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mercoledì 29 gennaio 2020

Recensione: L'isola di Arturo, di Elsa Morante

L’isola di Arturo, di Elsa Morante. Einaudi, € 13, pp. 398 |

Non sei mai stato sull’Isola di Arturo?  Hanno usato questo verbo, stare, anziché leggere. Come se fosse un luogo sull’atlante, non un romanzo. Come se a una determinata età rappresentasse semplicemente una tappa obbligata. Il capolavoro di Elsa Morante è saltato fuori così, per caso, durante una conversazione in cui si parlava dei mondi irrinunciabili di Elena Ferrante – sin dal nome in assonanza, un’allieva spirituale dell’autrice Premio Strega – e di una mia storia in corso d’opera, che parimenti vorrebbe raccontare i dolori del crescere e il brontolio del mare. Anche se in ritardo sulla tabella di marcia, allora, mi sono imbarcato al porto di Napoli. A venticinque anni, dunque lontano dal tempo dell’adolescenza, e fuori stagione. Il piroscafo è arrivato puntuale. E il magico diradarsi della foschia, presto, mi ha svelato lo spettacolo di Procida: un’isola che non c’è contraddistinta da un sapore di leggenda e arroccata come una fortezza medievale. In cima ecco svettare il penitenziario, dalle cui celle anguste si ammira a sfregio la libertà delle onde. Lì non arrivano né le notizie di cronaca nera né i bollettini di guerra. Senza tempo, l’isola ospita una reggia severamente vietata alle donne: ex convento già stravolto in passato dagli ammodernamenti dell’Amalfitano, la struttura è diventata una fortezza selvaggia di granelli di polvere, ragnatele e bestie. Manca il tocco femminile, ma Arturo non ne sente la mancanza.

Questa dunque è la tua casa, e tu ci tornerai sempre, perché, a casa, sempre ci si ritorna.
Quattordici anni, eternamente in vacanza, il giovane protagonista è un lettore raffinatissimo e un brillante autodidatta: innamorato dell’innamoramento, suo malgrado vive una feroce sindrome d’abbandono e i postumi della cosiddetta età ingrata. Come ogni quattordicenne, sta cambiando pelle – e voce, viso, carattere –, e allo specchio si percepisce brutto e sgraziato. Lo immagino con una lettera nascosta sotto la maglietta, un orecchino spaiato in tasca, le ginocchia sbucciate. Lo immagino sul molo, in attesa degli arrivi dal Continente. Ma non aspetta me – ospite dell’ultima ora –, bensì suo padre. Gli eroi di cui legge hanno lo stesso volto del genitore. Venerato al pari di una divinità bionda e onnipotente, Wilhelm Gerace è un uomo prevaricatore e strafottente, che semina tutt’intorno le vittime della sua disattenzione: l’ultima è Nunzia, neosposa di appena sedici anni, che sbarca senza essere stata prima annunciata. Bellissima e credulona, sottratta a un’esistenza in convento, pensa che Napoli sia il centro del mondo e patisce il buio, la solitudine, gli obblighi inevitabili della prima notte di nozze. L’arrivo della matrigna – le sue forme sinuose intuite sotto la vesticciola, i sorrisi candidi nel sonno – sconvolge il fragile mènage domestico e turba il protagonista, finora abituato alla sola presenza della cagnolina Immacolatella. Nunzia ascolta incantata i pensieri gloriosi del figliastro, ne ammira a bocca aperta i lazzi funambolici, asseconda teneramente le sue richieste d’attenzione. Pian piano tra i due nascerà una complicità destinata a sfociare spesso in scenate violente, per via del desiderio inespresso di baci e affetto; e la solitudine, anziché rifuggita, andrà difesa fianco a fianco. Ma Arturo si porta sempre addosso una zavorra pesante, la gelosia. Nel profondo la prova per Wilhelm, Nunzia, oppure per il futuro fratellastro?

Mi mettevo a baciare, per prova, magari la mia barca; o un’arancia che mangiavo, o il materasso su cui stavo disteso. Baciavo il tronco degli alberi, l’acqua che affiorava dal mare; baciavo i gatti che incontravo per la strada! E mi accorgevo di saper dare, senza che nessuno me lo avesse insegnato, baci dolcissimi, veramente belli. […] Mi dicevo: anch’io, un giorno o l’altro, bacerò qualche persona umana. Ma chi sarà? Quando? Chi sceglierò, la prima volta? E mi mettevo a pensare a diverse donne viste nell’isola, o a mio padre, o a qualche ideale, futuro amico mio.
Se fosse un film dei giorni nostri, sarebbe diretto da Luca Guadagnino: mossa da passioni tanto antiche quanto universali – tra le righe si parla anche d’incesto e omosessualità, tematiche scandalose negli anni Cinquanta –, è un storia di formazione dalle atmosfere teatrali e neorealiste.
La storia, essenziale, in quattrocento pagine sviscera le contraddizioni, le pulsioni e i segreti dei protagonisti quel tanto che basta a farceli scambiare per nostri. A metà tra l’incanto straordinario della parte introduttiva e la maturità di un epilogo perfetto, però, c’è stata una parentesi centrale che ho trovato piuttosto faticosa, dove il protagonista si trincera in fantasie suicide e voli pindarici per poi redimersi definitivamente nel momento del congedo. Insieme ai suoi stati d’animo, in parte, finisce per infittirsi anche lo stile dell’autrice: densissimo, a volte pieno e altre un po’ pesante, ha però tutta l’intensità di quello dell’epigona Ferrante. In particolare nelle lungaggini, infatti, ho trovato gli stessi narratori degni d’amore-odio, mossi da sentimenti a picco sugli abissi della coscienza, e le stesse immagini indelebili: chi potrà mai dimenticare l’orologio con la parola Amicus incisa sul cinturino; l’entrata in scena di Nunzia, liberata con prepotenza dalla crocchia; il codice Morse fischiato da Wilhelm alla base della torre carceraria?

Là disteso, nero e pieno di lusinghe, esso mi ripeteva che anche lui, non meno dello stellato, era grande e fantastico, e possedeva territori che non si poteva contare, diversi uno dall’altro, come centomila pianeti! Presto, ormai, per me, incomincerebbe finalmente l’età desiderata in cui non sarei più un ragazzino, ma un uomo; e lui, il mare, simile a un compagno che finora aveva sempre giocato assieme a me e s’era fatto grande assieme a me, mi porterebbe via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!
L’isola di Arturo, per il resto, descrive magistralmente la fine dell’estate della vita – ossia l’infanzia – e dei falsi miti. È il risveglio agrodolce da un’illusione lunga una fiaba, che ci mette faccia a faccia con il crepacuore delle promesse infrante, il piacere fugace del sesso, la fallibilità dei genitori. Ho capito, sì, perché è tra i preferiti di molti lettori. Ma no, non sembra scritto ieri come affermano i più. E per fortuna. È un romanzo di formazione di come non ne esistono più, che ha guadagnato a pieno diritto il titolo di classico. 
Il protagonista ha il nome di una costellazione e punta alle stelle. Sogna di spingersi oltre le Colonne d’Ercole e ritiene di sondare l’insondabile o con la morte, o con l’odissea della navigazione. Ma carissimo Arturo, sbagliavi di grosso: per conquistare il cielo e il mare, al pari di un novello Alessandro Magno, bastava condividere la tua storia. A distanza di sessant’anni non riesco a smettere di pensarti, sai? Sei talmente vero che ti cerco in ogni sconosciuto sul bagnasciuga, negli scintillii notturni e nella spuma delle onde, tra i nuovi arrivi dei piroscafi. Ti ho letto camminando sulla riviera e ogni tanto ho corso apposta il rischio d’inciampare, sapendo che tu mi avresti strattonato per il braccio e salvato. Con la tua ombra accanto, nelle mie passeggiate giornaliere – diecimila passi, sette chilometri, e poi torno a casa –, non ho avuto bisogno neanche della distrazione della musica; non mi sono mai sentito solo.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Levante – Lo stretto necessario

lunedì 27 gennaio 2020

Recensione: Bartleby lo scrivano, di Herman Melville

Bartleby lo scrivano, di Herman Melville. I classici del Corriere della sera, € 7,90 |

