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mercoledì 7 settembre 2016

I ♥ Telefilm: The Get Down, Unreal II, Feed the Beast

Dopo Stranger Things, Netflix fa l'en plein? Dopo gli anni Ottanta, un salto nel decennio precedente e, magari, un'altra serie candidata a essere la serie? Baz Luhrmann a vegliare sulla produzione, e tutt'altro che silenziosamente; un budget ricco e una colonna sonora fantasiosissima, per raccontare le origini di un genere e di una generazione; un cast di giovani che vogliono farsi conoscere, e sanno di certo come attirare l'attenzione. Eppure sapete che ho fatto fatica, io? I primi sei episodi di The Get Down – i restanti sei saranno trasmessi il prossimo anno - parlano dei sogni di gloria e delle avventure di un gruppo di ragazzi nel selvaggio Bronx. L'altro lato di una città di luci; un quartiere che sembra una città sotto i bombardamenti. Gli anni della disco e dell'hip hop; i graffiti che imbrattano treni e muri; i bambini abili con i grilletti, il ballo, il rap. Ezekiel, orfano e talentuoso paroliere, ama Mylene, figlia di un rigido pastore dall'ugola d'oro. Vogliono la fama, ma il canto è diventato il piano B. Lui preso da un team che lo vorrebbe anima del gruppo, lei alla ricerca disperata di una casa discografica. Lei con le sue amiche barra coriste; lui con i suoi coetanei, writer e teppisti, guidati da uno che si muove furtivo come Bruce Lee e si immischia negli affari dei boss locali. Hanno un cuore buono, grossomodo, e sentimenti nobili. Sperano di cambiare la loro realtà difficile a suon di buona volontà e canzoni di denuncia. Delineati con tratti rapidi di biro, spiccano a sprazzi e qualche storyline interessa di più, qualcuna di meno. Sei episodi visivamente impeccabili, ma distribuiti in quasi un mese: colpa della mia scarsa affinità verso queste serie all black – vedasi il tamarrissimo Empire -, che trovo kitsch, sguaiate, disordinate. Abbinateci Luhrmann, autore del mio film preferito in assoluto, ma altrettanto kitsch, sguaiato e disordinato, è il troppo qui e lì storpia. Da un lato, The Get Down è una serie più lineare e leggera del previsto; dall'altro, già carica di per sé, rincara la dose con l'horror vacui del tenutario del Moulin Rouge. E' mancata la scintilla, il guizzo nell'intreccio e, se resisto e restisterò, è solo per un Luhrmann all'ennesima potenza che qui, in veste di produttore e qualche volta di regista, ho amato e odiato come non mai. Sommerge di suoni e strass, disorienta e stordisce: gioca coi suoi montaggi futuristici, gli accostamenti bizzarri e gli innesti personali, esagera e confonde. Uno straordinario ambaradan; un caotico e nostalgico “spettacolo spettacolare”, con il limite di una storia troppo elementare. Il rumore: tanto. E se Get Down nulla proprio non è, comunque, al momento, pare un po' poco. (7)

Serie rivelazione della passata stagione, Unreal era il guilty pleasure con qualcosa in più. La commedia nera della Lifetime coi ritmi del thriller psicologico era arcigna, crudele, intelligente, recitata ad arte. Era, e per molti lo è anche quest'anno. Si conservano i personaggi principali, chi questo show alla Uomini e donne lo pensa e lo manovra, ma a bordo piscina troviamo un altro scapolo d'oro e altre debuttanti senza scrupoli. Su carta, Unreal ci propone l'edizione di Everlasting di cui tutti parleranno: perché, per la prima volta, c'è uno scapolo di colore – e, checché se ne dica, il razzismo è una piaga lontana dall'estinguersi – e, in mezzo alle partecipanti, belle e vuote, covano risentimento e intolleranze. Ci si sfrega le mani: c'è di che divertirsi, c'è di che riflettere. Darius, campione sportivo reduce da un grave infortunio, non è Adam, l'inglesino biondo della scorsa stagione. E le giovani donne del suo harem - fatta eccezione per Yael, protagonista di un'umiliazione indimenticabile – le ho già scordate. Da una parte, ho trovato che il novello Unreal si discostasse il minimo indispensabile dal suo predecessore, come per pigrizia; dall'altra, invece, che quel minimo indispensabile non fosse poi gran cosa. Stagione similissima alla prima, ma dallo scarso mordente, di cui non conquistano i nuovi ingressi – accanto a corteggiatore a corteggiatrici, un inservibile Ioan Gruffud e un Michael Rady dall'esito scontato – ma danno significative conferme le bravissime Shiri Appleby e Constance Zimmer, nomi di punta anche nella stagione dei premi. Everlasting si segue senza attenzione, questa volta. Unreal è il solito, ma il solito, nel suo caso, è bene. O sono una sola cosa e quella è la scusa degli sceneggiatori, che furbescamente tanto fanno, tanto dicono, da non fartelo sembrare una mezza delusione? (6,5)

