziato e burlone; altre,
con esclamazione enfatiche, vocativi d'altri tempi, frasi in
assonanza e toni inusualmente lirici, poetico, giovanile, intimista.
L'utilizzo del tutto particolare di aggettivi inusitati e avverbi
accademici fa meravigliare dell'audacia delle scelte linguistiche e,
a tratti, fa sorridere, contrapposto ai “moccieschi” nomignoli
dei compagni di Johnny e all'austera semplicità dei coniugi
Mantegna, che, come nel gergo dell'Italia settentrionale dabbene, non
sono per Selvaggia e Giovanni genitori,
bensì parents.Questo
entusiasmo iniziale, purtroppo, non ha voluto (e potuto) accompagnarmi
oltre la prima metà del romanzo e, scoperta ad ogni nuovo passo la
reale indole dei protagonisti,la fresca
originalità dell'inizio è degenerata in un'antipatica leziosità di fondo.
Da
annunciati epigoni di Romeo e Giulietta, i due sono diventati
spaventosi mostri di egoismo e il loro continuo cercarsi è diventato
quasi inquietante: l'Alcatraz dell'amore.E'
un'insana ossessione quella che comincia a legarli visceralmente; un
sentimento sensuale e sbagliato che li cambia nel fisico e nella
psiche, fino a isolarli in un lussuoso fortino fatto di lenzuola
ancora calde di amplessi, gite fuori rotta e collane costose.Giovanni
è, come lo chiama spesso il beffardo narratore, un ingenuo “sardone”
sottolio: un ragazzo troppo buono, che non sa dire mai di no agli
occhi di smeraldo e alle mani calde della sua sorella/amante.
Selvaggia, invece, ha il fascino e la sottile cattiveria di una
comune teenager, ma elevati all'ennesima potenza, in un corpo
statuario e sexy – tentatore come la più succosa delle mele per
Adamo - che la rende una nuova, ammiccante Lolita.Parlando
schiettamente, l'ho trovata semplicemente odiosa! Come ho trovato
odioso il suo gemello che, perdutamente irretito dal fascino di
quella maga portatrice di un doppio cromosoma X, è legato per sempre
al suo capriccioso amore, che da morbido nodo potrebbe diventare un
ruvido cappio.Quando
ho letto del suo lui che, con mani tremanti, spiava il profilo del
suo seno nudo dalla fessura della porta, ho capito di aver sbagliato,
forse, tragedia. Lei, maliziosa e corrotta, non era la dolce
Giulietta. Ma Lady Macbeth. La fata Morgana.
“Lei
che era la tua Psiche dalla leggiadria infinita, e la tua Lesbia più
sensuale; la tua Circe soggiogatrice, e la Marzia più empatica; la
tua Calliope – la poesia più pura – e la ritrosa Dafne che
profuma di rosa.”
In
Proibitoera forse il degrado
che faceva da cornice ad avermi profondamente commosso. La povertà
che regnava all'esterno, ma non nei loro cuori graffiati. Qui,
l'ostentazione di tanto benessere mi ha, al contrario, infastidito.
Settimana bianca per la vacanze, Mito fiammante a Natale, gioielli e
mazzi di rose per riparare a un torto amoroso: l'amore tra questi due
fratelli ritrovati è spoglio di qualsiasi sognante idillio.
Nonostante la forma armoniosa in cui è narrato, è concreto nel
senso più brutale del termine. Ha un prezzo.Si
arriva, in questo modo, al finale già stremati. Ci facciamo scorrere
addosso il bellissimo ed emozionante epilogo che i nostri cuori,
purtroppo, hanno già spento l'interruttore dinanzi all'ennesima
ostentazione o bugia. Qualche pagina, e qualche vagheggiamento in
meno, avrebbero potuto fare una sostanziale differenza.I
lunghi pianti, i “m'ama non m'ama” ripetuti allo sfinimento e i
tira e molla trascinati fino agli ultimi capitoli non fanno di certo
dimenticare la straordinaria maestria con cui è scritto, ma lo
rendono lento, non provocatorio.
