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lunedì 4 settembre 2023

Recensione: Cleopatra e Frankenstein, di Coco Mellors


 | Cleopatra e Frankenstein, di Coco Mellors. Einaudi, € 19, pp. 488 |

Si conoscono in ascensore a Capodanno. Lei sta per lasciare la festa di amici di amici, lui per andare a comprare il ghiaccio. Scherzano per un po' dell'età di lui, pubblicitario sulla quarantina, e dell'accento inglese di lei, artista aspirante con il permesso studio in scadenza. Flirtano parlando fittamente di sesso, ruoli di potere, antidepressivi. New York, tutt'intorno, è una città dal passo veloce. Loro si adeguano e si sposano sei mesi dopo, con un venditore di hot dog come testimone e una vestaglia vintage per abito nuziale. Come il genere comanda, frequentano vernissage e open bar, bevono fiumi di champagne, fanno le vacanze a Cannes, detengono illegalmente petauri dello zucchero e li rinominano Gesù. Tutto è bello, tutti sono belli. Tutto è brillante, tutti sono brilli. 

Quando la parte più oscura di te incontra la parte più oscura di me, si crea la luce.

L'esordiente Coco Mellors, con una scrittura cinematografica ma intimista, non indugia sulla soglia. Ma ci fa entrare a gamba tesa nel loro mondo artificioso, a tratti soffocante come una serra tropicale. Cleo, ossessionata dal suicidio materno, reclama l'aria aperta; Frank, affetto da esibizionismo molesto, annega nei superalcolici. L'autrice seziona le liti e le nevrosi di due amanti pieni di mancanze, che insieme pretendono illusoriamente di completarsi. Sempre con l'argento vivo addosso, sempre fasulli, scivolano a passo di tip tap tra allegria febbrile e solitudine divorante. Accanto a loro ci sono: un cuoco a dieta, una sorella in bolletta, un dongiovanni danese, un amico nel vortice dei gay bar e, soprattutto, la caustica e disincantata Eleanor, che adotta la prima persona per raccontare la malattia del padre e le occhiate innamorate al suo irraggiungibile capo. Non vogliono altro che la confortante normalità. Qualcuno che li ami quotidianamente, ferocemente, come i loro cuori affamati pretendono. O che, quando la solitudine incalza, scendano spontaneamente nel “pozzo” con loro. 

Non capisco questa ossessione per la felicità. E’ come l’insegna di Hollywood: enorme, irraggiungibile; e se poi riesci ad arrivarci, cosa ti resta da fare se non scendere?

Basta poco per amarli oppure odiarli. Perché Cleo, Frank e gli altri non sono personaggi, ma persone: di quelle caustiche, sopra le righe, oneste fino alla brutalità, che vivono la vita alla stregua di un gioco dissacrante e godono nel mettere sottilmente a disagio gli interlocutori. È lecito che non piacciano. Ma io li ho amati dalla prima pagina, ancora prima di conoscerne gli eccessi e i tradimenti. Era merito delle loro voci, talmente vive e irresistibili che durante la lettura ho creduto di poterle perfino sentire nelle orecchie. Come si smette di ricercare i morsi degli aspidi e fabbricare mostri? Come si impara a vivere felici? Lo insegnano le coppie di Craigslist. Le famiglie numerose ai check-in in aeroporto. Gli stormi simmetrici nei cieli romani del bellissimo finale.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish - What Was I Made For?

martedì 7 marzo 2017

Recensione: Sofia si veste sempre di nero, di Paolo Cognetti

Sei la maestra e l’allieva della tua vita. Impari dalla te stessa del passato, insegni alla te stessa del futuro: le persone normali si smarriscono lì dentro, tu ti ci muovi danzando.

