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lunedì 3 luglio 2017

Premio Bancarella 2017: La parola ai librai

Ciao, amici! Manca pochissimo, ormai, alla proclamazione del vincitore del premio Bancarella. Il viaggio a Pontremoli, però, nonostante la gentilezza degli organizzatori, è un sogno irrealizzabile nel clou di questa famigerata sessione estiva. Ci si accontenta di seguirne gli sviluppi a distanza, perciò, dopo aver recensito alcuni dei titoli in lizza, parlato delle origini dell'iniziativa, condiviso chiacchierate e ipotesi. Oggi, dopo La Libridinosa e Due lettrici quasi perfette, ho il piacere di ospitare anch'io una delle libraie coinvolte. Avevo un'ampia lista di nomi tra cui scegliere, ma poca mobilità. L'occhio mi è caduto allora sulla cartolibreria gestita da Ilaria Barbati, inaugurata dal nonno ottant'anni fa al centro di Lanciano, una cittadina in provincia di Chieti – qualcuno saprà che studio lì, quindi il campanilismo pure ha fatto la sua. Si parla del destino delle librerie indipendenti, delle abitudini dei clienti e di piccole strategie di vendita, ci si sbilancia sul papabile vincitore. E si ringrazia – non so se ci saranno altri post a tema – Ilaria, la pazienza di Amanda Colombo e le colleghe di Bancarellablogger, gruppo Facebook super segreto.

1. Benvenuta, Ilaria. Cominciamo. I lettori che frequentano la sua libreria arrivano con delle idee ben precise su cosa acquistare o tendono a farsi consigliare?
La maggior parte dei clienti, "facilitati" da previe ricerche su internet, spesso si reca in libreria con idee ben chiare e precise! Il consiglio, quando sono predisposti ad accettarlo e sono aperti a eventuali opzioni alternative o integrative alla loro scelta, lo accettano e lo seguono con risultati positivi.
2. Con quale criterio scegliete i libri da esporre in vetrina?
Il criterio utilizzato nella scelta dei libri da esporre spesso si basa sul voler mettere in evidenza le novità, i premi letterari e i libri che riteniamo siano di maggior interesse per un pubblico interessato a letture serie; poi curiamo anche la parte dedicata ai bambini, mettendo in risalto libri e giochi attinenti sia alla stagione, sia alla rilevanza didattico-educativa.
3. Come combattete la crisi delle vendite, la concorrenza delle grandi catene e dei siti di vendita on-line?
La crisi delle vendite, finché come maggior concorrente esisterà internet, non potrà essere debellata! Nel nostro piccolo, oltre alle promo legate alla stagione e suggerite dalle varie case editrici, cerchiamo di coinvolgere la clientela nella frequentazione della libreria con buoni sconto e presentazioni di libri sottoforma di reading e/o spettacoli.
4. Cosa spinge un lettore a scegliere, oggi, una libreria indipendente?
Il motivo che porta un lettore a scegliere una libreria indipendente (purtroppo sempre meno rispetto agli acquirenti dei centri commerciali e di internet) è dato innanzitutto dalla possibilità di avere un contatto diretto con l'esercente, il che gratifica non solo da un punto di vista relazionale ma anche di consulenza e di guida, poi importante anche l'accoglienza, con la predisposizione di sale lettura, che possano mettere a proprio agio il lettore e effettuare i propri acquisti in relax.
5. Cosa pensa dei blog letterari?
I blog letterari li seguo poco, in quanto preferisco lo scambio di opinioni vis-à-vis, però non nego che siano uno spunto importante per analizzare le diverse tendenze e le diverse opinioni.
6. Ci consigli un libro.
Il mio genere è il poliziesco (Manzini, Carofiglio, ma anche Malvaldi; un "sui generis", quindi un titolo qualsiasi di uno tra questi autori è sempre ben consigliato!), ma ultimamente ho molto apprezzato Grossman, Che tu sia per me il coltello.
7. A proposito del Bancarella: su quale dei romanzi della sestina punterebbe?
Tra i titoli proposti, preferisco il libro di Alessandro Barbaglia, La locanda dell'ultima solitudine, dove le attese di Viola e Libero si riflettono su quelle che ognuno di noi coltiva.Un gioco di metafore che accompagna il lettore verso un'analisi del vissuto quotidiano.

