Cosa
succederebbe se in seguito a un blackout ci svegliassimo tutti in un mondo
senza Beatles? Soltanto un cantante di belle speranze sembra tenere a
mente le migliori canzoni del quartetto. Perché non
spacciarle per proprie pur di ottenere la spasimata notorietà? Dirige Danny Boyle. Scrive Richard Curtis, di solito in equilibrio tra romanticismo e
magia. L’idea alla base, semplice e brillante, purtroppo si rivela uno
specchietto per le allodole: con uno spunto presto accantonato –
pensate a quanti equivoci e alla portata del potenziale comico, se nel
frattempo sono sparite anche le sigarette, gli Oasis, la saga di Harry Potter –,
per parlare della solita scelta tra successo e amore; con uno
sviluppo telefonato e un finale stucchevole. A
sorprendere sono soltanto la regia, sottotono alle prese con la
leggerezza del genere, e una cotta improvvisa per una Lily James splendida come non mai. Passato in sordina e al centro di slittamenti
contini, Yesterday aveva tutto – la colonna sonora da
cantare a squarciagola, la sceneggiatura di una firma amatissima – per diventare
il film del cuore. Invece gli si vuol bene, per poi
scordarlo l’indomani. (6)
Un
altro ragazzo prigioniero della vita di provincia. Un altro straniero,
questa volta pachistano. Altra musica: non i Beatles ma il Boss a
salvare il nostro eroe da tempi amarissimi: una crisi economica che somiglia
preoccupantemente alla nostra, da cui fuggire in maniera
letterale e metaforica con le cuffiette del walkman premute nelle orecchie. Prendete
l’ambientazione di Pride, aggiungete la musicalità di Sing Street. Il risultato, una tipica storia di conflitto
generazionale e bullismo, con canzoni famose a far da collante, finisce
più per somigliare a Un’avventura che ad Across the universe. Le colpe spettano a una scrittura e a un montaggio
troppo televisivi. A toni incerti, sospesi tra il musical e la
commedia adolescenziale. A una colonna sonora a puntino, che
coinvolgerà soltanto i fan di Bruce Springsteen e annoierà i
profani come il sottoscritto. Romanzo di formazione pretestuoso e un po’
smielato, somiglia all'invito a una festa in cui non siamo invitati.
Nell’angolo, annoiati, ci limitiamo a battere il rimo con il piede. (5,5)
Siamo già nell’Inghilterra agrodolce della Brexit, diffidente verso il prossimo. La protagonista – altra aspirante cantante, altra
straniera, altra fangirl: però del compianto George Michael – è una
pasticciona con gravi problemi di salute e di autostima.
Vittimista e disfattista, abile a rinnegare tanto origini etniche quanto sogni, sfoggia
un sorriso forzato in un negozio di articoli natalizi. Fino
all’arrivo di un ragazzo misterioso, che si muove a passo di danza
e salta fuori sempre all’improvviso. Meno sbrilluccicante e brioso del
previsto, per fortuna anche meno stucchevole, Last Christmas
funziona come percorso di maturazione di una convincente Emilia
Clarke e trampolino di lancio per il bel Henry Golden, già visto in
Crazy Rich Asians, con tanto di colpo di scena a effetto –
per quanto intuibile. La partecipazione amichevole di Michelle Yeoh
ed Emma Thompson dà colore al tutto. Commedia romantica nevosa
e interraziale, con una novella Fleabag a bordo, è l’ennesima
variazione sul tema del classico di Charles Dickens. Trasognata e romantica,
magica il giusto, non è l’erede di Love Actually ma
nemmeno un film da evitare nei pomeriggi di Canale Cinque. Odiando il Natale,
sarebbe potuta andare peggio. (6,5)
Lei,
annoiata da un matrimonio lungo quindici anni, desidera la
maternità e divide la casa con un secondo uomo: l’idolo di un
marito ossessivo e distratto, la cui fama è iniziata e finita negli
anni Ottanta. Il cantante in questione, nel frattempo invecchiato, ha
figli sparsi nei quattro angoli del mondo e risponde con curiosità
all’email di lei: non una fan ma una detrattrice, che però tra le
righe lo diverte e lo seduce. Si incontrano a Londra, durante una
riunione di famiglia. Si innamoreranno mica? Da uno spunto fiabesco nasce una commedia tanto verosimile da sovvertire piani e
cliché. All’apparenza, infatti, è tutto sbagliato. Il triangolo
sentimentale si scioglie in fretta; tra Rose Byrne ed Ethan Hawke non c’è una
canonica storia d’amore, con un bimbo che scombina pure le carte in
tavola. Un po’ amicizia di penna, un po’ vendetta, Juliet
Naked è un delizioso colpo di fulmine con un cast di
bravissimi e ritmi invidiabili. Abbondano le riflessioni sui
postumi della fama, sulla genitorialità, su un passato che
imprigiona. E, a sorpresa, trionfa una morale femminista, con una donna
che all’occorrenza ha il coraggio di
