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mercoledì 12 novembre 2014

Giftaway - Silver, di Kerstin Gier


Mi vedete che, da lontano, sventolo una bandierina bianca?
Sono vivo, sono vivo. Non è arrivata l'ebola dalle mie parti, tranquilli, né ho pensato di mettere in pausa il blog. Statene certi, con me non capiterà mai. Prendetemi in parola.
Manco, però, dal web, da una settimana esatta, anche se qualcuno mi avrà visto attivo al solito. Passo a commentare i miei blog preferiti, ma non ho post per il mio. I paradossi. La verità è che sto leggendo un libro tanto bello quanto lungo – N0S4A2 – e che fino a quando non lo avrò finito non sarò in grado di recensirvi altro. Le nuove uscite latitano e, da brava formichina quale sono, accumulo serie TV per riempirvi di chiacchiere con I love telefilm.
Non ho foto di nuovi acquisti e arrivi. Non sono sceso, per il weekend, e a breve, dopo due settimane tonde, tornerò in Patria. Se proprio volete, vi mostro Iliade e De Bello Gallico: dite che è meglio di no? Li ho comprati sabato, per un esame di Letteratura Latina che si preannuncia il mio incubo peggiore. Brrr... ividi. La buona notizia: erano in sconto gli Oscar Mondadori. Non solo quelli pallosi e scritti in lingue morte, ma col mio budget assai scarso solo quelli potevo comprare. Prima il dovere, poi il piacere.
Come passo il tempo? Leggo, quello sempre; scrivo, e per una volta per me stesso, anche se un giorno mi piacerà farvi leggere certe cose; mi accorgo che in casa ho romanzi che non voglio e che qualcun altro vorrebbe. Un'amica, una volta, mi ha detto che i libri devono stare con chi li ama.
Grosso preambolo, quindi, per dirvi che ho un regalino per voi.
In libreria, recentemente, è arrivato il nuovo romanzo di Kerstin Gier, firmato dalla Corbaccio, e ricorderete che a me il primo non aveva fatto impazzire. Già. Sempre che non vi dispiaccia ricevere la mia copia, perciò, che vi giuro è nuovissima, sfogliata coi guanti bianchi, metto in palio Silver. Usato, anche se non sembra. La prima edizione, specifico, visto che la TEA ha appena mandato in stampa il tascabile a un prezzo stracciato. I battenti per l'iniziativa sono aperti per sette giorni. Il 20 Novembre, mattina o pomeriggio, non so, contatterò privatamente il vincitore. Non ci sono regole, ma vi lascio qualche voce – le solite! - da spuntare dalla lista, così mi fate contento.
  • Essere lettori fissi del blog e unirvi alla pagina Facebook.
    Commentare.
  • Lasciarmi il vostro indirizzo email.
  • Condividere a piacere l'iniziativa.
E' tutto; promesso. Ci sentiamo quando il romanzo di Joe Hill finisce, anche se è scritto da Dio e vorrei non finisse mai. Voglio godermelo ancora un po'. Un abbraccio, M.
Ps. Di recente, sono stato intervistato sul sito della mia cittadina. Se vi va, leggete qui!


giovedì 13 marzo 2014

Recensione: Silver, di Kerstin Gier


Titolo: Silver
Autrice: Kerstin Gier
Editore: Corbaccio
Numero di pagine: 323
Prezzo: € 16,40
Sinossi: Porte con maniglie a forma di lucertola che si spalancano su luoghi misteriosi, statue che parlano, una bambinaia impazzita che si aggira con una scure in mano... I sogni di Liv Silver negli ultimi tempi sono piuttosto agitati. Soprattutto quello in cui si ritrova di notte in un cimitero a spiare quattro ragazzi impegnati in una inquietante cerimonia esoterica. E questi tipi hanno un legame con la vita vera di Liv, perché Grayson e i suoi amici sono reali: frequentano la stessa scuola, da quando Liv si è trasferita a Londra. Anzi, per dirla tutta, Grayson è il figlio del nuovo compagno della mamma di Liv, praticamente un fratellastro. Meno male che sono tutti abbastanza simpatici. Ma la cosa inquietante - persino più inquietante di un cimitero di notte - è che loro sanno delle cose su Liv che lei non ha mai rivelato, cose che accadono solo nei suoi sogni. Come ciò possa avvenire resta un mistero, esattamente il genere di mistero davanti al quale Liv non sa resistere..