lunedì 10 aprile 2017

Il Premio Bancarella | I librai

Buongiorno, amici. Come state? Io, a quest'ora in pullman, mi affido alla magia dei post programmati per parlarvi assieme a Deborah del Bancarella e di un aspetto che forse non conoscevate. Possiamo dare spazio in un post, infatti, a chi ha permesso che tutto ciò fosse possibile: oggi come allora. I preziosi librai pontremolesi. Per saperne di più, date un'occhiata al sito internet e seguite, passo dopo passo, gli approfondimenti della nostra squadra. Un abbraccio e buone letture. M. 
I romanzi sono di chi li legge. Soprattutto, di chi li ama a tal punto da investirci tempo e denaro. Gesto coraggioso, con questa crisi senza fondo che ci alita sul collo. Il contante scarseggia. La gente non legge. Nelle passeggiate in libreria – perchè non sono semplici visite, io tra gli scaffali cammino come se avessi a disposizione tutto il tempo del mondo – mi fido di un solo tipo di fascette. Quelle scritte a mano, che riportano il parere dei librai di turno. Sognatori che la lettura devono amarla più di me. In maniera purissima e disinteressata. Gli autori italiani, tra loro, o si spalleggiano o si ostacolano. La critica ufficiale, invece, è spesso troppo attenta ai best-seller, ai casi editoriali, per giudicare senza pregiudizi. Insomma: preferisco fidarmi di chi alla lettura consacra le giornate. Meglio affidarsi ai librai, sì. E' questo a rendere il Premio Bancarella diverso dagli altri. Meno asettico, ci ricorda sin dal nome il gusto di spulciare pile di tomi in cerca di libri che non ti aspettavi. Lo ha scritto Vittorio Sgarbi, lo ha ribadito anni dopo Andrea Camilleri: il Bancarella si vince con orgoglio. Filo rosso tra chi i romanzi li scrive e chi i romanzi li vende, senza scordarsi mai del pubblico. Quando ha avuto inizio questo lungo e fortunato dialogo?
Quali erano gli antenati dei librai che anche quest'anno, in quel di Pontremoli, esprimeranno la loro preferenza? La rete è piena di informazioni. La sitografia indugia nei dettagli, indica date e sfilze di nomi che potrebbero suonare sconosciuti. Chiamato a parlarvi dei reali protagonisti dell'iniziativa, ve li racconto come sono venuti in mente a me. Gli antichi librai pontremolesi, coloro da cui tutto ha avuto inizio, sembrano proprio usciti da una favola. Incolti, spesso, ma con un grande senso degli affari e un intuito infallibile. Partivano in primavera dall'alta Lunigiana. Generazioni e generazioni di venditori ambulanti, imparentati fra loro, che si davano appuntamento sul vecchio itinerario della via Francigena. Non si pestavano i piedi a vicenda, come in missione segreta. Non si facevano concorrenza. Si scambiavano volentieri informazioni sui grossisti, si dividevano equamente le zone in cui mettere le tende. Banchi stabili, più precisamente, montati nei punti strategici delle città. Alcuni non sono andati più via da lì. Molte librerie italiane delle città centro-settentrionali sono gestite, infatti, da emigrati pontremolesi. Quanto cammino a piedi. Quanti sacrifici. Dalle loro mani passavano Tasso e l'Ariosto, Manzoni e Boccaccio, i capolavori di Dumas. E sarebbero passati, poi, Hemingway, Pasternak, Singer. Vendevano all'aperto, a prezzi stracciati: spesso a contadini mossi da un'illuminante curiosità intellettuale, abituati quanto loro alle bizze delle quattro stagioni. Il primo raduno dei librai di Pontremoli risale al 1952. Così nasce il Premio Bancarella – l'unico, ribadiamolo, gestito interamente dai librai -, e a ricordarlo è Oriana Fallaci.

«Giunsero da tutte le parti d’Italia. Qualcuno arrivava in automobile, ma la maggior parte scendeva dal treno [...] Erano i librai più vecchi del mondo».

Da allora poco è cambiato. Quello è il bello delle tradizioni, in fondo. Ci si dà appuntamento in piazza, ai piedi della torre di Cacciaguerra. Sempre nella solita Pontremoli. Si assiste allo spoglio dei voti alla presenza del notaio, ma non c'è tensione. Leggere è una festa. I librai sono i padroni di casa, i libri gli ospiti d'onore. Venite eleganti e preparati. Divertiti. 
Con l'inchiostro sui polpastrelli, possibilmente, per via del tanto sfogliare.


giovedì 6 aprile 2017

Recensione [Bancarella 2017]: Magari domani resto, di Lorenzo Marone

La felicità è silenziosa, Luce, ricordalo. Se fai troppo casino, lei ti passa sulla testa e nemmeno la senti.