Ci sono storie che leggi in un’ora ma che ti restano addosso per molto più tempo. Forse per sempre? Personaggi che non invecchiano, nonostante i loro centosessantasette anni, e che tutt’oggi amano restare gialli irrisolvibili. Quello, immagino, contribuisce a trasformarne il fascino in leggenda. Le cose che ci sfuggono, infatti, tendono a diventare un chiodo fisso. E il mistero di Bartleby, maestro di garbati rifiuti e di stranezze inspiegate, è ancora l’ossessione di molti. Da qualche giorno, anche la mia. Ho letto il mio primo Herman Melville per lo più come riempitivo: cinquanta pagine appena; facili da incastrare nel corso della giornata ma difficilissime da recensire. Probabilmente non l’ho capito fino in fondo, per questo alla fine del post non troverete le consuete stelle di valutazione, non me la sono sentita, ma voglio comunque consigliarlo: perché mi ha fatto innervosire, divertire, commuovere e innervosire ancora.

Preferirei di no.

La storia, breve e irrisolta, è ambientata in un palazzone affacciato su Wall Street. Il narratore, avvocato piuttosto influente, non è però lo sciacallo senza scrupoli che ci aspetteremmo da una vicenda di impiegatucci sottopagati e sommosse singolari: caritatevole e comprensivo, anzi, ambisce alla beatificazione sopportando di buon grado i capricci dei suoi dipendenti – soprannominati Tacchino, Zenzero e Pince-nez – e accettando perfino un quarto collaboratore. Bartleby è l’ultimo arrivato. Un copista grigiastro, taciturno e allampanato, che dietro un paravento verde sgobba come un mulo, sgranocchia biscotti allo zenzero e contempla il muro di mattoni rossi su cui affaccia l’unica finestra disponibile. Quanto può essere paziente il datore di lavoro, però, se a un certo punto si rifiuta di lavorare? All’inizio Bartleby si sottrae alle domande personali, ma ben presto fa orecchie da mercante anche davanti a richieste più ingenti. Risoluto ma educato, è l’artefice di una resistenza passiva che somiglia a una specie di capriccio. Benché l’avvocato reagisca con magnanimità, rifiutandosi di licenziarlo e spinto dal desiderio crescente di comprenderlo, il suo dipendente diventerà una presenza perturbante. I suoi rifiuti influenzeranno anche il vocabolario degli altri. A Broadway, oltre che delle elezioni imminenti, si parlerà anche di lui. Un fantasma di cui chiedono spiegazione anche gli altri inquilini. Un vagabondo sradicato che occupa l’ufficio, ormai, giorno e notte. Il rifiuto e lo spirito di abnegazione possono portare un individuo all’annullamento?

La pallida forma dello scrivano mi appariva ravvolta in un gelido sudario, tra indifferenti sguardi di estranei. Quella figura, così sbiadita nella sua decenza, miserabile nella sua rispettabilità, così disperata nella sua solitudine. Era Bartleby.
Scritto con un lessico vagamente burocratico, lo stile del narratore ben presto si colora e s’accalora. Ed entrano in gioco il disagio, l’inquietudine, la preoccupazione. Penso a Bartleby, infatti, come penso allo spettro interpretato da Casey Affleck nello struggente A Ghost Story. Resterebbe lì, immobile, anche se l’edificio venisse abbattuto da una palla di demolizione. Da qualche parte, oggi, è ancora dove tutto ha avuto inizio. A guardare un vicolo cieco, fantasticando su chissà che cosa. A opporsi a sfregio contro tutto e contro niente. Senza mezze misure. Irragionevole e indimenticabile. La letteratura mondiale è costellata di dubbi amletici. Essere o non essere? Chi aspettava Godot? Infine: cosa preferirebbe Bartleby?

sabato 25 gennaio 2020

Mr. Ciak: Pinocchio | La dea fortuna | Martin Eden | The Nest

Sotto Natale sono stato a vedere Pinocchio in una sala piena di bambini. Solo e sospetto, ironicamente mi ero domandato: mi arresteranno a fine visione? Se io sono tutt'ora in libertà, forse arresteranno per mancanza di idee i cineasti di mezzo mondo. Questo è il pensiero che salta in mente davanti all’ennesimo rifacimento non richiesto, nonostante a dirigerlo sia chiamato un maestro del panorama italiano. Garrone traspone Collodi con fedeltà e rispetto estremi, ma la storia del burattino di legno che si sognava bambino in carne e ossa al cinema risulta piuttosto pesante a causa di una struttura fatta di continui andirivieni e ripensamenti, che rendono le due ore di visione estenuanti e ripetitive. Problema non della sceneggiatura, ma del romanzo stesso: non a caso la storia funziona meglio su carta oppure divisa a puntate, come succedeva già nell’adorata versione di Comencini. Il film nulla aggiunge e nulla toglie alla fama della fiaba e brilla unicamente per la magnificenza del comparto tecnico – trucco, scenografie, costumi – senza quasi mai ricorrere alla computer grafica: la resa di due personaggi – il grillo parlante e il tonno, bruttini – sarebbe stata però da rivedere. Il cast è costituito da grandi caratteristi nostrani, spesso resi irriconoscibili dal make-up, e brillano unicamente il Geppetto di Benigni e il piccolo protagonista, che tra la voce fragorosa e la “s” sibilante offre un’interpretazione sempre naturale. Algido e frettoloso, non aiutato dalla colonna sonora di uno svogliato Marianelli, Pinocchio non ha nemmeno il senso di meraviglia del Racconto dei racconti: film sì divisivo, ma in grado di mescolare con dosi più giuste realismo e magia. Diffidate da chi vi racconta sia bello. Diffidate da chi, al contrario, ve ne dice peste e corna. A entrambi, infatti, si allungherebbe il naso. (6)

La fortuna è cieca. La sceneggiatura dell’ultimo Ozpetek, purtroppo, peggio. A un certo punto si muove a tentoni; arraffa alla rinfusa tematiche, personaggi, scene madri; sbatte contro il ridicolo involontario di un viaggio in Sicilia completamente da dimenticare. Com’è possibile se la prima metà del film, al contrario, brillava di luce propria? Come, ancora, se questa volta il regista italo-turco è molto più nel suo – amicizia, amori, omosessualità, epiloghi da incorniciare? Salutato dai più come un ritorno alle origini, La dea fortuna parte bello e festosissimo nonostante i musi lunghi di Accorsi e Leo: coppia agli sgoccioli che ritrova slancio grazie ai figli di una cagionevole Trinca, di cui nessun’altro a parte loro parrebbe prendersi cura. Costellato di momenti poetici, di dialoghi tanto spietati quanto veritieri, il melodramma ha un cast in stato di grazia – Leo su tutti – ed emoziona quando racconta in tutta la sua universalità il rapporto di una coppia in crisi. A un certo punto, però, s’intromette la bella canzone di Mina a far da spartiacque: e il film trova ville da incubo e nonne streghe, che danno a una produzione per il resto equilibrata toni grotteschi e orrorifici. Si guasta all’improvviso allora, lasciando più arrabbiati che delusi. Passi pure la dimensione corale presto accantonata. Passi il messaggio, per me discutibile, che una coppia abbia bisogno di un figlio per cementificare l’amore. Passi la presenza della malattia, tematica francamente superflua. Ma perché Barbara Alberti in veste d’attrice? Ozpetek è un regista sensibile e un autore attento. Ma le sue fate ignoranti risultavano più moderne – e meno trash – vent’anni fa, quando di uomini e triangoli sentimentali nessuno osava parlare. (6,5)

