|Donnaregina, di Teresa Ciabatti. Mondadori, € 19, pp. 228 |
Chi
è Giuseppe Misso, detto 'O Nasone? Ex camorrista, ha quasi
ottant'anni e vive in una località segreta, lontano dalla sua amata
Napoli. Carismatico, colto, bugiardo, descrive al “Corriere della
Sera” un'esistenza dai toni picareschi, fatta di lussi sfacciati
(gli orologi costosi e le Jaguar), hobby peculiari (l'allevamento di
colombi) e relazioni improbabili (la presunta parentela con Leonardo
DiCaprio; l'antagonismo con Lovigino, amico divenuto rivale; gli
amori per Antonietta, Adele, Teresa, da cui sono nati due figli).
Ormai invecchiato, si racconta all'alter-ego di Teresa Ciabatti.
Uno
non ci pensa mai che i cattivi hanno una normalità, e a forza di
pensarli lontani, a forza di relegarli in una dimensione remota,
oltre a semplificare, proteggiamo noi stessi, credo.
Cos'hanno
in comune un superboss e una scrittrice al centro di una dolorosa
crisi familiare e creativa? La narratrice ne sa poco di cronaca, e
soprattutto non è napoletana. Più interessata a raccontare l'uomo
che il mostro, più concentrata sul privato che sui delitti, instaura
con Misso un dialogo tenero e peculiare — è presente perfino all'ultimo
matrimonio di lui, intrappolata in un discutibile tailleur arancione.
Intanto, però, è costretta a fare i conti con le resistenze
dell'editore, con un gemello litigioso e una migliore amica morente,
ma soprattutto con Camilla: la figlia tredicenne, nella quale scorge
il riverbero delle sofferenza di Bruna, la primogenita transgender di
Misso.
Chiunque
è un'invenzione di qualcun altro.
Come
mai ho letto Donnaregina, lettura a metà tra l'inchiesta e
l'autofiction, io che solitamente prediligo la narrativa? Merito
della voce di Ciabatti. Empatica ed egocentrica, sprezzante e
fragilissima — un'autrice, insomma, che c'entra tutto e niente con
le doglianze del camorrista che si credeva Robin Hood. Benché sia
lei stessa intrusa nel rione Sanità, mi ha condotto tra i vicoli e
le contraddizioni di una storia che esce spesso fuori traccia e
proprio per questo risulta irresistibile. Tra lunghi audio su
WhatsApp e appuntamenti alla Rinascente, Misso tenta di soggiogare la
protagonista per veicolarne le opinioni. Ma, in un lungo braccio di
ferro, è lei a imporre la sua personale versione dei fatti — umana
e incoerente, surreale a tratti, ma assolutamente vincente. È più
temibile fronteggiare un criminale, d'altronde, o convivere con una
figlia iscritta in seconda media? Il mistero dell'adolescenza: più
impenetrabile della camorra.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Nada – Amore Disperato
|
Niente di vero, di Veronica Raimo. Einaudi, € 18, pp.
163 |
Ci
sono copertine, buffe e dolenti, che sembrano raccontare di per sé
una storia. Quella di Niente di vero, in libreria dal 1°
febbraio, sfoggia una smorfia irresistibile. Cosa increspa il viso
della ragazza in primo piano: una risata incipiente, un dolore
soffocato oppure un sentimento sfuggente, a metà tra la pazza gioia
e lo struggimento? Perfetta sintesi delle contraddizioni di Veronica
Raimo, questa fotografia in bianco e nero è il lasciapassare per il mondo segreto dell'autrice: una donna cresciuta in una
famiglia non più disfunzionale di tante altre, che qui racconta a
cuore aperto un lutto (mai elaborato), la maternità (indesiderata),
il sesso (una scoperta sconcertante), l'editoria (una favola a cui prestare scarsa fede).
Possono
toglierci tutto tranne i ricordi, si dice. Ma chi mai sarebbe
interessato a questa espropriazione? La maggior parte dei ricordi ci
abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i
restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a
promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori, in cerca
di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia.
Scontata, a metà prezzo. La memoria per me è come il gioco dei dadi
che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o
truccato.
