Si
conoscono in ascensore a Capodanno. Lei sta per lasciare la festa di
amici di amici, lui per andare a comprare il ghiaccio. Scherzano per
un po' dell'età di lui, pubblicitario sulla quarantina, e
dell'accento inglese di lei, artista aspirante con il permesso studio
in scadenza. Flirtano parlando fittamente di sesso, ruoli di potere,
antidepressivi. New York, tutt'intorno, è una città dal passo
veloce. Loro si adeguano e si sposano sei mesi dopo, con un venditore
di hot dog come testimone e una vestaglia vintage per abito nuziale.
Come il genere comanda, frequentano vernissage e open bar, bevono
fiumi di champagne, fanno le vacanze a Cannes, detengono illegalmente
petauri dello zucchero e li rinominano Gesù. Tutto è bello, tutti
sono belli. Tutto è brillante, tutti sono brilli.
Quando
la parte più oscura di te incontra la parte più oscura di me, si
crea la luce.
L'esordiente
Coco Mellors, con una scrittura cinematografica ma intimista, non
indugia sulla soglia. Ma ci fa entrare a gamba tesa nel loro mondo
artificioso, a tratti soffocante come una serra tropicale. Cleo,
ossessionata dal suicidio materno, reclama l'aria aperta; Frank,
affetto da esibizionismo molesto, annega nei superalcolici. L'autrice
seziona le liti e le nevrosi di due amanti pieni di mancanze, che
insieme pretendono illusoriamente di completarsi. Sempre con
l'argento vivo addosso, sempre fasulli, scivolano a passo di tip tap
tra allegria febbrile e solitudine divorante. Accanto a loro ci sono:
un cuoco a dieta, una sorella in bolletta, un dongiovanni danese, un
amico nel vortice dei gay bar e, soprattutto, la caustica e
disincantata Eleanor, che adotta la prima persona per raccontare la
malattia del padre e le occhiate innamorate al suo irraggiungibile
capo. Non vogliono altro che la confortante normalità. Qualcuno che
li ami quotidianamente, ferocemente, come i loro cuori affamati
pretendono. O che, quando la solitudine incalza, scendano
spontaneamente nel “pozzo” con loro.
Non
capisco questa ossessione per la felicità. E’ come l’insegna di
Hollywood: enorme, irraggiungibile; e se poi riesci ad arrivarci,
cosa ti resta da fare se non scendere?
Basta
poco per amarli oppure odiarli. Perché Cleo, Frank e gli altri non
sono personaggi, ma persone: di quelle caustiche, sopra le righe,
oneste fino alla brutalità, che vivono la vita alla stregua di un
gioco dissacrante e godono nel mettere sottilmente a disagio gli
interlocutori. È lecito che non piacciano. Ma io li ho amati dalla
prima pagina, ancora prima di conoscerne gli eccessi e i tradimenti.
Era merito delle loro voci, talmente vive e irresistibili che durante
la lettura ho creduto di poterle perfino sentire nelle orecchie. Come
si smette di ricercare i morsi degli aspidi e fabbricare mostri? Come
si impara a vivere felici? Lo insegnano le coppie di Craigslist. Le
famiglie numerose ai check-in in aeroporto. Gli stormi simmetrici nei
cieli romani del bellissimo finale.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Billie Eilish - What Was I Made For?
Sei
la maestra e l’allieva della tua vita. Impari dalla te stessa del
passato, insegni alla te stessa del futuro: le persone normali si
smarriscono lì dentro, tu ti ci muovi danzando.
Titolo:
Sofia si veste sempre di nero
Autore:
Paolo Cognetti
Editore:
Minimum Fax
Prezzo:
€ 14,00
Numero
di pagine: 208
Prezzo:
Finalista
Premio Strega 2013.
"Sofia si veste sempre di nero" è la nuova prova narrativa
di Paolo Cognetti, autore di "Manuale per ragazze di successo"
e "Una cosa piccola che sta per esplodere". Nei suoi
racconti, cesellati con la finezza di Carver e Salinger, Cognetti ha
saputo rappresentare con sorprendente intensità l'universo
femminile. Ed è ancora una donna la protagonista del suo nuovo
libro, un romanzo composto da dieci racconti autonomi che la
accompagnano lungo trent'anni di storia: dall'infanzia in una
famiglia borghese apparentemente normale, ma percorsa da sotterranee
tensioni, all'adolescenza tormentata da disturbi psicologici, alla
liberatoria scoperta del sesso e della passione per il teatro, al
momento della maturità e dei bilanci. Con la sua scrittura precisa e
intensa, Cognetti ci regala il ritratto di una donna torbida e
inquieta, capace di sopravvivere alle proprie nevrosi e di sfruttare
improvvisi attimi di illuminazione fino a trovare, faticosamente, la
propria strada.