Se in un’altra vita fossi un attore famoso, sognerei gli stessi ruoli da protagonista di Luca Marinelli. Per fortuna mi limito a guardare, e in poltrona ogni volta mi godo la bravura dell’attore romano. E quelle somiglianze caratteriali impercettibili che da Virzì a Mieli, fino ad arrivare a questo film del documentarista Pietro Marcello, ci rendono simili. Avido, ambizioso e sognatore, l'eroe eponimo colleziona lettere di rifiuto e porte in faccia: marinaio dall’istruzione elementare, studia da autodidatta soltanto per amore di Elena ma le soddisfazioni professionale – vorrebbe diventare scrittore – faticano ad arrivare. Né abbastanza acculturato né abbastanza rozzo, eppure senza mezze misure, lavora a racconti sordidi e si lascia tentare dalla vita politica. Quello di Martin è un personaggio che ho amato immensamente. Alla perfetta riuscita della prima parte, però, segue la pesantezza annichilente della seconda. Dove un melodramma raffinato e postmoderno si carica di connotazioni politiche di troppo; di discorsi densi e carichi, che nel bene e nel male gettano il personaggio sotto un’altra luce. E l’interpretazione di Marinelli – protagonista di una corruzione fisica e morale che lo imbruttisce e abbruttisce – si fa affamata, folle, grazie una regia dalle influenze documentaristiche e una colonna sonora un po’ francese, un po’ napoletana, un po’ elettronica. La cultura rende liberi o prigionieri? Si sta meglio nell’ignoranza? Il successo letterario, croce e delizia, è paragonabile a una nave alla deriva? Questo lupo di mare, infine, abbandona il timone per una macchina da scrivere. E forse scopre sé stesso, forse si tradisce. Forse annega, o forse nuota. (8)

Un bambino servito e riverito, protetto ai limiti della prigionia. Una madre imperscrutabile e vendicativa, circondata da domestici e figuranti sinistri. Gli ingredienti della loro convivenza infernale: nebbie perenni, crocifissi, musica classica. Il loro esilio forzato, retto da regole ferree, è una distopia a fin di bene? Nella casa entra presto il rock di Where is my mind. Entra un’adolescente in fuga, bella e ribelle, che tenta il protagonista con l’idea esecrabile della libertà. Il sorprendente e italianissimo The Nest, apprezzato da pubblico e critica internazionali, è un Lanthimos ad altezza bambino dislocato però nei castelli infestati della narrativa gotica Shirley Jackson. Ha sì qualche neo, ad esempio un colpo di scena finale che non convince del tutto, ma anche un buon gusto fuori dall’ordinario: vedasi la fotografia cupa e i costumi impeccabili, le scenografie eleganti come nel migliore cinema asiatico. Se la delicatezza della sceneggiatura ci regala danze incantevoli e sevizie da autentico teatro degli orrori, sono però la regia del trentottenne Roberto De Feo e l’intensità degli interpreti – su tutti Francesca Cavallin, di solito relegata a ruoli televisiva ma qui degna rivale degli antagonisti del Racconto dell’ancella – che ne fanno un esordio da incorniciare seduta stante. Un nido implica conforto, sicurezza, riparo. Ma in cima a un albero contribuisce a renderci isolati e irraggiungibili. Si può ingannare la crescita? Si può frenare la curiosità? Si può dimenticare il mondo? Le risposte, benché siano a volte un po' troppe, costituiscono un incubo familiare da cui non ci vorremmo svegliare. (7,5)

giovedì 23 gennaio 2020

Serie TV da brivido: Dracula | Servant

Benché sia il Principe delle tenebre, ha più di qualche tallone d’Achille. Le corone d’aglio, i crocifissi, gli usci chiusi, l’acqua santa. Ma tra le sue paure, a giudicare dalla quantità impareggiabile di trasposizione cinematografiche e televisive, non c’è quella del remake: il male più grande del nostro millennio. Tornato nuovamente sul piccolo schermo, l’incubo di Bram Stoker si reinventa per forza di cose. Era il minimo, infatti, svecchiarsi; stupire con una riscrittura radicale ma stranamente rispettosa, che in tre puntate di novanta minuti omaggia tre generi cinematografici distinti – l’horror, il giallo classico, la fantascienza fatta di viaggi nel tempo – grazie alla vena ironica e un po’ dissacrante degli sceneggiatori di Sherlock e Doctor Who. All’inizio fedelissima, la miniserie inglese prende avvio con l’arrivo di Jonathan Harker in Transilvania: ci sono nebbie e torrioni, pipistrelli e apparizioni spaventose, ma già cambiano i rapporti di potere e le relazioni tra i personaggi. La romantica Mina, ad esempio, è ridotta a una comparsa marginale; Val Helsing è suora e donna, e ama sfidare il famigerato vampiro con conversazioni tanto esistenzialiste quanto sardoniche. Cosa c’è di più sexy degli incontri-scontri tra menti affini? Strada facendo, conosciamo prima i passeggeri sfortunati di una nave diretta a Londra, poi i pro e i contro della modernità: come se la cavano i mostri famelici con i siti d’incontri, le vittime reclamate tra le influencer più popolari e fobie annose, soprattutto, di cui venire finalmente a capo? Preceduto dall’indignazione dei fan e affrontato con basse aspettative, Dracula si è rivelato in realtà un gustosissimo divertissement. Aggiornamento non richiesto ma autoironico e cialtrone, ha un animo che non ti aspetteresti tanto trash e seduttore. Emblematica la scelta dell’attore protagonista: il danese Claes Bang è bellissimo, carismatico e sornione; forse uno dei casting più azzeccati di sempre, per via della somiglianza con Lugosi e della leggerezza che rende irresistibili i duetti con la collega Dolly Wells. Inadatto a chi non ama l’eccesso di sangue o umorismo nero, la creatura apocrifa di Moffat e Gatiss  omaggia i generi letterari – si pensi alla Christie –, gli antecedenti più illustri – su tutti il Dracula interpretato da Christopher Lee –, i personaggi iconici – vano aspettarsi i soliti Renfield e Lucy. Non abbiate paura però: qui si sorride tanto, a canini stretti, e mai per caso. (6,5)