                                              La recensione
Lo dico? Lo dico, dài. Quanto mi sta antipatica Kerstin Gier. Ora, ragionevolmente, starete pensando: “Ma chi, la stessa Kerstin Gier di Red, Blue e Green – così frizzante, spassosa, autoironica, divertente?”. Già, proprio lei. Parlo – e lo specifico – non avendo letto l'acclamata Trilogia delle Gemme: l'atrocità e il kitsch del film Rubinrot avevano ucciso qualsiasi mia intenzione; peggio di quanto faccia, in estate, l'implacabile carta moschicida con gli insetti. Mi era bastato il film, mi ero fermato felicemente al film. Poi, dopo due chick-lit, a qualche anno dalla sua famosa trilogia fantasy, eccola in libreria con il primo volume di una nuova serie. Il tema: i sogni. Interessantissimo è dire poco. E poi quella copertina così dark – con la solita ragazza in abito lungo di spalle (tutte timide queste modelle?) e i soliti scenari desolati – aveva fatto il resto. Amo le congetture sui sogni, le modelle troppo fighe per offrire un primo piano del loro bel faccino a noi spregevoli mortali, gli inquietanti cimiteri inglesi pieni di rovi e antichità. Trecentoventi pagine dopo, eccomi qui. Presente all'appello, ma poco entusiasta. Pochissimo. Silver... com'è, questo Silver? E' un classico racconto urban fantasy, scritto secondo uno stile che vorrebbe essere innovativo. Dico vorrebbe non a caso: perché – pur stemperando le atmosfere gotiche e i misteri più neri con un tono da commedia rosa – il risultato, almeno per me, lascia un tantino a desiderare. Immaginate una risaputa storia di evocazioni, riti e sacrifici umani raccontata dalla voce naif e fresca di una sedicenne: carina come cosa, vero? Immaginate, adesso, la stessa risaputa storia di evocazioni, riti e sacrifici umani raccontata dalla voce di un'autrice quasi cinquantenne che si finge sedicenne, e naif, e fresca come una rosellina di bosco: meno carina, la cosa. Decisamente. Una delle poche note positive di questo romanzo starebbe proprio nella protagonista, la “buffa” Liv, ma è proprio lei a mancare di credibilità. Ha i tratti della caricatura: lei che è bella, ma anche bruttina. O meglio, lei che è una nerd occhialuta, ma che quando si toglie gli occhiali si scopre uno schianto. Domanda al volo: ma perché, se io mi tolgo gli occhiali, mi scopro soltanto cieco come Ray Charles? Lei può. Perché è imbranata, ma è anche cintura nera di kung fu. Cita film e romanzi di nicchia, ma immancabili sono le perle di saggezza del suo sapiente istrutture di arti marziali. Che ovviamente sarà vecchio e assennato come il mitico Genio delle Tartarughe e avrà un nome giapponese alla Jackie Chan. 
