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lunedì 4 agosto 2014

Pillole di recensioni #4: Il secondo momento migliore (Camerini), Lividi (Emdin)


Titolo: Il secondo momento migliore
Autrice: Valentina Camerini
Editore: Feltrinelli
Numero di pagine: 275
Prezzo: € 16,00
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Max Pezzali - Lo strano percorso 
La recensione: Quando mi hanno proposto di leggerlo, ho subito pensato a una storia di risate e salsedine. Una storia giusta per il periodo giusto. Dando un'occhiata, avrete notato le stringate stelline. Vi spiego il motivo: Il secondo momento migliore, pur non essendo un brutto romanzo, mi ha fatto incazzare. Nonostante la sinossi racconti una storia che già conosciamo, penso che, nel profondo, il romanzo della Camerini avesse del potenziale. A proposito, la sinossi chi l'ha pensata? Spoiler gratuiti e prime impressioni a parte, del libro noti che è scritto bene. Quello che segretamente temevo io era una bambocciata. Cosa che, nelle linee generali, lo young adult nostrano non è. Le vicende si articolano in due parti: adolescenza e età adulta. Il difetto è quello: gli anni non vengono scanditi, i protagonisti invecchiano restando giovani, le tappe vengono bruciate. Si parte al liceo, con una vita da studenti che occupa poco tempo. Troppe lamentele per un esame di maturità da preparare in fretta; ho pensato agli stati Facebook degli studenti con gli orali alle porte, e la cosa non entusiasma. Poi vengono: l'amicizia, l'amore, il viaggio all'estero, l'università, il lavoro, la convivenza, il desiderio di essere genitori. Velocissimamente. Nell'arco di capitoli zeppi di ellissi temporali, con più di qualche forzatura, in vite dagli strani percorsi. Lo stile dell'autrice convince. La Camerini scrive come parlo io e il suo protagonista è un altro me. Io ogni tanto mi sto antipatico da solo e ho trovato antipatico pure Alberto: egoista, insicuro, bisognoso di attenzioni. Alcune cose, in una seconda parte più matura della prima, fanno pensare. O non pensare. A tutti i grandi amici dimenticati per strada e reinseriti grossolanamente nel contesto, ai prof assillanti che manco in prima elementare, ai viaggi organizzati su due piedi, agli scrittori pazzi presi di peso da Colpa delle stelle, all'abuso dell'aggetivo “vibrante” (alberghi vibranti?), alla sensazione strana di trovarmi davanti a una farsa. I viaggi da ricchi, le citazioni pseudo-nerd, le birre, le canne, le feste, il divorzio di mamma e papà, la malattia che dà un briciolo di tragicità al tutto. Cose funzionali, ma che insieme, qui, danno l'impressione contraria della schiettezza. L'autrice – che scrive anche di tv, e si vede – prende Braccialetti Rossi e Bianca come il latte e, con un tascabile di Jack Frusciante in pugno, li manda all'avventura. Io, che avrei pensato a un One Day “made in Italy”, invece, continuo a mangiarmi i gomiti. Magari, con un altro romanzo, tra me e la Camerini arriverà... il secondo momento migliore.

Titolo: Lividi
Autrice: Annick Emdin
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 240
Prezzo: € 12,90
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Baustelle - Charlie fa surf
La recensione: Lividi. Quelli che costellano l'anima di un storia marcia e bellissima che non riesci a mettere giù, fino a quando le pagine terminano e le sensazioni restano. Sensazioni forti, contrastanti, fisiche, che ti senti nello stomaco e in bocca, come quando bevi troppo, ti aggrappi alla tazza del cesso e vomiti tutto. L'esordio dell'italiana Annick Emdin fa parte di quel gruppo assai povero di libri che non vogliono parole di troppo. Puoi parlarne allo sfinimento e renderti conto di non aver detto niente. Quindi mi accontento, lo capisco, e dico poco, sperando sia abbastanza. Questo romanzo l'ho recuperato dal fondo di una pila di libri non letti e, in un periodo di letture non andate a buon fine, mi ha sbloccato. Sollevato, con una pressione ingombrante sul petto e la scossa spaventosa che segue il Libera! Libera! dei paramedici di turno. Dovete sapere, prima di iniziarlo, che fa male. E che, se non avete nervi saldi e stomaco forte, è una selva oscura che non può essere percorsa. Ha duecento pagine appena e passi insostenibili. Mettono alla prova e il solo ripensarci riempie di disgusto. Immagini che vanno e vengono e che tormenteranno per un po'. La prosa sospesa e leggerissima della Emdin vola in una New York sconosciuta e sgradevole, in cui è sempre notte. Una notte umida, perpetua, puzzolente, in cui essere adolescenti non è facile. Charlie ha un corpo pieno di graffi. Occhi di colori diversi, un passato da eroinomane, un nome noto nel mondo lurido della prostituzione maschile. Ha solo diciassette anni e mezzo. Si addormenta sulle lapidi, legge i grandi classici russi e ama con tutto il cuore Phemie, una poliziotta che ha osato cambiare il suo status quo. Ma ama anche Maurice, un cliente che è diventato il suo salvatore. Un uomo adulto, represso e misterioso, capace di percosse furiose e tenerezza, con una guerra che parla croato negli incubi e una cicatrice a forma di fiore sul petto. Potrebbe questo triste triangolo amoroso diventare una famiglia felice? Lividi è la fotografia mossa di una periferia in stato d'emergenza. Una guerra di quartiere; un'indagine nel marcio; un' immersione senza fiato in un mondo di bambini violati, genitori cattivi, club sadomaso con livelli segreti nascosti nello scheletro. La meraviglia, alla fine, sta nel domandarsi come faccia un romanzo così ad essere capace di un amore così grande. Salvifico, emozionante. Non c'è una pagina in cui, in mezzo al male, non sia pronunciato un ti amo a fiori di labbra. E' bene ricordarselo spesso, quando l'oblio è il minore dei mali in cui imbattersi. Serve a tenere a mente le cose importanti. Consigliato a chi ama i ritmi vertiginosi, le frasi secche, una narrativa che dà voce a storie di quotidiano orrore. A gente col pelo sullo stomaco. A chi è di indole paziente: perché dopo il tornado, arriverà il sole a riflettersi, vanitoso, nelle pozzanghere luride della City.