Titolo: Sofia si veste sempre di nero
Autore: Paolo Cognetti
Editore: Minimum Fax
Prezzo: € 14,00
Numero di pagine: 208
Prezzo: Finalista Premio Strega 2013. "Sofia si veste sempre di nero" è la nuova prova narrativa di Paolo Cognetti, autore di "Manuale per ragazze di successo" e "Una cosa piccola che sta per esplodere". Nei suoi racconti, cesellati con la finezza di Carver e Salinger, Cognetti ha saputo rappresentare con sorprendente intensità l'universo femminile. Ed è ancora una donna la protagonista del suo nuovo libro, un romanzo composto da dieci racconti autonomi che la accompagnano lungo trent'anni di storia: dall'infanzia in una famiglia borghese apparentemente normale, ma percorsa da sotterranee tensioni, all'adolescenza tormentata da disturbi psicologici, alla liberatoria scoperta del sesso e della passione per il teatro, al momento della maturità e dei bilanci. Con la sua scrittura precisa e intensa, Cognetti ci regala il ritratto di una donna torbida e inquieta, capace di sopravvivere alle proprie nevrosi e di sfruttare improvvisi attimi di illuminazione fino a trovare, faticosamente, la propria strada.

                                               La recensione
Sai che cos'è la nascita? E' una nave che parte per la guerra.”
Quando ho letto Paolo Cognetti la prima volta, appena qualche mese fa, sentivo che sarebbe successo. Un'estate avevo fatto lo stesso con Niccolò Ammaniti. Ci sono quegli autori di cui rimando la conoscenza fino a quando non mi fisso, una volta e buona, e d'un fiato recupero il recuperabile. Nel parlarvi delle Otto montagne, una storia di nevi perenni e amicizie al maschile, avevo accennato al panorama che mi si para davanti quando, la mattina presto, vado all'università. Ho ripreso a leggere Cognetti, un venerdì, con gli Appennini che si avvicinavano gradualmente all'orizzonte, patendo gli sballottamenti del bus – quest'anno faccio il pendolare, sperando di abituarmi alle curve e alle attese – e scoprendo che se di sfogliare romanzi non se ne parla, colpa del mal d'auto, il mio Kindle impolverato mi aiuta come può. Ho scorso i titoli in lista e lo scenario stesso, infine, mi ha ricordato che avrei potuto amare Sofia si veste sempre di nero tanto quanto le arrampicate e i silenzi di Pietro e Bruno. Le montagne tornano, ma non sono fondamentali. Si vedranno, immagino, alle spalle del complesso residenziale in cui si trasferiscono i Muratore. Hanno una casa con Milano a un passo; si sono procurati un letto in più con la speranza che arrivi un secondo bambino a migliorare le sorti di un matrimonio in crisi. Nell'altro dorme la loro unica figlia, Sofia. Questo romanzo, breve ma bellissimo, porta il suo nome di battesimo. Si parte da lontano, da una nascita in anticipo: Sofia viene al mondo che è uno scricciolo, settimina, e la custodiscono un'incubatrice e un'infermiera che colleziona uomini sbagliati. Cresce ma non troppo. Da adulta somiglia a una Portman scheletrica e scostante, con i capelli multicolore e gli abiti da funerale. Odia i colori tenui e le bambole, e da bambina gioca ai pirati. Da adolescente, invece, pianificherà alla buona il suo tentato suicidio e, ispirata da una zia rivoluzionaria, si sognerà attrice. Per tutta la sua gioventù fugge, prende i suoi pochi averi e va. Non saluta. 
Schiava dei suoi sogni impossibili, si narra sia una fuorilegge, una spezzacuori, una figlia ingrata. Quando passa, tutti si voltano a guardarla. E tutti, in un modo e nell'altro, si sentono toccati e cambiati da quella ragazza milanese che beve caffè amaro, fuma troppe sigarette, ha uno strano rapporto con il cibo e con il prossimo, galleggia come una sirena nelle vasche altrui. Si trasferisce a Roma per tagliare i ponti con una realtà provinciale che le sta stretta. Afflitta dalla nostalgia, poi, sale dai suoi ogni weekend. Il suo spirito da gitana, alla fine, decreta che New York è lontana il giusto. La particolarità di questo ritratto di signora vario e sfaccettato, coloratissimo a dispetto del guardaroba della sua musa ispiratrice, è che il racconto delle contraddizioni di Sofia sia affidato a quelle anime sparse presso le quali, quando capita, la protagonista si accampa. Ufficialmente Sofia si veste sempre di nero è una raccolta di dieci racconti. Nessun narratore, nessun episodio, sa rinunciare però al pensiero di questa novella Holly Golightly. Sofia torna ora come eroina e ora come semplice figurante, chiodo fisso o pensiero incidentale, e ogni capitolo contribuisce ad aggiungere un tassello mancante, una pennellata, per mostrarcela in tutta la forza dei suoi anni sconsiderati.
Parola alle coinquiline, alle amiche di penna, ai parenti – una mamma instabile e abbandonata, un padre dolcissimo e traditore –, a chi l'ha amata con tutto il cuore o platonicamente. Siamo quello che gli altri pensano, una porta chiusa, o tutto e niente? Siamo la cenere lasciata dappertutto e il nostro disordine, o anche il bene che c'è nel mezzo? Paolo Cognetti, che credevo un grande narratore di uomini e un tipo da vita all'aria aperta, racconta le donne allo sbando e le metropoli dalle mille luci. Come solo lui sa. La sua Sofia ha un leggero strabismo, un viso asimmetrico. Se provassi a coprire con la mano uno dei suoi primi piani, ti sembrerebbe di vederla ridere o piangere spostando di poco le dita. Perfino il boscaiolo dall'animo sensibile si è innamorato di lei. Delle sue imperfezioni, delle sue storture. Nell'ultimo racconto, ambientato a Brooklyn, c'è un nome che ritorna: Pietro, come il suo annunciato alter-ego di Le otto montagne. Un italiano all'estero che si sogna scrittore e al suo migliore amico, aspirante regista, prende in prestito l'ossessione per una viandante selvatica e fotogenica. Mi ha trasmesso la sua infatuazione attraverso una scrittura, al solito, semplice e personale. E delle gesta rocambolesche di Sofia, già leggenda nel suo tranquillo sobborgo, mi sono innamorato anch'io. Mentre buca lo stomaco al suo povero papà, e a qualche amante dà l'ispirazione e a qualche altro un memorabile due di picche. Ai monelli di Lagobello sulle tracce del suo mistero, invece, favole spinte sulle quali fantasticare a occhi spalancati. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Marianne Mirage - Le canzoni fanno male 