Il lato positivo è che non si prende mai sul serio, ma io – insieme a lei – non ho preso sul serio nemmeno per un secondo la storia che mi raccontava: una specie di Raven Boys per gli spettatori di Dora L'Esploratrice, tipo. I Boys di turno costituiscono un quartetto pressoché inestricabile e indistinguibile. Tra loro, sono indistinguibili. E come sono? Tutti belli, ovvio. Capelli biondi, gambe lunghe, sorriso storto, occhi non semplicemente castanti, ma del colore delle Mou. No, non Le Mucche fanno Muuu, ma le caramelle. Quegli yogurt per bambini sono il mio piacere segreto per eccellenza, non fraintendetemi, ma uno sguardo a chiazze bianche e nocciola non sarebbe particolarmente allettante nemmeno per la nostra Liv. Penseremmo tutti a una rara e grave forma di cataratta e pregheremmo di evitare un mega-apocalittico contagio. Per trecentoventi pagine, dall'inizio alla fine, mi sono chiesto: “Ma questa Liv ci è o ci fa? Ma la Gier ci è o ci fa?”. Propendo per il “ci fa”, io. Lei – in maniera furba, nascosta, scaltra – finge un'allegria che non possiede e s'improvvisa cabarettista con un umorismo che, forzato e poco naturale, non ho trovato per nulla divertente. Silver mi è sembrato studiato a puntino. In maniera stucchevole e irritante. E' un mio problema: più ti fai l'amicone, più mi fai venire l'orticaria. L'autrice elemosina risate e sorrisini divertiti a tutti i costi e, per accattivarsi i più giovani, indossa i panni di una quindicenne un po' nomade che non esiste. Io ho visto lei che si fingeva, in maniera non così brillante, la quindicenne in questione. Come quando i genitori, per un'inquietante forma di cameratismo che mi sfugge, usano “Ganzo”, “Scialla”, “Fa il panico” e le emoticons su Whatsapp per sentirsi gggiovani dentro. 
Dopo le sue vecchie e fortunate esperienze, la scrittrice tedesca ritorna – con i suoi personaggi – nell'uggiosa Londra, con un volo “solo andata” proveniente dalla Germania. Ecco, Londra è assente. Non ci sono i soliti luoghi comuni, ok, ma non ci sono nemmeno informazioni di nessun tipo. La Gier è convinta che tutti gli inglesi abbiano nomi pomposi e cognomi dall'aria nobile e che i tour notturni presso il cimitero di Highgate siano più alla moda delle foto sorridenti a Piccadilly Circus. A portare la protagonista a Londra è la mamma: dove non si va, per la famiglia. Mamma che, con una comune laurea in letteratura inglese, viaggia più degli U2 in tour. Ha insegnato in tutt'Europa e anche in Africa. Grazie a una laurea in let-te-ra-tu-ra inglese, eh. Professori e precariato non dicono niente alla cara Kerstin, suppongo. Nella nuova scuola, che ha un'organizzazione più confusionaria e fantasiosa di quella della mia università, i soliti personaggi, il solito ballo d'autunno e colei che sa tutto e vede tutto: l'invisibile Secrecy. Il finale di Gossip Girl ha turbato la psiche di qualcuno... E' nella nuova casa, però, con il suo nuovo fratello nella stanza accanto, che Liv inizia a fare strani sogni. Questa, forse, è l'unica cosa che mi sia andata a genio per davvero. Ogni persona ha la sua porta e i suoi sogni e Liv, in un corridoio lunghissimo, a destra e a sinistra, può vedere le porte personalizzate delle persone che le sono accanto. Basta conoscere la parola d'ordine, possedere la chiave, per accedere ai sogni intimi dell'altro. E se qualcuno volesse proteggere i suoi segreti con l'omicidio? In questi pochi momenti, l'avventura della protagonista mi è piaciuta: una curiosa Alice, quasi, al cospetto delle infinite e colorate porte del magnifico Monsters & Co. Non scontato il piacevole colpo di scena inserito alla fine; peccato, solo, che alla pagina successiva il ragazzo di turno mi pronunci una frase come “Il mio sogno sei sempre stata tu!” per farmi cascare le braccia e, di conseguenza, il libro dalle mani. Poi finisce e ti rendi conto di non sapere niente di niente su questa nuova, ennesima saga. Può suscitare curiosità, questo; a me ha dato fastidio e basta. Silver ha idee interessanti, ma uno sviluppo banalissimo che – di tanto in tanto – annoia pure. A me, soprattutto, ha annoiato il tono sempre giulivo, querulo, artefatto e (s)piacevolmente sopra le righe della sua autrice. Ho scoperto che non fa per me. No.