Avvalendosi
di una scrittura raffinata e ispirata, Le affinità
alchemiche è logorroico,
eccessivo, ribelle e sprezzante, quasi come fosse stato scritto dagli
spiriti stessi che fanno dell'adolescenza un inferno e un paradiso
insieme. Se, accanto alla maturità della giovane autrice, c'è
un'altra cosa che ho apprezzato è l'immensa, straordinaria
strafottenza che lo pervade. Un invito fisico ad amare chi ha la
pelle diversa dalla tua o il tuo stesso sesso senza il bisogno che il
mondo, fuori, comprenda. Io, personalmente, penso di non aver
compreso.Selvaggia
e Johnny, rintanati in un nuovo utero, legati per sempre da un nuovo
cordone ombelicale, hanno fuggito i miei sguardi. Il loro mondo, in
parte, è rimasto una zona con “Vietato l'accesso” e io, per
poco, mi sono accontentato di studiarne i gesti e le storie dallo
spioncino.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Gotye – Somebody that I used to know
Sinossi:
Fragili e preziose, le rose hanno bisogno di cura. Nel giardino di
Gilly le rose non fioriscono mai, lei non ha tempo per loro né per
sé, sovrastata dalle esigenze della famiglia, dai pianti dei figli,
dalle aspettative degli altri che la soffocano lentamente,
togliendole un po' d'aria ogni giorno. Ma nel momento in cui crede di
non farcela più, si ritrova con un coltello alla gola. Il suo primo
pensiero è che potrà avere un po' di tregua.
Ora qualcuno dovrà
salvare lei. Segregata in una casupola, con un rapitore sempre meno
folle e sempre più umano, le ci vorrà molta forza per non
dimenticare che quell'uomo è sull'orlo di un baratro, e che se non
starà attenta potrebbe cadere insieme a lui, come una rosa nella
neve.
La recensione
Una
mamma allontanata dai propri figli. Un uomo senza sogni. Un
rapimento. Un casolare isolato. Il bianco di una bufera di neve che
non vuole cedere il passo al sole sbiadito di Febbraio. Dati gli
elementi di partenza, il nuovo romanzo di Megan Hart poteva diventare
due cose: o un thriller teso ed implacabile, o una passionale
avventura erotica tra vittima e carnefice. E, vista la biografia
dell'autrice americana (nella quale figurano romanzi i cui titoli
sono tutto un programma: Piacere a nudo, Fondente come il
cioccolato, Pensieri Proibiti), avevo la seria convinzione di
potermi imbattere nell'ennesimo Cinquanta sfumature di grigio, in
cui i desideri più nascosti di Gilly, una casalinga frustrata simile
a E.L James prima del successo, trovavano concretezza nella figura di
Todd, un carceriere armato di fascino oscuro, coltello e cattive
intenzioni.Il
romanzo va ad occupareun
posto che si trova perfettamente al centro fra queste due possibili
vie. Storia che non è né il mistery annunciato dai commenti in
copertina, né il porno soft che, con scetticismo, immaginavo.Escludendo
i capitoli iniziali, molti dei cinquantaquattro che compongono il
romanzo risultano privi di avvenimenti, lenti; bloccati, come i due
protagonisti, a quell'incrocio che potrebbe far precipitare la
vicenda o in un eccesso, o nell'altro. Talvolta,
ho avuto perfino l'impressione che, saltandone qualcuno, mi sarei
ritrovato sempre al punto di partenza. La solita neve, la solita casa
isolata, le solite paranoie, le solite schermaglie amorose alla
Travolti dal destino.
L'aver
parlato tanto a lungo degli esseri umani nell'intimità delle loro
camere da letto, ha reso l'autrice capace di delineare, tuttavia, con
semplicità e un minuzioso lavoro di introspezione, un rapporto
troppo complesso per essere riassunto in poche righe.
Bloccati
sotto lo stesso tetto per mesi, i protagonisti si divertiranno a ferirsi a vicenda,
a conoscersi nonostante la paura che li ha uniti in principio, a
curare le loro reciproche ferite, a cambiarsi nel profondo.
Il loro
legame si inerpicherà lungo i picchi più pericolosi del dramma,
lungo i bordi più dolci della tenerezza, nel cuore dell'amore e dei
segreti più sporchi.
Questo,
in una gara per la ricetta migliore di biscotti al cioccolato, in una
lotta a palle di neve, in una notte passata nello stesso letto per
combattere insieme gli incubi, in gesti di complicità assoluta che
costruiscono un rapporto troppo difficile da classificare.Lei
è la vittima, lui il suo rapitore. Ma le cose non sono così
semplici.Gilly
dovrebbe avere il nostro sostegno, Todd il nostro biasimo. Eppure è
lei quella forte e determinata, lui, pur con un coltello tra le mani,
colui a cui va la nostra totale compassione.Ha
bisogno di una compagna d'incubi, di una donna da avere sotto il suo
potere, di una mamma, di un amore che non sa esprimere nel modo
giusto: vittima della società, dei pregiudizi, di un passato che
lascia cicatrici.