Romanziera,
sceneggiatrice e traduttrice, non sognava di fare la
scrittrice: da bambina voleva diventare una rockstar. Peccato che non
abbia mai imparato a leggere l'orologio analogico, ad andare in
bicicletta, a nuotare: figurarsi, dunque, a suonare il basso. Tutta
colpa della pigrizia, che sin dall'adolescenza ha trasformato in
fugaci pensieri astratti qualsiasi speranza di fuga. Tutta colpa
della famiglia, che ha educato lei e il fratello Christian – a sua
volta scrittore – all'hobby della noia. Cresciuta in un
appartamento romano mutevole quanto una scenografia teatrale, senza
privacy né bidet, Veronica si allontana presto dal nido, ma non c'è
città abbastanza remota per sfuggire alle telefonate di mamma
Francesca: una vedova pressante e un po' offensiva, strenuamente
legata ai ricordi idealizzati del marito defunto, di cui cito en
passant le ipocondrie legate al disastro di Cernobyl' e il
pallino per lo scatolame. Veronica soffre d'insonnia. Veronica soffre
di stitichezza. Veronica ha il seno piccolo, ma tutti le regalano
reggiseni. Veronica non vuole bambini, ma tutti le rifilano anzitempo
tutine per neonati. Tagliata fuori dal mondo degli adulti
responsabili, proprio come da bambina le succedeva con i passatempi
dei coetanei, firma il suo personale romanzo di formazione a
quarantaquattro anni. D'altra parte, c'è forse una scadenza?
Quando in
una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita, si dice.
In realtà la famiglia se la caverà alla grande, come è sempre
stato dall'alba dei tempi, mentre sarà lo scrittore a fare una
brutta fine nel tentativo disperato di uccidere madri, padri e
fratelli, per poi ritrovarseli inesorabilmente vivi.
Brutale senza risultare respingente, brilla per la nonchalance con cui
ricorre al turpiloquio e per la leggerezza con cui riduce le tragedie in freddure. Accusata da un anonimo collega
di essere una narratrice troppo algida, si reinventa grazie a questo
spassoso flusso di coscienza in grado ora di intenerire, ora di
amareggiare. Dimenticate la prosa intricata e oscura di Ciabatti:
quando si racconta, benché senza un filo logico, Raimo è una
boccata d'aria fresca. Un'amica scherzosa e linguacciuta che elenca
il male di cui è stata capace – atti mancati, bugie, sbagli,
lacune – inconsapevole del bene ispirato, nel frattempo,
nell'interlocutore. Perennemente inadeguata, preferisce
farsi fotografare di spalle e, alla maniera dei camaleonti, cambia
colori per non farsi riconoscere nemmeno dai parenti. Ma
nella sua voce, bella anche se tormentata, risuona la pace di
chi è venuto a patti con sé stesso. Una storia è un
concetto ambiguo, dice a un certo punto uno dei personaggi
secondari. Ambigua lo è soprattutto questa – piena zeppa di
ricordi falsificati, di finali alternativi e abbellimenti di sorta, di amanti
immaginari. La nostra memoria è un quadro contraffatto, un gioco
truccato. La vita, dunque, non è che una bugia che raccontiamo a beneficio del prossimo. Troveremo, prima o poi, il coraggio di diventare le persone
che fingiamo di essere agli occhi altrui?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: La rappresentante di Lista - Resistere
|La più amata, di Teresa Ciabatti. Mondadori, € 18, pp. 218 |
Lì
per lì erano le geometrie ipnotiche della foto in copertina. Poi
quel Premio Strega mancato per un soffio, pare. Infine la sconfitta
in favore del mio preferito in gara, il rude ma dolce Cognetti, che
sul Corriere della sera aveva ispirato all'autrice tagliata fuori dal
carro dei vincitori il resoconto schietto, umano, amaro di un
fallimento: l'ennesimo. Perché Teresa Ciabatti, quarantaquattro
anni, scrive più e più volte di sentirsi una fallita. Mai parte di niente, taglia i ponti e getta diserbante attorno,
inventa scuse e impegni per non accompagnare a scuola la sua unica
figlia mano nella mano. Ha sceneggiato diversi film italiani, e ne
rinnega un paio dicendo si tratti di semplice omonimia – parlo dei
mocciani Tre
metri sopra il cielo e Ho
voglia di te,
sì. Ha scritto in precedenza di ragazzine viziate, enfant prodige
aspiranti e famiglie disfunzionali – ispirata al suo esordio per
Einaudi la commedia di Carlo Virzì, L'estate
del mio primo bacio,
che all'inizio alla cieca ho istintivamente associato alle ville con
piscina e alle capricciose rimostranze della Più
amata.
Filo conduttore di tutti i romanzi, la vita dell'autrice e i suoi
proverbiali panni sporchi. Lavati in pubblico qui, per amore di
onestà, sotto gli occhi di lettori un po' voyeur. Per venire a capo
del mistero di una vita irrisolta; di un declassamento economico e
sentimentale che, durante l'adolescenza, l'ha condannata a rinunciare
alla casa più lussuosa dell'Argentario per un buco ai Parioli.