È una sera di pioggia e cattivi presagi. Il citofono di una ricca casa di Philadelphia trilla per annunciare l’arrivo di una misteriosa sconosciuta: laconica e d’altri tempi, sarà la tata del piccolo della famiglia. Un tesoro di bambino, che nella sua culla si limita a sorridere: non fa i capricci, non piange, non costringe i genitori a levatacce. Sembrerebbe tutto perfetto, se non fosse che quella casa nasconda dal primo all’ultimo episodio tragedie e segreti; colpi di scena che si annunciano sin dal pilot, e gettano luci sinistre su ogni personaggio, figuranti inclusi. Cosa nasconde Leanne, babysitter dedita in silenzio a riti occulti e autoflagellazione? Cos’ha Jericho, neonato da battezzare nell’immediato? Perché il padre chef ha perso all’improvviso il senso dell’olfatto e la madre, giornalista trasognata ai limiti della stupidità, fa fatica a elaborare il dramma di una notte? Prodotto dall’inaffidabile M. Night Shyamalan e già atteso per la seconda stagione, Servant ci fa tirare un sospiro di sollievo: il regista indiano che ci ha abituati un po’ a c olpi di fulmine, un po’ a disastri, questa volta non rovina il buono con spiegoni farraginosi o twist discutibili. Sorprendentemente calma e pacata, elegantissima, la serie preferisce infatti muoversi all’ombra della trilogia del Condominio di Polanski: interni signorili e soffocanti, che mostrano raffinatezze culinarie e insidie; vicini di casa decisamente sospetti; enigmi che conducono sia all’horror esoterico che al thriller psicologico. I primissimi piani, le ottime performance del cast – la ventenne Nell Tiger Free va tenuta d’occhio – e il senso d’ambiguità costante, poi, fanno il resto. Peccato soltanto per quel decimo episodio arrivato troppo in fretta, da cui ci saremmo aspettati qualche spiegazione in più: in rete, per fortuna, non sono mancate le teorie e i chiarimenti; le riprese del prosieguo, proprio in questi giorni, sono già in corso d’opera. Vivamente consigliata agli amanti del genere, Servant è una serie d’autore che spiazza soprattutto grazie al colpo di scena più singolare: il regista del Sesto senso, a oggi, non ha mandato tutto a gambe all’aria.  Viva le serie TV. Più stagioni ci saranno, più saranno rimandati a domani – non senza timore – i fasti o i disastri della famiglia Turner. (7+)

lunedì 20 gennaio 2020

Recensione: Luna nera. Le città perdute, di Tiziana Triana

| Luna nera. Le città perdute, di Tiziana Triana. Sonzogno, € 19, pp. 527 |

Tra dicembre e gennaio, grazie agli amici di Instagram, sono stato coinvolto nel mio primo gruppo di lettura. Sulla chat Telegram inaugurata per l’occasione scrivevamo in più di cento. Ci siamo sentiti per circa un mese, dividendo la lettura in tappe e discutendone ogni lunedì. Abituato ai miei personali tempi e a leggere i romanzi d’un fiato, senza spezzettarli né alternarli, all’inizio mi sono calato in quest’esperienza con i piedi di piombo. Con troppe persone coinvolte, infatti, temevo ci sarebbero stati slittamenti, sovrapposizioni, divergenze grandi e piccole; un affollamento di voci di cui non venire mai a capo. Il romanzo in questione, a sorpresa, ci ha trovato stranamente concordi.

Non chiederti se sei una strega, chiediti chi sei.

Colpiti dalla piacevolezza delle prime cento pagine, abbiamo finito per perdere il filo in una seconda parte meno coinvolgente di quella introduttiva e in un finale in cui l’autrice fa il salto definitivo al fantasy. Le attese erano alte. Primo capitolo di una trilogia in fase di stesura e fonte d’ispirazione per la serie omonima, in uscita a fine gennaio su Netflix, Luna nera aveva l’aria di essere una rarità. Un connubio di storia e realismo magico sullo sfondo dell’Inquisizione per parlare, tra le righe,  della secolare forza delle donne – quelle che, caro Amadeus, non indietreggiano mai davanti a un uomo. Ma il risultato, al di sotto delle aspettative, è molto diverso. E dopo cinquecento pagine ammetto di non aver colto né la natura dell’operazione editoriale e televisiva, né di averne percepito l’urgenza. Presentato con una veste grafica sin troppo adulta, con in copertina i commenti lusinghieri di Michela Murgia e Loredana Lipperini – penne celebri del femminismo più impegnato –, l’esordio di Tiziana Triana è in realtà giovanile e fuori tempo massimo. Ho pensato a saghe per adolescenti in voga una decina di anni fa, a cui ho smesso di appassionarmi crescendo: al liceo, eppure, le divoravo avidamente.

Ho combattuto guerre in posti lontani, dove morire in battaglia significa cadere con onore. Ho preferito sempre la vita, anche quando non era dignitosa. Il mio essere donna, sotto quegli abiti maschili, mi ha permesso di guardare il mondo con occhi differenti. Per noi la vita vale sempre di più, semplicemente perché non abbiamo ancora iniziato a viverla.
La storia segue la maturazione di Ade: un’orfana di sedici anni che, nel cuore del Seicento, insieme al fratellino Valente viene accolta in una casa popolata da sole donne. Costrette ai margini e accusate dei crimini peggiori, le protagoniste leggono libri proibiti; studiano le proprietà delle erbe e il combattimento; rifuggono qualsivoglia contatto con gli abitanti di Serra. Parlano di una profezia, e sono convinte che la nuova arrivata avrà un ruolo chiave. Per tutto il tempo, in un’atmosfera ovattata e sospesa, ci domandiamo se siano davvero fattucchiere o ribelli. Immancabilmente l’amore ci metterà lo zampino: quello – proibito, ovvio – di Ade verso Pietro, figlio del capo dei Benandanti e dunque suo acerrimo rivale. Quale futuro possono avere una presunta strega e un inquisitore, benché quest’ultimo anteponga la razionalità scientifica alla fede cieca? 
Assodata la piacevolezza dello stile di Tiziana, diretto e scorrevole, tocca però rimproverarle una trama che interessa in maniera discontinua e una chiusa pasticciata: i capitoli di tanto in tanto sono semplici situazioni giustapposte, interrotti dalle digressioni sul passato del gruppo; i personaggi, maschili e femminili, risultano anonimi e intercambiabili; il gusto scenografico da serial americano – penso all’improbabile ballo in maschera in cui le streghe si imbucano vestite da animali della foresta: insomma, come non dare nell’occhio –, tradisce la bellezza delle atmosfere rurali. Ma il difetto maggiore è la presenza forzata di tematiche importanti, dall’omosessualità al femminicidio, gettate alla rinfusa in un calderone già di per sé ribollente: il libro di ricette di nonna Antalia non diceva nulla, vero, a proposito d’ingredienti e dosi consigliate? Con un piccolo spunto dilatato oltre il dovuto, il romanzo ha dentro troppo ma anche troppo poco. Con una curiosità mista a timore, allora, mi domando cosa potrebbero riservare i prossimi volumi. Vorrò assistere a un’altra eclissi? Mi tengo il beneficio del dubbio, e tanto dipenderà dalla riuscita della trasposizione. Per ora, purtroppo, niente di nuovo sotto il sole. Anche se in cielo scintilla, sinistra, una luna nera.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Panic! At The Disco – Into The Unknown

sabato 18 gennaio 2020

Pillole di recensioni e inediti d'autore: Carrisi, Murgia, Avallone

(usciti nel 2011 con Corriere della Sera, al prezzo di un euro ciascuno)

Ci sono bruchi che diventano farfalle. Altri falene. È una legge della natura, non ci si può fare niente. Io l’ho sempre saputo. E non mi dispiace. 

Reduce dal successo internazionale e da polizieschi scritti sul modello dei serial statunitensi, un Donato Carrisi da riscoprire sceglie questa volta il tinello domestico per raccontare eccezionalmente orrori ordinari. Inquadrate tra Piemonte, Puglia e Spagna, le protagoniste sono tre minorenni da poco scarcerate. Rosi, una gigante buona; Cinzia, moderna Bonnie senza più il suo Clyde; infine Tecla, anima del gruppo che le ha radunate. Il loro ultimo colpo: rapinare una pensionata e farla franca. Eccole in una casetta di un borgo meridionale, con a terra il cadavere di un’anziana e un telefono che squilla incessantemente. E imprigiona le ragazze lì, nel dubbio. Rispondere o riagganciare? Chi ci sarà dall’altra parte? Più vicino alla nostra cronaca, questo Carrisi al femminile – ho pensato, ad esempio, ai thriller di Barbara Baraldi – è rapido ma nient’affatto indolore. Racconto disperato e sottile di abusi e rivalsa, con uno stile evocativo e tutti i ribaltamenti possibili in sole sessanta pagine – il tutto, senza perdere mai la giusta credibilità –, Falene è attratto dalla luce ma è destinato all’oscurità. Proprio come la sua protagonista, reduce da un’infanzia tragica e in cerca di vendetta per quella sorella bellissima – traviata da uomini e eroina – , che non dimentica né perdona i torti subiti. Anzi, se li lega al dito. E ne fa intrichi; intrighi.

