Ciao
a tutti e buon inizio di settimana! Questo lunedì ritorna il
consueto appuntamento con le recensioni cinematografiche di Mr Ciak e
si torna a parlare dello scrittore Alessandro D'Avenia e del suo
esordio: Bianca come il latte, rossa come il sangue (la mia
recensione qui). Come certamente saprete, all'inizio del mese,
prodotto dalla 01 Distribution, si è concretizzato al cinema,
nell'omonimo film di Giacomo Campiotti. Per scoprire le mie
impressioni, nate anche dal confronto con il romanzo, la mia breve
recensione.Voi l'avete visto, o forse avete intenzione di farlo?
Avete letto il romanzo? Buona lettura – e magari buona visione,
M ;)
Bianca
come il latte, rossa come il sangue:
un libro che non avrebbe dovuto piacermi, ma che eppure qualcosa me
l'aveva lasciata. Diciamo pure parecchie.
Non
era una storia in cui avevo rivisto ombre e riflessi di me, ma il
tono malinconico e colloquiale, quei piccoli monologhi che ti
aprivano la mente e il cuore, quei pochi personaggi che crescevano
nell'arco di poco più di duecento pagine avevano sortito il loro
potente effetto. Far di quella storia un film era un rischio. Anche
perché era una storia come tante, ma era diverso il modo in cui
erano raccontati l'amore, l'amicizia, la malattia. Anche perché
certe scene devono essere immaginate, evocate, non viste. Anche
perché, lo ammetto, la mia fiducia nei confronti del cinema italiano
è limitata, scarsa. Eppure un film che, proprio come il libro,
all'inizio mi aveva fatto più antipatia che altro, mi è piaciuto.
Mi ha colpito. Semplice. Girato semplicemente, sceneggiato
semplicemente... Semplicemente emozionante.
Rispetto
al libro cambia tanto, ma l'emozione che pervade il tutto rimane la
stessa. Restano il rosso e il bianco. Le tremila sfumature tra
l'allegria e il dolore. L'ironia e la profondità. Quei brividi
leggeri e profondissimi che ti scuotono come una pacata risata su una
panchina nel parco. Il romanzo di Alessandro ha pochi dialoghi,
sporadici monologhi, lunghe lettere scritte a sé stessi e a Dio. La
pellicola diretta da Campiotti ha un approccio completamente diverso
da come io lettore l'avevo immaginato. Il famoso incipit, letto a
voce alta nella mia stanza, era impregnata di quel bianco di cui
tanto parlava. Di una malcelata tristezza.Nel
film, accompagnato dai titoli di testa, è invece colorato, felice,
giocoso, buffo e pronunciato da un Leo in sella a un bici
sgangherata, non al cinquantino compagno di tante fughe ed incidenti
di percorso. Ad impersonare il nostro protagonista la giovane stella
di Scialla! edi
Un giorno speciale: il
non ancora ventenne Filippo Scicchitano. Un attore che mi piace
molto, ormai noto ma che ha conservato la semplicità di un ragazzo
qualunque.
E' onesto, spontaneo, bravo, con un sorriso ampio e
contagioso che lo rende perfetto nelle parti comiche e
inaspettatamente emotivo in quelle più drammatiche. Mentre la sua
migliore amica Silvia è interpretata dalla genuina e naturale Aurora
Ruffino, il suo oggetto del desiderio è incarnato da Gaia Weiss.
Essendo italianissima nel romanzo, la scelta di un'attrice straniera
– e non dai capelli naturalmente rossi! - per il ruolo di Beatrice
mi è apparsa inadatta fino ai primi minuti della proiezione del
film. Poi ho capito anch'io: non è nata in Italia, ma sembra essere
nata per il ruolo della “dea” personale di Leo.
E'
eterea, raffinata e lontana come la Francia da cui, nel film, proviene. Un
simbolo come la Torre Eiffel, una bellissima diva da tappeto rosso
che mostrerà ogni singola sofferenza, ogni sua vulnerabilità a uno
Scicchitano sempre più innamorato e sempre più maturo. Grazie a
Flavio Insinna, al simpatico Romolo Guerrieri e a un'esilarante scena
di una copiatura alla Mission Impossible
durante il compito di matematica, le risate non mancano.
Ma c'è
posto anche per la commozione nel momento in cui le scene più
emozionanti del libro le troviamo riproposte pari passo o lette in
chiave inedita: il momento in cui il protagonista scappa via
dall'ospedale, davanti a una Beatrice che non riconosce nemmeno:
senza i suoi vaporosi capelli ramati, senza la sua innata
femminilità; i dialoghi senza peli sulla lingua e pregiudizi tra Leo
e il suo prof di lettere... Un bravissimo Luca Argentero è Il
sognatore. Un personaggio poco presente sulla scena, ma che lega
proprio tutto: che incatena Leo sul ring di una palestra, che gli fa
capire l'importanza delle scelte e l'ordine naturale dei sogni.