Titolo: Magari domani resto
Autore: Lorenzo Marone
Editore: Feltrinelli
Numero di pagine: 320
Prezzo: € 16,50
Sinossi: Luce, una trentenne napoletana, vive nei Quartieri Spagnoli ed è una giovane onesta, combattiva, abituata a prendere a schiaffi la vita. Fa l'avvocato, sempre in jeans, anfibi e capelli corti alla maschiaccio. Il padre ha abbandonato lei, la madre e un fratello, che poi ha deciso a sua volta di andarsene di casa e vivere al Nord. Così Luce è rimasta bloccata nella sua realtà abitata da una madre bigotta e infelice, da un amore per un bastardo Peter Pan e da un capo viscido e ambiguo, un avvocato cascamorto con il pelo sullo stomaco. Come conforto, le passeggiate sul lungomare con Alleria, il suo cane superiore, unico vero confidente, e le chiacchiere con il suo anziano vicino don Vittorio, un musicista filosofo in sedia a rotelle. Un giorno a Luce viene assegnata una causa per l'affidamento di un minore, e qualcosa inizia a cambiare. All'improvviso, nella sua vita entrano un bambino saggio e molto speciale, un artista di strada giramondo e una rondine che non ha nessuna intenzione di migrare. La causa di affidamento nasconde molte ombre, ma forse è l'occasione per sciogliere nodi del passato e mettere un po' d'ordine nella capatosta di Luce. Risolvendo un dubbio: andarsene, come hanno fatto il padre, il fratello e chiunque abbia seguito il vento che gli diceva di fuggire, o magari restare?