Cosa può il richiamo del proprio sangue contro la consapevolezza di essere stati la causa involontaria del primo sangue sgorgato dal ginocchio di un amico?

A Cabras c’è una tradizione particolare. Durante la processione pasquale, da un capo all’altro del paese partono due statue – Maria e Gesù – che si incontrano nel momento dei festeggiamenti solenni. Qualcosa cambia quando una seconda parrocchia divide il paese in giurisdizioni diverse: si può fare una doppia processione? A raccontarci il tormento del paesello è il piccolo Maurizio, che vive una condizione sospesa: né natio né turista, guarda Cabras dalla soglia della porta – il folklore, il senso di appartenenza – e si domanda se sarà mai incluso in quel “noi”. Su uno sfondo colorato e pulsante, una Michela Murgia leggera e divertita dà vita a un gioco bellicoso che diventa infine una classica lezione sul perdono, regalata proprio dai coetanei di Maurizio. L’episodio, semplice e curioso, è sviscerato senza bisogno di grandi trame o personaggi, come nella migliore tradizione del racconto breve; ma con la suddetta tradizione ha in comune anche una vaghezza d’intenti che a volte fatico ad apprezzare. Caratterizzato da un andamento lesto e da una dimensione corale perfettamente resa, L’incontro conferma lo stile di Michela – una che con le parole fa il Tetris, centellinandole con precisione matematica – nonostante uno spunto destinato a esaurirsi tardi ma in fretta. Resta il migliore dei tre, ma è quello che meno intrattiene.

Andrea gli sedeva accanto. Con le ginocchia che toccavano le sue, e i polpacci che toccavano i suoi. Gli dava delle gomitate leggere. Sorrideva come può sorridere una statua gotica nell’anfratto più buio di una chiesa.

Piero, non nuovo dagli andirivieni dal carcere, è un criminale insospettabile. Fascinoso e furtivo, con a casa una moglie che non gli ha dato neanche la gioia di un figlio, durante una tappa in autogrill dà uno strappo in macchina all’enigmatico Andrea: biondo e spigoloso, seduto sul lavandino di un bagno pubblico, legge Tex all’una del mattino. Tra l’adulto e l’adolescente scatta un colpo di fulmine inspiegabile, che a volte somiglia a un rapporto padre-figlio, altre un’attrazione erotica. Regali, viaggi, mazzette: Piero paga per la compagnia del ragazzino, cercando di conquistarne i favori. L’uno è un gatto selvatico, che graffia e fa le fusa. L’altro è una lince, maestro del furto e dell’inganno. Quali dei due, bestie senza padrone, avrà la meglio? In una provincia italiana di acciaierie e risaie si svolge l’attrazione divorante di una canaglia verso un efebo inarrivabile. Cosa c’è dietro la sua bellezza? Cosa dietro la sua tristezza? Sulla scia di Morte a Venezia, benché le atmosfere metropolitane e torbide ricordino Le ferite originali, La lince è un racconto feroce e seducente con uno svolgimento, per forza di cose, appena abbozzato. Due personaggi tanto tormentati e contorti, nonostante l’indiscreto talento di una Silvia Avallone distante dalla freddezza dell’esordio, non hanno purtroppo il loro spazio vitale. Quando Piero perde la testa, l’autrice perde il filo. La lettura, così, si chiude con un senso d’irrisolto che non soddisfa, come se fosse l’assaggio di una storia dal grande potenziale. Sessanta pagine erano poche per una storia di crimini, desiderio e genitorialità: peccato; avremmo voluto sinceramente saperne di più.

giovedì 16 gennaio 2020

And the Oscar goes to Mr. Ciak: Klaus | Dov'è il mio corpo? | Frozen 2 | Il re leone

[Miglior film d’animazione] Uno sfaccendato giovin signore viene spedito come postino su un’isola divisa in due da una faida secolare. Il prologo è degno del capolavoro di Bram Stoker. Tra suggestioni gotiche a fantasia – case sbilenche, banchi di nebbia, figuranti spaventosi –, si arriva a una cascina costruita in fondo al bosco: ci vive un omone burbero e spaventoso non meno di altri – un giocattolaio che ha chiuso bottega per smaltire i dolori della vedovanza –, preziosissimo per aiutare il protagonista con la sua missione. Il postino esiliato ha l’obbligo di spedire un dato numero di lettere prima di dimettersi. Come farlo se laggiù vigono la grettezza e l’ignoranza, al punto che l’unica maestra si è improvvisata pescivendola? Inventarsi il personaggio di Babbo Natale, e dunque tutte le tradizioni a lui collegate. Nonostante badi al proprio tornaconto personale, il giovane farà felice i piccoli isolani. E nel mentre, involontariamente, aiuterà gli adulti a voltare pagina: il futuro della nostra società non è forse in mano ai bambini? Klaus è una bellissima fiaba dai vaghi sottotesti politici, che parla d’integrazione e precariato. Se all’inizio ci si lascia ammaliare da un'animazione spigolosa nello stile degli adorati Burton e Selick, le vere sorprese si nascondono in un prosieguo coinvolgente e creativo – a proposito delle origini della leggenda, vi siete mai chiesti il perché del caratteristico costume rosso o degli elfi per aiutanti? – che in chiusura lascia in lacrime. Si sa, ho lo stesso spirito umanitario del Grinch; per Marco Mengoni nei panni di doppiatore, in altre occasioni, avrò soltanto parolacce. Ma il ragazzo che non ama né l’animazione né il Natale, parlando con il cuore in mano, ha trovato riconciliante la visione del film di Sergio Pablos: si spera, un nuovo classico delle prossime festività. Rinfaccia con garbo a noi scettici, infatti, la bellezza delle cose in cui non crediamo abbastanza: l’infanzia, la generosità del prossimo, le favole. (8)

[Miglior film d’animazione] Una mano mozzata fugge dalla cella di una sala autoptica. In cerca di una storia d’amore a cui mettere il punto finale, sfiderà minacce continue – i piccioni, i topi, i cani, la forza di gravità – e cercherà conforto ora nelle carezze di un bambino, ora in una vasca da bagno. Comunque andrà, lascerà un’impronta. Altrove, invece, c’è questo ragazzo: orfano e straniero, sbarca il lunario come fattorino della pizza ma pur di avvicinarsi alla sua lei – in un primo momento soltanto una voce che flirta al citofono – s’improvvisa apprendista. L’attenzione, nei flashback, è focalizzata sulle sue lunghe dita da pianista. Cha sfiorano i tasti e le persone, smussano il legno, abbrancano il vuoto nel salto conclusivo. Cos’hanno in comune, insomma, un arto tronco e un cuore infranto? Da un’immagine all’apparenza macabra, Dov’è il mio corpo? trova lo spunto per un’avventura senza diretti precedenti. Premiato a Cannes e giunto con gioia alla stagione dei premi, l’esperimento del francese Jérémy Clapin ha il bianco e nero di Cuaròn; guizzi registici degni di Noé; la delicatezza intangibile di un anime. Romantico e vitale senza mai essere stucchevole, celebra la complessità del corpo – il nostro unico contatto con l’esterno – in una Francia di gru e igloo. Esperienza emotiva e corporea da provare, ha per isolato difetto la poesia un po’ ermetica di certi esperimenti indipendenti; un’idea da cortometraggio che lascia troppo di suggerito – compreso un epilogo che preferisce essere evocativo anziché incisivo. Poteva essere un capolavoro; poco male se si limita a essere bellissimo. Un’animazione che ha immenso tatto. Ma che, per fortuna, parla anche a tutti gli altri sensi. (7,5)

