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mercoledì 17 luglio 2019

Recensione: Le siamesi, di Alessandro Berselli

Le siamesi, di Alessandro Berselli. Elliot, € 14,50, pp. 126 |

Che cosa misteriosa sono i gusti personali. Che cosa misteriosa, ancora, sono i gusti che cambiano all'improvviso. Quelle storie che anni fa avresti amato – quando, ragazzino, ti nutrivi di scritture al vetriolo e incubi nichilisti – ma che oggi sopporti a malapena. 
Si cambia come persone, dentro e fuori. Si cambia come lettori. Promessa doverosa per spiegare il mio disamore verso il romanzo di Alessandro Berselli: finito in fretta nello scatolone dei Remainders ma rispolverato da molti grazie ai consigli della fidatissima Silvia. Rivelare la seguente verità, amarissima, dispiacerà a me e forse anche un po' a lei. 
Benché si sia fatto divorare, Le siamesi mi è parso una lettura difficoltosa dall'inizio alla fine. Questione di stili che a pelle non piacciono. Di un'antipatia epidermica verso i personaggi e il loro mondo, che ha reso la lettura provante per i motivi sbagliati. Cercavo proprio un romanzo breve e destabilizzante. Un riempitivo con qualcosa in più: un graffio feroce. Ho trovato effettivamente una piccola storia crudele, di amicizie al femminile e vendette trasversali, ma dalla quale sono uscito, in definitiva, senza mai entrare.

La morte non è sempre la cosa peggiore che ci può capitare.

Siamo nella Milano della peggio gioventù. Universitari ricchi e annoiati, affetti da un immotivato mal di vivere, combattono la noia esistenziale con conversazioni radical chic – arte, architettura, massimi sistemi – e s'incontrano ora durante i vernissage delle matrigne approfittartici, ora in discoteca. Parlano un inglese misto a italiano, ossia il frutto inevitabile della globalizzazione, e sfuggono alla routine ficcanasando nell'occulto; sfidando ad armi impari la morte. A capo di questa dissoluta corte dei miracoli c'è lei, Ludovica: vent'anni, la risposta sarcastica sempre sulla punta della lingua, figlia maggiore di un avvocato distratto e di una mamma morta suicida. È alta un metro e settanta, pesa quaranta chili scarsi, ingolla soltanto alcol per una dieta che rifugge i carboidrati. L'incontro con Emanuele e Laura – il primo regista di snuff movie, l'altra migliore amica allontanatasi dopo una bravata di troppo – le spalanca le porte di una casa stregata appartenuta a un architetto col pallino dell'occulto, all'insegna di un sabato sera da ricordare. Maestra dei giochi pericolosi, la ragazza è chiamata ad alzare l'asticella. Anche i ricchi piangono, e muoiono. Accetterà la sfida?

Non mi piace questa gente. Confondono l'edonismo con le gerarchie, come se tra Epicuro e Hitler non ci fosse nessuna differenza.
Vivere senza obiettivi. Non problematizzare le questioni. Prendere le cose che si hanno voglia di prendere quando ti capitano. Essere indulgenti con se stessi. Anteporre il piacere al dovere. Non legarsi a nessuno. Interpretare ogni giorno come se fosse l'ultimo. Essere parassiti nei confronti della vita.
Questa va bene, è la filosofia di vita che mi appartiene.

Da cacciatrice a preda, nel torbido thriller di Berselli, il passo è breve. Tutto punti fermi e periodi ellittici, tutto grandi marchi in sfilza e dettagli di gelido interior design, lo stile potrà ricordare a qualcuno gli esordi di Chuck Palahniuk, Bret Eston Ellis o della nostra Isabella Santacroce; il residuo di una letteratura cannibale tipicamente anni Novanta, insomma, che da sinonimo di dinamicità futurista si è trasformato, oggi, nel suo opposto. Risultando, purtroppo, compassato. Sarà che il compito di una scrittura camaleontica è quello di rispecchiare alla lettera il modus operandi dei suoi protagonisti? Per raccontarceli, così, Berselli si sacrifica per forza di cose alla loro logica alienata; al loro gusto kitsch. Non poteva fare altrimenti, ma non mi è piaciuto. Ho realizzato infatti che gli rimprovero difetti soggettivi e che, semplicemente, almeno a questo giro, la sua penna non fa per me. 
Al centro di un macabro ed esilarante quiz a premi degli orrori, Ludovica diventa il cuore nero di una storia di rivalsa più o meno godibile, basata su prove di dantesca memoria e una chiusa alla Saw – L'enigmista. Parlerà fino all'ultimo come un libro stampato, rintracciando pretenziose implicazioni filosofiche nei meccanismi della sua roulette russa; si darà a notazioni da arredatrice d'interni, con tanto di brand snocciolati a campanello, anche nella cattiva sorte. La conoscenza delle Siamesi potrebbe ispirare di pari passo nel lettore una sintesi di magnetismo e repulsione. Il sottoscritto, per una volta, va controcorrente. Il romanzo ha lo stesso spessore di un aperitivo sui Navigli: un mordi e fuggi istantaneo, che ricorda la sorte delle olive nei drink di Ludovica. Quelle che la ragazza mordicchia e lascia da parte, senza mangiarle, interessata com'è solo all'ebbrezza della sbronza.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Poker Face