                                                 La recensione
Quartieri spagnoli, oggi. La primavera è vicina, ma arrivano prima i motorini. Sorpassano, sgommano, strombazzano. Riempiono i vicoli ammuffiti di smog e risate imprudenti. Dagli appartamenti dei femminielli malinconici, ad alto volume, passano brutte canzoni neomelodiche. Nell'aria, arricciando il naso, odore di tufo, babà e salsedine. Per vedere il mare devi salire in alto in alto. Arrampicarti all'ultimo piano di un palazzo, scorticato quanto il resto, e posare gli occhi dove l'istinto ti dice di posarli. Ci devi fare caso, per vederlo dipanarsi all'estremo del labirinto. Ma lo senti. Il mare trova la strada. E si mette, forse, sulla stessa che sta percorrendo Luce Di Notte. Una che ha sempre fretta di arrivare, ma dove? Una che è abituata a dare del tu alla vita. Scappa a destra e a sinistra, indaffaratissima. Come tutte le donne del mondo, nasconde il fiatone e la fatica, ma ti sbatte in faccia il suo malumore. Che sia un giorno buono o cattivo, infatti, Luce è sempre e comunque incazzata con qualcuno per qualcosa, e lo palesa in smorfie colleriche, grugniti, rispostacce che in dialetto stretto fanno tutto un altro suono. Tremola, ma non si fulmina. Insomma: si piega, ma non si spezza. Ha trentacinque anni, scarse speranze, una laurea in Giurisprudenza e un attestato nell'arte di arrangiarsi. Vive in affitto un'esistenza provvisoria, come se da un momento all'altro potesse o finire, o aggiustarsi da sé. Si fa secca, come dice un detto delle nostre parti, ma non muore di fame. Lei, i capelli rasati e il ringhio imperituro, è la protagonista dell'ultimo romanzo del sempre benvenuto Lorenzo Marone: quest'anno in lizza al Bancarella e atteso al cinema, a fine aprile, con il libero adattamento della Tentazione di essere felici. Cambia editore. Cambia sesso. Come parla una piccola femmena del sud? Come non far sentire forzature nella metamorfosi, rimanendo al contempo fedele a se stesso? 
Segreti del mestiere di uno scrittore che ti capisce e ti dà ascolto. Spesso, infatti, ho l'impressione che Lorenzo Marone faccia ordine fra i pensieri. Quelli di una donna saranno una confusione di percezioni e desideri, o piuttosto un guardaroba bene ordinato in cui ogni cosa è al posto suo? Le cose che hai pensato qualche volta e che qualche volta avrai detto anche a voce alta tornano a riempire gli spazi bianchi, gli anfratti, di una deliziosa commedia all'italiana. Magari domani resto è l'apoteosi delle storie medie, il canto del cigno delle donne qualunque. Marone – come i napoletani tutti: sorridenti, ospitali e naturalmente affabulatori – ha un grande senso della narrazione. Non descrive. Lui si siede, ti mette a tuo agio e ti racconta scampoli di sé e degli altri. A guidare la storia, non i fatti ma i personaggi. Sullo sfondo: una Napoli che non dimentica i fasti dell'antico scudetto e, probabilmente, non perdonerà mai lo sgarro di Higuaìn. Capo-coro: un'avvocatessa rampante con le tette piccole e il culo grosso, stando a lei, che lavora per un mariuolo in toga (tra me e me l'ho immaginato tale e quale a Buccirosso) e, un giorno, si prende a cuore un cane abbandonato, una rondine ferita, un adorabile scugnizzo nato da una mamma vaiassa e da un padre camorrista. Per essere un lupo solitario Luce ispira una strana fiducia nel prossimo. 
La vedì, arrabbiatissima, e anziché starle alla larga la importuni. Le vomiti addosso tutti i tuoi guai, sperando che ti trasmetta parte della sua cazzimma o si accolli qualcuno dei tuoi dolori. Come me a volte, lei pensa che il dialetto – ho nonni napoletani, infatti, e non conosco lingua più perfetta per far volare chitemmuort – spieghi meglio il concetto e pianifica nel dettaglio una fuga impossibile, combattuta tra ali e radici. La trattengono il delicato caso del piccolo Kevin. L'amicizia di Don Vittorio, un trombettista in carrozzela dalla lingua scioltissima, essenziale per filosofeggiare. La chiamata di Antonio, il fratello minore, che le comunica che la famiglia di Notte si sta per espandere con l'arrivo di un frugoletto: chi lo dice a mamma, una sarta piantata in asso da un padre girovago, senza provocarle un coccolone? Infine c'è Thomàs, un mimo di strada che ha una “r” moscia incomprensibile, ma che quando la guarda con certi occhi la fa sentire in pace col mondo. I telefoni squillano. L'orologio biologico ticchetta, e il desiderio di maternità sboccia assieme ai fiori di pesco in piazza. Il tempo scorre, e le stagioni si susseguono, ed è arrivato il tempo di volare nonostante l'ala guasta, e niente è davvero perso. Non contano i legami di sangue, bensì chi resta quando la clessidra è vuota e il pranzo è finito. Chi sparecchia. Chi punta i piedi e s'impunta. Magari domani resto fa parte di quei romanzi che non leggi per il bisogno di sapere come andrà a finire. Non è importante, in realtà. Ti assicura risate che hanno un peso specifico e qualche pagina con l'orecchietta a lato. Ti fa una bellissima compagnia. Dice le parole giuste nel momento sbagliato. Riparo di fortuna in un lunedì mattina in cui la pioggia ti sorprende a metà strada e il nido sta stretto. 
Il mio voto: ★★★★ 
Il mio consiglio musicale: Mumford & Sons – Hopeless Wanderer

lunedì 20 marzo 2017

Recensione [Bancarella 2017]: La locanda dell'Ultima Solitudine, di Alessandro Barbaglia

Ci sono tre motivi per cui vale la pena andare. Il primo è perché si mangia bene. Il secondo è perché ci si può andare solo in due. Il terzo è perché laggiù ci impari a vivere. E quindi, anche, a morire. 

