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sabato 4 luglio 2020

La paura resta a casa: Favolacce, The Lodge, Vivarium, The Room, Gretel and Hansel, The Turning

Un gruppo di bambini in preda alla noia dell'estate. I rispettivi genitori: disincantati, volgari, maneschi. Una ragazza incinta, né piccola né grande, che vorrebbe chiamare sua figlia Sara: come la canzone di Paolo Meneguzzi. Intorno a loro, una provincia romana talmente sonnacchiosa da sembrare, a torto, rassicurante: presto comparirà in tutti i telegiornali. Ritratto tragico e disturbante, talora un po' gratuitamente, il secondo film dei D'Innocenzo mescola stilemi fiabeschi e cronaca nera. Ma nella forma ammicca ai grandi maestri – Haneke, Lanthimos, Coppola, perfino l'Ari Aster del recente Hereditary –, affascinando grazie a una confezione minimalista ed elegante. Rispetto all'esordio, il più compiuto ma prevedibile La terra dell'abbastanza, i registi mettono meglio a fuoco la loro poetica e alzano l'asticella con un film ambizioso. Come i piccoli protagonisti, costruiscono bombe come compito per casa ma non le fanno mai esplodere. Preferiscono innervosire lo spettatore, accumulando tensione fino all'ultimo; allettarlo con una fotografia incantevole e tematiche – sesso, depravazione, omicidio –, al contrario, respingenti. Ne viene fuori un dramma irresistibile nella sua complessità, con una chiusa shock e un Elio Germano, nonostante il ruolo marginale, indimenticabile nella sua fragilità. I bambini sembrano usciti da un film di Sean Baker. Ma i campi lunghi, i quadretti familiari stranianti e grotteschi, li rendono imprevedibili. A raccontarceli è la voce di Tortora, che legge un diario scritto a penna verde: è verità o fantasticheria? Nel dubbio, ben vengano favolacce di queste. Che ti fanno svegliare di soprassalto, anziché andare a dormire sereno. La morale arriverà forte come uno schiaffo. (7,5)

Due bambini, la nuova fidanzata di papà, una convivenza forzata durante prima di Natale. Potrebbe sembrare l'inizio di una commedia anni Novanta, sull'armonia delle feste e le famiglie allargate, ma fuori c'è una tempesta di neve che ricorda i tracolli emotivi di Shining. È l'avvio di un incubo che si addice agli autori di Goodnight Mommy: come questo, un horror psicologico ad altezza bambino sulla maternità, l'isolamento, l'elaborazione. Mentre i bambini hanno da poco seppellito la madre suicida, la giovane matrigna è reduce da un passato traumatico che combatte ingollando pillole. In quella casa, per quanto grande, c'è spazio per un unico disagio.The Lodge resterà uno dei prodotti di genere migliori dell'anno. Scomodo e destinato a dividere, destabilizza con i suoi personaggi odiosi e un epilogo esemplare nel suo essere beffardo. Snervante dall'inizio alla fine, è un logorio interiore che non ha nulla da invidiare al cinema di Aster o Eggers: anzi, a differenza dei registi citati, Severin Fiala e Veronika Fanz non peccano mai di inutile manierismo. Qui, affiancati dal direttore della fotografia di Lanthimos, non tradiscono né la loro poetica né il loro disagio e convincono ancora più che in passato grazie a una straordinaria Keough, attrice su cui scommettere in futuro. The Lodge è un infernale notte bianca presso una meta frequentatissima – l'alta montagna –, che a sorpresa ci regala un incubo che non avevamo ancora sognato. (8)