[Miglior canzone] Il primo Frozen mi aveva commosso come un bambino – tutto merito di Elsa, protagonista testarda e solitaria in cui ogni misantropo potrà rivedersi facilmente –, ma il gran parlarne aveva stufato presto. Materia per giocattoli, parchi a tema e pettegolezzi (sì, vorrei anch’io una fidanzata per la protagonista), rischiava di diventare la parodia di sé stesso con un seguito arrivato più tardi del previsto. Benché Il segreto di Arendelle abbia già infranto un record al botteghino, l’Academy questa volta è andata in direzione contraria: lo ha ignorato, e a giusta ragione? Scritto senza particolari colpi di scena, il film è un nuovo tassello dell’approfondimento psicologico di Elsa e del suo rapporto simbiotico con la sorella minore. In attesa della tanto chiacchierata storia d’amore, intanto la regina basta a sé stessa e ruba puntualmente le attenzioni con nuovi cambi d’abito e magie. Vittima del richiamo della foresta, parte per scoprire le origini di un misterioso patto infranto e di sé stessa. Dopo i dubbi di una prima metà ondivaga e schematica, l’emozione è in agguato nel finale. Il culmine di una ricerca sentita e sofferta, che non rinuncia né alle sequenze d’azione né alle battute di spirito del solito Olaf.  Visivamente superiore al primo – che bellezza l’esplosione naturale dedicata a Mostrati, la canzone più riuscita della colonna sonora – , Frozen si rivela discreto e maturo, grazie al messaggio ambientalista e a un epilogo non scontato. No, non è soltanto ritornelli orecchiabili – ode al gran voce di Serena Autieri – o merchandising. Adatto a grandi e piccoli, pur senza l’effetto sorpresa iniziale, conferma un importante dato di fatto: il gelo è solo nel titolo. (7)

[Migliori effetti speciali] Quella attuale passerà alla storia come la generazione dei remake in live action. Delle copie preferite, forse per maggiore comodità della fruizione, alle versioni originali. Dopo Dumbo e Aladdin, tornati al cinema con attori in carne e ossa e in versione parzialmente aggiornata, è toccato anche al Re Leone: lo ammetto, mai stato uno dei miei cartoni del cuore. Lungo e drammatico, al punto da essere una riscrittura in piena regola dell’Amleto shakespeariano, del film Disney incentrato su lasciti e potere ricordavo soprattutto le spalle comiche – il facocero e il suricato, subito iconici – e le poche canzoni presenti. Forse per la prima volta mi sono approcciato alla versione diretta dall’eppure bravo Jon Favreau senza attese né pregiudizi di sorta. La visione, però, è risultata deludente ugualmente. L’anonima copia carbone di quell’originale, strano ma vero, che nemmeno ricordavo nel dettaglio. Questa savana ha meno energia, meno emozione, meno colore. Fatta eccezione per l’aggiunta di qualche sporadica sequenza descrittiva, per il resto il film resta fedele nei dialoghi, nella trama e negli esiti. A parte per lo straordinario lato visivo – degno dell’attenzione naturalistica di un vero documentario –, non lo si ricorderà per nient’altro. Né per gli arrangiamenti musicali svogliatissimi. Né per un doppiaggio italiano che non brilla, tralasciando però le prove sorprendenti di Leo e Fresi. Tutto è al posto giusto, infatti, e tutto va come da copione, sulla falsa riga del Bardo. Ma il ruggito di questo Simba, sulla rupe dei re, è smorzato e tutt’altro che fragoroso. La colpa, ahimè, non è imputabile soltanto al doppiaggio del pessimo Mengoni. (5,5)

martedì 14 gennaio 2020

Recensione: Senza mai arrivare in cima, di Paolo Cognetti

Senza mai arrivare in cima, di Paolo Cognetti. Einaudi, € 15, pp. 107 |

Su Instagram ho inaugurato l’anno nuovo con un post che non parlava di romanzi, ma di passeggiate. Una foto del tramonto sul mare della mia città e una lunga didascalia per raccontare di me; del desiderio di approfittare del sole del primo pomeriggio per ricaricarsi un po’; di quella voglia, a giorni alterni, di prendere ed evadere camminando. Non sono un viaggiatore, infatti, ma rispetto la mia solitudine e di tanto in tanto coltivo i miei silenzi. Quando su una bancarella romana, qualche giorno dopo, ho trovato una copia di questo libricino di Paolo Cognetti – il suo resoconto di una sofferta scarpinata sull’Himalaya, per festeggiare il compimento dei quarant’anni –, l’ho preso come un segno. Ero in vena di letture brevi ma intense. Speravo in un viaggio fuori porta, comodamente seduto in poltrona.

Sapevo che in montagna si cammina da soli anche quando si cammina con qualcuno, ma ero contento di dividere la mia solitudine con questi compagni.
Non nuovo alle storie ad alta quota, dopo il successo dell’amatissimo Le otto montagne, lo scrittore milanese alza l’asticella e cambia aria. C’è una grande differenza tra le sue Alpi e l’angolo più impervio del Nepal. Cognetti sognava di visitare quei luoghi da quando, a dieci anni, il padre decise di rallegrare un bambino malato con un regalo speciale: una guida alle montagne più alte del mondo. Accompagnato dagli amici Nicola e Remigio, il premio Strega si unisce a una spedizione che conta una cinquantina di membri tra uomini e animali. Con loro c’è anche un’inseparabile cagnetta, Kanjroba, che forse è uno spiritello di quelle stesse vette o forse l’ultima reincarnazione di un poeta viaggiatore. L’avventura dura un mese e gli scarponi da trekking mangiano la terra per trecento chilometri. L’altitudine è una vertigine continua, che oltre i 1300 metri tormenta con la nostalgia di casa e delle donne, con i demoni dell’alta quota. Tra valli, villaggi, templi e riti funebri, Cognetti fa amicizia con i quattro elementi; immortala su un taccuino scorci e dati geografici. Se interrogato da un curioso, ammette, probabilmente non saprebbe rispondere: perché spingersi fin lassù? 
Che si tratti di penetrare i segreti della montagna o di superare una soglia invisibile – quella che separa il mondo civilizzato dalle gioie dell’inesplorato – , il viaggio risulta essere un pellegrinaggio laico e contemplativo come negli scritti di Peter Metthiessen, autore da riscoprire. Ma leggendo questo resoconto sulla poesia del girovagare, salvo qualche passaggio particolarmente ispirato, il lettore inconsapevole qui e lì ha la sensazione di girare a vuoto.