Tommy, vedovo affranto e padre di un bambino che, per lo shock, ha perso la voce, si arrangia come può. Dion, piantagrane e tossicomane, si mette spesso nei guai: l'ultima volta, è finito dietro le sbarre. Esce, senza però avere espiato un debito esorbitante. Cos'hanno in comune? Il sogno di aprire un ristorante in memoria di Rie, uccisa da un pirata della strada, e un'amicizia che dura da vent'anni. Perché il loro sogno pare impossibile? Perché la loro amicizia, eppure consolidata, va d'un tratto in crisi? Il ristorante greco in progetto vogliono aprirlo nel cuore del Bronx, e nessuno punta su di loro; la donna scomparsa, stando al geloso Tommy, considerava Dion molto più che un amico. Il quartiere chiama su di sé morti e sparatorie, sui due cala il velo del dubbio. In mezzo ai protagonisti, la bella Lorenza Izzo, conosciuta a un gruppo di supporto; un temibile boss dal grilletto facile e dalla sessualità tormentata; un minore traumatizzato che, aprendo bocca, potrebbe chiarire le dinamiche di un incidente che chissà se davvero un incidente è stato. Feed the beast, remake di un'impronunciabile serie danese, è una produzione AMC ingiustamente fischiata che, zitta zitta e dal futuro assai incerto, mi ha fatto tanta compagnia quest'estate. Mi piacciono i progetti persi a monte, il crime e l'alta cucina, il redivivo David Schwimmer e lo scapestrato Jim Sturgess. E, divertito e intrattenuto, con prematuri e ingannevoli paragoni con Breaking Bad che lasciano prevedibilmente il tempo che trovano, ho trovato che l'amalgama di Feed the beast funzionasse. Gli ingredienti segreti (e i bravi interpreti) risaltavano, tra pistole, carichi di droga e padelle roventi. Gli ascolti bassi, tanto quanto l'inospitale Bronx, potrebbero mandare all'aria i bei propositi, le interpretazioni di due tanto simpatici al sottoscritto e far sì che, lasciati a bollire più del dovuto, gli spaghetti si scuociano. Non mancano né il sale né il pepe, ma è questione di tempi sbagliati. E Feed the beast, come commedia in dieci episodi, in una stagione e basta, poteva starci ad hoc. All'indomani di un ultimo episodio intitolato Fire – il che è tutto un programma – servirebbero gli estintori e le risposte. La pietanza si è bruciata, e c'è chi non tollera la crosta croccante; e ci sono io che odio i finali mancati. Perché non finirla qui, non raccogliere baracca e burattini, quando sarebbe stata questione di uno schiocco di dita appena, cosa da nulla, risolvere i problemi ai fornelli dei cari chef del ghetto? (6,5)

6 commenti:

  1. A me invece The Get Down e UnREAL stagione 2 hanno esaltato senza riserve!
    Fighissimo e ritmato il primo, oltre che con una colonna sonora super, e ancora più cattivo ed estremo rispetto alla season 1 il secondo.

    Feed the Beast, considerando che è già stata cancellata, mi sa che non faccio lo sforzo di iniziarla che poi, se dovesse piacermi, mi incazzerei solo perché non l'hanno rinnovata...

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    1. Ah, è stata cancellata cancellata?
      E che peccato, però colpa loro: non ci voleva nulla a farla "stare" tutta in dieci episodi.
      Peccato, perché Sturgess e Schwimmer erano una bel duo :(

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  2. interessante unreal , non lo conoscevo minimamente...

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    1. La prima stagione, moltissimo. Era finita nel listone dello scorso anno. Questa si ripete, ma per essere una serie Lifetime spicca per qualità.
      Fammi sapere. ;)

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  3. Prima del tuo post non ne conoscevo nessuna, provo a vedere la prima ;)

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  4. Un po' caotica, ma c'è del buono. :)

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