Ha
bisogno di quello che Gilly – una famiglia a cui tornare, due
piccole pesti da accudire, un marito con ceste di camicie e cravatte
da stirare – non può, pur volendo, dargli. La loro convivenza
forzata li cambierà per sempre. Nel bene e nel male.Fragili
e preziose è un romanzo
dall'impalcatura quasi inesistente, fragile, ma di un'umanità
incomprensibilmente preziosa. Incompleto, è un giallo che non mette
ansia e una storia torbida senza sesso o violenze. Non è un
thriller, non è un romanzo rosa, ma l'ambigua storia di un amore
inespresso. Uno strano incubo bianco in cui noi stessi ricopriamo il doppio
ruolo di mostri e vittime.
Il
mio voto: ★★★ Il mio consiglio
musicale: Rihanna – Diamonds
Ciao
a tutti e, ufficialmente, BUON ANNO! Come ho fatto a Natale conil
post su Frankenweenie
(qui), abbino i miei migliori auguri alla recensione di un film che,
dal 10 Gennaio, verrà distribuito in Italia dalla Eagle Pictures: il
kolossal Cloud Atlas, basato sul romanzo di David Mitchell. Che, in
compagnia di questo splendore, il vostro anno possa iniziare al meglio ♥
Non
sono un estimatore della fantascienza. Mai stato.
Spesso
mi sono ritrovato a provare la noia e il disagio più immenso dinanzi
a titoli di tal genere da recensire, ben consapevole di poter urtare
con le mie impressioni da profano i gusti dei veri intenditori e di
poter offrire solo tiepidi e parziali consigli al riguardo, a causa,
questo, della mia consueta insofferenza dinanzi ad alieni blu,
pianeti remoti da salvare o colonizzare, e disastri nucleari da
sventare.
I
catastrofici polpettoni diretti da Emmerich, Avatar,
Indipendence Day o
Segnali dal futuro sono ai
confini del mio orizzonte conoscitivo. Io mi limito ad E.T, ecco.
Al
di là dei film per famiglie e delle due ore di durata la mia
pazienza fa cilecca. Mi alzo, spengo la TV e lascio che un aspirante Bruce Willis qualsiasi salvi l'universo intero lontano dai miei
sbadigli. Che cos'è, quindi, Cloud Atlas?
Uno
degli arrivi cinematografici che, nonostante tutto, attendevo con
maggiore ansia per questo nuovo 2013. Il ritorno dietro la macchina
da presa della coppia di registi dalle cui menti geniali sono nati i
labirinti ultra visionari della trilogia di Matrix,le
cui strade, per questo film, si sono incrociate con quelle del
regista di Profumo e
Lola corre.
Uno
straordinario bestseller divenuto film. La meraviglia, lunga 172
minuti, che, a notte inoltrata e con gli occhi umidi di pura
commozione, mi ha trascinato alla scrivania, con una penna in mano,
un mondo pieno di spettacolari ricordi proprio dietro le palpebre e
tante belle cose da dire.
Nell'intenso trailer – solo lui lungo
cinque minuti – scene a rallenty, astronavi in volo sull'acqua,
dimensioni parallele alla Inception, passato,
presente e futuro che convivono sotto un unico tetto di nuvole. Se
non era fantascienza quella...
C'era,
però, qualcosa che mi aveva immensamente affascinato. Vedere i volti
degli attori più amati riuniti in un'unica pellicola; sentire, in
sottofondo, una colonna sonora da pelle d'oca; scorgere, in un oceano
di scene travolgenti, i brandelli di una storia distopica
incredibilmente rappresentata, con grandi nomi a dare vita agli amori
impossibili e alle sfide di storie come quelle di Matched
e Delirium. Il
trailer mi ipnotizzava come il pendolo di un illusionista, ma, come
ogni pubblicità, era pur sempre un insieme delle scene più
coinvolgenti e dei momenti più emozionanti. Il film vero e proprio
avrebbe retto il confronto? Sarebbe riuscito nell'impresa impossibile
di non annoiarmi? Quando mi si è presentata l'occasione di vederlo,
ho strabuzzato gli occhi dinanzi alle quasi tre ore di durata. Il
primo pensiero: suddividerlo in varie parti; sorbirmene un'oretta al
giorno come si fa con la puntate di una telenovelas brasiliana.
Niente
da fare. Come è partito, non ci sono stati Santi in grado si
schiodarmi dalla mia poltrona. La magia aveva avuto inizio. Il
pendolo dell'ipnotista mi aveva già portata in un altro mondo, in
altre vite. Non ho staccato gli occhi dallo schermo per paura di
perdermi un solo attimo di quello splendore; le unghie conficcate nei
braccioli della sedia e le labbra ad augurare silenziosamente ai
tanti protagonisti nuovi baci, nuovi incontri, nuovi riavvicinamenti.