giovedì 12 gennaio 2017

Recensione: Il Nido, di Cynthia D'Aprix Sweeney

Non è compito tuo essere lo specchio di qualcun altro.

Titolo: Il Nido
Autrice: Cynthia D'Aprix Sweeney
Editore: Frassinelli
Numero di pagina: 372
Prezzo: € 19,00
Sinossi: Aveva deciso di creare un fondo per i suoi figli. «Niente di importante», aveva più volte ripetuto, «un piccolo nido, un investimento prudente, di cui potrete godere col tempo, senza sfruttarlo.» Ex genio messo in ginocchio dalla crisi del 2008, Leo è il maggiore dei quattro fratelli Plumb, babyboomers abbondantemente adulti secondo l'anagrafe e altrettanto sprovveduti nella realtà di ogni giorno, con le loro vite irrisolte e sempre in attesa del «Nido», l'eredità che il padre ha accantonato per loro, e che i fratelli hanno in buona parte già dilapidato prima di entrarne in possesso. Ed è proprio quando i soldi sembrano finalmente a portata di mano che tutto precipita: al matrimonio del cugino, nel tentativo di sedurre una cameriera diciannovenne, Leo carica la ragazza in macchina e finisce per provocare un disastroso incidente. Qualche tempo dopo, in uno di quei mesi di ottobre che a New York sembrano già inverno, Melody, Beatrice e Jack sono pronti ad accogliere il fratello appena uscito dal centro di riabilitazione. Ma è lui che preferirebbe evitare di vederli. Perché dovrebbe spiegare come – per riparare i danni dell'incidente – si è giocato anche la loro parte di eredità. E così intorno al «Nido», e a causa sua, i fratelli Plumb intesseranno una ragnatela di equivoci e inganni, segreti e bugie e tradimenti, nella quale loro stessi finiranno intrappolati. Trascinante, commovente, divertente e dissacrante, Il Nidoè un concentrato di personaggi unici, un brillante riassunto delle ultime puntate della nostra Storia, un ironico bilancio generazionale e, in conclusione, una nuova dimostrazione della massima di Tolstoj: «tutte le famiglie felici si assomigliano. Ma ogni famiglia infelice, è infelice a modo suo».
                                            La recensione
Quando la più giovane di loro spegnerà la quarantesima candelina, i fratelli Plumb, figli di un previdente self made man e di una mamma svampita e disinteressata, erediteranno un'autentica fortuna. Il “nido” è un fondo fiduciario che ha resistitito agli sbalzi d'umore di Wall Street e alle grane della recessione. Cresciuto nel tempo, sembra abbastanza accogliente, su carta, per contenerere l'ego dei quattro e assicurare loro una solida tranquillità economica. Nessuno può metterci mano prima del giorno pattuito, ma una clausola contempla gli imprevisti. In caso di emergenze, per questioni di vita o di morte, la cifra può essere intaccata. Cosa c'è di peggio, in fondo, dell'incidente di Leo Plumb? Il maggiore del quartetto, alla guida sotto stupefacenti e con le braghe calate, è stato coinvolto in un drammatico testacoda insieme all'amante di turno dopo avere abbandonato in tutta fretta un banchetto di nozze. Impossibile salvare il suo matrimonio, ma qualcosa si può fare per mettere a tacere i pettegolezzi: una bustarella qui, una lì, e le modalità dell'incidente non trapelano sui giornali. Il fondo fiduciario gli ha salvato la reputazione come un deus ex machina. Cosa sarà, adesso, dei progetti a lungo termine dei fratelli restanti, che dovranno spartirsi in parti uguali il poco che resta? 
