
Corse
in macchina. Rapine. Voltafaccia e sparatorie. Cosa può spingermi al
cinema a vedere un action, se non il genio di Edgar Wright? Il
brillante autore della Trilogia del Cornetto e
di quello Scott Pilgrim
troppo nerd per i miei gusti, torna schiacciando forte il pedale. A bordo: Ansel Elgort, già ottimo ai tempi di
Colpa delle stelle, e la romantica cameriera Lily
James. All'inseguimento: la banda capitanata da Spacey, Hamm e Foxx –
divertenti, ma quanto gigioneggianti? La colonna sonora, da
incorniciare, non tace un momento. Le corse si sposano perfettamente
con la maestria del piano sequenza dei titoli di testa (schivare i
passanti, attraversare, portare in equilibrio i caffè non sono che una
gran coreografia) e la tenerezza di quei dialoghi timidi ma dolci, da
romcom, in cui Baby Driver
somiglia un po' a 500
giorni insieme. Cosa,
all'uscita dalla sala, mi ha fatto propendere per il nì e un
briciolo di delusione? Cosa, già il giorno successivo, non mi ha
spinto a scriverne? Il divertimento momentaneo, grande ma non
dei più contagiosi, e la prevedibilità di una scrittura spiccia,
che bada tanto alla tecnica, il giusto al cuore e poco e niente al
mondo di Baby. Un delinquente di enfant prodige il cui potenziale
viene banalizzato dopo la prima metà – con la sua aria da bravo
ragazzo, non bellissimo, Elgort ricorda proprio un Peter Parker che
tenta di conciliare pubblico e privato, sentimenti e responsabilità,
con villain che vogliono per forza avere l'ultima parola (a volte,
perfino la redenzione) e una lei con cui bruciare in fretta le tappe.
La carica innovativa del regista, il suo umorismo british, corrono
dietro al cinema americano. Non temono i cliché, quando avrebbero
dovuto invece prestare più attenzione. Danno scosse in poltrona, ma
dimenticano qualcosa che resti. Baby Driver
è l'intrattenimento elettrizzante che avete letto altrove. Ma non mi
ha fatto cambiare idea su un genere limitato, per quanto accattivante
e ben musicato esso sia. Ma Wright ha fatto di meglio in passato:
precisamente, tutto il resto. (6,5)
Philip
si scopre erede di una fortuna alla morte del cugino. Il parente, in
lettere deliranti, accusava la sua nuova moglie di cospirare contro
di lui. Delirio o verità? Nel
momento di fronteggiare l'usurpatrice, Philip si trova davanti una
donna così cristallina da farlo dubitare, tanto affascinante da
indurlo in tentazione. Ispirato a un romanzo dell'autrice
degli Uccelli e
Rebecca, My Cousin
Rachel è una produzione
britannica fatta di accenti regali, interpreti in forma, scenari
mozzafiato. A metà tra il melodramma e il mistery, abbozza appena
l'elemento noir e limita l'erotismo, l'ambiguità, per non
allontanarsi mai troppo dal cinema elegante dell'impersonale Roger Michell. Delle intenzioni della sua
protagonista, delle coincidenze grandi e piccole, la Du Maurier non
svela nulla su carta. Al cinema restano un'ambiguità che perdura, ma scarso appeal. My Cousin Rachel è
una caccia alle streghe; un romanzo gotico sul sospetto e
l'ossessione a cui mancano in parte il pathos, in parte la fascinazione. Si arriva così a un finale amaro a piccoli
passi ma precipitosamente; senza quasi decollare. Se in una particina
spicca il nostro Favino, protagonisti assoluti di un corteggiamento
lento e fatale sono Sam Claflin, candido e ineffabile, e lo charme di
una Weisz superba. Un
po' femme fatale, un po' fattucchiera, l'ultima arrivata fa tisane
misteriose, ispira regali costosi e, in un attimo, fa capitombolare
il padrone di casa. Come Elena di Troia, sembra crea il caos attorno. Per lei, gli uomini muiono. Dipende forse dalla sua volontà
di manipolatrice? O, in pieno vittorianesimo, ci voleva poco per dare
a una donna la colpa di ogni male? Quando il tarlo comincia a rodere,
ogni gesto sembra simulato; ogni collana di perla, ogni festa in
pompa magna, l'ennesimo furto; ogni bacio una bugia. (6)
Due
bambini, una casa a Roma, tanta voglia di darsi addosso e poca di
fare l'amore. Andrea e Sofia sono una coppia dai giorni contati. Lui
chirurgo con un misterioso progetto in ballo, lei presentatrice
televisiva. Galeotti un corto circuito e una
macchina per conoscere i pensieri dell'altro, i protagonisti si
scoprono cambiati dopo l'ennesimo battibecco. Sì, succede quello che
capita alla mamma e alla figlia di Quel pazzo venerdì,
ai liceali agli antipodi di Boygirl,
e chi ne ha più ne metta. Moglie e Marito,
esordio alla regia di Simone Godano, per fortuna è italianissimo. Lontano dalle
classiche gag, vicino all'intelligenza che tanto ci ha stupito in sala lo scorso anno. Kasia
Smutniak e Pierfrancesco Favino (esilaranti e in parte,
anche se i gesti misurati di lei convincono più delle
moine di lui) fanno a cambio corpo. Si sorride, e spesso si ride ad alto
volume; tra le righe, si ragiona. In una commedia che ha uno spunto
fantastico, ma sceglie una dimensione realistica per parlare delle
contraddizioni delle donne e delle debolezze degli uomini. Per dire
che la parità dei sessi esiste, con buona pace di chi si nasconde
dietro un dito, e che in un amore che muore non c'è chi ha torto e
chi ha ragione. Il finale che immagini è forse dietro l'angolo, ma
nel mentre l'emozione – un'emozione diversa dal divertimento fine a
se stesso, dallo sghignazzo – fa capolino. Durante
l'amplesso, a ruoli inversi, si scoprono così la pazienza e i segreti
dell'altro. L'arrivo del ciclo mestruale giustifica ogni nervosismo.