Attori sui quali, eppure, avevo sentito diverse critiche, mi sono
sembrati a loro agio e perfettamente in parte. Critiche che avevo
sentito anche riguardo alla colonna sonora e che, in parte,
condivido anch'io: il libro emanava una grande musicalità, tra le
altre cose, ma i pezzi dei Modà sparati a profusione – per quanto gradevoli possano essere – , intervallati ogni tanto da brani di
musica classica usati con grande ironia, non aiutano purtroppo a
riproporla al cinema. Un film riuscito, nonostante qualche perdonabile
intoppo qua e là: simpatico, romantico, pulito, buon nell'anima.
Come il pane. Come una parola gentile. Come il romanzo a cui
s'ispira.
Buon
pomeriggio, miei amici! Come stanno procedendo queste vacanze e come passerete la
giornata di domani? Per farvi i miei migliori
auguri, vi propongo la recensione di un romanzo che volevo leggere da
un po', ma che ho divorato solo adesso, complice l'uscita del film –
dal 4 Aprile al cinema (... e quel giorno è anche il mio compleanno!). Mi raccomando, non fate indigestione di uova di
Pasqua! Alla prossima, Mik.
L'amore
non dà pace. L'amore è insonne. L'amore èelevare a potenza.
L'amore è veloce. L'amore è domani.L'amore è tsunami.
L'amore è
rossosangue.
Titolo:
Bianca come il latte, rosse come il sangue
Autore:
Alessandro D'Avenia
Editore:
Mondadori
Numero
di pagine: 254
Prezzo:
€ 13,00 Sinossi: Leo è un sedicenne come tanti: ama le
chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e
vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola
sono uno strazio, i professori "una specie protetta che speri si
estingua definitivamente". Così, quando arriva un nuovo
supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con
cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è
diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona
gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo
sente in sé la forza di un leone, ma c'è un nemico che lo
atterrisce: il bianco. Il bianco è l'assenza, tutto ciò che nella
sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso
invece è il colore dell'amore, della passione, del sangue; rosso è
il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l'ha e si
chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una
realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più
difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena.
Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che
fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a
fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni
non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di
più grande.
La recensione
“Il
greco è la verdura della scuola. Amara e utile solo al transito
intestinale, cioè a fartela sotto il giorno dell'interrogazione...”
L'adolescente
è un mistero ancora da svelare; un puntino luminoso che, una volta
ogni mille anni, taglia il cielo e la nostra notte cercando
attenzioni, nel tentativo vano di essere compreso, di non sentirsi
più solo in quel profondo, cosmico blu: così sterminato, eppure
così vuoto, lontano. Si mostra, in attesa di incrociare occhi
giovani e puri come i suoi, e poi scompare. Via nell'anima della
notte, via nell'anima della vita. Un attimo dopo è già vecchio: una
moglie, un figlio, un mutuo da pagare con un lavoro frustrante e una
foresta di tristi rughe. Come una farfalla, vive per un solo giorno.
Ha
la cronologia del PC più ritoccata degli zigomi di un'attricetta
nostrana e più limpida dei sanitari di un ospedale, password al
cellulare che farebbero un baffo all'astuta Sfinge di Edipo, pensieri
vietati ai minori e rigorosamente da censurare. Conia parolacce e
neologismi e fa pensieri profondi, il più delle volte. Districarli
tra collage mentali di ragazze pettorute e sorridenti, equazioni e
lettere greche, calcio e motorini, noia ed imprecazioni varie è
l'impresa che il valente Ercole aspetta di portare a termine
dall'alba dei tempi, praticamente!Parlare
di tutto questo non è impossibile. Bastano una voce schietta e
acuta, una penna, distese di carta bianca da riempire con i colori
delle emozioni.Colori
definiti, ma sbavati: come in un graffito. Colori che i miei prof
reputerebbero sporcizia senza senso su un muro senza senso, non
un'opera d'arte. Macchie pazze, semplice schifo. Sono stati i miei
insegnanti a consigliarmi per la prima volta Bianca come il latte,
rossa come il sangue. Più che
un consiglio, la loro era un'imposizione.
E
io, fiero e ribelle liceale, finalmente lasciatoalle spalle il
quinto ginnasio, non l'ho letto. Chiaro: come avrei potuto riconoscermi in
un romanzo nel quale si erano riconosciuti loro? Dov'era il mio
diritto di evitare accuratamente i consigli dei perpetui attentatori
alla mia tranquillità di studente che, molto probabilmente, avevano
fatto da fornitori di inchiostro e papiro ad un giovincello Omero? Io
ero un genio incompreso, loro non capivano niente. Caso chiuso.
