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venerdì 24 novembre 2017

I ♥ Telefilm: AHS: Cult | Red Oaks - Stagione 3

L'avvento di Donald Trump alla presidenza generava proteste in piazza e piogge di meme su Facebook. Il logo di American Horror Story per dire che per una fetta di America l'orrore era appena cominciato. Ryan Murphy ha battuto il ferro finché era caldo. Ha preso alla lettera gli SOS sui social. E per il settimo appuntamento con una serie antologica tra alti e bassi ha scelto gli Stati Uniti di oggi, sì. Una stagione attuale, satirica, politicamente schierata, che per il raccapriccio lo prende dall'intolleranza, dall'estremismo, dalla regressione allo status quo ante. A onor del vero, da chi Trump lo sostiene a spada tratta ma anche da chi, agli antipodi, lo ostaggia. Tutto ha inizio dalla sconfitta a sorpresa della Clinton. Qualcuno si strugge: una coppia omosessuale con un bambino da crescere. Qualcuno esulta: un sadico mosso da un folle delirio di onnipotenza che del nuovo presidente vorrebbe emulare i gesti e l'ascesa, per poi un domani rimpiazzarlo. Per molti è un altro 11 settembre: il dissenso, l'insicurezza, alimentano infatti nuove e vecchie fobie. Per altri invece è l'ora di dar vita a una setta di assassini a sangue freddo, con gli inquietanti abiti dei clown, i mezzi delle camicie nere e le promesse melliflue di Manson. Puntare al disordine, al potere: mettere in pericolo le vite degli elettori, così da assicurargli certezze e riparo al momento debito. Qualche donna, silenziosamente, si distacca dal gruppo; si ribella al culto di un leader misogino, ingrato, filo-fascista in nome del famoso orgoglio femminile. Cult, tra politica e femminismo, ha temi caldissimi ma omaggia il gore degli horror meno sofisticati – Saw, The Purge. Ha guizzi interessanti, nella scrittura, ma esagera al solito – troppa violenza, troppi toni inconciliabili fra loro, ma finalmente pochi attori sui quali concentrarsi. Se dei pessimi Alison Pill, Colton Haynes e Billie Lourd (gli ultimi due, in una certa sequenza, in procinto di darsi a un ridicolo ménage a trois) nessuno sentiva la mancanza, per il carismatico Evan Peters è tempo di mostrarsi perfettamente all'altezza della situazione in un camaleontico one man show. Lo affianca e lo combatte una Paulson un po' in sordina, vero, con un ruolo pronto a sorprendere con moderazione dopo un inizio all'insegno delle urla e dell'antipatia più profonda. Cult non fa paura come gli home invasion a cui si ispira e non va tanto per il sottile per essere vera e propria satira. A lungo, non sa dove andare a parare. Fino all'ultimo, pur irritando meno dello scorso anno, pur pasticciando nei limiti consentiti, non si lascia mettere bene a fuoco. Ingrana a metà, tardi ma non troppo, quando si rivela una stagione cattiva, e dalla parte dei cattivi. In cui il più buono ha la rogna. In cui il potere, il sangue, ti logora e ti infetta. L'America, e American Horror Story, strombazzano di voler essere grandi di nuovo. Così basta? (6,5)

Chi si aspettava di ritornare per il terzo anno su quei campi da tennis? Non io, probabilmente, quando Red Oaks era una comedy carina e poco più, semisconosciuta e dal destino incerto. Qualcosa però è cambiato lo scorso inverno. Quando, di nuovo tra gli oziosi villeggianti del country club di provincia, avevo trovato a sorpresa protagonisti più cresciuti, giardini e idee più verdi. Il coming of age prodotto da Steven Soderbergh, al solito inatteso per via di quell'Amazon poco a sua agio con il martellante battage pubblicitario di casa Netflix, è giunto all'ultima pagina. Alla sua ultima stagione. Sei episodi per la fine di un decennio fortunato, di un'epoca, di un'estate sospesa. Di una comedy piccolissima, ma per me tutt'altro che trascurabile – alla regia, per dire, si alternano ora David Gordon Green, ora Gregory Jacobs. Capitanata dall'immancabile Craig Roberts, che porta in campo la sua adorabile aria da attore indie, personalità e buon umore, Red Oaks si conferma brillante e scorrevole, nostalgica forse più che in passato. Ti dici che è un addio, infatti. David, single per scelta altrui, si muove tra incontri poco imbarazzati con le storiche ex, i sorrisi ricambiati di un'aspirante stilista e un lavoro poco soddisfacente presso uno studio cinematografico. Vuole ancora fare il regista, essere un altro Godard, ma intanto si accontenta di portare i caffè. A New York: lontano dal cloro negli occhi, lontano dalle racchette, e non senza un certo dispiacere. Il padre è alle prese con l'apertura di una nuova paninoteca, mamma Jennifer Grey con la liberazione del coming out, l'amico Wheeler con la gelosia per uno schianto di bagnina al di fuori dalla sua portata eppure misteriosamente innamorata di lui. In crisi esistenziale, pensano chi più e chi meno al cambiamento; al reinventarsi in fretta. Perché tutto ha un prezzo. Anche questi anni Ottanta troppo omaggiati, troppo stilizzati, troppo svenduti su altri canali. Anche il country club, soprattuto, puntato da una squadra di spietati acquirenti giapponesi. Può chiudere i battenti? Può licenziare i suoi dipendenti e congedare così la sua affezionata clientela? La terza stagione della serie di Jacobs è equilibrata ma forse frettolosa a tratti. Segna la fine dei match, delle sdraio al sole, dei sogni di gioventù – perché infranti o perché realizzati. Lasciamo David e gli altri cresciuti, ancora. All'ennesimo bivio, che stavolta somiglia alla costruzione di un lieto fine. Con un po' di amarezza, eretto proprio sulle macerie di quel Red Oaks da molti amato, da molti odiato. (7)

