
È
la storia che mi ha insegnato ad amare le storie. Per fortuna, Nolan non è Petersen; Odissea non è Troy.
Più fedele del previsto all'originale, si avvale di diversi
narratori e accenna perfino a Clitemnestra, passando per il
sacrificio di Ifigenia. Inevitabilmente, però, fa sua anche la
struttura episodica del poema. Nonostante il montaggio, le
tappe del viaggio appaiono schematiche e ripetitive. Qualcuna
sorprende (Circe: un'immensa Morton), qualcuna manca (Nausicaa,
sostituta da una Calipso da spot), qualcuna delude (Polifemo, Scilla e
Cariddi sono spogli di qualsiasi componente horror – e perché il ciclope muto?). L'Ulisse di Damon non è più “nessuno”.
Sprovvisto dell'atteggiamento sornione dell'eroe, è un reduce
segnato dal conflitto: perfino gli dei, nell'intuizione più
interessante, appaiono proiezioni del PTSD. Provatissimo, si
muove in un adattamento che avrebbe funzionato meglio a puntate. Ma
l'obiettivo, raggiungere una Hathaway da Oscar, viene centrato nella parte migliore: quel ritorno a
casa che soltanto lo scorso anno, però, aveva già raccontato Uberto
Pasolini (e con più sangue). Ciò che resta di tanto hype e di
altrettante polemiche è un evento di cui godere sullo schermo
migliore che c'è. Un film grande che,
pur senza deludere, non diventa un grande film. Odisseo,
tracotante quanto il suo regista, avrebbe comunque benedetto tanta ambizione.
(7)

Essere
una pecora. Espressione idiomatica di cui i sinonimi più diffusi sono: essere pavido, sciocco, smemorato. A sorpresa,
il film per famiglie di Kyle Balda – il primo live action in una carriera altrimenti votata
all'animazione: qui sceneggia il premiato Craig Mazin – rovescia il cliché. E
fa di un gregge il protagonista di un giallo all'inglese dove il
candore della favola Babe - Maialino coraggioso incontra i sospettati sopra le righe
di Cena con delitto. Chi ha ucciso il pastore interpretato dal solito Hugh Jackman? Indagano le sue amatissime pecore, cresciute nel più
verde dei pascoli e con le storie della buonanotte di Agatha
Christie. Tenero e colorato, ma anche solidissimo nell'intreccio,
Pecore sotto copertura è arrivato infine su Amazon Prime
Video per parlare del rapporto tra uomo e natura, dei pregi e dei
difetti della vita comunitaria (a tratti, dolorosamente esclusiva),
dell'immortalità conferita dal ricordo (anche se, a volte, sarebbe
ben più semplice dimenticare). Ci si può commuovere fino alla
lacrime per un film su un gregge in CGI? Sì. E lo si può anche
scoprire tra i più inattesi – e belli – dell'anno corrente. (8)

La
sorpresa è che, in un mondo di sequel senza trama e schiavi della nostalgia, Il
diavolo veste Prada ha
ancora qualcosa da dire. Il giornalismo è in crisi, il formato
cartaceo in via d'estinzione, l'abuso dell'intelligenza artificiale è ormai dietro l'angolo. La leggendaria rivista Runway
è in pericolo. E Anne Hathaway e Emily Blunt, qui complici a
dispetto dei passati dissapori, fanno squadra per salvarlo. A
mancare del tutto, perciò, non è la storia: è l'iconicità. In questo secondo
capitolo non c'è ritmo, non c'è cattiveria, non ci sono colori:
perfino la fotografia è spenta. Meryl Streep torna a vestire
Prada, ma ripone gli artigli. Miranda ha una nuova assistente ferrata sulla body positivity, vola in Economy e avanza in una
sceneggiatura macchinosa, che la trascina di città in città come in
un film di James Bond. I fidanzati sono meno tossici (ma più
inutili, così come i nuovi comprimari) e l'aura da fiaba cede il
passo a un film sì più adulto, ma meno sognante. Lontani i tempi in
cui un milione di ragazze avrebbero ucciso per quel lavoro.
L'editoria è morente, e sul mobbing non si scherza più. Ma questo
bagno di realtà – e nel politically correct? – crea una patina
opaca su una commedia che ci piaceva tanto proprio perché
brillantissima. (5)

È
possibile annegare nelle profondità di sé stessi? A domandarselo
è stata Lidia Yuknavitch – scrittrice ed ex nuotatrice – in
un'autobiografia a cuore aperto in cui la rinascita passava attraverso gli abusi familiari, gli eccessi di stupefacenti, il sesso
promiscuo. Troviamo tutti gli ingredienti del suo memoir – sudore,
sangue, cloro – in un esordio alla regia che, proprio come il testo
alla base, non è per tutti i palati. Soltanto qualcuno come Kristen Stewart
avrebbe potuto dirigere questo adattamento: un'anti-diva spregiudicata e
senza paura, alle prese con lo scavo psicologico di una nuova outsider. La
cronologia dell'acqua
è un film in frantumi su una giovane donna a pezzi. Arduo,
sensoriale e rarefatto al contempo, affascina e respinge: troppo sperimentale, troppo carico di amanti e dolori, e con troppo
corpo messo in scena. Eppure, non c'era davvero altra maniera per
raccontare una storia simile. La sempre sottovalutata Imogen
Poots impersona la protagonista dall'adolescenza all'età adulta, e
regala una delle performance più potenti dell'anno accanto ai
comprimari Thora Birch (la sorella maggiore) e Jim Belushi (il
pigmalione). Loro sono teneri, tenerissimi, in un dramma umano che colpisce dove la carne è più debole.
E dove l'acqua è più alta. (7+)