venerdì 11 aprile 2014

Recensione: I cavalli delle giostre, di Antonio Gentile

Buon pomeriggio a tutti! Come state? Io sono pronto per l'ennessimo weekend di solitudine e noia lontano da casa: leggo la Mazzantini, studio Storia della lingua. E vi parlo, oggi, di un libro che magari non conoscete. Se vi capita, prendetelo. Appartiene a quel genere impreciso che non è di nessuno, ma che è di tutti al tempo stesso. Un genere che di sicuro non era il mio, ma che mi ha sorpreso in positivo. Ringraziando l'autore – gentile di nome e di fatto - , vi do appuntamento ai prossimi giorni, con un nuovo post sui recenti finali di stagione. Un abbraccio, M.
Non siamo nulla se non ci prendiamo cura di qualcuno.

Titolo: I cavalli delle giostre
Autore: Antonio Gentile
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 223
Prezzo: € 12,90
Sinossi: Lorenzo e Letizia, due fratelli, due vite sospese in una dimensione surreale, nel tentativo di guarire le ferite dell'infanzia, segnate come marchi a fuoco sulla pelle. Cicatrici che li condizioneranno fino all'adolescenza, li faranno allontanare dalla realtà e perdere nel bisogno di liberarsi, come i cavalli delle giostre di un vecchio luna park abbandonato, dove andavano a giocare da bambini. Su strade parallele, i loro destini s'incrociano con quelli di Matteo e Cecilia. Due incontri inaspettati, singolari, irrazionali come il contatto del nulla con l'infinito, della materia con l'antimateria, che li riporteranno ad una dimensione compiuta, scoprendoli fino al punto più profondo dell'anima.
                                      La recensione
Volevo leggere questo libro. E poi no.
Tra le email ricevute, nelle scorse settimane, una dell'ufficio stampa di una piccola casa editrice da tenere d'occhio, costantemente. Pubblicazioni interessanti, titolo interessante. I cavalli delle giostre. Animali malinconici, con zoccoli e zampe di legno che non possono correre. Ancorati a un palo, come cani legati  col guinzaglio  a un lampione acciaio. Perché loro non possono entrare. La copertina fotografava una scena quotidina. L'inchiostro immortalava personaggi quotidinani – tristi e felici, belli e brutti, comunemente comuni. Quei famosi cavalli – come i mostri del tunnel degli orrori – mi avevano intimorito, d'un tratto. La sinossi parlava con parole difficili di quelle quattro vite che, in un giorno appena, ho fatto mie. Il linguaggio della matematica, della scienza, della razionalità. La poesia di un ingegnere. Un giorno, un messaggio dell'autore, su Facebook. La richiesta di un parere sincero. Antonio Gentile ha uno stile più vicino alla poesia che alla prosa e avevo paura di non capirlo bene: per certe cose, non sono abbastanza sensibile. Mai stato, non lo nego. Però ho accettato, ho detto sì. Per le 200 pagine complessive e per lo stesso mare in cui io e Antonio, vicinissimi, ci specchiamo. Quella striscia d'acqua blu, ogni lunedì, mi sfila accanto, in treno. Accanto, magari, tante volte, dai primi d'ottobre fino a questo aprile dispettoso, mi è sfilato anche il covo dell'autore. Lì dove questa storia è stata generata. I cavalli delle giostre mi è piaciuto molto e, dico la verità, non ne ero sicuro al cento per cento. Io sono diretto, acerbo, rozzo. Poco lungimirante per intercettare la sottile linea rossa tra romanzo e aforisma. La poesia mi ricorda ancora scuola. E invece, questa volta, con Antonio a guidarmi, l'ho intercettata. Ho trovato quel filo e ho scoperto, stupito, che formava un solido nodo da marinaio. Questo romanzo è una sensazione che non ti spieghi: avido di dialoghi, generoso di descrizioni. Descrizioni di una realtà filtrata dagli occhi dell'anima, non dal comune sguardo. Un caos bianco, un caos calmo. Un'antologia di poesie, quasi, che formano una storia e ancora un'altra. Le parole sono strumenti infiniti con cui giocare e sperimentare. Con cui divertirsi, per parlare di persone che non ridono, o con cui rilassarsi, per raccontare di ragazzi senza pace. Ci sono le farfalle, le stelle, le nuvole, piume che cadono e rumore non fanno, lacrime che – in un giornate di sole, in un giorno migliore – formano l'arcobaleno. Scie di aerei supersonici che creano trame nel cielo, sodalizi e matrimoni tra le nuvole. Questa è una fiaba per bambini di venti o trent'anni da leggere con i cinque sensi. Con gli occhi, soprattutto, e le mani, e il naso... E' una sensazione imprecisa, imperfetta, sfuggente. E una sensazione come fai a descriverla, se ti porta ai ricordi d'infanzia – al giardino di nonna in estate, alle corone di margherite a primavera, al vischio a Natale?
La scrittura di Gentile è limpida, cristallina. Un prisma che scompone colori – i più tenui, dolci e delicati inventati dal buon Dio. La parola è catarsi, l'arte (la pittura, la musica..) è espiazione. La parola è arte. Innegabilmente bella. I periodi creano un sentiero sottile di briciole sottili. Ma attenzione: gli uccelli, con i loro becchi gialli e le piume sporche, potrebbero cadere già dal cielo e divorarle tutte! Attenzione: il vento potrebbe soffiarle via per crudeltà! E allora i bambini perderebbero la strada del ritorno. Il sentiero di mattoni gialli verso casa.
Consigliato a chi... 
Vuole una storia come tante, ma scritta come poche.
A chi ha scoperto che il mare esiste anche d'inverno. 
A chi, in macchina, con lo sguardo che indugia oltre il finestrino bagnato e i tergicristalli in azione, pensa che la luna lo stia seguendo. E stia brillando, gialla e romantica come in una canzone del Coldplay, solo per lui.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ludovico Einaudi – Fly

