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giovedì 24 marzo 2016

Recensione in anteprima: Gli occhi neri di Susan, di Julia Heaberlin

Le Susan dagli occhi neri mi fanno visita in sogno. Sono più vive che mai. Stanno cercando il mio mostro, lo cercano in ogni angolo, come se la loro casa, che è la mia testa, fosse sul punto di esplodere. Come se quella fosse la loro ultima occasione.

Titolo: Gli occhi neri di Susan
Autrice: Julia Heaberlin
Editore: Newton Compton
Prezzo: € 12,00
Numero di pagine: 336
Data di pubblicazione: 31 Marzo 2016
Sinossi: Tessa Cartwright, sedici anni, viene ritrovata in un campo del Texas, sepolta da un mucchio di ossa, priva di memoria. La ragazza è sopravvissuta per miracolo a uno spietato serial killer che ha ucciso tutte le altre sue giovani vittime per poi lasciarle in una fossa comune su cui crescono delle margherite gialle. Grazie alla testimonianza di Tessa, però, il presunto colpevole finisce nel braccio della morte. A quasi vent’anni di distanza da quella terrificante esperienza, Tessa è diventata un’artista e una mamma single. Una fredda mattina di febbraio nota nel suo giardino, proprio davanti alla finestra della camera da letto, una margherita gialla, che sembra piantata di recente. Sconvolta da ciò che evoca quel fiore, Tessa si chiede come sia possibile che il suo torturatore, ancora in carcere in attesa di essere giustiziato, possa averle lasciato un indizio così esplicito. E se avesse fatto condannare un innocente? L’unico modo per scoprirlo è scavare nei suoi dolorosi ricordi e arrivare finalmente a mettere a fuoco le uniche immagini, nascoste per tanti anni nelle pieghe della memoria, che potranno riportare a galla la verità…
                                                 La recensione
E' primavera, svegliatevi bambine. Il ventuno marzo, con l'ingresso di questa mezza stagione che per molti non c'è più, mi sono ritrovato a fischiettare la canzone facendo colazione. Mi è venuto in mente mio nonno, che cantava Claudio Villa mentre si radeva, e il postino, di lì a poco, mi avrebbe consegnato un romanzo in uscita che non sapevo di aspettare. Fuori c'era un bel sole, un vento mite, e sempre fischiettando ho dato una sbirciata a com'è che iniziava, questo romanzo a sorpresa di ragazze resuscitate, cacce al tesoro, polvere soffiata via da casi dati per risolti. Ritorna il ritornello: è primavera, svegliatevi bambine. Un appello a cui risponde solo Tessie, sedici anni e le gambe che corrono veloci. Si sveglia per miracolo, ma non fanno altrettanto le sue amiche fantasma, in quel fosso infestato da carogne, fiori e incubi. Unica sopravvissuta a un serial killer di adolescenti, la piccola Cartwright – con la mamma che un giorno si è accasciata a terra e non si è rialzata, due nonni che vivono in un castello degli orrori, il fiuto per i guai – riapre gli occhi su un letto di ossa e margherite in boccio. Ma non sono margherite qualsiasi, con i loro petali gialli e, al centro, come un occhio nero. Gli americani hanno un nome per loro, Black-Eyed Susan, e da quel nome giornalisti da poco e cronisti d'assalto traggono ispirazione per identificare, a modo loro, le vittime e la rediviva dai capelli rosso fuoco. Un omaccione dalla pelle nera, con scarse prove contro cui tutto ha potuto però il pregiudizio, è stato incriminato e giustizia sembra in fretta fatta. Poche erano le tecnologie della scientifica, sommari e incerti i tentativi di dare un'identità a quei macabri resti. Chi erano le altre Susan, sepolte insieme a Tessie in quella bara a cielo aperto? Sono passati poco meno di vent'anni. Il mostro sta per essere giustiziato, ma c'è un dettaglio tutt'altro che trascurabile. Quell'elemento fuori posto che, di solito, toglie il lieto fine a un thriller quando pensavi che i protagonisti, finalmente, fossero sani e salvi. Sotto la finestra di Tessa, che nel frattempo è diventata madre e ha abbandonato il diminutivo di gioventù, una mano sconosciuta pianta nuovi esemplari di quei fiori infestanti, e sembrano un avvertimento o una minaccia. Soprattutto, nella testa di una protagonista che non crede all'ipnosi o alle suggestioni dei medium, gli spettri delle sue compagne insepolte non hanno mai smesso di chiacchierare. Sembra accattivante di certo ma consueto, Gli occhi neri di Susan: thriller un po' psicologico e un po' investigativo tradotto in mezzo mondo e adocchiato, leggevo, anche dal cinema. Ma lo è e non lo è, sapete? Avrete capito già, infatti, che quella famosa sbirciata all'incipit inneggiando all'ingresso della primavera è diventata, poi, una lettura che non ha conosciuto pause e che la conoscenza con l'esordiente Heaberlin e le sue ninfe ammazzate si sia rivelata, in particolare all'inizio, profondamente conturbante. 
