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lunedì 22 aprile 2013

Mr Ciak #9: Bianca come il latte, rossa come il sangue

Ciao a tutti e buon inizio di settimana! Questo lunedì ritorna il consueto appuntamento con le recensioni cinematografiche di Mr Ciak e si torna a parlare dello scrittore Alessandro D'Avenia e del suo esordio: Bianca come il latte, rossa come il sangue (la mia recensione qui). Come certamente saprete, all'inizio del mese, prodotto dalla 01 Distribution, si è concretizzato al cinema, nell'omonimo film di Giacomo Campiotti. Per scoprire le mie impressioni, nate anche dal confronto con il romanzo, la mia breve recensione. Voi l'avete visto, o forse avete intenzione di farlo? Avete letto il romanzo? Buona lettura – e magari buona visione, M ;)


Bianca come il latte, rossa come il sangue: un libro che non avrebbe dovuto piacermi, ma che eppure qualcosa me l'aveva lasciata. Diciamo pure parecchie.
Non era una storia in cui avevo rivisto ombre e riflessi di me, ma il tono malinconico e colloquiale, quei piccoli monologhi che ti aprivano la mente e il cuore, quei pochi personaggi che crescevano nell'arco di poco più di duecento pagine avevano sortito il loro potente effetto. Far di quella storia un film era un rischio. Anche perché era una storia come tante, ma era diverso il modo in cui erano raccontati l'amore, l'amicizia, la malattia. Anche perché certe scene devono essere immaginate, evocate, non viste. Anche perché, lo ammetto, la mia fiducia nei confronti del cinema italiano è limitata, scarsa. Eppure un film che, proprio come il libro, all'inizio mi aveva fatto più antipatia che altro, mi è piaciuto. Mi ha colpito. Semplice. Girato semplicemente, sceneggiato semplicemente... Semplicemente emozionante.
Rispetto al libro cambia tanto, ma l'emozione che pervade il tutto rimane la stessa. Restano il rosso e il bianco. Le tremila sfumature tra l'allegria e il dolore. L'ironia e la profondità. Quei brividi leggeri e profondissimi che ti scuotono come una pacata risata su una panchina nel parco. Il romanzo di Alessandro ha pochi dialoghi, sporadici monologhi, lunghe lettere scritte a sé stessi e a Dio. La pellicola diretta da Campiotti ha un approccio completamente diverso da come io lettore l'avevo immaginato. Il famoso incipit, letto a voce alta nella mia stanza, era impregnata di quel bianco di cui tanto parlava. Di una malcelata tristezza. Nel film, accompagnato dai titoli di testa, è invece colorato, felice, giocoso, buffo e pronunciato da un Leo in sella a un bici sgangherata, non al cinquantino compagno di tante fughe ed incidenti di percorso. Ad impersonare il nostro protagonista la giovane stella di Scialla! e di Un giorno speciale: il non ancora ventenne Filippo Scicchitano. Un attore che mi piace molto, ormai noto ma che ha conservato la semplicità di un ragazzo qualunque. 
E' onesto, spontaneo, bravo, con un sorriso ampio e contagioso che lo rende perfetto nelle parti comiche e inaspettatamente emotivo in quelle più drammatiche. Mentre la sua migliore amica Silvia è interpretata dalla genuina e naturale Aurora Ruffino, il suo oggetto del desiderio è incarnato da Gaia Weiss. Essendo italianissima nel romanzo, la scelta di un'attrice straniera – e non dai capelli naturalmente rossi! - per il ruolo di Beatrice mi è apparsa inadatta fino ai primi minuti della proiezione del film. Poi ho capito anch'io: non è nata in Italia, ma sembra essere nata per il ruolo della “dea” personale di Leo.
E' eterea, raffinata e lontana come la Francia da cui, nel film, proviene. Un simbolo come la Torre Eiffel, una bellissima diva da tappeto rosso che mostrerà ogni singola sofferenza, ogni sua vulnerabilità a uno Scicchitano sempre più innamorato e sempre più maturo. Grazie a Flavio Insinna, al simpatico Romolo Guerrieri e a un'esilarante scena di una copiatura alla Mission Impossible durante il compito di matematica, le risate non mancano. 
Ma c'è posto anche per la commozione nel momento in cui le scene più emozionanti del libro le troviamo riproposte pari passo o lette in chiave inedita: il momento in cui il protagonista scappa via dall'ospedale, davanti a una Beatrice che non riconosce nemmeno: senza i suoi vaporosi capelli ramati, senza la sua innata femminilità; i dialoghi senza peli sulla lingua e pregiudizi tra Leo e il suo prof di lettere... Un bravissimo Luca Argentero è Il sognatore. Un personaggio poco presente sulla scena, ma che lega proprio tutto: che incatena Leo sul ring di una palestra, che gli fa capire l'importanza delle scelte e l'ordine naturale dei sogni. Attori sui quali, eppure, avevo sentito diverse critiche, mi sono sembrati a loro agio e perfettamente in parte. Critiche che avevo sentito anche riguardo alla colonna sonora e che, in parte, condivido anch'io: il libro emanava una grande musicalità, tra le altre cose, ma i pezzi dei Modà sparati a profusione – per quanto gradevoli possano essere – , intervallati ogni tanto da brani di musica classica usati con grande ironia, non aiutano purtroppo a riproporla al cinema. Un film riuscito, nonostante qualche perdonabile intoppo qua e là: simpatico, romantico, pulito, buon nell'anima. Come il pane. Come una parola gentile. Come il romanzo a cui s'ispira.