domenica 16 marzo 2014

Recensione: Out Of My Mind - Ho 11 anni e non ho mai parlato, di Sharon M. Draper

Buongiorno a tutti, amici. Come state? Qui tutto bene. In questo weekend di solitudine, lontano da casa, credo che coglierò l'opportunità per recuperare qualche episodio della cara, vecchia Veronica Mars: ieri ho visto il film – e ve ne parlerò al più presto – e mi è proprio piaciuto. Carinissimo! Oggi, comunque, vi parlo della mia ultima lettura. Un romanzo indubbiamente interessante, un tema importante, ma su cui – tuttavia – ho avuto qualcosina da ridire. Augurandovi buona domenica e ringraziando la gentilissima casa editrice, vi abbraccio. M.
I pensieri necessitano di parole. Le parole necessitano di una voce. Io amo il profumo dei capelli di mamma appena lavati. Io amo la sensazione della barba di papà prima di rasarsi. Ma io non sono mai stata capace di raccontare tutto questo ai miei genitori.

Titolo: Out of my mind – Ho 11 anni e non ho mai parlato
Autrice: Sharon M. Draper
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 240
Prezzo: € 13,90
Sinossi: Melody non è come gli altri bambini. Non può camminare, né parlare, ma ha una formidabile memoria fotografica; si ricorda ogni minimo dettaglio di tutto ciò che vive. È più intelligente della maggior parte degli adulti che provano a curarla e più intelligente dei suoi compagni di scuola. La maggior parte del tempo, però, Melody si sente come un uccellino in gabbia; è in grado di osservare il mondo intorno, ma non riesce ad interagire con esso. Sono tante le parole e i sentimenti che si accumulano e restano intrappolati dentro di lei. Ma Melody si rifiuta di essere definita cerebralmente paralizzata. Ed è determinata a farlo sapere a tutti... in qualche modo. L'autrice conosce bene l'argomento in quanto anche sua figlia Wendy è paralizzata cerebralmente. E anche se Melody non è Wendy, la veridicità della storia è lampante. Raccontato dalla voce di Melody, questo romanzo commovente da subito fa risaltare la sua intelligenza e la sua determinazione a superare quegli ostacoli che paiono insormontabili.
                                                  La recensione
La normalità non esiste.” Noi viviamo di parole. Adesso, immaginate se non le avessimo. Non potremmo dire alla persona che ci piace quanto sia bello il suo sorriso, non potremmo dire ai nostri genitori quanto profondamente li amiamo, non potremmo vivere nel mondo. Semplicemente, moriremmo dentro. Le parole sono vita, in fondo. Melody ha undici anni e non ha mai parlato. Conosce milioni e milioni di vocaboli e lemmi, gioca a memorizzare a tempo record i numeri verdi delle pubblicità, sa a memoria i versi delle sue poesie preferite, ama la musica e le emozioni uniche che le note trasmettono. Eppure niente, le sue labbra rimangono mute. E' prigioniera della malattia, mentre il mondo le esplode dentro. Boati, scosse sismiche, eruzioni emotive che all'esterno non arrivano. Nascono dentro, riecheggiano dentro. Melody ha un nome che è musica, ma il destino ha una grottesca ironia. Lei è l'opposto della musica. Lei è un film muto, pellicola consumata. Un soprammobile pieno di difetti di fabbrica. I suoi pensieri, tuttavia, dicono altro. Perché lei pensa e, in questo romanzo, sono i suoi pensieri a parlare in sua vece. Il lettore non può che immaginare una bambina come tante, perfino più sveglia della media – i vestiti abbinati alle scarpe, lo zaino delle Barbie, il primo cellulare, la danza ritmica, il primissimo fidanzatino. La sua voce lieve, buffa, onesta abbozza i tratti tondeggianti di una bimba felice. E' un peccato avere undici anni ed essere tristi: la vita è lunga, infatti, e per il dolore e il rimpianto c'è sempre tempo. Invece no. La verità è un'altra. Melody è una di quelle persone che sono nate all'improvviso, mentre Dio non guardava. Venuta al mondo senza la benedizione dell'Altissimo. Non è solo autistica, come inizialmente immaginavo, ma è paraplegica. Una di quelle bambine scomposte, dalle ossa fragili, accartocciate sulla loro sedia a rotelle come gamberetti. Un filo di bava sulla