Il mio voto: ★★ 

mercoledì 28 agosto 2013

Mr Ciak #17: Come ti spaccio la famiglia, Una canzone per Marion, Rubinrot

E poi vedi questo film e hai la sensazione di piangere, soffocare, smettere di respirare del tutto. La causa, una sola: le troppe risate. Dai produttori del sopravvalutatissimo Come ammazzare il capo e vivere felici, arriva Come ti spaccio la famiglia, bruttissimo titolo italiano – ma come li scelgono? - dell'inglese We're The Millers. Una commedia scorrettissima, divertentissima, ganzissima, sballatissima... insomma, un sacco issima. Un film on the road su un'improbabile famiglia felice che, nel suo allegro e spazioso camper, trasporta l'equivalente di una dozzina di piantagioni di cannabis provenienti dall'afoso e pericoloso Messico. Sono certe gite fuori porto a rendere le famiglie più unite, giusto? E che famiglia è quella dei Millers: la mamma è una spogliarellista a tempo pieno, il padre è un piccolo pusher, il figlio è un verginello ingenuo ed innocente, la figlia è una mina vagante con la passione per i pearcing, i tatuaggi e i cattivi ragazzi. Sono una famiglia, ma solo per un giorno: per finta. Ma quando un poliziotto messicano “che ama la compagnia di altri uomini” ti chiede un po' di compagnia per lasciarti passare, quando una tarantola ti inietta il suo veleno nelle parti basse, quando due coniugi di mezza età ti propongono un pepato e promiscuo scambio di coppia, quando la ragazza dei tuoi sogni ti vede baciare per esperimento la tua finta madre e la tua finta sorella e quando ti inseguono un paio di energumeni armatissimi... be', allora è il delirio più totale. Un delirio all'ultimo attacco di risa. Come ti spaccio la famiglia è un intrattenimento assurdamente esilarante: una commedia ottima che, pur non proponendo nulla di originale, tra gag e volgarità sempre efficaci, rischia di far crollare un cinema scosso da risate di massa forti come onde sismiche. Non c'è un solo attimo di tregua tra una disavventura e l'altra, fatta eccezione per la brevissima parentesi romantica finale. La chiave sta nella brillante e semplice sceneggiatura e, soprattutto, nel cast. Teneri, simpatici, affiatati, grandi: idoli! Il Jason Sudeikis di Libera uscita e Candidato a sorpresa, quella sagoma di Will Poulter, la fresca e frizzante Emma Roberts e la regina della commedia americana, Jennifer Aniston. Quarant'anni e oltre e non sentirli: i suoi film appartengono un po' tutti allo stesso genere, vero, ma come fa ridere lei con la sua mimica e le sue movenze riescono in pochi. E' diverte, è sexy mentre si esibisce in uno spogliarello che farà incetta di visualizzazioni sul web ed è incredibilmente autoironica mentre – nelle scene tagliate – ridacchia ascoltando la sigla del suo Friends. Una commedia diversa, su una famiglia diversa. Ottima per una serata al cinema, in compagnia di amici scemi e grasse risate.