Il vento, il torrente, la luce, la pietra, erano la stessa sostanza del mio sangue, delle mie fibre, dei miei organi, e li mandavano in risonanza così come il tamburo del monaco aveva scosso le mie membrane. Bum, bum, bum: io sono fatto di questo, di questo, di questo. La montagna mi conduceva all’essenziale.
Senza mai arrivare in cima emoziona nei dialoghi con i compagni di tenda, che si scambiano in maniera cameratesca memorie, aneddoti e desideri. Affascina nella resa delle differenze culturali più profonde, con gli indigeni aperti e sorridenti verso lo straniero e la superficialità di quell’Occidente, al contrario, che appare il vero deserto del mondo. Prediligendo le descrizioni dei luoghi, però, il libro risulta verboso sul piano geografico e appena accennato su quello sociale. Smarrito spesso e volentieri, mi sono comunque lasciato guidare dalla bellissima voce di un autore che apprezzo. Basta, però, per consigliarlo? 
Meno immersivo del previsto, l’ultimo Cognetti più che al viaggio della vita somiglia a una brusca toccata e fuga. Gli elementi del successo passato sono tutti all’appello, ma in piccolo: pensate, insomma, a quegli spazzolini da viaggio che vendono in un angolo dei negozi per la casa. Ecco le amicizie al maschile, l’intimismo, le lezioni di respiro, una natura degna della nostra pura contemplazione. A chi ha già adorato Le otto montagne e sente da un po’ la nostalgia di questi mondi, Senza mai arrivare in cima sembrerà la versione esotica e in pillole del precedente. A parte scorci mozzafiato, ha poco altro da regalare. In attesa, almeno, del ritorno ufficiale nelle librerie.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Eddie Vedder - Society

venerdì 10 gennaio 2020

Recensione: Tre piani, di Eshkol Nevo

Tre piani, di Eshkol Nevo. Neri Pozza, € 17, pp. 255 |

L’anno appena passato non si è chiuso nel migliore dei modi. Alla malinconia che accompagna sempre i giorni di festa, infatti, si è aggiunto un altro piccolo dramma: il blocco del lettore. Il risultato è che, evento mai accaduto da queste parti, non recensisco un romanzo da tre settimane. Dopo una serie di letture fallimentari, ho preferito scegliere con cura la prima di gennaio. E studiando uno per uno i titoli sparpagliati tra libreria e comodino, infine, sono giunto a una conclusione: il mondo di Eshkol Nevo – scoperto appena qualche mese fa – mi mancava già. Si può sentire nostalgia di un mezzo sconosciuto? Nel dubbio, sono tornato da lui istintivamente, a scatola chiusa benché Moretti ne trarrà il prossimo lungometraggio, e l’autore israeliano ha voluto graziarmi con un romanzo speciale. E risarcirmi dalle perdite del famigerato blocco non con una, ma con ben tre storie. Guardando le finestre illuminate di un condominio diverso dal proprio, chi non ha mai fantasticato sulle esistenze degli altri? Dopo averci raccontato gli alti e bassi di un quartetto di amici inseparabili, Nevo scandaglia nel dettaglio nuovi vissuti ma adottando un formato diverso. A differenza della Simmetria dei desideri, la cui narrazione ad ampio respiro ripercorreva un lungo ventennio d’amicizia, la penultima fatica dell’autore scopre la brevità del racconto. In un condominio al centro di un Medio Oriente, al solito, più cosmopolita e borghese del previsto, si contano tre piani, tre narratori e tre vicende complementari. A unirli, una cornice sia architettonica che filosofica. E quel numero perfetto – il tre – che racconto dopo racconto ci svela il suo legame con le istanze freudiane che riassumerebbero altrettanti stadi dell’animo umano.

I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. Se non c’è uno così, a cui svelare segreti, con cui sciorinare ricordi e consolarsi, allora si parla con la segreteria telefonica, Michael. L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce.
La luce accesa al primo piano illumina impietosamente la crisi di una coppia spossata dai bisogni di figlie ancora piccole e bisognose: perché non affidare la maggiore – la più in salute, e purtroppo la meno amata – ai vecchi vicini tedeschi, che sentono spesso nostalgia della loro nidiata di nipotini? In seguito a un ambiguo allontanamento dell’anziano e della bambina, ritrovati poi in atteggiamenti compromettenti, l’uomo di casa diventa ossessionato dal dubbio. Protettivo e irruento, segna il territorio per scoraggiare il potenziale aguzzino. In un monologo ininterrotto, confessa un dubbio atroce: ha affidato la luce dei suoi occhi a un pedofilo? Al secondo piano, un donna sull’orlo di una crisi di nervi scrive una lettera indirizzata a un’amica americana: trascurata dal marito viaggiatore e ribattezzata la Vedova dagli altri inquilini, fuga la solitudine con penna e inchiostro; ricorda; condivide il resoconto di una passione breve e bruciante. Ha ospitato per un po’ il cognato gravemente indebitato, e in un tradimento mai passato all’atto pratico ha scoperto la solidarietà e gli orgasmi in una casa piena di orologi. A tormentarla, però, è un pensiero strisciante: la malattia mentale ereditata dalla madre. Sono veri i barbagianni che le parlano nel cuore della notte? E il suo ospite fascinoso? Il terzo piano, invece, è ingombro di scatoloni: c’è una giudice distrettuale in pensione che, dopo la morte del marito, ha deciso di voltare pagina. Si sente utile partecipando alla rivolta giovanile, disobbedisce – legge Freud, ascolta Strauss – e in un viaggio in macchina verso il deserto segue un uomo con una giovinezza nei servizi segreti, desideroso all’improvviso di buone azioni. La rivoluzione è mettersi in gioco senza cercare di mettere tutto sotto verdetto. E questa volta è sussurrata alla segreteria telefonica, nello studio di un mausoleo da chiudersi alle spalle per ricominciare altrove.

Nei veri addii qualcosa rimane sempre tronco.

Ci sono le bizze da maschio alfa della prima voce narrante, protagonista di una vicenda sottile e scabrosa che rimanda all’Es: un calderone ribollente dove confluiscono l’irrazionale, l’animalesco, il torbido da frenare in nome del quieto vivere. Seguono le fantasticherie sentimentali della seconda narratrice, divisa tra erotismo e follia, che con difficoltà crescente tenta di imporre il proprio Io. Infine, ecco i dettami del Super Io: un insieme di norme e leggi ferree, sapientemente riassunto da una giudice che non ha saputo conciliare due parti in lotta – il figlio e il marito – prima del pensionamento. 
 Straordinario per il lavoro d’introspezione e l’originalità degli espedienti, Tre piani è la riconferma di uno scrittore talmente talentuoso da far per tre. Una sinfonia che parla di relazioni e affetti, incomunicabilità e perdono, che sperimenta continui stilemi narrativi per raccontare il più indagato e affascinante degli oggetti di studio: il nostro cuore. Semplice ma mai banale, colto ma mai spocchioso, Eshkol Nevo è l’anfitrione che ci guida nelle case degli altri, e nelle loro pulsioni profonde, per insegnarci l’universalità delle ambientazioni, dei pensieri e dei dolori. L’importante è non stupirsi dello sporco sotto il tappeto di qualcun altro. Non giudicare il disordine delle sue stanze polverose, né tentare in alcun modo di porvi rimedio. Ma far finta a malincuore di non essere mai stati lì, armati di passo svelto e discrezione, nonostante il soggiorno ci abbia cambiati. Mentre noi lasciavamo tutto com’era, polvere compresa, e da quel terzo piano senza ascensore ci riversavamo nella vita vera.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Diodato – Che vita meravigliosa

martedì 7 gennaio 2020

Otto anni insieme (il peggio è passato)

