Con
il mese del pride da poco passato, più di qualche spettatore avrà
ripensato con un sorriso a fior di labbra a una bella commedia
adolescenziale di qualche anno fa: Love, Simon. Una storia di
scoperta e sessualità, pensata eccezionalmente per il grande
pubblico, con al centro una tematica fortunatamente non più tabù:
l’omosessualità. Normalissimo benché accidentato, l’amore
telematico descritto nel film di Greg Berlanti era raccontato dalla
voce del promettente Nick Robinson. Trasposta sul piccolo schermo, in
uno spin-off annunciato a sorpresa, la vicenda cambia ovviamente protagonista,
ma non i toni ispirati: vi presento Victor allora, un liceale di origini
ispaniche, reduce da un trasferimento e da un’epifania che spaventa. È attratto, infatti, dal suo stesso
sesso. Su Instagram si confessa proprio al noto Simon, in un
metaforico passaggio del testimone: il vecchio protagonista, che
ormai vive a New York con il fidanzato storico, all’occorrenza gli farà da
guida e supporter. Diviso tra un collega di lavoro con il sorriso da
marpione e una bellissima coetanea, verso cui prova però soltanto
un’innocua amicizia, Victor vive nell’incertezza. Come fare
chiarezza? Come dirlo alla famiglia, se a differenza di
quella di Simon è molto tradizionalista? Per quanto
poco indispensabile, la serie Hulu – inizialmente pensata per
Disney Plus – punta su tematiche universali, trattate sì con garbo
ma senza grande originalità, e sulla caratterizzazione di
protagonisti e comprimari. Semplicemente adorabili, si lasciano tutti
seguire con empatia, anche quando la prevedibilità è dietro
l’angolo. Per fortuna ci pensano le famiglie disfunzionali, al
solito, a offrire pensieri e spunti di riflessione. Imperfetta,
ospitale ma all’antica, quella di Victor è estranea al
politicamente corretto: ama il suo secondogenito, ma fa fatica ad
abituarsi alle effusioni tra uomini. Cambierà idea, se il coming out
è nell’aria? Retta sul fascino da ragazzo della porta accanto del
giovanissimo Michael Cimino – omonimo del regista –, Love, Victor mi ha ricordato il formato
delle serie TV che andavano in onda su MTV. Vecchio stile, forse, ma non del tutto superata. (6,5)
Una
serie TV sull’amore: l’ennesima, uno dice. Ma sorprende il fatto
che a produrla sia HBO, disabituata a contenuti freschi e
disimpegnati. Così come sorprende che, in tempo di quarantena, tanto
era positivo il riscontro del grande pubblico, la serie sia stata
resa disponibile per intero senza il bisogno di centellinare gli
episodio. Qual è il segreto del suo successo? Difficile dirlo,
nonostante io sia l’ennesimo a
tesserne le lodi sul web. Love Life racconta, né più né
meno, della vita sentimentale di Darby Carter: trentenne, gallerista,
che nell’arco di dieci episodi insegue l’utopia di
una relazione stabile. Sfortunata con gli uomini sin dal liceo, in
una New York piena tanto di opportunità quanto di cantonate,
la protagonista – interpretata da una bravissima Anna Kendrick,
capace di impersonarla con grazia nelle diverse fasi della sua vita:
forse è il ruolo migliore dell’attrice americana, candidata
all’Oscar per Tra le nuvole – è sempre di corsa, e con la
stessa foga rincorre il principe azzurro. Tra asiatici
avventurosi, cuochi irascibili, storie di una notte e improvvisi
ritorni di fiamma, qualche volte lascerà e qualche volta verrà
lasciata. Carnefice e vittima, cronicamente insoddisfatta, Darby fa
però spazio anche agli altri. E guarda alla madre, che
fa ancora i salti mortali per compiacere i figli; oppure alla
coinquilina, l'incostante Sara, troppo scapestrata per andare a vivere a casa dell’amatissimo Jim. Come spesso capita, il lieto fine
– immancabile – avrà un volto inaspettato. No, non è un’altra
stupida commedia americana, ma una delle poche sorprese dell’anno
corrente. Consolerà gli orfani di Modern Love, attesa chissà
quando per una seconda stagione, e piacerà ai fan di
500 giorni insieme, con una voce narrante che scandaglia i
gesti della Kendrick come già accadeva con i tira e molla tra
Tom e Sole. C’è la durata, ideale: trenta minuti. C’è una
padrone di casa a proprio agio ma generosissima, se si tratta
di far spazio ai personaggi secondari. C’è New York, un
labirinto di scelte sbagliate. Infine la sceneggiatura, ironica con
profondità. Insomma: se non è amore questo, allora cosa? (7,5)