Si
ritorna sul ring. Si ritorna a parlare di Glow:
la comedy che a sorpresa, lo scorso anno, aveva spinto alle corde gli
spettatori e gli Emmy. Di nuovo gli anni Ottanta, così abusati da
essermi venuti a noia. Di nuovo una serie di donne, sulle donne, con
le femministe di ogni dove sul piede di guerra all'indomani dello
scandalo Weinstein. Trash per finta, tutto costumi sgambatissimi e
brillantini, lo show sul mondo del wrestling femminile riempiva
letteralmente gli spalti – vuoi per Alison Brie, amica detestabile
ma ottima padrona di casa, o per una carrellata di comprimari sopra
le righe a cui ci si affezionava presto. O meglio: questo è capitato
ai più, nel mentre, ma non a me. Glow,
carino e tutto, senz'altro ben fatto, proprio non mi aveva
conquistato. La parte di me che seguiva gli incontri commentati da
Luca Franchini e Michele Posa da bambino, con The Rock, Bautista e
John Cena ancora lontani dal grande schermo, voleva dargli una
seconda opportunità in nome di una specie di nostalgia: era la scusa
buona, almeno, per commentarlo con un fratello minore altrove,
indipendente, che poco sente il bisogno di farsi vivo al telefono. Il
discorso non cambia: purtroppo, nel mio caso; per fortuna, invece,
per chi Glow l'aveva
apprezzato a colpo sicuro. Le lottatrici hanno
conquistato il loro spazio sulle televisioni locali, ma la strada per
la vittoria è piena di accidenti: da sceneggiatura, sono sempre a
rischio sabotaggio, sempre a rischio cancellazione. Da una parte
scontentano le casalinghe americane, che le ritengono diseducative e
discinte. Dall'altra, danno grattacapi ai responsabili dei
palinsesti: meritano la seconda serata, l'oblio, soprattutto se Ruth
– anima del gruppo condannata a essere sempre fraintesa per
un'immutabile antipatia di fondo – non cede alle avance
di uno dei piani alti? Come contrattaccare? Si mettono meglio a punto
sigle d'apertura, maschere, drammi, mosse. Ci si picchia con maggiore
convinzione, a costo di una gamba rotta. Si mettono in mostra più
carne, più glitter. Qualcuna di loro si sposa in diretta, qualcuna
sbarella pubblicamente, qualcuna si scopre mamma, figlia, fidanzata.
I picchi di inaudita genialità: tutti stipati nell'ottavo episodio.
Ma, a proposito del resto, mi sono trovato mio malgrado a fare lo
stesso gioco degli spettatori della finzione. Che
fraintendono lo show. Che non lo trovano affatto indispensabile. Che,
se non cambiano canale, non è per le vicende personali delle ragazze
– di cui, onestamente, continua a importarmi poco e niente – ma
per un peccato veniale che mi porta ogni volta a promuovere
l'accuratezza della messa in camera; l'acume di qualche trovata
metatelevisiva; la grande bravura di belle che ballano, e qui
picchiano. (6+)
Maccio
Capatonda: non lo conoscevo, se non di nome. Qualche sketch comico ai
tempi di Mai dire e
un fratello minore che, da adolescente, ripeteva per casa i
suoi più famosi tormentoni a mo' di mantra. Pur avendo sempre un
occhio di riguardo per il cinema italiano, commedie comprese – mai
recensite ma mai disdegnate, per dire, quelle di un Checco Zalone –
non ho visto nessuno dei suoi due film. Galeotta è stata
un'intervista radiofonica condotta da Alessandro Cattelan, in cui il
comico abruzzese aveva parlato di questo progetto strano e
ambiziosissimo che, non senza un iniziale scetticismo, aveva trovato infine il lasciapassare di Sky. È scattato da
sé, all'istante, il recupero di The Generi. Il protagonista è
Gianfelice Spagnagatti: uno come me, come te. Blogger sottopagato che
fa il suo mestiere semplicemente per passione, troppo impegnato tutto
il giorno sul divano per pensare all'amore della vicina di casa. È
per sfuggire alla dichiarazione di lei, al suo abbandono, che da
bravo fannullone imbocca la porta del bagno. Non sapendo che quello,
per un moderno inetto che deve ancora scoprire sé stesso e prendere
coscienza delle proprie zone d'ombra, è in realtà il portale per
un universo metacinematografico da esplorare. Finisce ora nello
scontro fra sceriffi e indiani di un western d'essai; ora in un
esilarante slasher anni Ottanta, con il meglio e il peggio dei cliché
della cultura americana; a volte in un fantasy alla Garrone, con una
principessa che non ride mai e un giullare pettoruto che deve
imparare a farlo, e altre in una commedia sexy con Alvaro Vitali, in
cui tette, culi, reggicalze e verginità da barattare sono il
vademecum. Senza dimenticare, poi, gli eroi ipodotati di un
cinecomic tutto da ridere; un quiz con la conduzione di Nino
Frassica, che fa il verso a The Millionaire; un noir fumoso,
in bianco e nero, con i bulli, le pupe e i colpi di scena. La
fotografia si adegua ai temi, ai toni, al registro.
Cambiano l'aspect ratio e la cura insospettabile che c'è
dietro. Non si disdegnano il sangue, le panoramiche a volo d'aquila,
la computer grafica. La scrittura si scopre così piena di rimandi
interni, dotata di una coerenza da rivelare soltanto nel finale. C'è
un po' di genio nel nonsense di Maccio Capatonda, sì. Nella sua
recitazione amatoriale, svogliata, eppure naturalissima, da uomo
medio alle prese con una situazione paradossale. Nelle freddure
gratuite, che fanno ridere per quanto volutamente infelici, e nelle
trovate a cui ho pensato e ripensato, trovandomi sempre a
sogghignare. The Generi è nuovi tormentoni per i
fratelli minori e nuovi personaggi vincenti: per me, una nuova
scoperta. (7)