sabato 30 marzo 2013

Recensione: Bianca come il latte rossa come il sangue, di Alessandro D'Avenia

Buon pomeriggio, miei amici! Come stanno procedendo queste vacanze e come passerete la giornata di domani? Per farvi i miei migliori auguri, vi propongo la recensione di un romanzo che volevo leggere da un po', ma che ho divorato solo adesso, complice l'uscita del film – dal 4 Aprile al cinema (... e quel giorno è anche il mio compleanno!). Mi raccomando, non fate indigestione di uova di Pasqua! Alla prossima, Mik.
L'amore non dà pace. L'amore è insonne. L'amore è elevare a potenza. L'amore è veloce. L'amore è domani. L'amore è tsunami.  
L'amore è rossosangue.

Titolo: Bianca come il latte, rosse come il sangue
Autore: Alessandro D'Avenia
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 254
Prezzo: € 13,00
Sinossi: Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori "una specie protetta che speri si estingua definitivamente". Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c'è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l'assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell'amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l'ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.
                                                      La recensione
Il greco è la verdura della scuola. Amara e utile solo al transito intestinale, cioè a fartela sotto il giorno dell'interrogazione...”
L'adolescente è un mistero ancora da svelare; un puntino luminoso che, una volta ogni mille anni, taglia il cielo e la nostra notte cercando attenzioni, nel tentativo vano di essere compreso, di non sentirsi più solo in quel profondo, cosmico blu: così sterminato, eppure così vuoto, lontano. Si mostra, in attesa di incrociare occhi giovani e puri come i suoi, e poi scompare. Via nell'anima della notte, via nell'anima della vita. Un attimo dopo è già vecchio: una moglie, un figlio, un mutuo da pagare con un lavoro frustrante e una foresta di tristi rughe. Come una farfalla, vive per un solo giorno.
Ha la cronologia del PC più ritoccata degli zigomi di un'attricetta nostrana e più limpida dei sanitari di un ospedale, password al cellulare che farebbero un baffo all'astuta Sfinge di Edipo, pensieri vietati ai minori e rigorosamente da censurare. Conia parolacce e neologismi e fa pensieri profondi, il più delle volte. Districarli tra collage mentali di ragazze pettorute e sorridenti, equazioni e lettere greche, calcio e motorini, noia ed imprecazioni varie è l'impresa che il valente Ercole aspetta di portare a termine dall'alba dei tempi, praticamente! Parlare di tutto questo non è impossibile. Bastano una voce schietta e acuta, una penna, distese di carta bianca da riempire con i colori delle emozioni. Colori definiti, ma sbavati: come in un graffito. Colori che i miei prof reputerebbero sporcizia senza senso su un muro senza senso, non un'opera d'arte. Macchie pazze, semplice schifo. Sono stati i miei insegnanti a consigliarmi per la prima volta Bianca come il latte, rossa come il sangue. Più che un consiglio, la loro era un'imposizione.
E io, fiero e ribelle liceale, finalmente lasciato alle spalle il quinto ginnasio, non l'ho letto. Chiaro: come avrei potuto riconoscermi in un romanzo nel quale si erano riconosciuti loro? Dov'era il mio diritto di evitare accuratamente i consigli dei perpetui attentatori alla mia tranquillità di studente che, molto probabilmente, avevano fatto da fornitori di inchiostro e papiro ad un giovincello Omero? Io ero un genio incompreso, loro non capivano niente. Caso chiuso. Volevo essere alternativo, discordante: dire “No, io non l'ho letto!” e andarne fiero.
Ma, a distanza di anni dalla pubblicazione, complice l'uscita del film, mi sono riavvicinato alla storia di Leo, Silvia e Beatrice. Mi sono avvicinato a un cantastorie eccezionale, a un sognatore che mi ha fatto posto sulla sua stella.