bocca, lo sguardo vuoto, l'incapacità di mangiare senza sporcarsi e di usare il bagno da soli, senza accompagnatori. Lei sa che chi la guarda pensa a un guscio vuoto. Lì dentro, in quel corpo strano, non c'è nessuno. Toc, toc... Melody è in casa, ma non può andare alla porta e lasciare che qualcuno entri nel suo universo. Mamma e papà sono due ordinari supereroi e hanno creato, nonostante la paura di un altro sbaglio genetico, un'altra figlia, Penny, che è piccola, profumata, colorata e perfetta. Le hanno comprato un computer che parla e perfino un'amica vera, che da semplice baby-sitter è diventata il personale guru della porta accanto della nostra protagonista. Ma in questa storia ci sono adulti affettuosi e adulti inensibili, persone buone e persone cattive. Le maestre e i dottori guardano Melody con occhio clinico. La scuola è un zoo e lei è l'esemplare più strano che ci sia: in gabbia da quando è nata, si è nutrita di parole e si è resa conto di non avere i mezzi necessari per condividerle. 
Vive l'età in cui i bambini sono cattivi, come pappagalli indiscreti e scimmie curiose. Non hanno peli sulla lingua, sono egoisti e, ingenuamente, ripetono tutto quello che sentono. Non hanno opinioni loro, ma vanno formando le loro coscienze di futuri adulti. Out of my mind è una storia che si sviluppa tra tenerezza e crudeltà. Un'idea interessante, per un intreccio elementare, ma tutt'altro che stucchevole ed edulcorato. Coraggioso, drammatico, ma – a volte – non abbastanza. Ha incredibili picchi di sincerità, pagine che trapelano commozione, ma – in alcuni momenti – ho trovato il piglio di Sharon M. Draper un po' statico. Scarico. Mi aspettavo che questo romanzo sapesse scuotermi nel profondo, invece è così breve, così scorrevole, così veloce che i tremolii sono solo superficiali e i solchi non sono destinati a rimanere aperti poi tanto a lungo. Mi aspettavo che mi artigliasse lo stomaco forte. Sensazioni, necessità, queste, che sono state, purtroppo, deluse. La Draper, che ha un figlio nelle condizioni della piccola Melody, ci va cauta: ha la scrittura cristallina delle autrici di romanzi per bambini di una volta e sembra essere legata a un certo tipo di narrativa. Mette tanto di personale, probabilmente, nelle descrizioni delle giornate della protagonista – tra scuola, studio, famiglia - ; personalità, però, che manca nella più intima essenza di Out of my mind. Un romanzo che ha tanta anima, ma poca sostanza, secondo me. E mi struggo al pensiero di quanto indimenticabile potesse, invece, essere. Bastavano pochi accorgimenti nel plot; bastava uno stile incisivo, accattivante, sperimentale. Non una cosetta da nulla, e lo so.
Ma quanto sarebbe stato bello se al posto dei pensieri semplici semplici della Draper ci fosse stato un meraviglioso caos di sensazioni, pulsioni, frasi, parole? Melody non parla. Melody è arrabbiata. Melody urla, piange, fa facce strane quando vorrebbe comunicare a chi le è accanto qualcosa di importante. In Out of my mind – che dovrebbe avere la sua voce – non c'è quel naturale scompiglio, quel fare battagliero di eroina confusa e costretta a forza alla cattività. Il tutto è molto sobrio, molto... "americano". I quiz a premi, le gare di spelling le battaglie tra piccoli geni e i laboratori pomeridiani ricordano vecchi film - Il mio piccolo genio, Una parola per un sogno, Il quiz dell'amore. A un certo punto, inevitabilmente, si è creata una scissione tra com'era il romanzo e tra come avrei voluto, invece, che fosse stato. Educativo e a modo, comunque, fa riflettere su come reagiamo davanti alla malattia. Quando incontriamo una persona con degli handicap fisici, le cediamo il nostro posto a sedere o evitiamo il loro sguardo, come si fa con gli animali morti lungo l'autostrada? Che possiamo offrire loro: pietà o indifferenza? Out of my mind invita ad offrire amicizia. Semplicemente. Ad accontenarci di quello che abbiamo, anche se ci sembra poco. A guardare il bicchiere, sul bordo del tavolo, e a considerarlo mezzo pieno.
Il mio voto: ★★+
Il mio consiglio musicale: Cyndi Lauper – True Colors (Glee Version)