Una coppia in cerca di una sistemazione si rivolge a un'agenzia. L'impiegato propone un quartiere residenziale fatto di villette a schiera tutte uguali e di vicini talmente silenziosi da sembrare invisibili. I cieli sono dipinti di un azzurro perenne e, solcati da nuvole paffutelle, sembrano sbucati da un dipinto surrealista. Una volta entrati nel quartiere, però, sarà impossibile uscirne. Non fatevi ingannare da due protagonisti solitamente solari e simpatici, qui sull'orlo di una crisi di pianto. Non fidatevi dell'incantevole poster alla Dalì. Vivarium è un esperimento sociale che ha poco di commerciale, poco di accomodante, poco di colorato. L'idea di partenza, abbastanza strana da risultare buffa, si rivela lo spunto di un loop amaro e claustrofobico. Visivamente e narrativamente affascinante, il film ricorda il Polanski della Trilogia del Condominio e i deliri di Lynch; conferma il talento poliedrico della sottovalutata Imogene Potts, inoltre, e piace anche senza indicazioni relative a come uscire incolumi. Il difetto è che si perde in un dedalo spaventoso, anche a costo di girare un po' a vuoto. Di amareggiare chi si aspettava una spiegazione razionale, lo scioglimento moraleggiante di quest'apparante metafora sul conformismo fatale della vita di provincia. Con l'uomo che sgobba e la donna che si fa angelo del focolare. Con entrambi che restano intrappolati nelle gabbie dei ruoli di potere. Con entrambi morti, ma di noia e routine. (7)

Ricordate la Stanza delle necessità della saga di Harry Potter? È realtà per una coppia di sposi novelli, partiti dall'Europa per vivere il loro sogno americano. L'acquisto di una casa nuova, al solito decadente e dal passato losco, con una camera segreta non indicata nella planimetria: all'interno tutti i sogni diventano realtà. Dal denaro alle opere d'arte, dagli abiti ai gioielli. Cosa succederebbe se chiedessero qualcos'altro, ad esempio il bambino che manca per essere felici davvero? A dispetto dell'incipit canonico, The Room – ennesimo omaggio alle atmosfere della Twilight Zone – si difende bene con uno sviluppo fascinoso e interessante, giocato nei territori dell'etica. Radunate pochi mezzi e una buona idea, ingaggiate una manciata di attori convincenti, aggiungete scenografie favolose – cupe, opulente e immaginifiche, capaci di ricreare perfino un bosco innevato tra le pareti domestiche. Rielaborazione moderna della favola di Pinocchio e del mito di Edipo, il film – dalla forte matrice europea, per fortuna – si mostra interessato non tanto all'aspetto paranormale quanto al lato umano, e indaga così le tensioni crescenti nella coppia anziché i misteri della casa maledetta. Peccato: in un anno diverso da quello corrente, avrebbe trovato anche un meritato angolino nelle sale cinematografiche. (7)

C'erano una volta due bambini, un bosco e una strega cattiva. L'epilogo, ovviamente lieto, lo conoscono anche le pietre. In tempo di rifacimenti in chiave contemporanea e femminismo, però, lasciate ogni speranza voi ch'intrate nella famigerata casa di marzapane. Riletta dal talentuoso Oz Perkins, la favola dei Grimm diventa un horror iniziatico sotto funghetti allucinogeni – imperfetto ma affascinantissimo – che ricorda nello stile e nelle riflessioni The Witch e The Neon Demon. Portentoso dal punto di vista visivo e anticonformista nel messaggio, pone al centro del titolo e dell'avventura – senza forzature – il personaggio di Gretel. Alla scoperta della propria identità, l'eroina si libera dai legami e dalle convenzioni dei generi. Tra lei e la strega, questa volta, ci sono simmetrie inquietanti. Che il fratellino, il terzo incomodo, sia sacrificabile? Film dalle atmosfere conturbanti, nonostante la sceneggiatura confusa, è un racconto allegorico che potrebbe fare la gioia degli esteti e dei cultori del genere. Il regista è il figlio di Psycho, la protagonista è la Beverly dell'ultimo It, la strega cattiva era già l'indimenticabile villain della trasposizione di Silent Hill. Venghino signori, venghin. Questo vaneggiamento è un incubo lisergico da cui non vorremo svegliarci. (6,5)