La recensione
“Sai che cos'è la nascita? E' una nave che parte per la guerra.”
Quando
ho letto Paolo Cognetti la prima volta, appena qualche mese fa,
sentivo che sarebbe successo. Un'estate avevo fatto lo stesso con
Niccolò Ammaniti. Ci sono quegli autori di cui rimando la conoscenza
fino a quando non mi fisso, una volta e buona, e d'un fiato recupero
il recuperabile. Nel
parlarvi delle Otto montagne,
una storia di nevi perenni e amicizie al maschile, avevo accennato al panorama che mi si para davanti quando, la
mattina presto, vado all'università. Ho ripreso a leggere Cognetti, un venerdì, con gli
Appennini che si avvicinavano gradualmente all'orizzonte, patendo gli
sballottamenti del bus – quest'anno faccio il pendolare, sperando
di abituarmi alle curve e alle attese – e
scoprendo che se di sfogliare romanzi non se ne parla, colpa del mal
d'auto, il mio Kindle impolverato mi aiuta come può. Ho scorso i
titoli in lista e lo scenario stesso, infine, mi ha ricordato che
avrei potuto amare Sofia si veste sempre di
nero tanto quanto le arrampicate e i silenzi di Pietro e Bruno. Le montagne
tornano, ma non sono fondamentali. Si vedranno, immagino, alle spalle
del complesso residenziale in cui si trasferiscono i Muratore. Hanno una casa con Milano a un passo; si sono
procurati un letto in più con la speranza che arrivi un secondo
bambino a migliorare le sorti di un matrimonio in crisi. Nell'altro dorme la loro
unica figlia, Sofia. Questo romanzo, breve ma bellissimo, porta il
suo nome di battesimo. Si parte da lontano, da una nascita in
anticipo: Sofia viene al mondo che è uno scricciolo, settimina, e la
custodiscono un'incubatrice e un'infermiera che colleziona
uomini sbagliati. Cresce ma non troppo. Da adulta somiglia a una Portman scheletrica e scostante, con i capelli multicolore e
gli abiti da funerale. Odia i colori tenui e le bambole, e da bambina
gioca ai pirati. Da adolescente, invece,
pianificherà alla buona il suo tentato suicidio e, ispirata da una zia
rivoluzionaria, si sognerà
attrice. Per tutta la sua gioventù fugge, prende
i suoi pochi averi e va. Non saluta.
Schiava dei suoi sogni impossibili, si narra sia una
fuorilegge, una spezzacuori, una figlia ingrata. Quando passa, tutti
si voltano a guardarla. E tutti, in un modo e nell'altro, si sentono
toccati e cambiati da quella ragazza milanese che beve caffè amaro,
fuma troppe sigarette, ha uno strano rapporto con il cibo e con il prossimo, galleggia come una sirena nelle vasche altrui.
Si trasferisce a Roma per tagliare i ponti con una realtà
provinciale che le sta stretta. Afflitta dalla nostalgia, poi, sale
dai suoi ogni weekend. Il suo spirito da gitana, alla fine, decreta che New York è lontana il giusto. La particolarità di questo
ritratto di signora vario e sfaccettato, coloratissimo a dispetto del
guardaroba della sua musa ispiratrice, è che il racconto
delle contraddizioni di Sofia sia affidato a
quelle anime sparse presso le quali, quando capita, la
protagonista si accampa. Ufficialmente Sofia si veste sempre di
nero è una raccolta di dieci
racconti. Nessun narratore, nessun episodio, sa rinunciare però al
pensiero di questa novella Holly Golightly. Sofia torna ora come
eroina e ora come semplice figurante, chiodo fisso o pensiero
incidentale, e ogni capitolo contribuisce ad aggiungere un tassello
mancante, una pennellata, per mostrarcela in tutta la forza
dei suoi anni sconsiderati.