Titolo: La locanda dell'Ultima Solitudine
Autore: Alessandro Barbaglia
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 163
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Libero e Viola si stanno cercando. Ancora non si conoscono, ma questo è solo un dettaglio. Nel 2007 Libero ha prenotato un tavolo alla Locanda dell'Ultima Solitudine, per dieci anni dopo. Ed è certo che lì e solo lì, in quella locanda arroccata sul mare costruita col legno di una nave mancata, la sua vita cambierà. L'importante è saper aspettare, ed essere certi che "se qualcosa nella vita non arriva è perché non l'hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo". Anche Viola aspetta: la forza di andarsene. Da anni scrive lettere al padre, che lui non legge perché tempo prima, senza che nessuno ne conosca la ragione, è scomparso, lasciandola sola con la madre a Bisogno, il loro paese. Ed è a Bisogno, dove i fiori si scordano e da generazioni le donne della famiglia di Viola, che portano tutte un nome floreale, si tramandano il compito di accordarli, che lei comincia a sentire il peso di quell'assenza e la voglia di un nuovo orizzonte. Con ironia leggera, tra giochi linguistici, pennellate surreali e grande tenerezza, Alessandro Barbaglia ci racconta una splendida storia d'amore.
                                            La recensione
In equilibrio su uno scoglio sperduto tra cielo e mare sorge una locanda che più esclusiva non si può: il posto più bello del mondo. Da quel legname un manipolo di soldati avrebbe dovuto intagliare una nave per scappare in America. Un bambino assennato, però, aveva preferito la terra ferma al rischio dell'alta marea. Adesso ci lavorano il fondatore, Enrico, e un ometto baffuto. Ci si può soggiornare in pochissimi per una cena romantica. Il locale non ha che un tavolino con due sedie. Possono prenotare solo due persone. O due persone sole. Il telefono squilla e sì, si accettano prenotazioni. Ma la voce dall'altro capo del filo è di un giovane uomo, Libero, che riserva un posto con dieci anni d'anticipo. E' il 2007 e lui, inghiottito da un'anonima e tentacolare metropoli, non ha ancora nessuno con cui andare. Confida nel tempo e nella venuta dell'anima gemella. Libero di nome ma, nei fatti, prigioniero del suo stesso senso di attesa. Nel mentre divide un appartamento vuoto e dipinto di blu con un cane, Vieniquì, e un baule con un singolo biglietto sul fondo. 
Al di là delle colline, in un posto incantato che si chiama Bisogno, c'è l'irrequieta Viola. Vive in una casa preclusa al sesso maschile ed è l'ultima di un albero genealogico in cui, oltre ai nomi floreali, ci si tramanda l'arte di accordare i fiori scordati. Nel caminetto imbuca lettere a un padre che si è allontanato per non mostrarsi sofferente e l'arrivo del nuovo parroco, Piter, accresce in lei il connaturato desiderio di altrove. Libero e Viola sono i protagonisti principali di un esordio italiano subito candidato al Premio Bancarella. Sappiamo che la storia parla di loro, ed è una storia d'amore. Però, a lungo, vivono lontanissimi e in capitoli alterni. Quanti chilometri li separano, quali scelte, se lui va a convivere con un'altra donna e lei rischia di abbracciare passivamente un destino prestabilito? Come ci cambiano dieci anni? Soprattutto, si può avere nostalgia delle cose che non sono mai accadute? In un attimo lungo una vita ci si trova protagonisti di una relazione sbagliata, della routine, di un rapporto affettivo che non sa emozionare. Della pianificazione di una fuga perfetta che, dopo mille tentativi vani, diventa frustrante. 
Sono un lettore impaziente, facilmente annoiabile, d'indole poco poetica. Non ho mai apprezzato fino in fondo, per dirvi, le rose e le volpi del Piccolo principe: letto forse quando era troppo presto o forse no. Precisazione doverosa se si parla di un romanzo leggero, onirico e delicatissimo come questo. Se, come ho fatto io, si entra nel favoloso mondo di Alessandro Barbaglia con un vago scetticismo di fondo. La locanda dell'Ultima Solitudine non era la mia tazza di tè. Lo prendo nero, meno zuccherato possibile. Centocinquanta pagine dopo i miei gusti non sono cambiati. Però Alessandro e i suoi innamorati sui generis, che si cercano ma non lo sanno, sono davvero dei bei tipi. Surreali ma belli, come diceva qualcuno nella commedia in cui il libraio s'innamorava della principessa di Hollywood. Anche se alle perle di patate preferisco una saporitissima carbonara. Anche se alle fiabe e alle prose così mi abbandono in ritardo, ma de gustibus. Nella Locanda dell'Ultima Solitudine, fatto sta, c'è una serenità straordinaria: ti disturbano solo le onde e il vento. Servito e riverito, attorniato da un interessante cicaleggio, ne guadagni in ottimismo e buonumore. Ti godi le sensazioni lievi, le suggestioni sparse, gli spunti. La tintarella di luna di un gioco immaginifico ed esistenzialista. Il menu è semplice, la compagnia è buona, lo scenario affascinante. Il pernottamento confortevole e, al mattino, il tremolar della marina invoglia a fare il bagno nudi. Lasci una mancia abbondante alla cassa. Arrivi solo e riparti in coppia. Magari, ti dici, prima o poi ci torno.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ermal Meta – Ragazza Paradiso 