Una bambinaia lascia la città per un incarico dell'ultimo minuto. Badare a una coppia di ragazzini inquieti e inquietanti, che vivono in una magione dall'aria infestata. Se la trama non vi è nuova, è perché ispirata al classico di Henry James: Giro di vite, gotico proposto e riproposto in remake a volte dichiarati, altre meno. A prendere le mosse da qui sono stati anche due capolavori come The Innocents e The Others. La pescarese Floria Sigismondi traspone il romanzo in chiave moderna. Purtroppo, com'era prevedibile, l'operazione non trova né la forza né il coraggio di abbandonare l'archetipo. Anacronistico, il film si lascia guardare in ogni caso con piacere grazie al fascino indiscreto delle sue suggestioni. Ma tra bambole, manichini e ombre minacciose, non manca proprio niente a un repertorio di cliché lontano dall'essere rinnovato. Scontato, superfluo e stiracchiato, The Turning non si lascia neanche rivalutare alla luce del confusissimo colpo di scena finale. Mackenzie Davis è sempre incantevole, Finn Wolfhard e Brooklyn Prince sono sempre insopportabili. Lo zampino della DreamWorks si noterebbe anche a occhi chiusi. Durante la visione, ho pensato vagamente ai vecchi Haunting e Le verità nascoste. E quest'ultimo tassello, ambientato vent'anni fa, per ironia della sorte finisce per sembrare proprio un figlio dei 90s abbastanza tradizionale da risultare sorpassato. (5)

20 commenti:

  1. Quante fiabe da incubo!
    Le Favolacce le ho adorate, sebbene razionalmente non so spiegare perché.

    The Lodge sembra interessante, ma forse un po' invernale, per la stagione. :)

    Vivarium interessante, angosciante, il finale però mi ha lasciato parecchio perplesso. Ma sarà che non l'ho capito. :D

    Pure gli altri film tutto sommato un pochino mi ispirano.

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    1. The Lodge consigliatissimo. Mi ha ricordato molto Hereditary: paragone che torna, dopo Favolacce.
      Significa che Aster spacca.

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  2. Sembrano tutti davvero interessanti *^* e anche la lista dei film da recuperare si allunga...

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    1. In quarantena, mi dicono, ho visto cose rassicuranti.

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  3. Ho visto solo Hansel e Gretel, e francamente non mi ha entusiasmato particolarmente ☺️☺️

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    1. Nemmeno a me, però la regia bellissima fa la sua parte.

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  4. Visto solo The Lodge al TFF, parecchio inquietante, piaciuto anche a me.
    Finalmente tornata in sala, che meraviglia! Visto "I miserabili", occasione da non perdere! Ciao

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    1. Ciao Lory! Che bello il TFF, ci sono stato due anni fa, sai?
      Da me, purtroppo, i cinema ancora chiusi.
      I miserabili, però, in un modo o nell'altro, devo vederlo!

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  5. Favolacce voglio vederlo!!! Gli altri non so, forse sono poco nelle mie corde :-))

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    1. Favolacce lo trovi anche su Amazon Prime Video. :)

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  6. Mi mancano Vivarium e Favolacce, devo recuperarli!

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  7. Mi mancano giusto Favolacce, che spero di poter vedere in un cinema vero appena aprirà l'arena estiva "d'élite", e The Room, stranamente mai sentito nemmeno nominare.

    Gli altri li ho apprezzati tutti, e parecchio, ma la palma va a The Lodge e Vivarium, quest'ultimo perfetto per il picco di isteria da Covid.

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    1. Favolacce, da qualche giorno, è anche su Amazon Prime. Data la pessima qualità dell'audio in preda diretta, unico vero grande difetto, avete i sub a disposizione potrebbe essere un pro per vederlo sul divano.

      The Room si trova sia in italiano che in lingua, uscito on demand distribuito da Bim.

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  8. Prendo appunti in vista della mia settimana da brividi, con The Lodge che scalza Gretel e Hansel, che a questo punto non credo recupererò.

    Vivarium mi ha fatto fare veri e propri incubi in quarantena (quel bambino!), mentre le Favolacce sono un po' scivolate con le settimane passate, ma anche se sbiadito il loro nero si è fatto sentire.

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    1. Gretel and Hansel potresti amarlo dal punto di vista estetico. Ma il resto, purtroppo, dimenticabile.

      The Lodge, al contrario, "mena" per fare male.

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  9. L'ultimo è l'unico che ancora non ho visto. Sugli altri si concorda più o meno alla grande. Bellissimo quello che dici di The Lodge: c'è spazio per un solo disagio in quella casa (io l'ho guardato due volte quel film, talmente mi ha colpito).

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    1. Penso proprio che ti seguirò a ruota, con la scusa di farlo vedere a mio fratello, di ritorno da Torino :)

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  10. Ecco il Favolacce di cui mi parlavi! Mi ispira anche Room, ti dirò!

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    1. Ma di questi, a parte l'ultimo, te li consiglio tutti!

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