domenica 29 dicembre 2013

Recensione: Losing it - Credevo che il cielo fosse azzurro, di Cora Carmack

Ciao a tutti, amici miei, e buon pomeriggio! Oggi, la recensione di un libro veloce veloce e semplice semplice che ho letto in un giorno o poco più. Sto parlando di Losing it, un new adult arrivato in libreria appena qualche settimana fa. Discreto, non del tipo “Che orrore, al rogo!”, ma nemmeno “Entrerà nella mia Top10 di quest'anno”, insomma. Estivo, quasi. Augurandovi una splendida domenica e buona lettura, vi do appuntamento ai prossimo giorni. Non preoccupatevi, ci sarà ancora occasione per farci gli auguri. Baci.
Sediamo tra il pubblico e pensiamo a come avremmo recitato noi quella parte. Vogliamo quello che non possiamo avere. E' la natura umana.

Titolo: Losing it – Credevo che il cielo fosse azzurro
Autrice: Cora Carmack
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 269
Prezzo: € 13,90
Sinossi: Bliss Edwards ha ventidue anni e le manca solo un semestre per finire il college. È intelligente e carina, ma tremendamente timida e insicura. Questa sua insicurezza la rende goffa e in particolare con i ragazzi non sa davvero come comportarsi. In più c'è un problema: è l'unica tra le sue amiche ad essere ancora vergine. Anzi, per lei non è esattamente un problema, però quando lo confessa a Kelsey, la sua migliore amica, questa non le lascia scelta: la situazione dev'essere risolta a tutti i costi. E il modo più veloce e semplice per perdere la verginità è l'avventura di una notte. Ma il suo piano si rivela tutt'altro che semplice. Quella sera Bliss incontra Garrick, un ragazzo stupendo con cui scatta subito una forte attrazione, ma arrivata al dunque, Bliss scappa via con una scusa a dir poco strampalata. Come se la cosa non fosse stata già abbastanza imbarazzante, il giorno dopo, a lezione, scopre che in realtà Garrick è Mr. Taylor, il suo nuovo professore di teatro...
                                                        La recensione
Avrei odiato dare inizio al mio 2014 con un libro lasciato a metà, sospeso tra l'anno vecchio e quello nuovo. Mi sono fiondato, quindi, su qualcosa che, sapevo, avrei portato a termine in una manciata di giorni; anche in un solo pomeriggio di nuvole, magari, lasciando da parte per un po' schemi, appunti e tomi universitari che, ahimé, non erano ben disposti a prendere polvere sulla scrivania. Ad aspettare, ad aspettarmi. La mia scelta, quindi, è ricaduta su questo Losing it, uno dei tanti – troppi? - new adult di ultima generazione, di cui ho letto, in questi mesi, poco e niente: trama simpatica, copertina coloratissima, un sottotitolo stranamente poetico, poche pagine e capitoli - proprio come piacciono a me - svelti e piuttosto brevi. Nessuno chiedeva all'esordiente Cora Carmack un capolavoro e lei, con tanto divertimento e leggerezza, ha scritto una di quelle storie semplici semplici, che leggi piacevolmente, ma che già sai – e dalla primissima pagina – che non ti cambieranno la vita, né rischieranno di metterere radicalmente a soqquadro la lista dei migliori romanzi che, in un anno di letture, ti hanno fatto beatamente compagnia. Tutti sono sempre in attesa del libro perfetto e, se è vero che la vita è un battito di ciglia, a nessuno piace perdere tempo prezioso. Nessuno vuole un romanzo da leggere, riporre sullo scaffale, dimenticare. Perché l'indimenticabile, si sa, è la meta più ambita. Il fattore x. Eppure Losing it, nonostante non sia tra quei romanzi destinati a restare, nonostante si lasci terminare tranquillamente, senza un brivido o la certezza di un lungo ricordo, non mi ha disturbato. Leggibile, senza far rima con imperdibile. E nemmeno un po'. Però lo leggi, e non provi la rabbia che un'amara delusione sa dare. Che è un libro senza infamia e senza lode lo sai da sempre, eppure lo leggi, sorprendendoti anche un po', in fondo, che abbia saputo restituirti il poco che prometteva. Come una di quelle sit-com che guardi così, per riempire ore vuote, perché sai che, pur guardando gli episodi a vanvera, in disordine, non ti perderai granché: non c'è un filo da mantenere, non c'è un'attenzione da tenere viva. Come uno di quei film per la TV, che danno nel tardo pomeriggio – in orari morti – con il bollino verde e con lo scontato avvertimento che, senza interruzioni e pubblicità, si potrebbe correre il solito rischio glicemia. Prodotti con il marchio Lifetime, ma che, pronto a metterti comodo in poltrona e a criticarli a fine visione, guardi ugualmente, perché sei troppo stanco per cambiare canale o perché, nel