Parola alle coinquiline, alle amiche di penna,
ai parenti – una mamma instabile e abbandonata, un padre dolcissimo
e traditore –, a chi l'ha amata con tutto il cuore o platonicamente. Siamo quello che gli altri pensano, una porta chiusa, o tutto e niente? Siamo la cenere
lasciata dappertutto e il nostro disordine, o anche il bene che c'è nel
mezzo? Paolo Cognetti, che credevo un grande narratore di uomini e un
tipo da vita all'aria aperta, racconta le donne allo sbando e le
metropoli dalle mille luci. Come solo lui sa. La sua Sofia ha un
leggero strabismo, un viso asimmetrico. Se provassi a
coprire con la mano uno dei suoi primi piani, ti
sembrerebbe di vederla ridere o piangere spostando di poco le dita. Perfino il boscaiolo dall'animo
sensibile si è innamorato di lei. Delle sue imperfezioni, delle sue
storture. Nell'ultimo racconto, ambientato a Brooklyn, c'è un nome
che ritorna: Pietro, come il suo annunciato alter-ego di Le otto
montagne. Un italiano all'estero
che si sogna scrittore e al suo migliore amico, aspirante regista,
prende in prestito l'ossessione per una viandante selvatica e
fotogenica. Mi ha trasmesso la sua infatuazione attraverso una
scrittura, al solito, semplice e personale. E delle gesta
rocambolesche di Sofia, già leggenda nel suo tranquillo sobborgo, mi
sono innamorato anch'io. Mentre buca lo stomaco al suo povero papà, e a qualche amante dà l'ispirazione e a qualche altro un memorabile due di
picche. Ai monelli di Lagobello sulle tracce del suo mistero, invece, favole spinte sulle quali fantasticare a occhi spalancati.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Marianne Mirage - Le canzoni fanno male
Non
è compito tuo essere lo specchio di qualcun altro.
Titolo:
Il Nido
Autrice:
Cynthia D'Aprix Sweeney
Editore:
Frassinelli
Numero
di pagina: 372
Prezzo:
€ 19,00
Sinossi:
Aveva deciso di creare un fondo per
i suoi figli. «Niente di importante», aveva più volte ripetuto,
«un piccolo nido, un investimento prudente, di cui potrete godere
col tempo, senza sfruttarlo.» Ex genio messo in ginocchio dalla
crisi del 2008, Leo è il maggiore dei quattro fratelli Plumb,
babyboomers abbondantemente adulti secondo l'anagrafe e altrettanto
sprovveduti nella realtà di ogni giorno, con le loro vite irrisolte
e sempre in attesa del «Nido», l'eredità che il padre ha
accantonato per loro, e che i fratelli hanno in buona parte già
dilapidato prima di entrarne in possesso. Ed è proprio quando i
soldi sembrano finalmente a portata di mano che tutto precipita: al
matrimonio del cugino, nel tentativo di sedurre una cameriera
diciannovenne, Leo carica la ragazza in macchina e finisce per
provocare un disastroso incidente. Qualche tempo dopo, in uno di quei
mesi di ottobre che a New York sembrano già inverno, Melody,
Beatrice e Jack sono pronti ad accogliere il fratello appena uscito
dal centro di riabilitazione. Ma è lui che preferirebbe evitare di
vederli. Perché dovrebbe spiegare come – per riparare i danni
dell'incidente – si è giocato anche la loro parte di eredità. E
così intorno al «Nido», e a causa sua, i fratelli Plumb
intesseranno una ragnatela di equivoci e inganni, segreti e bugie e
tradimenti, nella quale loro stessi finiranno intrappolati.
Trascinante, commovente, divertente e dissacrante, Il Nidoè un
concentrato di personaggi unici, un brillante riassunto delle ultime
puntate della nostra Storia, un ironico bilancio generazionale e, in
conclusione, una nuova dimostrazione della massima di Tolstoj: «tutte
le famiglie felici si assomigliano. Ma ogni famiglia infelice, è
infelice a modo suo».
La recensione
Quando
la più giovane di loro spegnerà la quarantesima candelina, i
fratelli Plumb, figli di un previdente self made man e di una mamma
svampita e disinteressata, erediteranno un'autentica fortuna. Il
“nido” è un fondo fiduciario che ha resistitito agli sbalzi
d'umore di Wall Street e alle grane della recessione. Cresciuto nel
tempo, sembra abbastanza accogliente, su carta, per contenerere l'ego
dei quattro e assicurare loro una solida tranquillità economica.