New York è costosissima, come costosissimi sono gli investimenti in cui qualcuno di loro si è imbarcato, pensando di scartare presto il regalo di papà. C'è chi ha ipotecato la casa al mare, chi ha legato la prestigiosa educazione delle figlie alla propria porzione di eredità, chi si è indebitato fino al collo. Scomparsa la rete di sicurezza e con il conto in rosso, toccherà reinventarsi in meno di quattrocento pagine. Il nido, best-seller in patria, è una commedia sofisticata sull'arte di arrangiarsi e i piani B. Sapeste quanto era bello, mesi fa, quando me ne è arrivata in anteprima una bozza. Il romanzo, leggermente diverso da quello che troverete in libreria, era chiuso in una scatola turchese, con in calce il celebre incipit di Tolstoj. Sembrava un pacco regalo e, dietro, c'erano le attenzioni di chi l'ha preso a cuore e ne ha curato nel dettaglio la pubblicazione. So che l'équipe Frassinelli ha amato molto l'esordio di Cynthia D'Aprix Sweeney e, purtroppo, vorrei potere dire altrettanto. La lettura del Nido, invece, non mi ha entusiasmato. I lunghi periodi della D'Aprix Sweeney e la descrizione di quei quartieri elitari, consacrati al prestigio e al cinismo, mi hanno lasciato indifferente. 
Romanzo corale diviso in tre parti – di cui l'ultima è stata quella che ho preferito -, racconta le gioie e i dolori dei Plumb: facoltosi, ma solo di facciata. Jack, antiquario omosessuale, si è sposato in segretezza con il compagno, un avvocato retto e corretto che durante l'avvento dell'Aids l'ha tratto in salvo da una vita promiscua; Bea, frustrata autrice di racconti, non riesce a scrivere il romanzo che tutti aspettano e che lei, senza ispirazione, non ha mai ultimato; Melody, la più giovane, è mamma a tempo pieno di due gemelle adolescenti e prima la scelta del college, poi l'outing di una delle figlie, le regaleranno nuovi grattacapi; e poi c'è il fuggitivo e affascinante Leo, motore della trama e bugiardo patologico, che spezza cuori e semina i suoi fiori della discordia a destra e a manca. Un quartetto di personaggi oziosi e alto-borghesi a cui mi sono affezionato tardi. L'antipatia, tra investimenti azzardati e disastrosi bilanci, all'inizio ha avuto la meglio. Lontanissimi da me, mi hanno reso difficile identificarmi e far mie le loro vicende. Funzionano nelle rare scene d'insieme, riuniti alla stessa tavola: quando il “nido”, da nome in codice di un ambito fondo d'emergenza, diventa sinonimo d'affetto. E, meglio di loro, funzionano i personaggi estranei al loro antico albero genealogico: Stephanie, editor che ha offerto all'inaffidabile Leo il divano e l'amore; Matilda, esotica cameriera con il sogno della musica, che si risveglia dall'incidente in apertura con un moncherino al posto del piede; Tommy, vedovo ed ex pompiere, che ha recuperato sotto le macerie delle Torri Gemelle una scultura di Rodin di inestimabile valore. Perdere un cospicuo patrimonio per una letterale sbandata? Anche i ricchi piangono, dice il proverbio. Ma delle ordinarie disgrazie dei danarosi e sarcastici Plumb, qui colti nell'atto di rimboccarsi le maniche, volendo si può sorridere spesso e di cuore. Il nido, tra le righe, resta un cadeau alle famiglie felici, a quelle infelici, alle nostre. Ma Anna Karenina e i suoi ridenti centoquarant'anni hanno ragione: quanto è vero che ogni famiglia infelice è infelice modo suo. 
I Plumb, a modo loro, lo sono forse fin troppo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sam Smith – Money On My Mind 