Volevo essere alternativo, discordante: dire “No, io non l'ho
letto!” e andarne fiero.
Ma,
a distanza di anni dalla pubblicazione, complice l'uscita del film,
mi sono riavvicinato alla storia di Leo, Silvia e Beatrice. Mi sono
avvicinato a un cantastorie eccezionale, a un sognatore che mi ha
fatto posto sulla sua stella.
“L'amore
è una specie di forza di gravità: invisibile e universale, come
quella fisica. Inevitabilmente il nostro cuore, i nostri occhi, le
nostre parole, senza che ce ne rendiamo conto vanno a finire lì, su
ciò che amiamo, come la mela con la gravità”.
Alessandro
D'Avenia: un bravo scrittore, bravissimo; un maestro di filosofia e
di vita sensibile ed umano; l'insegnante che vorrei sentir parlare a
lezione, l'amico che vorrei chiamare a notte inoltrata nei miei tanti
momenti no.Io
ero come il suo Leo prima dell'arrivo del Sognatore.
Inconsapevolmente perso.
Il
romanzo ha periodi spigolosi, ma senza spigoli. Spezzettati,
frammentari, lapidari, ma morbidi – come quando la mamma, da
piccini, tagliava via la crosta dura dal nostro tramezzino con la
Nutella. Sono fatti di parole leggere, tra il rosso e il bianco;
suggestive come nuvole perfettamente rosa in un tramonto sul mare.
I
capitoli sono epigrafici. Quando hai sedici anni tutto è così
complicato, tutto è così semplice: i genitori sono due estranei con
connotati simili ai nostri, i prof sono una malefica razza da
lasciare estinguere come un'epidemia di colera, gli amici sono la
vita, la musica è tutto, l'amore è una tempesta di rossi esplosa su
una tela di Pollock. Arriva con uno scoppio tra i banchi di scuola,
con i freni che fischiano ed un boato che, tutto un livido e con il gesso al braccio, ti porta dal tuo unico amore, nel luogo dove mettere alla prova il tuo
coraggio e la tenacia dei tuoi sentimenti: non un castello, ma un
ospedale. Tre il protagonista e l'eterea Beatrice non una strega
malvagia, ma una malattia mortale: un incantesimo che trasforma il
suo sangue da rosso a bianco. Il colore più brutto.
“Strappare
la bellezza ovunque essa sia e regalarla a chi mi sta accanto. Per
questo sono al mondo”.
Nonostante
gli aforismi di cui è impreziosito, i dialoghi essenziali e
significativi, i piccoli apologhi che si incastrano nella storia stessa, nella filosofia antica e
nella tradizione greca, l'esordio di Alessandro non suona retorico
nemmeno un po'.
Lui
si limita a coniugare esattamente i congiuntivi, a mettere le virgole lì dove sono
necessarie, a fare ordine tra i pensieri e i ricordi, a rendere il suono
della campanella e il ticchettio del gesso sulla lavagna i suoni più
armoniosi di questo mondo, a sollevare il tono di Leo – capelli
ribelli, voglia di studiare saltami addosso... in una relazione aperta
a tempo indeterminato con il torneo di calcio a scuola e l'iPod –
quando parla di e con Beatrice, una splendida dea che sta per abbandonare
il suo corpo terreno troppo bruscamente. Destinazione: l'eterno.
L'amore gli ha messo le ali ai piedi, il suo grillo parlante gliele
ha messe alle parole, affinché suonassero migliori e più sicure.
Affinché restassero per sempre.
“Se
lei sparisce, sparisce il sogno. E la notte resta nel suo buio più
buio, perché non ci sarà nessuna alba”.
Bianca
come il latte, rossa come il sangue è un rapido flusso di
coscienza, un canto intonato con voce e chitarra a una vita che il più delle volte è un po' stronza, una storia d'amore maturata in duecento
giorni e abbozzata su un banco di scuola, una lettera a Dio rubata
tra le pagine del commovente diario di Beatrice. Scritta e riscritta.
Strappata e risanata. Nella gioia e nel dolore. Nella salute e nella
malattia. Con le lacrime o il sorriso, la rabbia o la quiete. Con la
voce che è un graffio nella gola o un inno alla gioia di vivere.Potrebbe
essere lo specchio dei nostri anni, il libro della nostra gioventù,
l'insegnamento della nostra vita. Una cosa è certa: se ci fossero
più romanzi così, più autori come Alessandro D'Avenia, allora
molti più giovani leggerebbero. E forse, potrebbe essere anche
un'Italia meno difficile, la nostra.Da un alunno a un prof...
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Modà – Se si potesse non morire