cast, c'è quell'attrice che trovi simpatica. E non ci vuole un'intercessione divina per trovare la ventiduenne Bliss Edwards simpatica. E' ancora vergine e, secondo la sua vispa amica Kelsey, potrebbe ritrovarsi, un giorno non lontano, sola e con sette gatti a carico. Una notte, quindi, trascinata in un pub da quella Barbie in carne e ossa che vorrebbe, a tutti i costi, accasarla, incontra un ragazzo che – nel trambusto generale – legge Shakespeare. Si piacciono, si baciano, vanno a casa di lei. Sono nudi, vicinissimi... e niente. Il giorno successivo, la protagonista si ritroverà con un gatto che la odia e a cui ha dato il nome di Amleto, con un migliore amico che le ha dichiarato il suo grande amore, con una parte da prima donna nello spettacolo di fine anno e con una cotta imbarazzante per lo sconosciuto della notte prima che - segreto dei segreti - si è rivelato essere il suo nuovo professore di recitazione: in preda a una crisi di nervi, alle prese con un'importante scelta sentimentale, sempre vergine. Ho trovato Bliss a dir poco carinissima: una reginetta di sbronze, melodrammi, figuracce e cattivi pensieri semplicemente adorabile. La immaginavo, in alcuni passi, trasformarsi in uno di quei personaggi da fumetto, con gli occhi a fessura, le guance fucsia e una gocciolina di sudore gigante sulla fronte increspata. La sua creatrice è stata tanto sveglia da non fare di lei, fortunatamente, un caso umano o, peggio ancora, uno di quei miracolosi e miracolati brutti anatroccoli, che – con un po' di trucco, le lenti a contatto, lo shampoo e la scoperta della ceretta e dei reggiseni imbottiti – passava da “la mia vita è un disastro!” a “sono una bella figliola, sì: prendete un numero, e avanti il prossimo!”.
Non ha consacrato il suo corpo a un uomo leggermente più grande, nato nel Natale di appena 2013 anni fa – Gesù – e, al dito, non ha un anello della parrocchia che sbandieri al mondo la sua castità. Bliss è bella, ha avuto qualche ragazzo, ma, semplicemente, non c'è stato quel momento; quello giusto. Ah, quando è felice balla da sola. Originalissima, sincera e ben resa la sua naturale passione per il teatro, proprio come lo è stato l'inserire questa sua storia d'amore tardo-adolescenziale sullo sfondo della Fedra di Racine. Ma nessuno è perfetto e nemmeno la cara Bliss fa eccezione: quando si tratta di lei, la fastidiosa espressione “roteare gli occhi” viene utilizzata in continuazione e a sproposito – diciamo che lei rotea gli occhi più di quanto abbia fatto la testa di Linda Blair nell'Esorcista – e tutto, nei suoi deliri d'onnipotenza d'attrice, tende ad assumere toni melodrammatici, quasi patetici, soffiando via quella patina di brio e allegria che la trama prometteva. Come ogni drama queen degna di questo nome, lei esagera, sempre e troppo: la sua settimana a casa, con la mononucleosi, viene descritta con una drammaticità e un pathos da far temere al lettore un cancro al cervello, un attacco di peste nera, una malattia senza cura. In alcune descrizioni, si perde: un bacio passionale, ok, ma un bacio e basta, finisce per durare così pagine e pagine. Mentre il personaggio di Cade, il suo migliore amico, mi ha convinto, decisamente meno lo ha fatto Garrick, il prof - alias, Sverginator. Bello, biondo, giovane, con una moto al seguito e un accento inglese con cui potrebbe ingravidare le sue studentesse. La tipica star del liceo cresciuta, con il diploma, la laurea e una cattedra in recitazione. Interessante all'inizio: poi scopri che odia Shakespeare per farsi l'alternativo e che, al primo incontro, già chiama Bliss "dolcezza”. I protagonisti sono adulti, teoricamente, e mi è piaciuto leggere di persone più grandi di me, per una volta; ma la verità è che o non si cresce mai per davvero o che la linea tra young e new adult, in casi come questo, non esiste proprio. Ho trovato gli stessi pensieri, gli stessi intrecci, le stesse esperienze, gli stessi temi contenuti nel più ingenuo, tipico e inflazionato romanzetto adolescenziale: uno di quelli in cui il sesso c'è, ma è descritto senza volgarità alcuna. Un po' commedia romantica per la tv, un po' fiaba, dunque, l'esordio di Cora Carmack: un'opera prima non indispensabile, ma scritta bene e tradotta anche meglio. Ci sono lati buffi, lati interessanti, lati sinceri e alcuni lasciano intendere che il new adult, per la Carmack, sia un piacevole hobby, ma solo un lato della medaglia: volendo, saprebbe fare anche altro, e meglio.
Il mio voto: ★★ ½
Il mio consiglio musicale: Madonna – Like a Virgin (Sono originale, amatemi.)