Un neonato che ti si attacca al seno, ma tu sei un padre travestito
da mamma, ti fa scoprire la bellezza di essere guardato così: come
se fossi tutto il mondo. Tra moglie e marito, se c'è tensione
nell'aria, metti la scoperta dell'empatia, la meraviglia di
conoscersi daccapo, la paura di scambiarsi di posto. Il dito, mai.
(7)
Alessandro,
ventiduenne, vive un rapporto conflittuale con il padre e una
relazione segreta con Donatella Finocchiaro, mamma del suo migliore
amico. A impartirgli lezioni di galanteria e buonumore,
un poeta affetto da Alzheimer. Nel suo studio, ha grattato
sulla carta da parati poesie che parlano dell'amore e della guerra.
Giorgio, giunto a Roma dopo l'arrivo degli alleati americani,
snocciola nomi stranieri e farnetica di tesori nascosti. Chiama il
protagonista con un altro nome, nei giorni no. Gli strappa qualche
sigaretta a scrocco. Apprezza i videogiochi, la gioventù, e se ne
circonda. Esistono ancora uomini così? Che fanno il baciamano, che
chiedono il permesso prima di avvicinarsi a una donna, che credono
nelle rime e nell'umanità? Si può forse imparare, applicandosi? La
loro amicizia ispira lunghe passeggiate e un
bellissimo confronto generzionale, con tanto di immancabile
viaggio in macchina. Torna Francesco Bruni, braccio destro di Virzì, con una
commedia dolce e istruttiva delle sue. Come nel precedente Scialla,
i giovani e i vecchi che dialogano e si confrontano; la freschezza di
un esordiente nato imparato; il contrappunto dello straordinario Montaldo, che ha ottantasette anni e non li sente. Emozionante con garbo,
all'ultimo Bruni si perdona perfino la prevedibilità della seconda
parte – la deriva on the road, l'epilogo annunciato – per il
semplice fatto che il tuo cuore desiderava fortemente sperarci. Per il resto,
tra risate e occhi umidi, un cast sincero e una sceneggiatura a modo,
può trovarci davvero tutto quello che vuoi: di quel titolo, c'è da fidarsi. (7)
Un
collegio per formare gli uomini di domani. Niente cellulari, professori severi e bulli mascherati, telecamere
dappertutto. Giulio passerà lì le vacanze di Natale. La neve e
l'isolamento non sono niente se c'è Eduardo, migliore amico che gli
svela una via di fuga. Oltre il bosco, a luci spente, scoprirà
l'amore di una spogliarellista dell'est, la gelosia di chi è stato lasciato indietro, un segreto che semina
cattivi pensieri. I figli della notte sono
i rampolli timidi e ribelli dell'esordio di Andrea De Sica – uno
cognome altisonante, di cui in definitiva si rivela all'altezza, e
l'incoraggiamento della critica allo scorso Torino Film Festival. Il
nipote d'arte vira al genere che mancava. A metà tra il
romanzo di formazione e il teen thriller, con interessanti
sconfinamenti nei territori della ghost story, I figli
della notte è un ibrido che convince e non. Se lo sviluppo manca di identità, in
quel suo voler essere di tutto un po', sbalordisce la credibilità di
un cast che eppure bada al risparmio (bravissimo il protagonista,
Vincenzo Crea) e l'ineccepibile tecnica di fondo (quanta suggestione
lungo i corridoi alla Shining,
nei Matia Bazar che
fanno da sottofondo agli spogliarelli di un club per soli adulti, in
una canzone cantata senza stonature brandendo un'arma da fuoco). Opera
prima inquieta e inquietante, I figli della stoffa ha
idee confuse (forse ci aspettavamo la venuta di John Keating, forse qualche spiegazione in più) e stoffa da vendere. Per
De Sica, da qui in poi, una strada in discesa. In questa notte
popolata di spettri, assassini per caso e rabbia latente, c'è del
buono. Anche se, dati i toni orrorifici, avremmo preferito la paura.
(6)