L'ultima scommessa Newton Compton, che ha mantenuto quella copertina sgargiante e sinistra e viva la suspance, è più complessa da definire, forse, che da raccontare. La trama, in definitiva non così intricata, a malincuore non così imprevedibile, contempla differenti punti di vista e salti frequenti, le riflessioni sulla pena di morte in Texas e gli straordinari traguardi delle scienze forensi. Una narrazione a cavallo tra passato e presente, un mistero che rinasce ogni volta che i giardini sono in fiore e soffia il vento, l'alternarsi al timone della Tessa di oggi e di quella di ieri. Negli anni Novanta, lei e la migliore amica, Lydia, seguono accanite il caso O.J. Simpson alla tivù e giocano a fare le investigatrici, affascinate dalle storie macabre e dal sangue. Non sanno ancora che, ben presto, un campo sperduto e la testimonianza della fortunata superstite faranno delle loro vite, e di quell'amicizia agli sgoccioli, una storia di quelle che si seguono con le orecchie aguzzate, le occhiate sospette all'esterno e il cuore a mille. Quando l'incubo finisce, iniziano le sedute psichiatriche settimanali e un processo che le coinvolge entrambe, più o meno direttamente. La Tessa di oggi, invece, ha un pacemaker, una cicatrice a forma di mezzaluna sul viso e una bambina, Charlie, che dorme in una stanza dalle pareti viola. 
Una vicina sclerotica, ancora, che dal suo portico ha adocchiato un misterioso ladro di vanghe e il tatuaggio di una farfalla, abbinato a quello di una amica del cuore trasferitasi Dio solo sa dove. Per un periodo, dopo il ritrovamento del suo corpo non morto, Tessa ha perso la vista: cecità isterica, stabilisce lo psicologo che invece ha perso una figlia. Per un periodo, dopo gli interrogatori a tappeto e la maternità, ha pensato che fosse addirittura finità. Gli occhi neri di Susan prende le mosse dal recupero di una vecchia scatola in cantina e dalla collaborazione che nasce tra la mancata vittima e due professionisti - un bell'avvocato e una antropologa - per salvare un innocente da morte certa. Quel che rende la lettura strana e un po' surreale, ma in senso buono, sono il filtro di una narratrice sui generis e toni cantilenanti, tanto deliziosi quanto crudeli. Le ossa parlano, e parla Tessa: la lingua sciolta, la testa che gira e il gusto dell'artista. Le regole di buon vicinato, case dai colori pastello, figure dalle abitudini alquanto pittoresche e con il pollice verde. E i toni, trasognati, sono quelli di una narratrice inquieta che dice e non dice, ma che spesso ti trae in inganno. Quale spazio può esserci, in una villetta di donne e macchine da cucito, veli e centrini, bluse a fantasia e pigiami a pois, per un mistero che lega due generazioni? Nei riti messicani, ci sono fiori colorati che sbucano dai teschi, i corpi spolpati fino alle ossa e le orbite vuote. Ma i crani frantumati e le bocche spalancate permettono alla natura, alla vita, di mettere radici. E sbocciare. Le stesse dicotomie – vite e morte, luce e buio, angoscia e ingenuità – sono presenti anche in un thriller che, nonostante le sbavature sparse, esercita per lunghi tratti un fascino profondo e pressoché inspiegabile. Peccato che qualche pagina di troppo al centro e un finale sornione, ma che non sconvolge, non rendano perfetto, ahimè, questo placido sonno marzolino, in mezzo al polline e agli scheletri. Julia Heaberlin, così, ufficialmente firma un giallo che da Gillian Flynn prende in prestito i risvolti femministi, ma ufficiosamenete è più una Kathy Reichs sotto acidi, con quei suoi disegni che raccontano la verità, i giardinieri silenziosi delle favole dei Grimm e una scrittura rococò, musicale e spaventosa, da “giro giro tondo” in capo al cimitero.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Hooverphonic – Mad About You