lunedì 6 marzo 2017

I blogger al Premio Bancarella

Per antonomasia il lunedì è una di quelle giornate odiate dai più per diversi motivi: ha inizio una nuova settimana, si torna a scuola/lavoro, bisogna mettere mano al proprio planning, organizzare gli impegni, incastrare gli appuntamenti. Insomma ogni lunedì inizia, per ognuno di noi, una vera e propria battaglia. Non tutti i lunedì però sono circondati da quest'aura di negatività. Alcuni si accompagnano a belle notizie. Prendiamo oggi, ad esempio, è lunedì e sono qui per parlarvi di una importante iniziativa che coinvolge me e altri colleghi book blogger. Ed era anche un lunedì quando ne abbiamo ricevuto notizia e abbiamo dovuto mantenere la cosa segretissima perché, diciamocelo, quando accadono determinati avvenimenti, belli sia chiaro, abbiamo sempre il timore che ogni cosa possa sfumare da un momento all'altro, che così come è venuta a cercarci quella stessa possa girarci le spalle e andare via. Ma ora è giunto il momento, possiamo urlarlo ai quattro venti, con quella punta di emozione che non guasta mai. Ebbene, come avrete forse intuito dal titolo, insieme ad altri colleghi book blogger abbiamo avuto il piacere e l'onore, soprattutto, di essere invitati a prendere parte alla 65^ Edizione del Premio Bancarella 2017! Ora, è possibile che non tutti abbiano idea di che tipo di premio si tratti e di quella che è la sua reale importanza ed è proprio qui che entriamo in gioco noi. Nel corso di questi mesi, infatti, ripercorreremo insieme le varie tappe che ci condurranno alla premiazione del 16 Luglio a Pontremoli. Vi racconteremo com'è nato il Premio, in cosa consiste, della scelte della Sestina Finalista, che sarà comunicata a Novara il 10 di Marzo, del Metodo di Voto, dei Librai che prendono parte alla bellissima iniziativa, recensiremo i sei romanzi scelti stilando anche una nostra personalissima classifica di gradimento. Insomma daremo voce a tutto quello che si muove dietro una grande macchina quale è il Premio Bancarella perché raccontare ci aiuta a conoscere. Come anticipato non sono da solo/a in questa avventura infatti, a farmi compagnia, ci sono dei veri e propri amici, alcuni conosciuti meglio di altri ma pur sempre amici e colleghi. Insieme abbiamo accolto la proposta e abbiamo deciso di preparare il nostro bagaglio e partire per un vero e proprio viaggio, fatto di tappe, fermate, stazioni, che ci permetteranno di avvicinarci sempre più al capolinea. Tutto ciò potrete farlo anche voi insieme a:


A questo punto è doveroso ringraziare, nuovamente, gli organizzatori che hanno pensato di coinvolgervi in questa esperienza emozionante. Noi, dal canto nostro, non vediamo l'ora di iniziare. Manca pochissimo!

*piccolo siparietto*
Abbiamo pensato di mantenere il tono di questo post su un livello abbastanza serioso ma, alcuni di noi, seriosi non lo sono affatto. Per questo motivo abbiamo deciso di concludere in bellezza raccontandovi in poche righe quale sia stata la nostra effettiva reazione una volta appresa la notizia…

A proposito di lunedì, il mio è iniziato già da un po'. Sono in viaggio, direzione università, combattuto tra leggere il Kindle di soppiatto e il mal d'auto. Se tutto va bene e Blogger farà il suo dovere, mi leggerete mentre l'autobus mi proverà con curve a gomito e sorpassi audaci. Il post programmato sarà andato in porto? Avrò fatto bene, io che sono notoriamente pessimo con le scadenze e la coordinazione? Sperando di sì, mi direte voi, vi racconto di un ventiduenne che ha fatto del “Mai una gioia” uno stile di vita e che una mattina, durante la Sessione invernale, sente il cellulare vibrare e legge di una cittadina nella provincia di Massa-Carrara e di sei romanzi a proposito dei quali dire la sua. Un premio, uno di quelli importanti, per cui le fascette pubblicitarie vanno matte. Vuoi avere una piccolo, piccolissimo ruolo anche tu? Ripetevo – il dissidio tra Dante e Cavalcanti, precisamente, chi ha ispirato chi – e la contentezza, lì per lì, mi ha distratto. Le parole, per fortuna, sono tornate nel momento dei bisogno evitandomi scene mute. Vorranno tornare, magari insieme alla magia dei post programmati, tra recensioni scritte con un po' di attenzione in più e curiosità sui finalisti, le modalità, la giuria votante?
Intanto, dovrei essere quasi arrivato a destinazione.
Un abbraccio, M.