lunedì 21 settembre 2015

Recensione: Florence Gordon, di Brian Morton

"E' semplicemente fantasticoEssere insultata da Florence Gordon durante il nostro primo incontro. Mi sembra di essere stata promossa in serie A."

Titolo: Florence Gordon
Autore: Brian Morton
Editore: Sonzogno
Numero di pagine: 317
Prezzo: € 17,50
Sinossi: Florence Gordon ha settantacinque anni e vive a Manhattan. Femminista ebrea divorziata, scrittrice scorbutica, attivista testarda e orgogliosa, detesta la maggior parte delle cose che la gente trova piacevoli e ama mettere gli altri in difficoltà. Mentre è alle prese con la sua settima fatica, un libro di memorie, un articolo del "New York Times" la definisce "patrimonio nazionale", catapultandola sotto le luci della ribalta e obbligandola a superare quel filo spinato che aveva eretto intorno a sé. La situazione precipita quando i suoi "cari" si trasferiscono da Seattle a New York: il figlio Daniel (che ha snobbato le orme letterarie dei genitori per diventare poliziotto), la nuora Janine (psicologa, pronta ad avere una relazione con il suo capo) e la nipote Emily (che sta cercando di capire cosa fare di una problematica storia d'amore). Tra i quattro, giorno dopo giorno, si intreccia una commedia irresistibile, all'insegna di una crudele sincerità ma anche di una sorprendente complicità emotiva. L'anziana signora, i cui corrosivi commenti sono una sorta di "versione di Barney" al femminile, non risparmia niente e nessuno. E forse proprio per questo i personaggi che la circondano (e i lettori di questo libro) finiranno per affezionarsi a lei e non poter più fare a meno della sua voce.
                                                    La recensione
In un mondo in cui gli antipatici sono i nuovi simpatici e gli introversi i nuovi estroversi, i misantropi convinti – allergici alle pubbliche manifestazioni d'affetto, chiusi a riccio, pessimisti e sfiduciati – vanno ormai di moda. L'altro giorno, in centro, ho visto un ragazzino con la faccia della felicità, le guance rosse e il sorriso tutto denti, con una T-Shirt con su scritto: I Hate Everyone. Io che, in certi giorni, nel dubbio, odio tutto e tutti davvero, usando la scusa della timidezza cronica che mi rende silenzioso quando la compagnia non è di mio gradimento e rispostacce come armi a doppio taglio quando nessuno mai se le aspetterebbe dal tipo con gli occhiali che non ha nulla da dire, per essere alternativo dovrò mica imparare a socializzare? Gli scorbutici di cui ho letto quest'anno nei romanzi – con il mondo contro per posizione presa, ma diretti verso una parziale redenzione finale – si convertivano alla gentilezza come Scrooge davanti al Fantasma del Natale passato. Perché, dopo disavventure e piccoli miracoli, con la saggezza della vecchiaia – e la paura della morte, e una lista di cose da fare prima di tirare la cuoia – scoprivano essenzialmente che c'era ancora del buono, che la vita è bella finché dura, che non è mai troppo tardi. C'è poi Florence Gordon, eroina eponima del primo romanzo di Brian Morton giunto in Italia, che sa dimostrarsi coerente, puntuale e divertentissima. Ha il nome di una delle città più suggestive al mondo e di una cantante che sembra una splendida sirena degli abissi. Ha professato con caparbia il femminismo e la libertà negli anni della rivoluzione sessuale e, verso gli ottanta, rimane una vecchietta arzilla e indipentente, dotata di silhouette snella, passo svelto e imprevedibili risorse. Arrivata al punto di una vita intensa e di una carriera gloriosa in cui può permettersi la stesura di un memoir ricco e un po' autoreferenziale, scopre grazie a una recensione entusiastica – non la mia, perché Florence si