venerdì 23 agosto 2013

Recensione: Io sono le voci, di Danilo Arona

  Ciao a tutti, come state? Oggi, la recensione di un gran bel thriller firmato dall'autore nostrano Danilo Arona. Da leggere, davvero. Ringraziando l'ufficio stampa della casa editrice, per avermi dato modo di leggerlo, vi auguro una buona lettura e vi abbraccio. M.
 
Titolo: Io sono le voci
Autore: Danilo Arona
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 358
Prezzo: € 12,90
Sinossi: Da sempre in Italia avvengono omicidi inspiegabili che sembrano trovare una loro magra giustificazione nella ferocia esibita. Dagli anni Sessanta poi è in atto un'escalation. Prima in una città di provincia nel nord Italia. Poi a Milano nel decennio successivo con giovani donne trucidate attraverso modalità di raro sadismo. Sino a quando ai giorni nostri una giovane e determinata giornalista investigativa, Cassandra Giordano, non scopre un impensabile filo rosso che collega delitti tra loro lontani nel tempo e nella geografia: la visione di certi film, il cosiddetto effetto Copycat, le voci nel cervello che ti spingono a uccidere emulando gli omicidi passati sullo schermo in tante famose opere cinematografiche. Ma, una volta scoperchiato il vaso di Pandora, Cassandra ne diventa vittima, innestando una nuova e ancora più feroce serie di delitti per imitazione. Una sequenza sanguinosa che la vede morire, prima vittima della nuova ondata omicida, sotto il guanto artigliato del leggendario Uomo Nero di Elm Street, Freddy Krueger. Ma può essere possibile un crimine del genere nell'Italia contemporanea? Si tratta di uno o più assassini? Magari una nuova stirpe di psicopatici ben mimetizzati nella normalità quotidiana? Arianna Giordano, sorella minore della giornalista, e un coriaceo ispettore di polizia si lanciano nella più incredibile delle indagini: svelare l'enigma degli omicidi Copycat, giungendo a smascherare il meno sospettabile dei serial killer. E Milano si trasforma in un sanguinario set cinematografico.
                                                    La recensione
Il telefono squilla. Una ragazza, bionda e molto carina, corre a rispondere, lanciando occhiate, di tanto in tanto, ai pop corn sul fuoco. Il suo ragazzo è in ritardo e, se non sta attenta, come stuzzichini durante il film, avranno solo pop corn bruciati. Non il massimo per una serata romantica. Dall'altra parte del filo, una voce sconosciuta le chiede: Qual è il tuo film horror preferito? La risposta non è importante. Perché, quella notte stessa, la ragazza ne diventerà parte. Sarà l'unica protagonista del suo personale film dell'orrore: la vittima prescelta. Iniziava così un thriller uscito alla fine degli anni '90 e destinato, nel suo piccolo, a fare storia: Scream – Chi urla muore. Dirigeva Wes Craven e la prima vittima del killer dalla maschera bianca, ispirata al volto deforme e tormentato del protagonista dell'Urlo di Edvard Munch, era la più nota del cast, Drew Barrymore. Inaudito, insospettabile, improvviso, imprevisto. Geniale. In ciò, c'è molto delle atmosfere cupe e dello spirito dissacratorio del primo thriller che leggo dell'italianissimo Danilo Arona: scrittore, giornalista, critico cinematografico. Tre elementi di una stessa biografia che, anziché cozzare tra di loro, si sposano con studiata e sorprendente perfezione. La letteratura, la cronaca e il cinema: degni elementi di un thriller coi fiocchi. Soprattutto, il cinema: fonte d'ispirazione segreta per tutti, ma che mai come in questo romanzo è celebrato, adorato, citato. Di Scream – forse, il padre dei teen thriller di ultima generazione – ha la nerissima ironia di fondo, l'immancabile storia d'amore costantemente in pericolo, assassini che si nascondono dietro un curioso e inquietante travestimento, un'annunciata protagonista che muore nelle prime pagine. La particolarità dello stile di Arona sta nel fatto che, gran parte dell'inizio di ogni capitolo, risulta dedicata alla descrizione di un luogo e di un tempo, lontano o vicino che sia non importa. Dati sul clima e sul paesaggio, su strade e contrade sperdute. Riprese dall'alto, ma che poi si stringono, fino a inquadrare piccoli e macabri dettagli di una scena del delitto. Il romanzo è così, parte da lontano: comincia negli anni della guerra, con la storia di una bambina inquieta con la paura dei fulmini; prosegue con il racconto dell'infanzia di un bambino albino, nato e vissuto tra il disprezzo muto della madre e lo scherno dei suoi compagni; giunge, poi, al reale snodo della vicenda. 