Nessuno può metterci mano prima del giorno pattuito, ma una clausola
contempla gli imprevisti. In caso di emergenze, per questioni di vita
o di morte, la cifra può essere intaccata. Cosa c'è di peggio, in
fondo, dell'incidente di Leo Plumb? Il maggiore del quartetto, alla
guida sotto stupefacenti e con le braghe calate, è stato coinvolto
in un drammatico testacoda insieme all'amante di turno dopo avere
abbandonato in tutta fretta un banchetto di nozze. Impossibile
salvare il suo matrimonio, ma qualcosa si può fare per mettere a
tacere i pettegolezzi: una bustarella qui, una lì, e le modalità
dell'incidente non trapelano sui giornali. Il fondo fiduciario gli ha
salvato la reputazione come un deus ex machina. Cosa sarà, adesso,
dei progetti a lungo termine dei fratelli restanti, che dovranno
spartirsi in parti uguali il poco che resta?
New York è
costosissima, come costosissimi sono gli investimenti in cui qualcuno
di loro si è imbarcato, pensando di scartare presto il regalo di
papà. C'è chi ha ipotecato la casa al mare, chi ha legato la
prestigiosa educazione delle figlie alla propria porzione di eredità,
chi si è indebitato fino al collo. Scomparsa la rete di sicurezza e
con il conto in rosso, toccherà reinventarsi in meno di quattrocento
pagine. Il nido, best-seller
in patria, è una commedia sofisticata sull'arte di arrangiarsi e i
piani B. Sapeste quanto era bello, mesi fa, quando me ne è arrivata
in anteprima una bozza. Il romanzo,
leggermente diverso da quello che troverete in libreria, era chiuso
in una scatola turchese, con in calce il celebre incipit di Tolstoj.
Sembrava un pacco regalo e, dietro, c'erano le attenzioni di chi l'ha
preso a cuore e ne ha curato nel dettaglio la pubblicazione. So che
l'équipe Frassinelli ha amato molto l'esordio di Cynthia D'Aprix
Sweeney e, purtroppo, vorrei potere dire altrettanto. La lettura del
Nido, invece, non mi
ha entusiasmato. I lunghi periodi della D'Aprix
Sweeney e la descrizione di quei quartieri elitari, consacrati al
prestigio e al cinismo, mi hanno lasciato indifferente.
Romanzo
corale diviso in tre parti – di cui l'ultima è stata quella che ho
preferito -, racconta le gioie e i dolori dei Plumb: facoltosi, ma
solo di facciata. Jack, antiquario omosessuale, si è sposato in
segretezza con il compagno, un avvocato retto e corretto che durante
l'avvento dell'Aids l'ha tratto in salvo da una vita promiscua; Bea,
frustrata autrice di racconti, non riesce a scrivere il romanzo che
tutti aspettano e che lei, senza ispirazione, non ha mai ultimato;
Melody, la più giovane, è mamma a tempo pieno di due gemelle
adolescenti e prima la scelta del college, poi l'outing di una delle
figlie, le regaleranno nuovi grattacapi; e poi c'è il fuggitivo e
affascinante Leo, motore della trama e bugiardo patologico, che
spezza cuori e semina i suoi fiori della discordia a destra e a
manca. Un quartetto di personaggi oziosi e alto-borghesi a cui mi
sono affezionato tardi. L'antipatia, tra investimenti azzardati
e disastrosi bilanci, all'inizio ha avuto la meglio. Lontanissimi da
me, mi hanno reso difficile identificarmi e far mie le loro vicende.
Funzionano nelle rare scene d'insieme, riuniti alla stessa tavola:
quando il “nido”, da nome in codice di un ambito fondo
d'emergenza, diventa sinonimo d'affetto. E, meglio di loro,
funzionano i personaggi estranei al loro antico albero genealogico:
Stephanie, editor che ha offerto all'inaffidabile Leo il divano e
l'amore; Matilda, esotica cameriera con il sogno della musica, che si
risveglia dall'incidente in apertura con un moncherino al posto del
piede; Tommy, vedovo ed ex pompiere, che ha recuperato sotto le
macerie delle Torri Gemelle una scultura di Rodin di inestimabile
valore. Perdere un cospicuo patrimonio per una letterale sbandata?