Colpevole. Una canzone per Marion è stato il secondo film dopo The Impossible, in questo 2013, ad avermi fatto piangere per davvero. Perciò, lo dichiaro colpevole. E' il genere di film con cui i critici non vanno troppo d'accordo, ma, dall'inizio alla fine, mi sono sciolto come un ghiacciolo alla fragola al sole. E no, non era la tristezza a farmi questo effetto, ma la tenerezza che i protagonisti del film diffondevano intorno a loro: ad ogni respiro, ad ogni bacio, ad ogni piccolissima nota. La commedia drammatica diretta da Paul Andrew Williams – regista del dissacrante horror The Cottage – spicca per una leggerezza e una delicatezza totalmente inaspettate, disarmanti nella loro autentica sincerità. E' adorabilmente e spiccatamente british in tutto, dalle meravigliose ambientazioni al cast, ma non sa trattenersi davanti all'amore straziante dei due protagonisti, Marion e Arthur. Non un amore proibito, non un amore lampo, ma un sentimento che – tra alti e bassi – è maturato in cinquant'anni e oltre di matrimonio. Un amore coniugale, pieno di rughe e acciacchi; un amore della terza età. Lei, Marion, vive per la musica; lui, Arthur, vive per Marion. E' un vecchietto brontolone e coriaceo, con le pareti del cuore spesse come rocce e un figlio con cui parla pochissimo, ma per Marion farebbe di tutto e di più. Sua moglie, ormai, è fragile e anziana, non le resta molto da vivere, e, ogni notte, la culla come se quella fosse l'ultima notte da condividere con la sua anima gemella. Alla luce del sole, però, davanti a tutti, è cinico e sarcastico e sembra divertirsi un mondo nel prendere in giro gli anziani come lui che, insieme alla sua Marion, si sono uniti per divertimento al coro diretto dalla giovane Elizabeth. Stonati, ma felici, cantano il sesso che non fanno ormai più, l'amore che continuano a sognare, il vigore del rock 'n roll, il loro saldo attaccamento alla vita. Uno strano spettacolo, questo, che emoziona come pochi. Li guardavo e pensavo a loro come a tanti bambini felici: ingenui, puri, candidi. Poi, una mattina, Marion non si sveglia più. E' spirata nel corso della notte. Con molta calma, Arthur chiama suo figlio e prepara il funerale, poi si chiude in una stanza e emette un urlo che mi ha gelato il sangue. Il grido di un animale morente e di un uomo che piange. I membri di questa adorabile coppia di ottantenni sono il rigido Terence Stamp e quell'angelo meraviglioso di Vanessa Redgrave, sempre bellissima e dolce. A dare scintille alle loro vite e a far sì che Arthur, ormai vedovo, esca fuori dall'abisso della depressione, è la direttrice di quel coro di anziani, una solare e simpatica Gemma Arterton, meno appariscente del solito, ma sempre in parte, anche se due giganti come Stamp e la Redgrave le rubano facilmente la scena. Tra le scene più commoventi, quella in cui Marion dedica a suo marito il suo ultimo assolo: canta True Colors (qui) con un'intensità e un'emotività da far venire letteralmente le lacrime agli occhi. Non è intonatissima, ma ha l'amore nella voce e, nemmeno per un attimo, stacca i suoi occhi da quelli del marito. Non mi commuovevo per una canzone dalla I dream a dream cantata da Anne Hathaway in quel capolavoro che è Les Miserables: tutto è stato possibile grazie a una Vanessa Redgrave dai capelli cortissimi e dagli occhi limpidi come il cielo. In quel momento, avrei oltrepassato lo schermo e l'avrei stretta in un abbraccio da orso. Come è commovente la risposta di suo marito, che arriva tardi, quando lei non c'è ormai più e lui ha preso il suo posto in quel coro che odiava tanto: Good night my angel. Per chi ha amato The Quartet, ecco un film semplice e straordinariamente ordinario. Non lascerà traccia di sé, è prevedibile come tante pellicole del genere, ma i produttori di Kleenex e i sentimentaloni amanti della bella musica apprezzeranno. Anche solo per le prove straordinarie di due attori che, quando andranno via, lasceranno un buco incolmabile nel cinema e nel mondo intero. Una canzone per Marion è una cura per il cancro della tristezza. Come l'amore, come la musica.