accontenterebbe solo del Times – di essere patrimonio dell'umanità. Mentre si prepara all'arrivo di un'insperata notorietà (non è mai troppo tardi), il corpo inizia a dare i primi segni di fragilità (ma la vita è bella finché dura) e le si stringe attorno quel che rimane di una famiglia che ha voluto tenere a distanza (c'è ancora del buono). Se il copione sembra classico, in realtà Florence Gordon sorprende: perché, come dicevo, nessuno diventa d'un tratto dolce come lo zucchero e perché, dall'alto del suo adorabile egocentrismo, la protagonista – che ha avuto un libro con il suo nome, ma in cui c'è posto anche per gli altri – lascia parlare e sparlare anche chi le è, suo malgrado, vicino. Nessuna metropoli è abbastanza grande, nessun telefono è abbastanza irraggiungibile, se i Gordon decidono di riunirsi. Chi sono i soggetti di questa foto di famiglia a cui la matriarca non può sottrarsi? 
Daniel, il figlio poliziotto che, per ribellismo, non ha voluto seguire le orme dei genitori; Janine, la nuora rispettosa e adorante che ha una cotta per il suo capo; Emily, la nipote brillante e sfacciata che, in famiglia, è l'unica che riesca a tenere testa a una nonna anaffettiva che la tratta come un factotum. Se fosse un film, sarebbe una commedia di Woody Allen. Elegante, verbosa, con un cast all stars. Già immagino la locandina, al cinema, con generazioni a confronto: i due attori di mezza età bollati, anni prima, come promettenti ma che non hanno mai fatto, poi, il fatidico botto; la giovane stella in ascesa, amatissima dagli adolescenti, che qui dimostrerebbe di possedere notevole temperamento; la grande diva senza età, infine, che monopolizza le attenzioni e colleziona candidature. Florence è una Meryl Streep con qualche anno in più sulle spalle: una carriera straordinaria, l'essere sempre all'altezza, la nascita di una vaga antipatia presso i più – io, ovviamente, costituisco felicemente una categoria a parte quando si parla per congetture, ovvio, della più grande attrice vivente e della più grande rompipalle di carta e inchiostro – perché è come il prezzemolo e nessuno regge mai il paragone. Se fosse un film, non apparterrebbe però al mio genere preferito. Anche se amo il cinema che s'ispira al grande teatro, pieno di dialoghi ritmati e battute a raffica. Ma di solito sono abituato a discorsi piccoli che diventano grandi. Questa volta, invece, discorsi grandi diventano piccoli. Si passa dai dialoghi sopra i massimi sistemi all'intimità e non il contrario. Il romanzo pesa e non pesa, dunque, e sfiora e non sfiora, anche per coprotagonisti a noi sconosciuti: New York e i suoi newyorkesi di fretta, fissi al telefono. Se senilità e famiglia sono temi in rilievo, la Grande Mela costituisce il sottotesto – e Florence sarebbe lieta della mia precisazione. La nostra distanza dalla cima dell'Empire State Building o dall'ombra fantasma delle Torri, l'estraneità dinanzi a taluni argomenti di discussione – starà facendo bene Obama, e quanto è aumentato il prezzo della sanità? - rende parzialmente inconoscibile quella realtà, vista non con gli occhi meravigliati del turista passeggero. Ed è come se qualcosa si perdesse nella traduzione – non dico in quella ineccepibile di Parolini e Curtoni, sia chiaro – e nel corso del viaggio. L'immagine conclusiva, da fitta al cuore, così amara e necessaria, ha un'intensità smorzata per la scelta consapevole e onesta del freddo rigore di Florence. Fino all'ultimo, lupo solitario. 
Una risposta sarcastica potrà dare mille soddisfazioni perciò, ma un cuore caldo penso assicuri più ricordi.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: George Gershwin – Rhapsody in Blue (“Manhattan” Soundtrack)