Anche i ricchi piangono, dice il proverbio. Ma delle ordinarie
disgrazie dei danarosi e sarcastici Plumb, qui colti nell'atto di
rimboccarsi le maniche, volendo si può sorridere spesso e
di cuore. Il nido, tra
le righe, resta un cadeau alle famiglie felici, a quelle infelici, alle
nostre. Ma Anna Karenina e
i suoi ridenti centoquarant'anni hanno ragione: quanto è vero che ogni famiglia infelice è infelice modo suo. I Plumb, a modo loro, lo sono forse fin troppo.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Sam Smith – Money On My Mind
"E'
semplicemente fantastico. Essere insultata da Florence Gordon durante
il nostro primo incontro.Mi sembra di essere stata promossa in serie A."
Titolo:
Florence Gordon
Autore:
Brian Morton
Editore:
Sonzogno
Numero
di pagine: 317
Prezzo:
€ 17,50
Sinossi:
Florence
Gordon ha settantacinque anni e vive a Manhattan. Femminista ebrea
divorziata, scrittrice scorbutica, attivista testarda e orgogliosa,
detesta la maggior parte delle cose che la gente trova piacevoli e
ama mettere gli altri in difficoltà. Mentre è alle prese con la sua
settima fatica, un libro di memorie, un articolo del "New York
Times" la definisce "patrimonio nazionale",
catapultandola sotto le luci della ribalta e obbligandola a superare
quel filo spinato che aveva eretto intorno a sé. La situazione
precipita quando i suoi "cari" si trasferiscono da Seattle
a New York: il figlio Daniel (che ha snobbato le orme letterarie dei
genitori per diventare poliziotto), la nuora Janine (psicologa,
pronta ad avere una relazione con il suo capo) e la nipote Emily (che
sta cercando di capire cosa fare di una problematica storia d'amore).
Tra i quattro, giorno dopo giorno, si intreccia una commedia
irresistibile, all'insegna di una crudele sincerità ma anche di una
sorprendente complicità emotiva. L'anziana signora, i cui corrosivi
commenti sono una sorta di "versione di Barney" al
femminile, non risparmia niente e nessuno. E forse proprio per questo
i personaggi che la circondano (e i lettori di questo libro)
finiranno per affezionarsi a lei e non poter più fare a meno della
sua voce.
La recensione
In
un mondo in cui gli antipatici sono i nuovi simpatici e gli
introversi i nuovi estroversi, i misantropi convinti – allergici
alle pubbliche manifestazioni d'affetto, chiusi a riccio, pessimisti
e sfiduciati – vanno ormai di moda. L'altro giorno, in centro, ho
visto un ragazzino con la faccia della felicità, le guance rosse e
il sorriso tutto denti, con una T-Shirt con su scritto: I Hate
Everyone. Io che, in certi giorni, nel dubbio, odio tutto e tutti
davvero, usando la scusa della timidezza cronica che mi rende
silenzioso quando la compagnia non è di mio gradimento e rispostacce
come armi a doppio taglio quando nessuno mai se le aspetterebbe dal
tipo con gli occhiali che non ha nulla da dire, per
essere alternativo dovrò mica imparare a socializzare? Gli
scorbutici di cui ho letto quest'anno nei romanzi – con il mondo
contro per posizione presa, ma diretti verso una parziale redenzione
finale – si convertivano alla gentilezza come Scrooge davanti al
Fantasma del Natale passato. Perché, dopo disavventure e piccoli
miracoli, con la saggezza della vecchiaia – e la paura della morte,
e una lista di cose da fare prima di tirare la cuoia – scoprivano
essenzialmente che c'era ancora del buono, che la vita è bella
finché dura, che non è mai troppo tardi.
C'è poi Florence Gordon, eroina eponima del primo romanzo di Brian
Morton giunto in Italia, che sa dimostrarsi coerente, puntuale e
divertentissima. Ha il nome di una delle città più suggestive al
mondo e di una cantante che sembra una splendida sirena degli abissi.