A pregarli di stare lontano dai pericoli che, di epoca in epoca, li
braccavano. Storie tanto intricate hanno stretto un cappio attorno a
me e, senza nemmeno volerlo, ero diventato parte di quella superba
sinfonia di esistenze, fatta di momenti tesi e coinvolgenti, di
briosi e fugaci attimi di gioia, di addii e incontri che cambiano
eternamente la vita. Nemmeno l'ombra di confusione, solo un grande
coinvolgimento emotivo e spirituale che diventa una morsa e un
abbraccio concreto ogni minuto che passa.
Le
storie essenzialmente sono sei. Una ambientata su un veliero
dell'800; una nell'Europa di inizio novecento; una nell'America degli
anni settanta, una nella Londra dei giorni nostri; una in uno
scioccante futuro distopico; un'altra in un'epoca lontanissima in cui
la Terra è morta e i pochi sopravvissuti vivono allo stato ferino,
come un branco di uomini primitivi.
Epoche
distanti, temi diversi, attori grandiosi e impegnati in un milione di
ruoli diversi, un unico e grande nodo di fondo. Cosa unirà mai: un
nobiluomo in lotta per l'abolizione della schiavitù (Jim Sturgess),
un musicista omosessuale in cerca della sinfonia perfetta (Ben
Whishaw), una coraggiosa reporter che mette a rischio la propria vita
per svelare una scomoda verità (Halle Berry), una scalcagnata
combriccola di vecchietti in fuga dalla casa di riposo (a
capitanarli Jim Broadbent), la voglia di amore e libertà di una
futuristica eroina dagli occhi a mandorla (Doona Bae), il viaggio
difficile ed esaltante di un fragile capo tribù in compagnia una
remota visitatrice (Tom
Hanks)?
Innanzitutto,
il fatto che, per la prima volta da quando ne ho memoria, a dare i
volti a tanti personaggi sia sempre la medesima, grandiosa squadra di
interpreti - in parti che li vogliono prima orientali, poi
occidentali; prima donne, poi uomini; prima eroi, poi antagonisti.
Grazie
a costumi curatissimi e a truccatori dalle mani miracolose, sono
davvero irriconoscibili e scoprire nei titoli di coda le loro
impressionanti trasformazioni diverte e sorprende. Prendiamo il
caratterista Hugo Weaving (V per Vendetta), per esempio: in un
episodio è un pomposo aristocratico, in un altro uno spietato
killer, in un altro un agente segreto del futuro e un diavolo
tentatore, in un altro ancora... una dispettosa e severa infermiera
alla Misery non deve morire! Come sempre, uno strepitoso super
cattivo!
Insieme
a lui, il ritorno di Tom Hanks, Jim Broadbent e Halle Berry –
finalmente in ruoli che rispecchiano la loro immensa bravura – , un
inedito Hugh Grant e la conferma di due giovani stelle, che spiccano
notevolmente nonostante siano attorniate da un cast di tutto
rispetto: Jim Sturgess e Ben Whishaw. Due attori britannici che,
personalmente, adoro. Il primo, sorprendente cantante in Across
the universe e perfetto Dexter
in One Day, si
trasforma all'occorrenza in un romantico ribelle dagli occhi da
orientale; l'altro, rivisto recentemente in SkyFall, con
il suo viso e il suo fare d'altri tempi, veste i panni di un “poeta”
ambiguo e maledetto.
Ma,
ad unire ancora i numerosi episodi che compongono questa pittoresca
matriosca, è l'amore. La chiave del caos, la risposta a tante
domande, l'ordine dietro tante coincidenze, la soluzione
dell'equazione, la forza della natura che “move il sole e l'altre
stelle”. Nulla di più potente, ovvio e semplice. E, francamente,
non ho mai assistito a un modo più originale, poetico e spettacolare
di tornare a parlarne.Non
mi hanno colpito più di tanto, quindi, gli effetti speciali
utilizzati (d'altronde anche Il signore degli anelli,
che ha più di dieci anni, ne ha di meravigliosi!), ma l'assurda e
geniale alchimia che lega generi cinematografici così diversi e il
vibrante messaggio di fondo.Da
vedere e rivedere. Ancora, ancora e ancora. Possibilmente, almeno una
volta in lingua originale. Molti degli attori, di madre lingua
inglese, hanno un accento che personalmente trovo adorabile!Non vedevo un film
così intenso e bello da secoli. A ripensarci, mi manca ancora il
fiato. La forza cosmica che lega noi e il mondo fatta film. Una soave
armonia di misteriose stramberie. La nuova dimensione dell'amore... la
più bella.