Bho. Avrò fatto male io. Tutti mi consigliavano la trilogia fantasy firmata da Kerstin Gier, tutti la elogiavano, tutti ne parlavano con grande passionalità e trasporto, quindi, quando ne ho avuto modo, subito mi sono fiondato su Rubinrot, la trasposizione cinematografica del primo romanzo, edito da noi con il titolo di Red. Credetemi, scegliere di vederlo è stato un tormento: io, come la maggior parte dei lettori “provetti”, sono uno di quelli che prima di vedere un film, deve leggere necessariamente e obbligatoriamente il libro. Ma ho tanto da leggere, i soldi scarseggiano e, quindi, ho colto l'occasione al balzo. L'ho visto e, come la maggior parte di quei tanti titoli che da noi non giungeranno mai e poi mai, nella versione coi sottotitoli. Il film, ambientato a Londra, è girato interamente in tedesco, con attori, sceneggiatori e regista – dunque – provenienti da uno Paese lontanissimo dagli sfarzi hollywoodiani o dalla savoir fare britannico. Io non ho alcun pregiudizio verso il cinema europeo – che, anzi, spesso mi ha regalato vere sorprese e piccole perle di film – ma, brutalmente, senza giri di parole, vi dirò che ho trovato questo Rubinrot alquanto bruttino. E, senza conoscere lo sviluppo del romanzo nei dettagli, non ho trovato in 120 minuti di pellicola ciò che mi sarei aspettato: il perché del successo contagioso e straordinario di questa serie. 120 minuti sono tanti per un film del genere, ma, anche se con un ritmo non sempre sostenuto, il tutto scorre piacevolmente, senza grossi intoppi. I giovani protagonisti scelti per interpretare gli amatissimi Gideon e Gwendolyn sono entrambi molto, molto belli e trasmettono freschezza ad ogni scena, con le loro facce nuove e i loro romantici battibecchi, ma il difetto peggiore del film è il suo essere sciatto, senza personalità, arrangiaticcio. Gli effetti speciali sono accettabili, discreti, e le prove di tutto il cast sono decisamente nella media, ma è proprio a livello registico che non c'è gusto, non c'è eleganza o stile. Il tipo alla macchina da presa riprende, ma esattamente come avrei fatto io - senza alcuna esperienza – e non riesce a valorizzare il poco che aveva. Nè la storia, che poteva essere originale (anche se non tanto originale da riempirci tre libri), né il tema dei viaggi nel tempo, non supportato da costumi o scenografie degne di nota. E l'ultima scena, tra l'altro, ricorda preoccupantemente la chiusa del primo Twilight. E' un film atipico, un po' rozzo, che più attirare fan nel mondo, casomai, li respinge. Opinabile la scelta di girarlo in tedesco: viva il patriottismo, ok, ma vedere i personaggi parlare non propriamente la più dolce e musicale delle lingue sullo sfondo del Big Ben, fa uno strano effetto (da vera tamarrata.... o da cortometraggio amatoriale!) e, probabilmente, anche a questo è imputabile la scarsa distribuzione della pellicola, che già di per sé non ha le carte in tavola per essere un successone al botteghino. Magari, con il supporto della bandiera a stelle e strisce, l'idea centrale avrebbe potuto rendere di più; o magari no. Rubinrot rimane un film guardabilissimo, con due bei protagonisti affiatati che saranno la gioia per gli occhi di tanti teenagers, ma del tutto privo di picchi interessanti. Poco incisivo e realizzato in maniera discutibile. Sembra uno di quei film che, nei pomeriggi di noia, del tutto inosservati, passano su Italia Uno o Rai 4. Che sia questo il suo destino? Per me, da noi, non lo vedremo molto presto. E, francamente, non se ne sente nemmeno il bisogno. Fortunatamente, lettori che hanno avuto modo di vedere il film mi rassicurano: la trilogia, a quanto pare, è un'altra cosa.