Ha professato con caparbia il femminismo e la libertà negli anni
della rivoluzione sessuale e, verso gli ottanta, rimane una
vecchietta arzilla e indipentente, dotata di silhouette snella,
passo svelto e imprevedibili risorse. Arrivata al punto di
una vita intensa e di una carriera gloriosa in cui può permettersi
la stesura di un memoir ricco e un po' autoreferenziale, scopre
grazie a una recensione entusiastica – non la mia, perché Florence
si accontenterebbe solo del Times – di essere patrimonio
dell'umanità. Mentre si prepara all'arrivo di un'insperata notorietà
(non è mai troppo tardi), il corpo inizia a dare i primi segni di
fragilità (ma la vita è bella finché dura) e le si stringe attorno
quel che rimane di una famiglia che ha voluto tenere a distanza (c'è
ancora del buono). Se il copione sembra classico, in realtà Florence
Gordon sorprende: perché, come
dicevo, nessuno diventa d'un tratto dolce come lo zucchero e perché,
dall'alto del suo adorabile egocentrismo, la protagonista – che ha
avuto un libro con il suo nome, ma in cui c'è posto anche per gli
altri – lascia parlare e sparlare anche chi le è, suo malgrado, vicino. Nessuna metropoli è abbastanza grande, nessun telefono è
abbastanza irraggiungibile, se i Gordon decidono di riunirsi. Chi
sono i soggetti di questa foto di famiglia a cui la matriarca non può sottrarsi?
Daniel, il figlio
poliziotto che, per ribellismo, non ha voluto seguire le
orme dei genitori; Janine, la nuora rispettosa e adorante che ha una
cotta per il suo capo;
Emily, la nipote brillante e sfacciata che, in famiglia, è l'unica
che riesca a tenere testa a una nonna anaffettiva che la tratta come un factotum. Se fosse un film, sarebbe una
commedia di Woody Allen. Elegante, verbosa, con un
cast all stars. Già immagino la locandina, al cinema, con
generazioni a confronto: i due attori di mezza età bollati, anni
prima, come promettenti ma che non hanno mai fatto, poi, il fatidico
botto; la giovane stella in ascesa, amatissima dagli adolescenti, che
qui dimostrerebbe di possedere notevole temperamento; la grande diva
senza età, infine, che monopolizza le attenzioni e colleziona
candidature. Florence è una Meryl Streep con qualche anno
in più sulle spalle: una carriera straordinaria, l'essere sempre
all'altezza, la nascita di una vaga antipatia presso i più – io,
ovviamente, costituisco felicemente una categoria a parte quando si
parla per congetture, ovvio, della più grande attrice vivente e
della più grande rompipalle di carta e inchiostro – perché è
come il prezzemolo e nessuno regge mai il paragone. Se fosse un film, non apparterrebbe però al mio
genere preferito. Anche se amo il cinema che
s'ispira al grande teatro, pieno di dialoghi ritmati e battute a
raffica. Ma di solito sono abituato a discorsi piccoli che diventano
grandi. Questa volta, invece, discorsi grandi diventano piccoli. Si
passa dai dialoghi sopra i massimi sistemi all'intimità e non il
contrario. Il romanzo pesa e non pesa, dunque, e sfiora e non sfiora, anche per
coprotagonisti a noi sconosciuti: New York e i suoi newyorkesi di
fretta, fissi al telefono. Se senilità e famiglia sono temi in
rilievo, la Grande Mela costituisce il sottotesto – e Florence
sarebbe lieta della mia precisazione. La nostra
distanza dalla cima dell'Empire State Building o dall'ombra fantasma delle Torri, l'estraneità dinanzi
a taluni argomenti di discussione – starà facendo bene Obama, e quanto è aumentato il prezzo della sanità? -
rende parzialmente inconoscibile quella realtà, vista non con gli occhi
meravigliati del turista passeggero. Ed è come se qualcosa si perdesse nella
traduzione – non dico in quella ineccepibile di Parolini e Curtoni, sia chiaro – e nel corso del viaggio. L'immagine conclusiva, da fitta al cuore, così amara
e necessaria, ha un'intensità smorzata per la scelta consapevole e
onesta del freddo rigore di Florence. Fino all'ultimo, lupo
solitario. Una risposta sarcastica potrà dare mille soddisfazioni perciò, ma un
cuore caldo penso assicuri più ricordi.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: George Gershwin – Rhapsody in Blue
(“Manhattan” Soundtrack)