All’inizio di questa avventura avevo diciassette anni e grandi ambizioni. Normale, a quell’età. Sognavo che questo blog sarebbe stato un banco di prova e che, crescendo insieme a me, avrebbe potuto darmi qualche sbocco lavorativo. M’illudevo che scrivere sarebbe diventata la mia professione. E piccole e grandi soddisfazioni – i contatti con gli uffici stampa, gli omaggi con il mio nome scritto a stampatello sulla busta, perfino una menzione su Repubblica –, a lungo, hanno alimentato la speranza. Poi all’improvviso sono cresciuto, e guardandomi attorno ho realizzato che la fortuna purtroppo si era tenuta alla larga da me, facendosi beffa dei miei buoni propositi. Me lo hanno fatto notare anche amici e parenti durante le feste, chiedendomi quanto guadagno con i post (niente), cosa potrei fare dei miei contatti dopo una laurea in Lettere (boh, servirebbe un master), perché un’esistenza chino sul portatile (a giorni alterni, me lo domando anch’io).
Ci ho ragionato in un anno di frustrazioni, bilanci, amarezze. Un anno in fermo, dove l’inattività successiva alla laurea mi ha permesso di rimuginare più del solito. Me la sono presa anche con il blog. Costretto con le mani in mano – credetemi, lo dico senza presunzione –  mi sono sentito un po’ come quegli attori prodigio che da bambini sono sulla cresta dell’onda e da grandi diventano tossicodipendenti. Che ne è stato del blogger a cui tutti erano affezionati come a una sorta di mascotte, perché al passo sebbene giovanissimo? Cosa ho perso, se per via della concorrenza dei social sono diventato ormai uno dei tanti? Farlo per me, per me e basta, non è più sufficiente?
Quest’anno è cambiato il rapporto con questo spazio: per la prima volta si è fatto più conflittuale. Gli ho dato colpe che non aveva mica. Ho postato meno che in passato. A una settimana dall’inizio dell’anno nuovo, non ho ancora ultimato la lettura di un solo romanzo. Se un tempo leggere e scrivere rappresentavano infatti quello che riuscivo a fare nonostante tutto – i ritmi dell’università, i drammi della famiglia –, oggi mi ricordano a tratti le scuse con cui riempio il tempo anziché dedicarmi alla vita vera. Blogger, in crisi già da un po’, di certo non aiuta.
Per fortuna, a sorpresa, gli stimoli sono arrivati da Instagram: il viaggio a Milano all’inseguimento di David Nicholls; le reazioni a caldo su film e letture; tante belle persone da conoscere dal nuovo, contro i silenzi sempre più fitti degli innumerevoli colleghi che abbandonano man mano la nave. Sento l’esigenza di cambiare pelle, di trovare un nuovo modo per raccontarvi me e i libri: mi consigliano ad esempio di scrivere post più brevi, di metterci la faccia più spesso, di parlare in video. Ma francamente un po’ mi vergogno, un po’ ho paura di tradirmi. Se non voglio essere tagliato fuori, però, a poco servono le remore. A poco serve dichiararsi orgogliosamente parte di una retroguardia in via d’estinzione, additare i social come fossero nemici, quando così facendo rischiano di avere la peggio i libri – qui meno visibili che altrove – e i sogni. Il diciassettenne degli inizi ha scoperto il disincanto: è disposto sia a sbracciarsi che scendere a patti, soprattutto con sé stesso. È provato, ma non smette di imparare – che si tratti del segreto degli hashtag giusti, delle foto a effetto, del mancato dono della sintesi. Famoso non ci diventa, no. Ma magari ritrova il piacere di condividere, dopo un 2019 con il pilota automatico in cui quello che ha avuto non era quello di cui aveva bisogno. L’ho confessato anche alla fontana di Trevi, sabato sera, lanciando una moneta in cambio di un desiderio di rinnovamento; un proposito di leggerezza, per tornare a godere di quello che ho e della compagnia dei pochi (ma buoni) che restano.

sabato 4 gennaio 2020

I ♥ Telefilm: The Morning Show | You S02

Con il suo bagaglio di tematiche scottanti – scandali sessuali, fake news, donne di potere, metoo – si è rivelata la serie più attuale dell’anno appena passato. Recuperata a fine dicembre e aggiunta al listone all’ultimo momento, di The Morning Show potrei parlare come di una sorpresa inaspettata. Ma, in parte, mentirei. Che senso ha dirsi meravigliati della perfetta riuscita di una produzione che vanta un cast di sole stelle, per cui gli sceneggiatori hanno scritto alcuni dei migliori copioni in circolazione? Hanno già parlato le candidature ai Golden Globe nelle categorie principali. Hanno già commentato i social, divisi tra Jennifer Aniston e Reese Whiterspoon: chi è la più bella, chi la più simpatica, chi la più brava? Sin dalla prima puntata, è sfida aperta. Se la prima è una conduttrice sul viale del tramonto con un divorzio nell’aria, conservatrice e perbenista, l’altra è una cronista volgare e battagliera le cui sfuriate sono già diventate virali: donne dalle vedute opposte – sul lavoro, sulla vita, sul tacere o sul denunciare – si troveranno sedute alla stessa scrivania all’indomani della denuncia che ha rovinato la reputazione di Steve Carell. Ex volto del notiziario del mattino, fascinoso e piacione, il cinquantenne ha davvero stuprato un’assistente? Alla forza dei cinque episodi iniziali sono purtroppo fatti seguire i toni meno incisivi dei restanti, e la piega degna di un thriller d’inchiesta – per quanto importante – risulta un po’ prevedibile. Molto più di una semplice catfight, molto più di un je accuse ai tempi di Harvey Weinstein, la serie Apple si regge però sulla potenza delle performance – per me, questa volta, la spunta una Aniston che non ti aspetti – e sulla caratterizzazione magistrale di protagonisti e comprimari – occhio a Crudup e Duplass, accanto a una struggente Gugu Mbatha-Raw – indagati sin nelle contraddizioni più profonde. Poteva il dramma sui retroscena del mondo della televisione non finire nel meglio di un anno di TV? La domanda è retorica, la risposta scontata: soprattutto se, nel parlare della cultura del silenzio, intervengono dialoghi tanto clamorosi. (7,5)

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il nostro psicopatico preferito, abbandonata Brooklyn per Los Angeles, cambia nome e città. Dopo il finale shock della prima stagione, ha trovato in fretta un altro impiego, un’altra ragazza, altri guai. Lavora sempre coi libri. E la sua vicina di casa, benché questa volta provvista di tende, riaccende prestissimo il fuoco dell’ossessione nonostante il proposito di diventare buono. Joe, ribattezzato Will, ci prova davvero. Ma come fare con le due dirimpettaie, pericolosamente vicine  a un personaggio noto per molestie? Dove piantare in asso Forty, datore di lavoro con velleità da sceneggiatore? E, soprattutto, possibile smettere di pensare alla sorella gemella di quest’ultimo se ha un nome che è tutto un programma: Love? Catapultato in una metropoli di luci e ombre, il protagonista si troverà a non essere l’unico pazzo in circolazione. Inizialmente prodotto da Lifetime, poi passato a Netflix in corso d’opera, il thriller sullo stalking e gli amori tossici purtroppo o per fortuna non aggiusta il tiro nel passaggio: perfino più trash degli esordi, sanguinosissimo ma leggero altrettanto, You rinuncia agli ultimi scampoli di serietà – la prima stagione, al contrario, conservava ancora l’impronta dell’omonimo romanzo – per confermarsi il guilty pleasure definitivo. Tra app d’incontri, pasticcini ed ex che ritornano, calca la mano sulla componente umoristica e si affida al carisma innegabile di Penn Badgley – che bei maglioni che sfoggia qui – accompagnato da un’ottima Victoria Pedretti, indimenticabile in The Haunting of Hill House e superiore sia per talento che per bellezza alla defunta Elizabeth Lail. Il finale, scoppiettante, preannuncia una terza stagione altrettanto borderline. Peccato per qualche svolta da soap opera nel mezzo, con tanto di ridicolo trip sotto LSD: troppo, anche per uno spettatore che non si formalizza come il sottoscritto. Insomma: la si divora, ma si preferisce la prima; la si prende in giro, ma segretamente ne vorremmo ancora. Senza mezze misure, questo guilty pleasure è così colpevole che potremmo buttare via la chiave. E andarlo a trovare saltuariamente, dietro le sbarre, come se You fosse Hannibal Lecter e noi la povera Clarice. (6,5)