Tacchi a spillo che ticchettano lungo i corridoi di una prigione, una pista su alcuni omicidi ai danni di donne, insabbiati nel corso degli Anni di Piombo, un'intervista esclusiva ad un efferato serial killer di bambini biondi: la svolta nella carriera dell'avvenente giornalista Cassandra Giordano. La lunga chiacchierata tra lei e l'individuo ribattezzato dai media Il proiezionista, sarà paragonata dai suoi fantasiosi colleghi a quella tra Clarice e Hannibal Lecter in Il silenzio degli innocenti.  Un cult. Strane, le coincidenze: il cinema è la chiave di sangue che lega le barbare uccisioni che macchiarono l'Italia settentrionale in passato e quelle che si verificheranno di lì a poco. Cassandra, come la Barrymore nella serie con Neve Campbell, sarà colei che tornerà a ispirare feroci aguzzini rimasti ancora senza nome, membri di un'arcana congrega chiamata la Stirpe. Morirà a casa sua, con la verità quasi in pugno e il volto squaciato da lame affilate. La citazione, anche in questo caso, è lampante e, anche in questo caso, si torna a parlare di Wes Craven: l'assassino indossava i guanti dell'indimenticabile Freddie Krueger di Nightmare. 
Il lettore conosce l'identità degli assassini, l'identità di tutti gli assassini, mentre la polizia, capitanata da un affascinante ispettore, continua a sfidarli al loro stesso gioco e a tentare di cogliere, invano, perfino la più piccola delle citazioni. La più lapalissiana è sotto i loro stessi occhi: Arianna, la sorella della giornalista assassinata, somiglia incredibilmente alla defunta Cassandra. La stessa bellezza nordica, gli stessi occhi chiari, la stessa tendenza a giocare ai detective: La donna che visse due volte... Danilo Arona, con una prosa impeccabile e una maestria da fare invidia ai più grandi nomi, firma un lungo, originale, sentito e scioccante inno d'amore a un genere cinematografico che non morirà mai. Il suo è un thriller che parla di thriller. Un omaggio colto e raffinato all'arte della paura. Raffinato nella scrittura e nelle intenzioni, ma meravigliosamente e impressionantemente pulp, per il resto. Lui – nato ad Alessandria, nel 1950 – ha avuto la fortuna di vivere gli anni d'oro del giallo made in Italy e di possedere l'abilità mai scontata di parlare dei cambiamenti che hanno saputo ripercuotersi su tutto, nel corso degli anni: il cinema è lo specchio della realtà. Dai grandi classici si passa all'era dei reboot e dei moderni remake, dagli anni del terrorismo si arriva ai (soliti) politici corrotti e alla (solita) crisi. Lui c'era quando Dario Argento era il re incontrastato, quando Lucio Fulci sconvolgeva le platee, quando i thriller avevano le uccisioni più crude e i titoli più lunghi, quando il rock dei Goblin faceva gelare il sangue e ricordare Profondo Rosso e le streghe cattive di Suspiria.  
Tutto ricorda allora. Omicidi che occupano interi capitoli con la loro “inventiva” e i loro raggelanti dettagli, piogge di acido che deformano i visi, riflessi mortali come lo è lo sguardo di Medusa, coltellate sferrata da ogni lato, cadaveri riversi nei loro stessi umori, urla di donne che ricalcano il terrore antico di quando a colpire, nella Londra vittoriana, era Jack Lo Squartatore. Io sono le voci è esattamente quel tipo di thriller. Fisico, violento, viscerale, non psicologico. Scritto tra strade da percorrere alla luce rossa dei lampioni e non tra i labirinti di una mente deviata. Un thriller d'altri tempi, in cui agiscono indisturbati assassini d'altri tempi, legati tra loro dalla passione per il cinema e la morte e da un Cineforum dimenticato. Assassini ormai vecchi, ma lucidissimi. Con una ferocia inumana che non va mai in pensione, o a dormire. Mai. I numerosi personaggi sono descritti con la giusta dovizia di particolari, umani, sì, ma, in parte, volutamente abbozzati come avveniva nei sanguinosi gialli del passato. Il ritmo è frenetico, il sangue è copioso, il finale ammicca verso il lettore con un sorriso malato, sghembo. Distribuito da Edizioni Anordest – una piccola casa editrice da tenere d'occhio – e firmato da Danilo Arona – uno scrittore di cui ho ancora tanto da scoprire -, Io sono le voci è un chicca sublime per gli amanti di letteratura e cinema. Prendete i pop corn e sedetevi in poltrona, da soli. Al buio. Sullo schermo è proiettato un tremolante conto alla rovescia, prima dell'inizio dell'incubo. Se conoscete L'esorcista, Seven, Candyman, Red Dragon, Il villaggio dei dannati, Il gatto a nove code e Ti piace Hitchcock?, il libro che leggerete – e il film che vedrete – è quello che fa al caso vostro. Buona visione. And good evening.
Il mio voto: ★★★ +
Il mio consiglio musicale: Goblin - Suspiria