martedì 20 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: The Exorcist, Mozart in the Jungle III, Red Oaks II

Nella famiglia Rance c'è qualcosa che non va. La figlia minore è protagonista di preoccupanti episodi di violenza. Reagisce alle preghiere e all'acqua santa con rabbia inaudita. Posseduta: i segni parlan chiaro. Come liberarla senza farle del male? Nella sua camera, le pareti imbottite; il viso si sporca di muco, tagli, vomito; la testa minaccia di girare, spezzandole il collo. Due preti con troppo da perdere sfidano il male che la ragazza si porta dentro. Tomas, giovane messicano, ha ceduto alla bellezza di una parrocchiana in crisi matrimoniale; l'esperto Marcus, invece, è stato bandito per i suoi metodi poco ortodossi. Siamo a Chicago, tentacolare e freddissima: a ogni angolo di stada, ci sono manifesti che annunciano la visita del papa, come in Rosemary's Baby. La possessione dell'adolescente è solo la punta dell'iceberg. Sotto la superficie, una setta che ha agganci ovunque; violenti omicidi rituali. A tratti risuona lo storico motivetto: subito è The Exorcist. La serie Fox, però, ha poco in comune con il capolavoro dell'horror. Nulla, dicevo, a proposito del pilot. E già quello, nonostante paragoni inevitabili e all'apparenza poco lusinghieri, sapeva sorprendere per l'ottima fattura: poche idee, tanta eleganza. Regia cinematografica, fotografia senza sbavature... e dopo? Collegamenti ad effetto, dal quinto episodio in poi, che non sto qui a svelarvi. E così, discreto ma rigoroso, The Exorcist si rivela più sequel che indesiderato reboot; più rispettoso successore che avventata riscrittura. Alfonso Herrera e Ben Daniels, con accenti che tutto possono e tanta intensità, vanno a costituire la coppia bene assortita di una specie di buddy movie che oscilla tra l'horror e il thriller piscologico; Geena Davis, ritoccata ma discreta, è la madre devota delle bellissime Hannah Kasulka e Brianne Howey, carne fresca per l'oscurità. Citazioni grandi e piccole, presenze maligne che ritornano e, quarantadue anni dopo, la pace per qualcuno e la chiamata alle armi per altri. Pur se all'ombra di William Friedkin, le dieci puntate pensate da Jeremy Slater – autore degli esecrabili Fantastic 4 e The Lazarus Effect – non fanno sparlare gli scettici; mantengono la tensione e le promesse e, con il twist ad impatto a metà dell'opera, colgono in contropiede. Fino al nono episodio, infatti, The Exorcist regge alla perfezione. Classico ma inquietante. Ha fatto propria la lezione di James Wan. Poi sbaglia perché ha fretta di chiuderla lì: la paura di un rinnovo incerto, infatti, ci regala un season finale non abbastanza potente. Di quelli che, né aperti né chiusi, mi lasciano un po' insoddisfatto. C'è qualcosa di marcio in Danimarca, scriveva Shakespeare. E c'è qualcosa di marcio in Vaticano, quest'anno come non mai, tra gli adepti in tonaca di Slater e gli intrighi di Sorrentino. Se non basta il segno della croce, darsi a una maratona. (7+)