Eppure
ricordo anche i momenti di pace, perché c'erano, ci sono stati. Io
ricordo i momenti in cui eravamo una famiglia felice.
Nella
provincia toscana dei primi anni Ottanta i cognomi sono status
symbol. Quello di Teresa e del suo gemello fa prostrare
tutta la regione in adorazione. I Ciabatti hanno lingotti d'oro nel
cassetto delle mutande, lo staff medico come lacchè e baby sitter,
la pazza idea che ci sia del petrolio in Maremma. Tutti i meriti al
patriarca, Lorenzo. Chi era davvero e, soprattutto, chi era lo
sconosciuto armato che l'ha sequestato per un giorno e basta? Essere
sua figlia, impara la protagonista, più aprirti tutte le porte: non
sarò mai povera, afferma, né sola. Peccato che gli amici del paese
non vogliano lei, ma ciò che rappresenta. Peccato che suo padre –
irresistibile bugiardo, traditore, potente
burattinaio della storia d'Italia – nasconda una pistola, conti
bancari segreti e un'altra vita. Deve averlo capito per forza di cose la
moglie esiliata, Francesca, che abbandona il lavoro di anestesista
per farlo contento e si ammala di depressione, dormendo a lungo: si
procura così il livore della figlia femmina, che la accusa di averli
portati troppo lontano da un mondo di privilegi. In salvo.
Ballerina,
attrice, conduttrice tv. [...] Ballerina, presidente della
Repubblica, il primo presidente donna, santa. Santa Teresa di
Orbetello: eccomi, eterea evanescente, incedere sulla spiaggia fino
al mare, e non fermarmi, proseguire sull'acqua, camminare sulle
acque, con tutti a fare oh, a mormorare: lo sapevo che era speciale.
Sono speciale, sì.
Fuori
da Orbetello, una Teresa cresciuta nella bambagia – la stessa che
ha fatto dell'ostentazione, dei vestiti pacchiani e dei fiocchi
dappertutto uno stile di vita – scopre il sesso, l'invidia e la
bellezza altrui. Mangia per noia, per dimenticare, e
ingrassando rinuncia al sogno del tutù – può sempre ambire alla
conduzione di un programma in prima serata, alla presidenza o perfino
alla beatificazione però. Non esiste tenerezza. In casa sua tutto ha
un prezzo e un doppio fondo: un lato nascosto. C'è del marcio. Come
con quella piscina profonda, bellissima, che sotto cela un
nascondiglio: un bunker per sfuggire, ma a chi? Ammiccante,
egocentrica, forse amata ma tutt'altro che amabile, l'erede dei
Ciabatti coltiva nel tempo libero fantasie di stupro e rapimento se
in cerca di attenzione; inscena un melodrammatico suicidio ingollando
dodici aspirine; minaccia a ogni torto subito di mettere in
allerta il Telefono Azzurro.
Se
mi guardo indietro, se guardo alla bambina che piroettava sul palco
del Supercinema – filosofo, attrice, ministro – posso dire di
aver fallito. Sono una fallita di mezza età con una prospettiva di
successo che diminuisce anno in anno, ce la farò – a trentun anni
– ho ancora qualche possibilità – mi rincuoro a quaranta – non
ce la farò mai – mi arrendo a quarantaquattro, riscopritemi
postuma.
I
ricordi vanno e vengono nell'ordine che preferiscono. Gli epiteti
sono di quelli esagerati e immodesti. La Ciabatti parla di sé, e spesso malissimo. Con tanta
autocritica e un'onestà contundente che, in definitiva, ha saputo
conquistarmi più di uno stile frammentario che ha aneddoti ma non
discorsi diretti. Fa antipatia e tenerezza, questa biografia fra
fantasia e rievocazione disperatamente in cerca del bandolo della
matassa. Di un alibi per giustificare i difetti, i meccanismi di
difesa e i lati oscuri di una persona che non sa ancora far pace con
il proprio cuore. Questa insopportabile primadonna di mezza età a
cui verrebbe da dire ora sta' zitta, ora tranquilla,ché ti ascolto io.
Raccontarsi sul lettino dell'analista, perciò, rintracciando al
solito in famiglia i germogli del mal di vivere. Scoprendo, per
ironia della sorte, che non le appartiene nemmeno questa storia: lei
testimone involontaria, altri gli artefici. Come diventare grandi
nonostante la confortevole prigione di una campana di vetro? A dispetto di quell'amore
bugiardo, e di quel padre che dei bugiardi era il Professore?