L'amore è una specie di forza di gravità: invisibile e universale, come quella fisica. Inevitabilmente il nostro cuore, i nostri occhi, le nostre parole, senza che ce ne rendiamo conto vanno a finire lì, su ciò che amiamo, come la mela con la gravità”.
Alessandro D'Avenia: un bravo scrittore, bravissimo; un maestro di filosofia e di vita sensibile ed umano; l'insegnante che vorrei sentir parlare a lezione, l'amico che vorrei chiamare a notte inoltrata nei miei tanti momenti no. Io ero come il suo Leo prima dell'arrivo del Sognatore. Inconsapevolmente perso. 
Il romanzo ha periodi spigolosi, ma senza spigoli. Spezzettati, frammentari, lapidari, ma morbidi – come quando la mamma, da piccini, tagliava via la crosta dura dal nostro tramezzino con la Nutella. Sono fatti di parole leggere, tra il rosso e il bianco; suggestive come nuvole perfettamente rosa in un tramonto sul mare.
I capitoli sono epigrafici. Quando hai sedici anni tutto è così complicato, tutto è così semplice: i genitori sono due estranei con connotati simili ai nostri, i prof sono una malefica razza da lasciare estinguere come un'epidemia di colera, gli amici sono la vita, la musica è tutto, l'amore è una tempesta di rossi esplosa su una tela di Pollock. Arriva con uno scoppio tra i banchi di scuola, con i freni che fischiano ed un boato che, tutto un livido e con il gesso al braccio, ti porta dal tuo unico amore, nel luogo dove mettere alla prova il tuo coraggio e la tenacia dei tuoi sentimenti: non un castello, ma un ospedale. Tre il protagonista e l'eterea Beatrice non una strega malvagia, ma una malattia mortale: un incantesimo che trasforma il suo sangue da rosso a bianco. Il colore più brutto.
Strappare la bellezza ovunque essa sia e regalarla a chi mi sta accanto. Per questo sono al mondo”.
Nonostante gli aforismi di cui è impreziosito, i dialoghi essenziali e significativi, i piccoli apologhi che si incastrano nella storia stessa, nella filosofia antica e nella tradizione greca, l'esordio di Alessandro non suona retorico nemmeno un po'.
Lui si limita a coniugare esattamente i congiuntivi, a mettere le virgole lì dove sono necessarie, a fare ordine tra i pensieri e i ricordi, a rendere il suono della campanella e il ticchettio del gesso sulla lavagna i suoni più armoniosi di questo mondo, a sollevare il tono di Leo – capelli ribelli, voglia di studiare saltami addosso... in una relazione aperta a tempo indeterminato con il torneo di calcio a scuola e l'iPod – quando parla di e con Beatrice, una splendida dea che sta per abbandonare il suo corpo terreno troppo bruscamente. Destinazione: l'eterno. L'amore gli ha messo le ali ai piedi, il suo grillo parlante gliele ha messe alle parole, affinché suonassero migliori e più sicure. Affinché restassero per sempre.
Se lei sparisce, sparisce il sogno. E la notte resta nel suo buio più buio, perché non ci sarà nessuna alba”.
Bianca come il latte, rossa come il sangue è un rapido flusso di coscienza, un canto intonato con voce e chitarra a una vita che il più delle volte è un po' stronza, una storia d'amore maturata in duecento giorni e abbozzata su un banco di scuola, una lettera a Dio rubata tra le pagine del commovente diario di Beatrice. Scritta e riscritta. Strappata e risanata. Nella gioia e nel dolore. Nella salute e nella malattia. Con le lacrime o il sorriso, la rabbia o la quiete. Con la voce che è un graffio nella gola o un inno alla gioia di vivere. Potrebbe essere lo specchio dei nostri anni, il libro della nostra gioventù, l'insegnamento della nostra vita. Una cosa è certa: se ci fossero più romanzi così, più autori come Alessandro D'Avenia, allora molti più giovani leggerebbero. E forse, potrebbe essere anche un'Italia meno difficile, la nostra. Da un alunno a un prof...
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Modà – Se si potesse non morire