scegliere. Garantisce Nick Hornby. (7)
Fissati per quel giorno hanno entrambi appuntamenti importanti. Lui ha un
colloquio presso un’università prestigiosa, lei con l’ufficio
immigrazione. A farli conoscere, coincidenze o il destino? Prima la metropolitana in
ritardo, poi i reciproci incontri slittati, infine una scritta sulla giacca
di lei che casualmente riporta il titolo dell’ultima poesia
di lui. Da un lato abbiamo un ragazzo asiatico con l’animo
poetico. Dall’altro, una ragazza giamaicana affezionata alla
razionalità scientifica. Belli in modo imbarazzante, passeggiano
verso un amore maledetto dalle stelle – lei sarà rimpatriata il
giorno successivo. Boy meets girl di quelli che piacciono a
me, freschi e puliti, con la parlantina fluente e gli hobby
peculiari, è stato un successo
inferiore rispetto a Noi siamo tutto, sempre della stessa
autrice. Più lineare del romanzo, la trasposizione perde la sua
coralità per concentrarsi sui problemi della coppia, ma non la
serendipità di fondo. Melodramma metropolitano dai toni agrodolci, è
un inno agli instant-love e alla città di New York; un Prima
dell’alba al tempo di Donald Trump. Forse il vero antagonista
nelle relazioni a distanza nei film sentimentali di oggi. L’anima
gemella si fermerà davanti alle sue leggi, ai suoi muri? (7)
È
una fiaba a lieto fine. Una commedia romantica a ruoli
invertiti, che nella trama somiglia vagamente a una stagione di
Scandal in salsa scollacciata. Nonostante la durata eccessiva
e qualche inutile volgarità di troppo, Non succede ma se succede
sta discretamente al passo fra femminismo, scandali sessuali, battute
sui multiversi Marvel e le serie HBO da guardare in binge watching. L’intreccio,
consolidatissimo, parla di opposti che si attraggono e di una strana
coppia di innamorati: in realtà, la sola ragion d'essere di
una pellicola godibile ma poco memorabile. Seth Rogen e Charlize
Theron sono infatti ottimi e affiatati. A ben vedere, neanche troppo male
assortiti: lui fa la sua bella figura in smoking; lei rinuncia
all’aura da diva per un ruolo leggerissimo, che a sorpresa ne mette
in risalto gli sconosciuti tempi comici. Avrebbero comunque il mio
voto. Questa è la politica che piace a noi profani. È la favola che noi
maschietti sogniamo. È un’altra stupida commedia americana, sì, ma con
un duo che fa straordinariamente sul serio. (6,5)
Potrebbe fare da anonima spalla comica alla protagonista carina di un film qualsiasi: felicemente in sovrappeso, sopra le
righe. Ma Brittany beve, fa sesso occasionale, si trascura con
amicizie e lavori non all’altezza. Bisogna perdere venti chili per
trovare la giusta leggerezza. Non ne va soltanto del look, ma della
salute. Ispirato a una storia vera, Brittany non si ferma più è
una commedia sulla forza dell’ostinazione. Jillian Bell,
all’apparenza novella Rebel Wilson, regala infatti
un’interpretazione bellissima in una fiaba energica e propositiva,
sbucata a tratti da un episodio di Modern Love. A fare la
differenza è proprio la caratterizzazione di una protagonista non
sempre amabile, ma per questo profondamente umana, che ha paura dei
chili che tornano; dell’ansia da prestazione; del confronto con il
prossimo; dei traguardi che slittano. Ora esilarante, ora patetica,
ma sempre emozionante, la sua vicenda è una seduta di cardiofitness.
Fa bene alle arterie intasate, e al cuore. (7)
È
la storia vera della wrestler Paige, ma sembra una fiaba scritta a tavolina. Ecco una Cenerentola sul ring, mai messa al tappeto. Da sfigatella a campionessa: senza vie intermedie, senza allenamenti, senza muscoli o fatica.
La lanciatissima Florence Pugh, somigliante all’originale ma
sprovvista del fisico adatto al ruolo, è qui al centro di fatiche
unicamente psicologiche: l’acredine con il fratello maggiore, suo
beniamino tagliato fuori dalla competizione all'ultimo; le aspettative dei
genitori; la competizione con le altre campionesse, al contrario di Paige sbucate da una rivista di moda. Non mancano i figuranti graditi –
Headey e Frost –, né i cameo che mi hanno
fatto tornare all’epoca in cui il wrestling lo seguivo.
Oltre al look rock ‘n’ roll, nella biografia di Paige, c’era
ben più da indagare: uno scandalo sessuale a cui si allude soltanto in una
battuta; l’infortunio che brucerà prestissimo la sua carriera. Gli si preferisce il lieto fine. Con un bel cast, un bell’umorismo nella
prima parte e una trasferta, a metà, dove si perdono la grinta e
l’interesse. Colpa della fama, che dà alla testa. Colpa della
banalizzazione dell’orgoglio femminile, al tempo dell’intrattenimento per famiglie. (6)