Rodrigo è in crisi artistica. Giovane e scapestrato direttore d'orchestra, ha voltato le spalle alla Filarmonica nel momento del bisogno. Mentre i musicisti scioperano, l'inarrestabile Gael Garcìa Bernal fa vita da nababbo fra i canali di Venezia. Incantato dal sua bellezza, si è messo in testa di riportare la Fiamma – cantante sul viale del tramonto impersonata da una convincente Monica Bellucci, più a suo agio con l'inglese che con l'italiano – sul palcoscenico. I due si corteggiano, provano, mentre l'oboista Hailey – guarda caso, sempre in Italia – resta disoccupata dopo una figura barbina e un pranzo a base di vongole avariate. Tra la musicista e il direttore, si sa, c'è sempre stato del tenero. Galeotta sarà proprio Venezia? E il capriccioso, melodrammatico personaggio della Bellucci, come reagirà all'idea di un triangolo? Mozart in the jungle, dopo la non troppo sorprendente vittoria agli scorsi Golden Globes, ritorna. Nella prima metà, tanta leggerezza all'ombra delle calli; l'opera lirica e nuovi, illustri amici immaginari a consigliare il protagonista; qualche innocuo cliché, compreso un esagerato Christian De Sica, e molte risate. L'ambientazione nostrana, la tintarella, fa bene ai sentimenti e all'ispirazione, allieta i cultori; Mozart in the jungle, spostatosi nella laguna, ne guadagna in freschezza. La seconda parte, invece, riporta i personaggi al punto di partenza. E già in precedenza – più interessati alle scaramucce fra Bernal e Lola Kirke – seguivo gli orchestranti in marcia, tutto quel parlare di investitori e proventi, con un orecchio sì e l'altro no. Qualche episodio al centro gira a vuoto; come nelle commedie hipster di Stillman e Baumbach capita tutto e non capita granché. Dieci puntate volavano via che è un piacere, al solito, fra spartiti intrighi e concerti; regia e colonna sonora, con Amazon a produrre, sono senza pari per qualità. Ma, cosa detta anche per la comedy You're the worst, l'impressione che Mozart in the jungle non vada né avanti né indietro – sempre lì, sempre uguale – spegne gli entusiasmi. Per fortuna c'è l'irrequieto Gael Garcìa Bernal, ed è impossibile non adorarlo. Per fortuna il finale di stagione riserva qualche soddisfazione a chi lo segue più per il gossip che per la musica strumentale e, tra orgoglio sentimento e colti fantasmi, più di qualche buona ragione per tornare in questa giungla calorosa, ma svogliata. (6,5)

Lo scorso anno, di questi tempi, finivo di vedere la prima stagione di Red Oaks. Commedia agrodolce dalle ambientazioni vintage, ci raccontava l'estate di un giovane a un bivio. Quale strada scegliere, alla fine delle superiori? Seguire i desideri di un padre che lo voleva contabile, o ambire al cinema? I grattacapi e le speranze di un ventenne medio, però, non esaltavano. Il romanzo di formazione di David Gordon Green piaceva, ma con riserva. Come il suo eroe spiantato, era indeciso fra serietà e divertimento, cameratismo e nostalgia. Me lo aspettavo più spiritoso, più leggero. E una seconda stagione, invece, non l'aspettavo. Gli ho concesso inizialmente un'occhiata distratta, a tempo perso, e ho scoperto con entusiasmo un Red Oaks cambiato, adulto. Nel primo episodio, addirittura, ambientato in un appartamentino bohémien di una Parigi bertolucciana. Nei successivi nove, però, ecco che si ritorna fedelmente ai pantaloncini bianchi, ai campi di tennis, all'odore di cloro dello sfarzoso country club in cui i protagonisti s'incontrano di nuovo. E, in queste dieci puntate che volano con malinconia, si contendono a turno la simpatia dello spettatore. I genitori divorziano: la mamma sperimenta, il padre si scopre inguaribile gattaro. Un amico si dichiara alla ragazza perfetta, e questa le dice sì; un altro fa i conti con l'arrivo dei quarant'anni. La ex storica si sposa con il fotografo per cui ci ha mollato, ma nel giorno delle nozze ha bisogno di supporto morale. La fiamma attuale – ambiziosa, sofisticata, ricca – inizia a vergognarsi di uno che non ha apparenti obiettivi futuri, se non filmare battesimi e matrimoni fino al prossimo autunno. Ho voluto molto bene - più del solito - a questo David che fa da spettatore alla sua stessa vita e ha i tratti dell'adorabile Craig Roberts, quest'anno visto anche in Altruisti si diventa: bruttino che conquista, ha le mie stesse incertezze e, a occhio, la mia statura. Red Oaks si va facendo grande. Prende e va. Cortese, intelligente, pronto. Questa volta - quest'altra estate - scioglie i dubbi. Ha una scrittura delicata; una trascinante colonna sonora a tema, come nell'ultimo Linklater; la regia, per una manciata di puntate, di Gregg Araki. Quel che è rimasto, con buona pace di Raf, di quegli anni '80. (7)