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sabato 18 luglio 2020

L'amore, oggi in TV: Love, Victor | Love Life

Con il mese del pride da poco passato, più di qualche spettatore avrà ripensato con un sorriso a fior di labbra a una bella commedia adolescenziale di qualche anno fa: Love, Simon. Una storia di scoperta e sessualità, pensata eccezionalmente per il grande pubblico, con al centro una tematica fortunatamente non più tabù: l’omosessualità. Normalissimo benché accidentato, l’amore telematico descritto nel film di Greg Berlanti era raccontato dalla voce del promettente Nick Robinson. Trasposta sul piccolo schermo, in uno spin-off annunciato a sorpresa, la vicenda cambia ovviamente protagonista, ma non i toni ispirati: vi presento Victor allora, un liceale di origini ispaniche, reduce da un trasferimento e da un’epifania che spaventa. È attratto, infatti, dal suo stesso sesso. Su Instagram si confessa proprio al noto Simon, in un metaforico passaggio del testimone: il vecchio protagonista, che ormai vive a New York con il fidanzato storico, all’occorrenza gli farà da guida e supporter. Diviso tra un collega di lavoro con il sorriso da marpione e una bellissima coetanea, verso cui prova però soltanto un’innocua amicizia, Victor vive nell’incertezza. Come fare chiarezza? Come dirlo alla famiglia, se a differenza di quella di Simon è molto tradizionalista? Per quanto poco indispensabile, la serie Hulu – inizialmente pensata per Disney Plus – punta su tematiche universali, trattate sì con garbo ma senza grande originalità, e sulla caratterizzazione di protagonisti e comprimari. Semplicemente adorabili, si lasciano tutti seguire con empatia, anche quando la prevedibilità è dietro l’angolo. Per fortuna ci pensano le famiglie disfunzionali, al solito, a offrire pensieri e spunti di riflessione. Imperfetta, ospitale ma all’antica, quella di Victor è estranea al politicamente corretto: ama il suo secondogenito, ma fa fatica ad abituarsi alle effusioni tra uomini. Cambierà idea, se il coming out è nell’aria? Retta sul fascino da ragazzo della porta accanto del giovanissimo Michael Cimino – omonimo del regista –, Love, Victor mi ha ricordato il formato delle serie TV che andavano in onda su MTV. Vecchio stile, forse, ma non del tutto superata. (6,5)

Una serie TV sull’amore: l’ennesima, uno dice. Ma sorprende il fatto che a produrla sia HBO, disabituata a contenuti freschi e disimpegnati. Così come sorprende che, in tempo di quarantena, tanto era positivo il riscontro del grande pubblico, la serie sia stata resa disponibile per intero senza il bisogno di centellinare gli episodio. Qual è il segreto del suo successo? Difficile dirlo, nonostante io sia l’ennesimo a tesserne le lodi sul web. Love Life racconta, né più né meno, della vita sentimentale di Darby Carter: trentenne, gallerista, che nell’arco di dieci episodi insegue l’utopia di una relazione stabile. Sfortunata con gli uomini sin dal liceo, in una New York piena tanto di opportunità quanto di cantonate, la protagonista – interpretata da una bravissima Anna Kendrick, capace di impersonarla con grazia nelle diverse fasi della sua vita: forse è il ruolo migliore dell’attrice americana, candidata all’Oscar per Tra le nuvole – è sempre di corsa, e con la stessa foga rincorre il principe azzurro. Tra asiatici avventurosi, cuochi irascibili, storie di una notte e improvvisi ritorni di fiamma, qualche volte lascerà e qualche volta verrà lasciata. Carnefice e vittima, cronicamente insoddisfatta, Darby fa però spazio anche agli altri. E guarda alla madre, che fa ancora i salti mortali per compiacere i figli; oppure alla coinquilina, l'incostante Sara, troppo scapestrata per andare a vivere a casa dell’amatissimo Jim. Come spesso capita, il lieto fine – immancabile – avrà un volto inaspettato. No, non è un’altra stupida commedia americana, ma una delle poche sorprese dell’anno corrente. Consolerà gli orfani di Modern Love, attesa chissà quando per una seconda stagione, e piacerà ai fan di 500 giorni insieme, con una voce narrante che scandaglia i gesti della Kendrick come già accadeva con i tira e molla tra Tom e Sole. C’è la durata, ideale: trenta minuti. C’è una padrone di casa a proprio agio ma generosissima, se si tratta di far spazio ai personaggi secondari. C’è New York, un labirinto di scelte sbagliate. Infine la sceneggiatura, ironica con profondità. Insomma: se non è amore questo, allora cosa? (7,5)